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Herman Hesse
La vita della città
17 Aprile 2004
Pensieri
Questo brillante apologo della nascita e morte della città, prima sovrapposta alla natura e poi da questa divorata, è inedita in Italia. Salvo una pubblicazione nell'antologia di Urbanistica informazioni, nel n. 86, marzo-aprile 1986, da cui traggo il testo, a suo tempo tradotto (e individuato) da Marco Venturi. L'edizione tedesca è illustrata dai deliziosi disegni di Walter Schmogner

“Progredisce!”, esclamò l’ingegnere quando sul tronco ferroviario appena inaugurato giunse il primo convoglio carico di persone, di carbone. di attrezzi. di rifornimenti alimentari.

La prateria si andava gradatamente riscaldando alla luce dorata del sole, mentre gli alti monti boscosi si ergevano all'orizzonte avvolti da vapori azzurrini. Cani selvatici e sbalorditi bufali osservavano da lontano come il deserto cedesse il posto al fervore di attività ed al trambusto e i cumuli di carbone, di cenere, di latta e di lamiera si andassero formando sulla verde distesa.

La prima pialla mandò per i campi attoniti un suono stridente, esplose come un tuono il primo colpo di fucile rimbombando fra i monti, la prima incudine emise suoni acuti e striduli sotto i colpi del martello. Sorse una casa di lamiera e nei giorni successivi ne venne su un'altra di legno, e altre ancora, e ogni giorno ne spuntavano di nuove, ben presto anche di pietra. L cani selvatici e i bufali se ne rimasero discosti. Nel clima primaverile frusciavano i campi ricolmi di frutti, spuntarono cortili, stalle e granai. Nuove strade percorsero lande ancora vergini.

Si apprestò la stazione ed entrò in funzione, e nei paraggi sorsero edifici pubblici. banche e, nel giro di qualche mese, altri centri. Giunsero lavoratori da altre parti, contadini e borghesi, vennero commercianti e avvocati, predicatori e insegnanti. Si fondarono una scuola. tre comunità. religiose e due giornali.

Si aprirono nella parte occidentale alcuni pozzi petroliferi e un notevole benessere sopraggiunse nella città di recente fondata. Nel giro di un anno sarebbero inoltre saltati fuori anche ladri, lenoni, scassinatori, un emporio, una lega antialcoolista, una sartoria parigina, una birreria bavarese. La concorrenza delle città vicine accelerò i tempi.

Non mancava più nulla, dai discorsi elettorali agli scioperi, dal cinema alla società spiritistica. Era possibile reperire in città vino francese, aringhe norvegesi, salumi italiani, tessuti inglesi, caviale russo. Giunsero ben presto sul posto in tournée cantanti, ballerini e musicisti di seconda categoria.

E piano piano arrivò anche la cultura. La città, che agli inizi altro non era che un'istituzione, prese ad essere una patria vera e propria. Si era creato un modo di salutarsi, di scambiarsi cenni del capo nell'incontrarsi che aveva qualcosa di sottilmente diverso da quello di altre città. La gente che aveva preso parte alla fondazione della città era stimata e venerata, avvolta in una specie di aura di piccola nobiltà. Cresceva una gioventù piena di slancio, alla quale la città appariva con l’aspetto di un'antica patria, ormai votata all’eternità.

Il tempo in cui era risuonato il primo colpo di martello, si era assistito al primo assassinio, si era celebrato il primo servizio divino, era stato stampato il primo giornale era ormai relegato nel passato. Si era fatto storia.

La città era assurta al rango di dominatrice delle altre vicine ed era diventata capitale di un grande distretto. Su strade ampie e animate, dove un tempo accanto a cumuli di cenere e a pozzanghere erano sorte le prime case di assi e lamiera, si ergevano ormai uffici e banche. teatri e chiese. Studenti frequentavano tranquillamente l’università o la biblioteca, ambulanze trasportavano delicatamente i malati all'ospedale, si notava e salutava l’automobile di qualche deputato. In una ventina di imponenti edifici scolastici in pietra e ferro si celebrava regolarmente l’anniversario della fondazione della gloriosa città con canti e conferenze. La prateria di un tempo era ormai ricoperta da campi, fabbriche, villaggi e solcata da una ventina di linee ferroviarie, la montagna era ormai raggiungibile fin nel cuore delle sue vallate grazie a una linea ferroviaria montana. Lassù, o più lontano, al mare, i ricchi possedevano le loro case di villeggiatura.

