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Su questo argomento Eddyburg ha pubblicato tre articoli: due del manifesto del 13 agosto, dove la redazione informa dell’atto e delle reazioni suscitate e Sandro Roggio argomenta culturalmente e tecnicamente la scelta regionale, e uno della Repubblica del 12 agosto, dove Giovanni Valentini, pur nell’ambito di una valutazione che sembra complessivamente positiva (come ci si aspettava, da uno dei pochi giornalisti attenti all’impatto ambientale delle trasformazioni territoriali) adombra alcune critiche. Mentre rinvio agli articoli del manifesto chi voglia più puntuali informazioni sul contenuto del decreto, vorrei soffermarmi su alcune critiche sollevate, esplicitamente o implicitamente, da Valentini.

Una prima critica Valentini la formula al fatto che il provvedimento vincola (temporaneamente, per tre mesi) una fascia indiscriminata di 2.000 metri. Qui Valentini fa propria una eccezione che era stata subito sollevata, nell’isola, dagli amici (per professione operativa o per interesse patrimoniale) del cemento turistico, o dai loro rappresentanti con la fascia tricolore.

“Per un´isola frastagliata come la Sardegna – afferma Valentini - due chilometri possono anche essere troppi o troppo pochi. Dipende, tratto per tratto, dalla configurazione della costa. Sarà opportuno perciò verificare in concreto, comune per comune, le caratteristiche particolari di questo o quel territorio per decidere di conseguenza. Sul piano del metodo, un confronto aperto e democratico con le amministrazioni locali comunque s´impone”.

Giusto. E infatti sia nella relazione del decreto, sia nel disegno di legge presentato contestualmente, ci si impegna a procedere a quella verifica “in concreto, comune per comune”, delle “caratteristiche particolari di questo o di quel territorio per decidere di conseguenza”. Ma si decide di farlo nell’unico modo corretto in una società moderna e democratica: cioè con un piano: con uno strumento che consenta gli approfondimenti necessari, la sintesi tra le diverse esigenze, e una procedura trasparente nell’ambito della quale tutti possano conoscere, esprimere le proprie osservazioni, essere considerati nelle loro proposte.

La questione è proprio questa. Si denuncia e si depreca, giustamente, quando questa o quell’altra iniziativa minaccia di deturpare il paesaggio o di degradare l’ambiente, ma ci si dimentica che gli strumenti attraverso i quali minacce e degradi possono essere durevolmente contrastati non sono articoli di giornali. Sono quegli strumenti complessi che la cultura liberale ha promosso, istituito, e in paesi fortunati praticato; sono i piani urbanistici e territoriali, magari “con specifica considerazione dei valori paesaggistici e ambientali”, secondo le parole di Giuseppe Galasso (un liberale, appunto). Certo, i piani sono una cosa seria, richiedono tempo, intelligenza e determinata volontà politica per essere formati. Se la “tutela intelligente” che essi consentono non c’è, e su quel territorio sussistono tensioni edificatrici e privatizzatici minacciose, occorre un atto di “tutela stupida”, come quel vincolo generalizzato che il decreto Soru provvidenzialmente ha istituito.

Un’altra critica che Valentini raccoglie (e il fatto che la raccolga un giornalista con i suoi crediti la dice lunga sulla forza dell’ideologia dominante) è quella che il vincolo (temporaneo) sulla fascia costiera si tradurrebbe in una valorizzazione delle proprietà immobiliari esistenti. Afferma Valentini: “c´è il rischio di favorire gli interessi forti, quelli di chi già possiede abitazioni, residence, ville o alberghi sulle coste sarde. O peggio ancora, di alimentare involontariamente una bolla speculativa, come quella finanziaria ai tempi d´oro di Internet”.

Se si volesse tradurre in indirizzi pratici questa preoccupazione si dovrebbe allargare a dismisura l’edificabilità delle coste sarde. Con esiti prevedibili per chiunque, e certo distanti rispetto alle attese dei difensori del paesaggio, tra i quali certamente il giornalista di Repubblica merita di essere annoverato. E con buona pace di quegli economisti (anch’essi liberali) i quali, da Davide Ricardo a Luigi Einaudi si sono affannati a dimostrare che la rendita immobiliare non segue le medesime leggi di mercato che governano le merci fungibili.

Una terza osservazione di Valentini merita di essere raccolta, poiché anch’essa esprime un martellante idolum fori.

“Per crescere e prosperare, alla Sardegna serve un modello di sviluppo economico-sociale, moderno, compatibile con la difesa dell´ambiente e con la valorizzazione di tutte le sue risorse, a cominciare proprio da un turismo sostenibile” afferma Valentini. E prosegue ammettendo che “ha ragione il governatore Soru a dire che questo non si può identificare con l´attività edilizia”. Ineccepibile, fin qui. Purtroppo prosegue: “Ma è pur vero che non deve ispirarsi a un paradigma ‘cavernicolo’, fatto esclusivamente di campeggi, tende, roulotte e caravan. La ‘perla del Mediterraneo’ ha bisogno di essere protetta dai nuovi barbari, non di essere blindata e diventare un´isola off limits”.

In queste affermazioni davvero si riflette una concezione del turismo, e più in generale della fruizione del paesaggio, che definire arcaica è poco. Impedire l’edificazione indiscriminata significa soltanto arrestare quello sfruttamento rapace e distruttivo della risorsa stessa che alimenta le correnti di visitatori. Significa porre le premesse per un turismo né devastatore e privatizzante (come quello dominante in tanta parte delle coste sarde) né ispirato al “paradigma cavernicolo”, altrettanto distruttivo. Un turismo, invece, capace di definire un equilibrato rapporto tra la capacità di carico delle risorse e le presenze di visita e soggiorno, di estendere la fruizione a tutte le numerosissime aree ricche di qualità ambientali e paesaggistiche, di programmare l’offerta turistica in modo da evitare che l’unica discriminante alla fruizione sia quella del reddito.

Sviluppare un turismo siffatto non è certamente facile, e richiede intelligenza, impegno, volontà politica duratura, capacità di guardare al futuro. Richiede però che si compia un primo passo. Proprio quello che ha fatto Renato Soru: mettere un fermo a quel turismo cementizio che oggi è il protagonista della devastazione delle coste. Sarebbe bello se la Sardegna diventasse davvero off limits per quel turismo, che fu oggetto – sulle pagine stesse di Repubblica – delle memorabili sacrosante invettive di Antonio Cederna. In anni lontani. Quando alla pianificazione del territorio si credeva; se non in Sardegna, nelle regioni amministrate dalla sinistra (e non esclusivamente in quelle).

