loader
menu
© 2022 Eddyburg
Edoardo Salzano
20091200 Le grandi catastrofi non sgretolano solo le case
28 Gennaio 2010
Articoli e saggi
L’introduzione al libro L’Aquila. Non si uccide così anche una città?, a cura di G. Frisch, CLEAN, 2009: analisi della ricostruzione post terremoto. (m.p.g.)

Le catastrofi, sia naturali che storiche, strappano il velo delle consuetudini quotidiane e rivelano le realtà profonde della società che le subisce. Nel bene e nel male. Anche il terremoto dell’Abruzzo aquilano ha avuto questo effetto. Ha rivelato sprazzi di generosità nelle comunità locali e – a macchia di leopardo – in diversi ambiti della società italiana. Ma ha messo allo scoperto anche pesanti guasti nella cultura diffusa del paese. Soprattutto in due direzioni: il carattere e l’impostazione concettuale e pratica della gestione del dopo-terremoto, operata dal governo e tacitamente accettata dall’opposizione; la diffusa disinformazione operata non solo dalla televisione, ormai ridotta nella grandissima maggioranza al ruolo di amplificatore delle “verità” governative, ma anche della stampa d’informazione – con pochissime eccezioni. É capitato perfino dover leggere sulla Repubblica, giornale non benevolo nei confronti del premier, che i due titoli di merito di Berlusconi sono la soluzione del problema dei rifiuti in Campania e la gestione del dopo-terremoto in Abruzzo.

Quando la disinformazione parte dall’alto della grande stampa ed è avallata dal silenzio dell’opposizione essa si diffonde nell’opinione corrente come l’incendio in un campo di stoppie: le chiacchiere dei Bar Sport sono lì pronte a raccoglierla e propagarla. Lo testimonia anche la reazione subita da un articolo critico nei confronti dell’operato del governo in Abruzzo che avevo pubblicato nel sito web di Tiscali. In due giorni oltre seicento commenti online, la stragrande maggioranza dei quali contestavano la sfacciataggine di criticare quei due benefattori che avevano risolto tutti i problemi dei terremotati, cosa che mai i loro avversari politici sarebbero riusciti a fare.

Particolarmente utili sono i contributi come quello che ho l’onore di presentare. Il Dossier è stato diffuso, in una sua prima edizione con gli strumenti della rete. Già ha svolto un ruolo rilevante, perché è stato – insieme a pochi articoli di giornali non asserviti alle veline del governo – l’unica documentazione di ciò che stava succedendo. Spero che questo libro abbia una circolazione più ampia, convinca molti che ciò che si proclama dai megafoni del potere non è sempre vero. Anzi, spesso è menzognero. Come è apparso dalle prime battute e dalle prime informazioni che sono circolate già ad aprile e a maggio.

Allora, nei primi giorni del dopo-terremoto, a me e a un certo numero di persone abituate a guardare i fatti al di là della propaganda ufficiale, aveva colpito, all’inizio, il modo in cui il premier aveva afferrato l’occasione del terremoto per farsi propaganda. Ha colpito il divario tra la sicumera delle promesse sui tempi e sull’ampiezza della ricostruzione e i tempi e le deficienze quantitative delle realizzazioni. Hanno preoccupato le voci delle infiltrazioni mafiose negli “affari” della ricostruzione, più facili grazie alla logica discrezionale dell’emergenza straordinaria e del ricorso al commissariamento che è stato adottato.

Ma a mio parere la vera tragedia è stata nel modo adottato dal governo (e, ripeto, sostanzialmente accettato, o almeno subito, dall’opposizione) di procedere alla ricostruzione. Mi riferisco a due scelte, tra loro strettamente collegate: la scelta dell’affidamento della responsabilità esclusiva al commissario del premier, e la scelta della ricostruzione “altrove” delle case distrutte.

Con la prima scelta si è colpita la democrazia, e quindi la dimensione stessa della politica. I poteri locali sono stati emarginati fin dal primo giorno, e il loro allontanamento dal luogo delle decisioni ha proseguito e si è rafforzato nel tempo. Invece di allargare l’area della partecipazione popolare (una necessità che l’emergenza rendeva particolarmente stringente) la si è annullata mortificando le istituzioni che la rappresentano.

Con la seconda scelta si è deciso di sostituire, alla ricostruzione della città danneggiata dal sisma, venti lottizzazioni su aree scelte casualmente senza nessuna logica al di fuori dell’immediata disponibilità. Lottizzazioni, per di più senza attrezzature sociali, senza luoghi di aggregazione: “con una cura maniacale dell’interno degli alloggi”, come scrivono gli attori del rapporto, che rivela come per l’ideologia di Berlusconi (e di chi lo fa lavorare in pace) le esigenze dell’uomo si riducono a quelle dell’individuo: la società cui appartiene non esiste e non interessa. Anzi, può essere minacciosa. Che ciascuno sia solo nel suo guscio, naturalmente alimentato da un televisore.

Con le scelte del dopo-terremoto si è colpita direttamente la società. Città e società sono due aspetti d’una medesima realtà: l’una non vive senza l’altra. Una città, svuotata dalla società che l’ha costruita e trasformata nei secoli e negli anni, che l’abita e la vive non è una città più di quanto non lo siano le splendide rovine d’una Leptis Magna disseppellita dalle sabbie o d’una Pompei liberata dai lapilli. E una società i cui membri siano dispersi sul territorio e trasferiti in siti costruiti ex novo (per di più senza la loro partecipazione), privati dei loro luoghi, degli scenari della vita quotidiana e degli eventi comuni, delle loro istituzioni, è ridotta un insieme di individui dispersi.

Questa, del resto, è la direzione di marcia dell’attuale maggioranza, debolmente e inefficacemente contrastata dall’opposizione. L’impiego del ricorso al commissario per qualsiasi opera o azione che si vuol fare calpestando ogni possibile obiezione o dissenso: l’apoteosi della governabilità del monarca contrapposta alla democrazia di tutti. La costruzione di nuove città invece di recuperare, riusare, riqualificare, rendere vivibili per tutti le città che già esistono, che hanno una storia, che sono abitate da una società viva. Non ha promesso Berlusconi una “new town” per ogni capoluogo di provincia?

Che questo modo di governare sia volto all’arricchimento di qualche clan mi interesse francamente meno del fatto che questo modo uccide la città e la società. Rende vera e attuale nel nostro Abruzzo la frase di Naomi Klein: “le grandi catastrofi sgretolano il tessuto sociale non solo le case”.

Su eddyburg il dossier “Non si uccide così anche una città”

Per acquistare il volume

ARTICOLI CORRELATI
© 2022 Eddyburg