Dopo cento anni dalla fondazione, un terremoto distrusse completamente la città. Ma fu rimessa di nuovo in piedi e tutto ciò che prima era di legno venne ricostruito in pietra, quel che era piccolo fu fatto grande, senza risparmio di mezzi. La stazione era la più grande della zona, la borsa la più importante del continente, architetti e artisti adornarono la nuova città di edifici pubblici, di parchi, fontane, monumenti. Nel giro di un altro secolo la città si procurò la fama di essere la più bella e la più ricca della zona, una meraviglia da vedere. Personalità politiche e architetti, tecnici e sindaci accorsero dall'estero per studiare gli edifici, gli acquedotti. le trasformazioni e le nuove acquisizioni di questa famosa città. In quel periodo cominciava la costruzione del nuovo municipio, uno dei più grandi e magnifici palazzi del mondo, e poiché allora l'incipiente ricchezza e l’orgoglio cittadino si combinavano con una generale evoluzione del gusto, specie in architettura e in pittura, la città che stava crescendo rappresentava un ardito e apprezzato portento. Il centro del distretto, i cui edifici erano tutti indistintamente fatti di un marmo pregiato grigio chiaro, era circondato da un'ampia cintura verde di giardini pubblici e. aldilà di questa cerchia, si perdevano arterie stradali e case in espansione continua verso le aree ancora disponibili e l’aperta campagna.

Molto frequentato e apprezzato era un enorme museo. nelle cui centinaia di sale. cortili e atri era esposta la storia cittadina, dalla fondazione alla recente espansione. Il primo, grandioso atrio di quest'istituzione mostrava la prateria originaria, con piante e alberi ben ricostruiti e modelli fedeli dei miserabili villaggi, delle viuzze anguste, degli oggetti di arredamento dei primi tempi. Lì gironzolavano i giovani del posto e osservavano il percorso della loro storia, a partire dalle tende e dalle capanne di legno per arrivare ai primi rudimentali binari e al trionfo delle strade da grande metropoli. E così imparavano, guidati dai loro maestri, e apprendevano quella che è la regola aurea dello sviluppo e del progresso, come cioè si passi dal primitivo al raffinato, dall'animale all'uomo, dall'ignoranza alla scienza, dalla povertà all'opulenza, dalla natura alla civiltà.

Nel secolo seguente la città attinse l’apice del proprio splendore, dispiegando notevole esuberanza e crescendo celermente, finché non sopraggiunse una sanguinosa rivoluzione degli strati inferiori a porre termine a tutto questo. La plebaglia prese allora a incendiare molti degli impianti petroliferi, a qualche miglio di distanza dalla città. per cui gran parte delle terre occupate da fabbriche, fattorie. villaggi in certi casi bruciarono, in altri si spopolarono. La città stessa conobbe massacri e atrocità di ogni genere, pur riuscendo a rimanere in piedi e a riprendersi gradatamente in qualche decennio, senza però poter più recuperare i precedenti ritmi di vita e di attività.

In quel triste periodo era fiorita rapidamente al di là del mare una terra remota, che forniva grano, ferro, argento e altri tesori, grazie alla fertilità di terreni non sfruttati che producevano ancora generosamente. La nuova terra attrasse a sé con forza le energie infrante, le aspirazioni e i desideri del vecchio mondo, per cui all'improvviso spuntarono fuori nuove città, sparirono boschi, si arginarono cascate.

La bella città cominciò lentamente a languire. Non rappresentava più il cuore e la mente di un mondo. non era più mercato e polo finanziario di più centri abitati. Doveva accontentarsi del fatto di sopravvivere e di non essere pervasa dal terrore provocato dal frastuono della modernità. Le energie inoperose, nella misura in cui sopravvivevano a confronto con il frenetico nuovo mondo, non dovevano più darsi da fare a costruire e a espandersi, e ancora meno a trafficare e ad arricchirsi. Al posto di tutto questo, sull'ormai esausto suolo agricolo proruppe un nuovo rigoglio spirituale: scienziati e artisti. pittori e insegnanti abbandonarono la città, ormai in preda alla desolazione. I successori di coloro che un tempo avevano tirato su le prime case trascorrevano serenamente in pace i propri giorni, coltivando godimenti e aspirazioni spirituali, dipingendo i tristi fasti degli antichi giardini muscosi con statue in rovina e acque fangose, cantando in versi struggenti il frastuono dei vecchi tempi eroici o i sonni tranquilli della gente esausta negli antichi palazzi. Con il che di nuovo il nome e la fama di questa città risuonarono per il mondo.