Gli articoli del manifesto sul decreto Soru

L'articolo di Repubblica sul decreto Soru

Il termovalorizzatore della Campania

Il governo incrimina lo Statuto della Toscana

Tempi di una destra nuova, molto lontana, abissalmente lontana da quella che, per difendere il mercato e l’imprenditività, scoprì che occorreva un intervento pubblico per regolare ciò che il mercato non poteva regolare: in primo luogo, l’assetto del territorio. Tempi nei quali, rovesciando la tradizione e la prassi dell’urbanistica moderna, si vuole porre alla base delle scelte relative all’organizzazione della città e del territorio non le esigenze dei cittadini, delle famiglie e delle imprese, ma quelle dei proprietari immobiliari.

Lo afferma esplicitamente il progetto della “Casa delle libertà” (do sempre queste denominazione tra virgolette, perché mi sembra una bestemmia ridurre la libertà a quella di non pagare le tasse). La pianificazione del territorio avviene “sentiti i soggetti interessati” (art. 3, c. 2). Il testo precisa che “le funzioni amministrative” (la pianificazione) “sono svolte in maniera semplificata, prioritariamente mediante l’adozione di atti paritetici in luogo di atti autoritativi, e attraverso forme di coordinamento tra i soggetti istituzionali e tra questi e i soggetti interessati ai quali va riconosciuto comunque il diritto alla partecipazione ai procedimenti di formazione degli atti” (c. 3).

Fino ad oggi il piano urbanistico esprimeva la volontà dell’amministrazione elettiva, e solo dopo veniva sottoposta al parere dei privati. Adesso il procedimento è invertito: il piano è redatto sulla base delle espressioni di volontà dei “soggetti interessati”. Siamo in Italia, non in Olanda. Qualcuno può pensare che, quando si parla di “soggetti interessati”, ci si riferisce alla cittadina e al cittadino? Tutti sanno che si tratta della proprietà immobiliare.

Ho già raccontato quanto, per questo fondamentale aspetto, la proposta della Margherita sia vicina alla proposta della destra. Rinvio a un articolo che ho scritto qualche mese fa per Archivio di studi urbani e regionali; mi piacerebbe che lo leggesse l’on. Ermete Realacci, fondatore di Lega Ambiente, cofirmatario della proposta. Forse è per questo che a sinistra tutti stanno zitti su questo scandalo che si prepara? Il prodotto dell’intesa destra-centro, raggiunta con la volenterosa ed esplicita mediazione dell’INU, sarà una di quelle “riforme” (metto questo ternine tra le stesse virgolette che ho adoperato sopra) del berlusconismo che secondo l’on. Rutelli non si toccano se il centro-sinistra vince?

Non sarebbe male se si facesse chiarezza su questo punto. Gli amministratori locali che hanno a cuore un governo del territorio volto alla difesa degli interessi collettivi, i tecnici che lavorano quotidianamente nella trincea dei comuni e delle altre amministrazioni pubbliche cercando di difendere il territorio e i diritti dei cittadini contro le leggi eversive e i comportamenti subalterni alla proprietà immobiliare, hanno anch’essi qualcosa da chiedere. Hanno diritto di sapere se chi, nei propositi, vuole difende lo Stato sociale, intende promuovere i diritti di cittadinanza, ritiene di esprimere gli interessi delle generazione future, rivendica giustizia per i gruppi sociali più deboli, lavora per un paese più moderno ed efficiente, si batte per una partecipazione dei cittadini alle scelte sulla città – ebbene, se gli uomini e i partiti che dicono di riconoscersi in questi “valori” sono consapevoli che l’on Lupi, e i suoi sponsor e alleati, portano tutti nella direzione opposta.

Altri articoli su questo tema:

Un articolo su Archivio di studi urbani e regionali

Un articolo su il manifesto

Eddytoriale 39 del 13 marzo 2004

Eddytoriale 38 del 2 marzo 2004

Eddytoriale 36 del 21 gennaio 2004

In questi giorni il TAR dovrebbe esprimersi sulla legittimità o meno dell’iniziativa del Comune. Ho espresso più volte e in varie sedi la mia posizione. Voglio qui ribadirne e precisarne alcuni aspetti.

La questione della legittimità. Sarà la giustizia amministrativa a dire la parola definitiva (ma si era già pronunciata in precedenza, dichiarando illegittimo il PRG proprio perché prevedeva un auditorium in quel sito). Per conto mio, ho argomentato e fornito materiali a iosa, e non voglio ripetermi. Voglio sottolineare però il mio sconcerto per il fatto che nessuno dei sostenitori del progetto (con l’unica eccezione di Carlo Gasparrini, volenteroso arrampicatore su specchi impervi e scivolosi) ha ritenuto degno di rilievo il rispetto della legge. Tutti hanno ritenuto che, riguardo alla (presunta) eccellenza del progetto, il rispetto della legge dovesse passare in secondo piano.

Mi sembra un atteggiamento di gravità eccezionale, tenendo conto tra l’altro che la legge rispetto alla quale contrasta la localizzazione di un auditorium (e di qualunque altra opera) è una legge regionale, che la regione è favorevole all’intervento, e che il Consiglio regionale può benissimo modificare la legge (non fa forse modifiche ad personam il Parlamento nazionale per questioni molto più ignobili?)

Considerare la legge un intralcio burocratico, che è lecito eludere per una causa dichiarata giusta da chi ha più ascolto nei mass media, mi sembra un segno terribile dell’abisso nel quale siamo caduti: se almeno è vero, come a me sembra vero, che il sistema delle regole e la sua certezza nei confronti di tutti è il portato della convivenza democratica e una delle sue condizioni. So che la lista di quanti credono che una giusta causa può scavalcare la legge è lunga (e si apre autorevolmente con Bush, Sharon e Berlusconi), ma non pensavo che avesse adepti nei settori dello schieramento culturale e politico che mi sono vicini.

