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Eddytoriale 04 (22 febbraio 2003)
11 Gennaio 2005
Eddytoriali 2003
22 febbraio 2003 - La lettera al direttore di Micromega, firmata da molte decine di urbanisti, era la difesa di una corporazione? Nelle intenzioni di chi l’ha materialmente redatta (e, credo, della stragrande maggioranza di chi l’ha firmata) certamente no.

Voleva essere un’addolorata protesta perché i gravissimi problemi dell’ organizzazione della città e del territorio (creazione e luogo privilegiato della vita degli uomini, oggi e qui devastati scenari del loro disagio quotidiano) vengono da alcuni decenni del tutto trascurati da chi governa e da chi aspira a governare. Eppure, benché neppure una parola sollecitasse a sospettare un’intenzione corporativa, il dubbio a qualcuno è venuto. Mi sono domandato perché. Quando il mio interlocutore è in buona fede penso sempre di avergli dato io l’occasione di cadere in errore: per me non è una formula di cortesia dire “non mi sono spiegato”, invece di “non hai capito”. Dov’era allora l’appiglio dell’equivoco? Perché si è potuto pensare che la lettera fosse in difesa degli urbanisti invece di essere in difesa della città e del territorio?

Ho capito perché. L’invito a firmarla era rivolto agli urbanisti e sono gli urbanisti che l’hanno firmata. L’equivoco non sarebbe nato se mi fossi rivolto, per cercarne l’adesione, a chi usa la città e il territorio e patisce gli errori del suo malgoverno: alle cittadine e ai cittadini. Ma è stato davvero un errore il mio? Riflettendoci mi sono convinto di no, e voglio spiegarne le ragioni.

Non ritengo affatto che gli urbanisti – che noi urbanisti – si sia degli eroi o dei santi. Non ritengo che si abbia un senso civile, una sensibilità politica, una capacità di anticipare il futuro più elevata (né più povera) di chi pratica e condivide altri mestieri e altri saperi. Né credo che la nostra “ comunità scientifica”, che la cultura urbanistica italiana sia stata e sia scevra di errori: come altre comunità e altre culture. Solo che il nostro mestiere, e ciò che ci sforziamo di sapere, ci induce a essere esperti della città e del territorio. Non in concorrenza con gli altri che se ne occupano distintamente da noi (i geologi e i politici, gli economisti e i naturalisti, i geografi e i sociologi, i giuristi e gli statistici, gli architetti e gli ingegneri) ma assumendo per conto nostro la missione di tener conto dell’insieme dei fattori che caratterizzano lo spazio della vita della società, e studiandoci di individuarne l’organizzazione più efficiente rispetto agli obiettivi (di funzionalità, di equità, di bellezza, di durevolezza) che la società si pone (e ci pone). L’organizzazione migliore dello spazio, nell’immediato e soprattutto nel tempo, è il nostro mestiere. Che si interseca e scambia utilità con quello dell’ambientalista e quello del politologo, ma non si confonde né si sostituisce ad essi.

Ecco allora una buona ragione per rivolgersi in primo luogo agli urbanisti quando si vuole protestare perché l’organizzazione e il destino della città e del territorio sono ignorati dalla politica. Sono i primi a comprendere che qualcosa non va e qualcos a si comprometterà irrimediabilmente se la politica trascura il territorio: perché è alla politica che spetta, in ultima analisi, quel “governo del territorio” di cui essi e le loro pratiche sono uno strumento. Certo, tra i clercs sono anche i primi a pagare: quando la politica si disinteressa della città e del territorio (della “casa della società”): anche il loro ruolo sociale decade. Né possono rifugiarsi nella solitudine degli studi, come è dato di fare ai portatori di altri saperi, poiché il loro mestiere è finalizzato all’agire.

Quindi, in definitiva, è anche in loro difesa che gli urbanisti hanno firmato la lettera al direttore di Micromega: non però in difesa del potere della loro corporazione, ma dello specialismo che offrono alla società e del quale la società deve avvalersi, pena l’ accumularsi di sofferenze d disagi, di sprechi e di sopraffazioni.

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