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Edoardo Salzano
20100600 Urbanisti ieri e oggi
25 Luglio 2010
Articoli e saggi
Scritto per "AAA Italia" (Associazione nazionale archivi di architettura contemporanea), pubblicato sul Bollettino n. 9, online, giugno 2010

Complesso è il rapporto tra la cultura e la società. Non sempre la prima guida la seconda, interpretandone i segnali nascosti e dando loro espressione compiuta: individuando i problemi e indicando le soluzioni possibili. A volte è la società che conduce la danza e gli intellettuali sono servili: assecondano, accompagnano, adornano. Ciò vale per la cultura, e vale per le culture specialistiche. E non sempre (anche questo la storia ci insegna) il nuovo è migliore del vecchio, società e cultura camminano verso il progresso.

Se confrontiamo l'oggi con il passato più recente dobbiamo riconoscere che viviamo in una fase di regresso. A chi si occupa di territorio la cosa è del tutto evidente: l'abusivismo dilaga irrefrenabile, e ugualmente devastano i paesaggi l'edilizia legale e l'urbanistica ufficiale. Infrastrutture spesso inutili e sempre ridondanti, sprawl e dispersione urbana, capannoni d'ogni forma materia e foggia, tutto ciò invade i campi e i boschi. le coste e le colline, vicino e lontano dalle città. Le uniche leggi riconosciute come invincibili sono il diritto a costruire ovunque e quello a beneficiare dello “sviluppo del territorio”. La pianificazione urbanistica è considerata il residuo di un passato che solo i nostalgici ricordano. Si tenta perfino di far saltare, come opprimenti “lacci e lacciuoli”, le norme a tutela dei rischi causati dalla fragilità del suolo. Nulla e nessuno deve ostacolare la ricerca del massimo tornaconto individuale.

Se questo è il quadro che esprime i nuovi “valori” della società di oggi, è facile comprendere che la cultura , soprattutto quella urbanistica, non gioca più un ruolo di propulsione attiva e verso il progresso della società. Basta confrontare l'oggi con quando accadde mezzo secolo fa. Gli storici stanno riabilitando gli anni 70 del secolo scorso, dipinti dalla politica revisionista come gli “anni di piombo”, anni da dimenticare. Gli storici ricordano oggi le grandi conquiste che in quegli anni furono compiute (gli anni delle riforme, non del riformismo spicciolo dei nostri tempi): la scuola a tempo pieno, gli asili nido e le scuole materne, il diritto di voto ai diciottenni, lo statuto dei diritti dei lavoratori, il diritto all'interruzione di maternità e quello al divorzio, il servizio sanitario nazionale e l'abolizione dei manicomi. E a proposito di territorio l'obbligatorietà della pianificazione urbanistica comunale, la disciplina dell'espansione privata e la definizione di quella a urbanizzazione pubblica, la tutela urbanistica dei centri storici, l'istituzione delle regioni con poteri di pianificazione d'area vasta, l'introduzione degli standard urbanistici, e gli strumenti per una politica della casa all'avanguardia rispetto agli stessi paesi più evoluti d'Europa, con il controllo di tutti i segmenti del patrimonio abitativo (dall'edilizia a totale carico dello stato all'edilizia privata).

In quegli anni non si raggiunse l'obiettivo di un controllo completo della rendita immobiliare urbana, e della devoluzione di una quota consistente del plusvalore determinato dalla città alle opere d'interesse dei cittadini, ma certamente risultati così significativi non furono mai raggiunti né prima né dopo quella stagione. Nel decennio successivo iniziarono il declino del trend e lo smantellamento dei risultati raggiunti. Sono convinto che la cultura urbanistica, se ebbe un ruolo positivo di rilievo nelle riforme ottenute, ne ebbe uno negativo non del tutto secondario nella fase del riflusso e delle smantellamento.