La questione del merito. Tralascio le argomentazioni di carattere paesaggistiche: altri si sono espressi più efficacemente di quanto potrei fare, e io stesso ho detto quel che pensavo (ho detto anche che non mi sembrava affatto scandaloso che altri sostenessero tesi diverse e anzi opposte). Non ritorno sulle questioni urbanistiche, e cioè agli effetti sulla funzionalità di un sistema insediativi che la Regione Campania, nei suoi documenti programmatici, ha definito “ad economia turistica satura”; non mi dilungo sull’accessibilità dei luoghi e sulla loro vivibilità, di cui un aumento del carico insediativo aggraverebbe la crisi. Voglio invece replicare a una giustificazione dell’intervento che viene spesso sollevata dai suoi difensori.

Essa è icasticamente espressa nell’immagine, che riporto nella massima dimensione consentita qui sotto, che mi ha inviato Domenico de Masi (che ringrazio). Il senso di quest’immagine è il seguente: questo luogo è tutt’altro che un “paesaggio perfetto”. È stato già pesantemente scempiato da interventi che l’hanno reso orribile. Un intervento di elevata qualità non può che migliorarlo.

L’argomento è tutt’altro che sciocco. Esso potrebbe motivare un’iniziativa legislativa regionale che volesse riparare il vulnus di legittimità. Quindi mi sembra utile discuterlo. Per farlo, dovrò intrecciare argomenti di legittimità e argomenti di merito.

Mi dicono che le costruzioni recenti che appaiono nella fotografia di de Masi sono in grandissima prevalenza abusive o illegittime. Ciò deriva evidentemente dal fatto che la collettività aveva ritenuto che il paesaggio non dovesse essere modificato, e che la sua volontà è stata calpestata. Sostenere il progetto Niemeyer significa quindi consolidare una prassi sbagliata, confermare una devastazione che si riconosce essere tale e darle legittimità; quindi distruggere la speranza che si possa, domani o fra cent’anni, realizzare un progetto diverso.

Quale progetto? Se vengono demolite (non solo negli altri paesi europei, ma anche in Italia) edifici e quartieri legittimi ma ritenuti obsoleti, se nello stesso Mezzogiorno, nella stessa Campania, nella stessa provincia di Salerno coraggiosi amministratori locali demoliscono centinaia di costruzioni abusive (Eboli, Gerardo Rosania), è forse impossibile pensare che le ferite inferte al magico paesaggio della costiera amalfitana, della costa sottesa alle splendide ville di Ravello possano essere risarcite, che esperti e delicati architetti paesaggisti (meglio se più abili a maneggiare pietra viva e arbusti che a gettare calcestruzzo), e magari interi laboratori universitari, possano essere impegnati a disegnare un progetto di paesaggio che recuperi gli antichi terrazzamenti? È impossibile proporsi di definire e presentare all’opinione pubblica un progetto di restauro di quei siti?

Una volta era impensabile escludere dai centri storici le demolizioni e ricostruzioni che li hanno devastati. Ciò fino agli anni in cui scese in campo l’associazione Italia Nostra, e maturò – nella cultura e nella società - una nuova coscienza: finchè si comprese che alle immissioni di edifici contemporanei bisogna sostituire il restauro, il recupero, il risanamento di ciò che la storia ha consolidato.

A Ravello si vuole celebrare, con il progetto Niemeyer, un episodio omologo alla piacentiniana Via della Conciliazione, oppure vogliamo aprire la strada del restauro del paesaggio?

Si può anche non decidere subito. Ma, almeno, non si cancelli la speranza che, domani una società più consapevole dei suoi interessi di lunga durata, possa seguire la seconda via.

L'articolo di Mario Pirani e la mia lettera

La lettera di Giuseppe Palermo

La lettera di A. Croce, M. De Cunzo, G. Donatoni, C. Iannello

Sullo stesso argomento: Eddytoriale 35 del 19 gennaio 2004


Si può affermare che l’ urbanistica moderna nasce proprio per affrontare con la mano pubblica problemi che la mano privata, giustamente dominatrice nel mercato capitalistico, non solo non riusciva a risolvere ma anzi provocava e, dove esistevano, aggravava. Quel mercato il quale in tanto è riuscito storicamente a diventare egemone nell’ambito dell’economia in quanto il sistema di cui è espressione (il sistema capitalistico-borghese) ha ridotto ogni valore a valore di scambio e ogni bene a merce.

Si può quindi anche affermare che l’ urbanistica, nel suo concreto operare, lavora per tutelare, valorizzare e promuovere caratteristiche dei luoghi e della loro organizzazione che il mercato non riconosce proprio perché sono dotati di valore d’uso, mentre possiedono un limitato, o inesistente, valore di scambio.

E’ proprio per questo che l’urbanistica italiana pose al centro dei suoi interessi i centri storici (il cui valore testimoniale e la cui qualità erano beni che il mercato tendeva a travolgere), l’accessibilità alle parti socialmente utili del territorio (resa sempre più critica per il fatto che il mercato privilegiava un modo di trasporto assolutamente incompatibile con le dimensioni assunte dalla città), il diritto all’abitazione (un bene di cui la riduzione a merce impediva ai ceti non privilegiati di godere), il paesaggio e l’ambiente (universi di beni di cui la riduzione a merce provoca la distruzione).

Missione dell’urbanistica (così come l’hanno intesa, predicata e praticata i fondatori dell’INU e i loro discepoli) è stata insomma quella di far sentire al mercato vincoli diversi da quelli che questo autonomamente poteva porsi: il contrario, quindi, della missione proposta dall’INU di oggi. E la concreta operazione dell’urbanistica, la pianificazione del territorio e delle sue parti, solo nei casi deteriori si è ridotta a "valorizzare", ad accrescere il valore di scambio, degli immobili: si è invece impegnata a mettere in valore (a difendere, accrescere, creare) le qualità del territorio che la "valorizzazione", con le conseguenti pratiche di edificazione finalizzata alla speculazione economica, sistematicamente distruggevano.

Non è quindi un caso che l’urbanistica (quella di cui l’INU ha avuto in Italia, in decenni lontani, la rappresentanza egemonica) ha trovato il suo "principe" nelle formazioni politiche e nelle amministrazioni della sinistra: dove per sinistra intendo quella parte dello schieramento politico che ha lucida consapevolezza dei limiti e degli errori del sistema capitalistico-borghese, ha convinzione ed esperienza dell’insufficienza del mercato, e quindi si propone di riformare o correggere, in modo più o meno profondo, quel sistema e quel suo strumento.

