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Eddytoriale 45 (23 maggio 2004)
10 Novembre 2007
Eddytoriali 2004
Tutto si può risarcire, ricucire, ripristinare, restaurare. Le leggi eversive che il governo Berlusconi ha fatto approvare al Parlamento potranno essere abrogate, o sostituite da leggi migliori (magari quelle stesse cancellate dall’attuale maggioranza). I danni inferti all’ordinamento della giustizia, alla sanità, alla scuola e all’università, alle condizioni del lavoro e a quelle della ricerca, all’editoria e al sistema radiotelevisivo potranno essere sanati – con tempi più o meno lunghi – da una maggioranza diversa, quando l’elettorato avrà potuto esprimerla. Ma altri danni sono indelebili: ferite devastanti ed eterne.

Mi riferisco, evidentemente, ai danni inferti alla componente fisica del patrimonio comune: il paesaggio, l’ambiente, il territorio. Raccolgo lo spunto dall’introduzione di Maria Serena Palieri a un utile libretto, che ha curato, nel quale sono raccolti contributi di Giuseppe Chiarante e Vittorio Emiliani e documenti sugli “sprovvedimenti” del governo sui beni culturali ( Patrimonio SOS – La grande svendita del tesoro degli italiani, L’Unità). Una consapevolezza sottolineata al recente convegno di Italia Nostra ( ancora “Italia da salvare”, Roma, 23 maggio 2004).

Scrive Palieri, commentando la richiesta, sacrosanta, di mettere al primo punto del programma elettorale dell’Ulivo l’impegno di cancellare tutte le leggi del governo Berlusconi: “Ma il colpo di bacchetta magica, quando sarà il momento, cancellerà le controriforme di sanità, scuola, pensioni, abrogherà la legge Cirami. Una cosa non potrà fare: restituirci il tesoro “nostro” che, nel frattempo, “loro” avranno dilapidato”.

Fanno parte del tesoro dilapidato i pezzi del demanio pubblico venduto, i paesaggi devastati dall’incentivo ricorrente all’abuso urbanistico, ma soprattutto le “opere pubbliche” realizzate scavalcando con arroganza tutti quei controlli (urbanistici, paesaggistici, ambientali) che nei paesi civili costituiscono il filtro tra le tecniche settoriali e i duraturi interessi generali. Fa parte del tesoro dilapidato la Laguna di Venezia, che comincia a essere distrutta in alcune sue parti essenziali delle opere collaterali al MoSE.

In questi giorni stanno distruggendo dighe ottocentesche tutelate ope legis e con vincoli specifici, stanno asportando 3,5 milioni di metri cubi di fondale consolidato da seimila anni (il “caranto”), stanno installando distruttivi cantieri su oasi naturalistiche protette (oggi quella di Ca’ Roman, domani quella degli Alberoni), stanno approfondendo i canali che immettono acque marine nella Laguna, stanno avviando la costruzione si una muraglia alta sette metri sulla diga nord della Bocca di Lido, dove si preparano a costruire una nuova isola di 13 ettari (in Laguna da decenni è vietato ogni nuovo interrimento) e a distruggere la celebre Secca del Bacàn. Tutto ciò per un progetto che non sarà mai completato, che se fosse completato non funzionerebbe, di cui per di più nessuno ha valutato i costi di gestione (che non saranno inferiori a quelli della gestione di un aeroporto), né ha deciso a chi accollarli.

Non c’è più tempo da perdere. Non si può aspettare un nuovo Parlamento e un nuovo governo per tentare di fermare i vandali. Occorre che le associazioni, i rappresentanti degli interessi diffusi si mobilitino concretamente. Occorre che i candidati alle prossime elezioni si impegnino ad arrestare già da subito la dilapidazione del tesoro comune.

Occorre che ciascuno di noi elettori esprima la sua preferenza per quelli, tra i candidati e tra le liste, che più chiaramente, esplicitamente e operativamente si schierino a difesa del patrimonio della nazione. Segnando una discontinuità non solo nei confronti della maggioranza berlusconiana, ma anche nei confronti degli atteggiamenti opportunistici e tatticistici – e in definitiva corrivi con il clima culturale del berlusconismo – che si sono manifestati all’interno delle precedenti maggioranze.

Vedi anche ancora Salvare Venezia

Vedi anche La Laguna di Venezia e gli interventi proposti

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