Il riflusso è iniziato agli inizi degli anni 80. Il primo segnale fu una polemica che, sull'Unità, si aprì tra due assessori entrambi del PCI: il milanese Maurizio Mottini (sensibile interprete di ciò che cultura e politica stavano maturando) sosteneva la necessità di liberare la sostituire, nella pianificazione urbanistica, “alla politica del vincolo la politica dell'uso pubblico dell'interesse privato”, mentre il torinese Raffaele Radicioni individuava la crisi della pianificazione urbanistica nel permanere dell'appropriazione privata della rendita immobiliare . Negli ambienti accademici si teorizzava già la prevalenza del “progetto” sul “piano”: dell’intervento localizzato, delimitato, riferito agli interessi (alla proprietà) di un solo operatore o gruppo di operatori, rispetto al “piano”, necessariamente riferito a un sistema complesso e sistemico, quindi anch’esso necessariamente complesso e sistemico. Contemporaneamente iniziavano i condoni dell’abusivismo, strumenti perniciosi che provocavano l’estendersi del già dilagante abusivismo. Anche su questo aspetto, si registravano posizioni giustificazioniste di una parte almeno della cultura urbanistica.

L’indagine “mani pulite” svelò anche al grande pubblico il baratro nel quale la legalità era caduta con l’estendersi dell’“urbanistica contrattata”: la pratica di asservimento degli interessi pubblici (la corretta pianificazione urbanistica) a quelli privati (la valorizzazione immobiliare), contenute in nuce nelle proposte cui ho accennato. Ancor prima di “mani pulite” alcuni episodi avevano rivelato la tendenza in atto, e provocato critiche e denunce da parte della cultura urbanistica del tempo. Mi riferisco alla vicenda della speculazione sulle aree della Fiat e della Fondiaria a Firenze, alla proposta “la città del possibile” a Napoli, alle migliaia di varianti del PRG di Milano, alla proposta di affidare alle imprese la progettazione dello SDO (Sistema direzionale orientale) di Roma. Ero all’epoca presidente nazionale dell’INU (Istituto nazionale di urbanistica), proposi di criticare fortemente la linea che emergeva da questi casi macroscopici; ciò non accadde, al successivo congresso il gruppo di cui facevo parte fu sconfitto. Anche il glorioso istituto, avanguardia della corretta orbanistica in Italia, era passato dall’altra parte.

Gli anni successivi – placata la tormenta di “mani pulite” – sono quelli nei quali, senza forti discontinuità tra maggioranze di destra e di centrosinistra, le pratiche di uso del territorio hanno via via abbandonato ogni regola volta alla tutela dell’intesse comune (nel campo del governo delle trasformazioni urbane come in quello della tutela dei beni paesaggistici e culturali). La parte maggioritaria della cultura urbanistica ha accompagnato questa tendenza inventando con grande fertilità espressioni e tecniche cha hanno aiutato il crescente predominio degli interessi immobiliari. Tipica la “perequazione urbanistica”: una tecnica che persegue la compensazione di tutti gli interessi proprietari mediante la spalmatura dell’edificabilità su tutto il territorio; tipico il riconoscimento di “diritti edificatori” ineliminabili (secondo gli inventori di questa espressione, sconosciuta allo jure) attribuiti dai piani regolatori; tipico l’allargamento dell’istituto della deroga ai piani mediante l’invenzione di “programmi complessi”, dalle denominazioni fantasiose ma sempre promossi dagli interessi immobiliari.

Dei grandi problemi irrisolti (come il virulento consumo di suolo, il dramma della casa per i non proprietari, la privatizzazione degli spazi pubblici e l’abolizione degli standard) la cultura urbanistica istituzionale si accorge oggi – quando è obbligata a farlo – più per formulare proposte tendenti a facilitare la strategia dominante che per contrastarla.

Venezia, aprile 2010

Qui il sito dell'Associazione nazionale archivi architettura contemporanea (AAA-Italia). Il Bollettino n. 9 è scaricabile qui sotto

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