Sicché oggi, nell’inversione di tendenza che si è manifestata nell’INU e che la frase da cui sono partito efficacemente esprime, si possono leggere due eventi.

Vi si può leggere un generale prevalere, anche nella politica, di ideologie e sistemi di convenienze che esprimono il primato dei valori dell’economia capitalistica su ogni altro valore. Che esprimono perciò anche l’illusione dell’autosufficienza del mercato, della virtù salvifica di una concorrenza senza freni, del possibile ordine di una società in cui la piena esplicazione delle tensioni dell’individuo non debba incontrare limiti nei diritti altrui e in quelli di tutti. E’ quella ideologia di cui Ronald Reagan, Margaret Tatcher, il primo e soprattutto il secondo Bush sono i più illustri e autentici interpreti, il nostro Berlusconi l’apostolo, il laburista Blair e numerosi membri della "sinistra riformista" i tardivi e perplessi adepti.

E vi si può leggere anche, su un piano più modesto, il prevalere nell’INU (senza apparenti residui) di una tendenza a cercare il mercato professionale là dove esso è più fruttuoso, ponendosi al servizio delle forze che comunque agiscono nella città e nel territorio, quali che esse siano, purché siano interessate, a qualsiasi fine, alle trasformazioni territoriali. Poiché la forza trainante di tali trasformazioni è, in questa società e in questo sistema, la valorizzazione immobiliare, ecco che questa assume il ruolo di attore privilegiato.

Una categoria professionale e un istituto che avevano saputo coniugare tensione morale e critica sociale al sostegno culturale e tecnico alle espressioni del potere democratico, tende a ridursi così a mediatore tra gli interessi contrastanti e facilitatore di inquietanti connubi.

Altri eddytoriali a proposito dell'INU:

Eddytoriale 36 del 21 gennaio 2004

Eddytoriale 38 del 2 marzo 2004

In questa contrapposizione c’è indubbiamente qualcosa che vale. E’ da almeno mezzo secolo, del resto, che i padri dell’urbanistica (“tradizionale”) criticano le norme e le pratiche nelle quali non sono adeguatamente raggiunti la partecipazione popolare, il consenso degli amministrati alle decisioni degli amministratori, il corretto ed efficace raccordo tra le scelte pubbliche di governo del territorio e le azioni degli operatori privati.

Che oggi ci sia un’accentuazione dell’interesse sulla partecipazione e sulle altre forme di raccordo con la società non è quindi cosa che possa preoccupare (sebbene preoccupi un po’ che molti non distinguano tra i diversi interessi dei quali si vuole promuovere la partecipazione) . Sollecita del resto nella direzione di una ricerca della partecipazione diretta alle scelte sul teritorio il fatto che sono screditati, e oggettivamente in crisi, gli strumenti tipici di quel raccordo (gli strumenti della democrazia: i partiti politici e le istituzioni da essi alimentate).

Ciò che preoccupa, invece, è la contrapposizione, un po’ manichea, tra termini che dovrebbero essere saggiamente integrati - nelle menti e nel linguaggio prima ancora che nelle regole e nei comportamenti.

Mi stimolava a riprendere questa riflessione (cui ho accennato nell’eddytoriale 39 del 13 marzo scorso, non a caso accompagnato dalla figura del carabiniere) una frase in un intelligente e condivisibile articolo di Massimo Morisi, a proposito della nuova legge toscana per il governo del territorio. Descrivendo il nuovo sistema di rapporti tra Regione, Provincia e Comune configurato dalla legge toscana Morisi scrive che esso si propone di svolgersi “non su basi autoritarie bensì mediante un intenso e costante lavorìo di confronto e concertazione tra analisi, programmi e strategie in cui ciascuna istituzione reca il contributo della propria capacità di visione e del proprio impegno di aggregazione e rappresentanza”.

Tutto ciò è giustissimo. E’ ragionevole e sensato, da ogni punto di vista, puntare alla massima collaborazione tra enti pubblici di diverso livello e dare il giusto peso a questo pedale della sussidiarietà: l’accordo e l’integrazione. Non dimenticando, però, che c’è anche un altro pedale sul quale occorre poggiare il piede: ed è quello della responsabilità. Ogni livello di governo ha determinate competenze (articolo 3 della nuova proposta legislativa toscana), ciò significa che ha determinate responsabilità. Se sull’argomento sul quale ha competenza (=responsabilità) si raggiunge un accordo soddisfacente (per l’interesse generale che quella competenza esprime), allora nulla questio. Ma se l’accordo non si raggiunge? O la paralisi, oppure occorre che qualcuno si assuma la responsabilità della decisione, ossia agisca d’autorità. D’accordo, Morisi?

Massimo Morisi, Il futuro del governo del territorio

Eddytoriale 39

Ambrogio Lorenzetti, Il Buongoverno: Concordia

Con la legge delega si sono compiuti tre delitti. Contro la democrazia parlamentare, si è affidato a una commissione nominata dal ministro un compito che spetta al Parlamento. Contro la legalità, si è approvato un provvedimento la cui latitudine è studiata apposta per salvare il Presidente del consiglio in carica, il cavalier Silvio Berlusconi, dalle conseguenze giudiziarie di un grace abuso urbanistico ed edilizio compiuto in Sardegna (in quella stessa Sardegna dove un bravo presidente regionale, Renato Soru, si sta adoperando per salvare quel che resta del paesaggio costiero, ed è per questo è oggetto di attacchi personali ingiustificati e subdoli). Contro il paesaggio, e la ricchezza del paese, si è allargata l’oscenità del condono edilizio ad ambiti fino ad oggi protetti per la loro qualità.

Con la riforma della Costituzione si sono poste le premesse per un passaggio pieno a un regime dittatoriale. Così ritagliato su misura del cavaliere è quel provvedimento che il vertice del potere è stato denominato “Silvierato”, anzicchè premierato. Così degradata è la democrazia parlamentare che un giornale moderato come la Stampa ha potuto scrivere che “il Parlamento è stato ridotto a un simulacro”, poiché il suo ruolo si limita a mettere lo spolverino a decisioni prese altrove. E la follia brianzola delle devoluscion ha reso così confuso e sconnesso il sistema dei poteri che c’è già chi ha potuto scorgere, nel pasticcio costituzionale, il lucido disegno della surrettizia preparazione di un centralismo ancora più forte di quello dei tempi di Re Umberto I e di quello dell’egemonia della Democrazia cristiana (e vicino, forse, a quello dei tempi del cavalier Benito Mussolini).