Fuori le guerre potevano distruggere popoli e grandi attività li impegnavano. mentre qui, in spaventosa solitudine, regnava la pace e lentamente riaffiorava lo splendore dei tempi andati: strade tranquille, ricoperte di rami fioriti. facciate colorate dal tempo di edifici grandiosi intorno a silenziose piazze sognanti. fontane muscose inondate dal dolce suono del gioco delle acque.

Nel giro di qualche secolo l’antica città di sogno divenne per il nuovo mondo un luogo venerato e amato, cantato dai poeti e ricercato dagli innamorati. Con sempre maggior forza, la vita della gente si proiettava verso altre parti del globo. Nella stessa città gli eredi delle antiche famiglie locali cominciavano a estinguersi o ad essere messi da parte.

Anche l’ultima fioritura spirituale si era progressivamente esaurita, non lasciando dietro di sé altro che misere tracce. I centri minori dei dintorni erano ormai scomparsi da molto tempo, trasformali in muti cumuli di rovine, a volte rifugio di zingari o evasi. In seguito a un sisma, che tuttavia risparmiò la città, il corso dei fiumi deviò e parte delle terre spopolate si trasformarono in palude, parte divennero desertiche. E dai monti, dove si andavano sbriciolando i resti degli antichi ponti di pietra e delle case di campagna, avanzò il bosco, l’antico bosco. lentamente, giù giù verso il basso; scorse l’ampio paesaggio ormai desolato e deserto e cominciò piano piano a inglobarlo un passo dietro l’altro, nella sua verde cerchia, ricoprendo col suo verde fruscìo qui una palude, là un ammasso di detriti pietrosi con le sue giovani. fitte conifere.

Nella città, alla fine, non rimase neanche un borghese, solo gente indurita e rude che viveva nei fatiscenti, sghimbesci edifici di un tempo lontano e pascolava le sue misere capre lungo quelli che erano stati una volta viali e giardini. Anche questa popolazione residua sparì a poco a poco, in preda alle malattie o alla follia, imperversando in tutta la landa febbri malariche e abbandono e desolazione.

I resti dell'antico municipio, un tempo orgoglio e vanto della sua epoca, si ergevano ancora più alti e imponenti. erano celebrati nelle canzoni in tutte le lingue del mondo. ispiravano innumerevoli leggende fra le popolazioni vicine, le cui città erano anch'esse cadute in rovina e la cui cultura si era andata estinguendo. nelle canzoni nostalgiche

Nelle storie per i ragazzi e nelle canzoni nostalgiche restavano, deformati e distorti, i nomi delle città e di quelle che ormai altro non erano che metropoli spettrali, e scienziati ed eruditi di popoli lontani, allora in pieno rigoglio, compirono in gran numero avventurosi viaggi esplorativi alla volta della città distrutte, dei cui portenti gli scolari di vari paesi parlavano avidamente fra loro. Vi si sarebbero trovate porte d’oro fino e tombe piene di pietre preziose, e le fiere tribù nomadi dei dintorni. superstiti degli antichi tempi mitici, avrebbero ereditato il retaggio di una millenaria scienza magica dispersa.

Intanto però il bosco continuava a venir giù dal monte fin nei paraggi; laghi e fiumi nascevano e sparivano, mentre il bosco continuava ad avanzare e a prendere piede, ricoprendo i resti delle antiche strade, dei palazzi, dei templi, del museo; e volpi e martori, lupi ed orsi ripopolavano il paesaggio.

Su uno del palazzi distrutti, di cui non rimaneva più in piedi neanche una pietra, spuntava un giovane pino selvatico, che appena l'anno prima era stato il messaggero e l’antesignano del progresso de! borgo. Ora però si vide circondato da altri giovani pini.

"Progredisce!", esclamò un picchio, che se ne stava martellando una corteccia, ammirando il bosco circostante e il lieto. verde avanzare degli alberi sul terreno.

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