Stanno distruggendo il paese: nel suo patrimonio sostanziale e virtuale, nei suoi valori e nelle sue regole. E non si può mancar di ricordare che questa distruzione è stata preparata negli anni di governo del centrosinistra: quando si è concretamente avviato l’avvento della devoluscion nel tentativo di tagliare l’erba sotto i piedi a Bossi; quando si è teso la mano a Berlusconi con la Bicamerale accantonando kla questione del conflitto d'interessi; quando si è predicato “meno Stato e più mercato”, “privato è bello”, “via lacci e lacciuoli” per non ostacolare la “governabilità”.

Così come non si può non sottolineare che ancora oggi, nell’ambito del centrosinistra, c’è chi predica che “il regime non c’è”, nascondendo che il regime sta affermandosi dappertutto. E che c’è chi preferisce erigere barriere all’interno dell’area antiberlusconiana, per mantenere aperte le comunicazioni con l’area del Cavaliere, ipotizzando futuri scenari di ricomposizioni moderate. E c’è chi antepone le convenienze di gruppi e gruppetti e partiti e partitini destinati a scomparire nel giro di pochi anni (dopo aver migrato da una sigla all’altra all’altra ancora) alla ricerca delle regole minime di una solidarietà democratica, di opposizione e di governo.

Questo è il punto. Occorre rendersi conto che la democrazia, la libertà, la ricchezza del paese, le istituzioni, tutto ciò è minacciato pericolosamente: peggio, è in corso di distruzione. Bisogna trovare la forza di superare le divisioni – che indubbiamente ci sono – e lottare insieme per scongiurare il danno più grave. Come si fece quando comunisti e democristiani, liberali e socialisti seppero costruire una unità contro il nazismo e il fascismo, sconfiggerlo, e scrivere insieme una costituzione democratica, superando le diversità che li dividevano, negli anni bui nei quali già tra di esse si ergeva il muro della guerra fredda.

Sulla testata della pagina vedete una doppia striscia.

La parte superiore contiene alcuni servizi utili (il collegamento alla homepage, qualche informazione che vi spiega chi sono e vi dice come potete raggiungermi, i collegamenti a questa guida al sito, ai link consigliati, una mappa del sito e un motore di ri-cerca nel sito).

La parte inferiore contiene i collegamenti alle sette sezioni in cui il sito è articolato. A differenza che nel vecchio Eddyburg, adesso l’articolazione è per temi, espressi in modo – speriamo – trasparente:

I miei scritti contiene cartelle che raccolgono testi e informazioni sui miei prodotti cartacei

Società e politica raccoglie, in cartelle e sottocartelle, documenti di vario carattere, consistenza e natura che ho raccolto in giro, o che mi sono stati inviati; alcune cartelle sono aggiornate molto spesso

Città e territorio ha un’organizzazione e una finalità analoghe, ma riguarda eventi che concernono – appunto – le città e il territorio, prevalentemente italiani; anche questa sezione ha cartelle ad aggiornamento costante e frequente

Urbanistica e pianificazione contiene materiali di carattere più disciplinare, concernenti dibattiti, proposte, persone, leggi e atti tecnici e amministrativi relativi al tema

Poesia e non poesia contiene cose che mi piacciono per la loro bellezza: poesie, altri scritti, quadri e disegni, architetture e così via

Mangiare, bere e sorridere raccoglie indicazioni che vi saranno utili se quelle tre attività hanno per voi valore.

Nella home page trovate, sotto la doppia striscia della testata, quattro settori, secondo il modello che l’araldica definisce “inquartato”, in ciascuno dei quali trovate l’incipit o l’annuncio di qualcosa che poi prosegue nelle altre parte del sito:

- a sinistra in alto l’inizio dell’ eddytoriale: una nota nella quale due o tre volte al mese commento una situazione o un evento che mi sembrano significativi

- a sinistra in basso l’elenco delle ultime novità del sito, cioè gli ultimi documenti inseriti, in ordine cronologico (il più recente in alto): il titolo, l’autore e qualche riga di presentazione

- a destra in alto l’annuncio degli ultimi messaggi della posta ricevuta, che trovate seguendo il rinvio

- a destra in basso alcune informazioni “libere” mi sembra utile mettere in evidenza, come ad esempio convegni o altre manifestazioni che mi sembrano tanto interessanti da parteciparvi io stesso, oppure appelli che vi invito a firmare

- a destra ancora più in basso, qualche ulteriore informazione tecnica, come il contatore, i crediti e poco altro.

Nelle altre pagine occorre distinguere le aperture di sezione o di cartella e i documenti:

- nelle aperture trovate in primo luogo la presentazione della sezione (o cartella), con un’immagine a sinistra; sotto, l’ elenco delle cartelle o sottocartelle e dei documenti, ciascuno con una breve presentazione del contenuto

- nei documenti trovate il testo, in formato uniforme, con alcune utilità che vi spiego di seguito

- sia nelle une che negli altri trovate a destra un elenco delle cartelle presenti nella sezione, mediante le quali potete spostarvi facilmente (per spostarvi tra una sezione e le altre, e per accedere ai servizi, utilizzate invece i segmenti della testata)

Alcune utilità costanti del nuovo Eddyburg meritano d’essere segnalate, perché esprimono comodità nuove che vi sono fornite:

- in corrispondenza d’ogni documento, o presentazione, o annuncio di cartella o di documento trovate la data d’inserimento, e il percorso (ciascuna delle cui parole è cliccabile); sapete esattamente dove state, e potete facilmente raggiungere ogni altro luogo

- nei documenti firmati cliccando sul nome dell’ autore raggiungete l’elenco degli altri scritti di quell’autore presenti nel sito: in esso sono cliccabili sia il documento che la cartella in cui è contenuto

- a pie’ di pagina trovate sempre il comando versione per la stampa, che vi consente di stampare direttamente in un formato maneggevole e senza tagli arbitrari del testo

Non posso concludere questa illustrazione del sito (e delle novità introdotte con questa edizione) senza ringraziare quanti mi hanno insegnato a costruirlo e aiutato a farlo: Ciro Palermo e Marina Migliorini in primo luogo, senza i quali nessuno dei siti che ho utilizzato sarebbero stati possibili: se ho fatto dei progressi nell’impiego di questi strumenti è per merito loro; Alessandra Poggiani con la quale ho discusso la nuova struttura e che, con grandissima pazienza e numerosissimi tentativi, l’ha concretizzata nel nuovo visum di Eddyburg; last but not least Ivan Blecic, maestro e collaboratore per la costruzione di questo sito, la persona che ha personalizzato l’ottimo, maneggevole, amichevole ed efficace programma eZ Publish con il quale il nuovo Eddyburg è costruito e le sue nuove utilità sono rese possibili: un programma open-source, utilizzabile da chiunque senza licenza. Grazie a tutte e a tutti.

integrale

I meno giovani, e i giovani informati, ricorderanno che molti anni fa furono varate buone politiche riformatrici (“riformatrici”, non “riformiste”) per la casa, i servizi, i trasporti, la città. Ciò si ottenne perché il sindacato dei lavoratori uscì dal recinto delle fabbriche e delle politiche salariali e normative e affrontò gli argomenti della vita delle lavoratrici e dei lavoratori in quanto cittadini. Il momento chiave fu lo sciopero generale nazionale su quegli argomenti (divenuti rivendicazioni) del 19 novembre 1969, alla quale si riferisce l’immagine qui accanto. Forse si sta riaprendo qualcosa di simile.

Lo vedo nella decisione dei tre sindacati dei lavoratori (e negli omologhi sindacati degli inquilini) di lanciare una petizione popolare per un problema divenuto angoscioso per vaste categorie di cittadini e colpevolmente ignorato da governi e partiti: quello della casa: un aspetto decisivo dello Stato sociale che è stato smantellato nel decennio scorso.

Lo vedo, soprattutto, nell’iniziativa di sei Camere del lavoro (le organizzazioni territoriali della CGIL) che propongono all’intero sindacato di assumere le questioni della città, della sua vivibilità dei diritti pratici dei cittadini nell’uso della città e dei suoi servizi, della tutela dell’ambiente, come temi centrali delle lotte sindacali e come terreno di confronto con la società (di cui il sindacato è parte larghissima ma non esclusiva) e con la politica (che dalle pulsioni profonde della parte maggioritaria della società, e dalle stesse esigenze immediate, sembra sempre più distante). I materiali di quell’iniziativa sono stati pubbblicati dalla rivista Carta nel numero speciale dedicato alle “Camere del lavoro”ora in libreria. Ne continueremo a seguire gli svolgimenti.

A Bologna non solo col sindaco di destra Guazzaloca, ma anche col sindaco di sinistra Vitali si era condotta una politica urbanistica sbagliata: compiacente con gli interessi immobiliari più che con quelli dei cittadini. Gli strumenti derogatori erano stati adoperati con larghezza, al verde e ai servizi si era preferito il cemento e l’asfalto. Alla partecipazione dei cittadini si era preferita quella degli interessi forti. Non era molto chiaro dove il nuovo sindaco Cofferati volesse andare. Adesso, finalmente, è stato presentato il programma che la Giunta si impegna ad attuare: la direzione di marcia è promettente.

Le parti dedicate all’urbanistica, alla casa, all’ambiente, alla partecipazione sono state giudicate molto buone. Esse segnano un punto di svolta rispetto al passato: a entrambi i passati. Nel presentare il programma di Cofferati su queste pagine ci si poteva chiedere: Di nuovo Bologna all’avanguardia, come fu negli anni in cui la città veniva presa a modello e ispirava le migliori riforme? Le premesse ci sono, ne seguiremo lo sviluppo.

Ultima ma non minore, la Sardegna. E stato veramente un amministratore controcorrente Renato Soru quando ha posto un vincolo temporaneo d’inedificabilità su una fascia profonda 2.000 metri dell’isola. All’interno di quella fascia per decenni si era saccheggiato, cementificato, privatizzato. Le parti più belle erano state ridotte a squallide recintate esibizioni di sfarzo e cattivo gusto. Il tycoon che ci governa aveva dato l’esempio, a Villa Certosa, di una nuova stagione di abusivismo, di rapacità privatistica, di volgarità pacchiana, d’illegalità arrogante.

Il fermo alla devastazione (premessa temporanea d’una pianificazione attenta, si spera, alle qualità del territorio e alla libertà di fruizione) aveva provocato una levata di scudi di una parte larga degli opinion maker: da testate insospettabili, ai sindaci della costa. A questi ultimi si è rivolto il Presidente della Regione con un discorso bellissimo, che testimonia la lucidità della sua azione, la profondità della sua convinzione, la solidità del suo impegno, la forza della convinzione con cui difende la sua certezza: sviluppo non è vendere la propria terra.

Venti presidenti di regione così (o quattro segretari di partito, o un premier), e l’Italia sarebbe salva: quello che ne resta.

Sull'iniziativa dei sindacati:

una intervista del segretario generale della CGIL

un articolo di Carla Ravaioli: La crescita non è illimitata

Sul programma di Cofferati per Bologna:

Il testo del programma

Un commento di Paola Bonora

Sul provvedimento di Renato Soru:

il discorso ai sindaci della costa

altre informazioni e commenti sulla Sardegna

l'eddytoriale 53 del 27 agosto 2004

Bisogna comprendere che nell’Islam si agitano fantasmi e pulsioni mortifere, che è nell’interesse di tutti gli uomini di buona volontà – di qualunque parte del mondo, di qualunque culture, religione, etnia – sconfiggere per sempre. Ma bisogna comprendere anche (e in primo luogo, poiché è qui, in Occidente, che viviamo) che il terrorismo che è divampato in Iraq è stato concimato dalla folle politica dell’attuale Presidente degli USA, che ha colto l’occasione dell’orrore delle Twin Towers per perseguire un disegno di potere messo a punto anni prima: terribile occasione, e ancor più terribile coglierla in quel modo.

Bisogna comprendere che l’altro terrorismo, quello ceceno, quello della strage degli innocenti della scuola dell’Ossezia, è stato concimato dal genocidio praticato dalla Russia in Cecenia. Bisogna comprendere che gli attentati suicidi negli autobus e nei ristoranti di Israele (un altro terrorismo ancora) sono stati concimati dai decenni di miseria, di violenza, di sopraffazione nei campi di concentramento e negli altri recinti nei quali sono stati rinchiuse generazioni di palestinesi.

E bisogna comprendere che la minoranza planetaria che pretende di comandare il mondo (perché è la civiltà “superiore”) non può reclamare la solidarietà, e neppure la tolleranza, di quella maggioranza del mondo che i secoli del suo trionfo economico e politico hanno abbandonato (se non gettato) nella miseria e nella morte. Ancora oggi, alcune centinaia di bambini trucidati in Europa accendono infiniti riflettori di più di quanti illuminano le decine di migliaia di bambini sterminati in Africa.

Bisogna comprendere tutto questo per vincere il terrorismo dilagante. E bisogna agire di conseguenza. È stato aperto il vaso di Pandora. Non ha senso inseguire uno ad uno i diavoli che ne sono usciti: sono infiniti. Occorre richiudere il vaso. Non ha senso indossare l’elmetto e circondare il campo dove si nascondono i terroristi: è un campo più vasto delle armate che vogliono accerchiarlo. Occorre togliere al terrorismo l’humus dal quale si alimenta.

Non è Bush, non è Putin, non è tantomeno Berlusconi a lavorare in questa direzione: anzi, continuano a gettare benzina attorno ai fuochi. La direzione l’ha indicata e praticata un altro uomo di destra, Chirac. Senza cedere al ricatto (e mantenendo attiva la legge che i terroristi chiedevano di abrogare) ha aperto immediatamente il dialogo con il mondo all’interno del quale, come pesci nel mare, navigano e si alimentano i gruppi terroristici. Non so ancora, mentre scrivo queste righe, se l’iniziativa della Francia avrà successo. Ma i giornali già ci dicono che gli ostacoli e i bastoni fra le ruote non vengono dal mondo arabo o dall’Islam: vengono dalle forze d’occupazione.

Sul ruolo e sulla politica di queste forze, e dei loro dirigenti remoti, occorrerebbe lavorare. Magari a partire dall’assassinio di Enzo Baldoni, a proposito del quale troppi interrogativi sono rimasti aperti. Come mai le bugie del governo italiano e della Croce rossa? Come mai indossava la maglietta della sua guida? Come mai il filmato era falsificato? Come mai, a differenza a dei colleghi francesi, vi appariva tranquillo e disteso, ironico, come se fosse tra suoi amici e non tra i terroristi? Come mai il secondo filmato si è ridotto a un’unica fotografia? Come mai non si è trovato il suo corpo, e quello della guida non è stato analizzato? Insomma, lo hanno assassinato i terroristi o altri?

Gli eventi di questi mesi gettano luci inquietanti sul mondo dell’Islam, ma anche su quello che solidalmente gli si oppone, elmetto in testa.

Non si tratta di una rivendicazione di competenze. Il nuovo Statuto si limita a dire, nell’articolo dedicato alle finalità generali, che “la Regione persegue, tra le finalità prioritarie”, nientedimeno che “la tutela dell’ambiente e del patrimonio naturale, la conservazione della biodiversità, la promozione della cultura del rispetto per gli animali”, nonché “la tutela e valorizzazione del patrimonio storico, artistico e paesaggistico”. Nulla dice lo Statuto su chi legifera in materia di patrimonio culturale. Nulla sottrae alle competenze stabilite dalla Costituzione e dalle leggi ordinarie. Si limita a tradurre nello Statuto della Regione Toscana (e mi meraviglierebbe se le altre regioni non l’avessero fatto o non lo facessero) il dettato dell’articolo 9 della Costituzione: “la Repubblica […] tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

La Repubblica, dice la Costituzione. Quell’ente, cioè, che secondo la Costituzione oggi vigente “è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. In altri termini, quali che siano le competenze legislative in materia, è evidentemente (e costituzionalmente) dovere di tutti i livelli di governo, di tutte le istanze della Repubblica, assumere come finalità della propria azione (dei propri compiti di amministrazione, di gestione, di pianificazione, di regolamentazione, di promozione, di vigilanza, di repressione) quello della tutela del patrimonio culturale.

Non fu del resto la stessa Corte costituzionale, alla quale oggi il governaccio Berlusconi si rivolge, a stabilire che l’azione di tutela non può esercitarsi solo a livello nazionale, ma deve interessare tutti i livelli di governo? Nella sentenza 151/1986, ad esempio, la Corte sostenne che con la legge 431/1985 si era ribadito il concetto di “una tutela del paesaggio improntata a integralità e globalità, vale a dire implicante una riconsiderazione assidua dell'intero territorio nazionale alla luce e in attuazione del valore estetico-culturale” una “riconsiderazione assidua” che postulava che le azioni di protezione del patrimonio culturale, avviate dal livello nazionale, venissero poi proseguite ai livelli regionale, provinciale, comunale.

Il tentativo del governo di invalidare le affermazioni di principio dello Statuto toscano è inaccettabile sul piano dei principi, come argomenta con efficacia Luigi Scano nella nota scritta per Eddyburg. Ma è pericolosissimo sul piano pratico. Esso può infatti indurre a comportamenti lassisti gli attori del sistema delle autonomie. “È Roma che si occupa della tutela, quindi possiamo (anzi, dobbiamo) non occuparcene noi”. Errore gravissimo sarebbe quello di adottare un comportamento siffatto. Poiché si tratta di una materia che - per la sua stessa natura, per la straordinaria ricchezza del patrimonio nazionale, per il suo essere distribuito e diffuso in ogni luogo e città e paese e contrada e valle e riva - fortemente richiede che la ricognizione e tutela dei suoi elementi siano svolti con “assiduità” da tutte le componenti dell’altrettanto ricco tessuto dei poteri e delle responsabilità pubbliche.

Preoccupa perciò, oltre alla improvvida iniziativa del governo, il silenzio che su questo punto hanno manifestato le Regioni. Da quelle che ritengono che la tutela del patrimonio culturale, storico, paesaggistico non sia solo argomento di retorici gargarismi ci si aspetterebbe una tempestiva adozione, nei loro statuti, di formule analoghe a quella adottata dal Consiglio regionale della Toscana: sarebbe il miglior modo di protestare contro un centralismo lesivo degli interessi nazionali.

Sull'impugnativa del Governo si veda la nota di Luigi Scano

Sul tappeto ci sono molti articolati. Quelli dell’on. Lupi, della “Casa delle libertà” e dell’on Mantini, della Margherita: su di essi mi sono già soffermato, sottolineandone le analogie e le differenze. E quello dell’on. Sandri, dei DS, che riprende positivamente i lineamenti culturali della legge regionale dell’Emilia Romagna. Poi c’è una bozza di testo unificato proposto alla Commissione parlamentare dall’on Lupi, che è una riproposizione peggiorata della proposta Lupi, con inserito qualche brandello della Mantini.

A me sembra che, in questa fase della nostra vita politica, non abbia senso lavorare nella logica del miglioramento del testo della maggioranza. Troppo lontane sono le posizioni espresse da questa con quelle che dovrebbero essere proprie di una forza di governo riformatore (e magari perfino “riformista”) europeo. Forse è il caso di fare lo sforzo per enucleare una chiara posizione alternativa: solo una visione miope potrebbe condurre a soluzioni diverse. Nessun “depeggioramento” è possibile al cospetto di una cultura per la quale gli interessi particolari devono prevalere su quelli generali (ai quali è concesso di essere la somma dei primi), il privato sul pubblico, l’immediato sulla prospettiva (e il forte sul debole, il ricco sul povero, il bianco sul colorato, il padano sull’italiano).

Su quali punti dovrebbe articolarsi una proposta politica e culturale alternativa, che sia moderna, democratica ed europea? Ho provato più volte a proporli. Li presento di nuovo, molto sinteticamente.

Tre principi fondamentali: la prevalenza dell’interesse pubblico, il principio di pianificazione (le decisioni sul territorio vengono espresse con atti precisamente riferiti al territorio, comprendenti l’insieme delle scelte che competono all’ente decisore, formati con procedure trasparenti), il principio di competenza (la formazione degli atti di pianificazione compete solo agli enti elettivi di primo grado: Stato, Regione, Provincia e Città metropolitana, Comune.

Generalizzazione della prassi della concertazione istituzionale, ossia procedure analoghe alle conferenze di pianificazione instaurate da alcune regioni, a condizione che ne siano definite con chiarezza le modalità. In particolare, che sia stabilito che gli accordi di programma, e in generale gli strumenti che prevedono il concorso nelle decisioni di soggetti diversi dagli organi degli enti elettivi di primo grado, non possono derogare rispetto alle scelte stabilite dal sistema ordinario della pianificazione.

Un principio che riguarda i diritti dei cittadini: la questione dei requisiti minimi essenziali di vivibilità che devono essere garantiti a tutti i cittadini: i cosiddetti “standard urbanistici”. Quindi, determinazione di alcuni “limiti non derogabili” che devono essere garantiti a ciascun cittadino della Repubblica, quale che sia la regione in cui abbia il suo domicilio. Vogliamo ricordare anche il diritto ad abitare?

Alcuni principi relativi al rapporto tra interessi privati e interessi pubblici: ciò che andrebbe stabilito, ribadendo con chiarezza posizioni giuridiche spesso ribadite dalla giurisprudenza:

- i “diritti edificatori” si costituiscono solo in presenza di atto abilitativo (concessione edilizia o approvazione di progetto che sia) e ove i lavori siano iniziati;

- i vincoli ricognitivi non sono indennizzabili, come stabilito da una costante giurisprudenza costituzionale;

- i vincoli funzionali, quelli cioè che derivano dalla scelta di riservare determinate aree alla realizzazione di servizi o impianti di pubblico interesse e pubblica fruizione, possono essere compensati nel rispetto delle prescrizioni urbanistiche vigenti;

- la perequazione può essere praticata solo nell'ambito di ciascun comparto d’intervento operativo.

Infine, è giunto il tempo di dichiarare che il paesaggio rurale, come quello naturale, sono beni che non devono essere sottratti al godimento delle generazioni presenti e di quelle future, e quindi i terreni esterni a quelli definiti come urbani o urbanizzabili devono essere preservati da qualsiasi edificabilità. E sarebbe opportuno disporre per i centri storici una tutela più immediata, generalizzata e legata a programmi d’intervento finanziati.

Su questi o analoghi punti occorrerebbe discutere, col massimo di chiarezza. Non per emendare il “testo unificato”, ma in vista di un futuro governo democratico ed europeo. Un governo che non sembra dietro l’angolo, e nel quale ci sarà molto molto da lavorare: cominciando con lo sbaraccare il terreno dalle nefandezze costruite dal governo Berlusconi. Come ricorda la signora di Altan, effigiata in cima a questa pagina, e come i leader dei diversi velocipedi non ci hanno ancora promesso.

Mi piacerebbe che chi governa, e chi si propone di farlo, partisse dalla valutazione degli interessi materiali e morali delle cittadine e dei cittadini. Non solo di quelli di oggi, ma anche di quelli di domani, e che su questa convinzione basasse le sue scelte a proposito dei patrimoni della cultura, del paesaggio e del territorio. Non solo di quelli che hanno voce in capitolo, ma “dell’uomo che va in tram”, per usare il titolo di un bel libro di Carlo Melograni: della donna e dell’uomo che lavora, che vive col suo salario, che non usa l’automobile per andare al lavoro, non usa la scuola privata per i suoi figli, non si cura a Lugano ma alla ASL locale.

Mi piacerebbe che perciò dimostrasse consapevolezza del fatto che, in una società complessa come la nostra, molte esigenze vitali possono essere soddisfatte solo con un forte rilancio dei valori, e degli strumenti, della collettività in quanto tale, e quindi anche del pubblico: penso alla scuola, alla salute, alla mobilità, all’abitare. E penso a una cultura ridotta a distorcente spettacolo e a veicolo di consumi inutili e sempre più spesso dannosi (lo dimostrano le nuove malattie sociali, come l’obesità), a causa anche di una colpevole assenza di impegno, dei partiti non accucciati nella difesa degli interessi dominanti, sul terreno cruciale delle comunicazioni di massa. (Un’assenza, occorre precisare, che non è cominciata con il governo D’Alema).

Mi piacerebbe che riconoscesse che la scomparsa delle grandi ideologie (e quindi dei grandi progetti di società, dei grandi ideali, delle grandi speranze) ha delegittimato i partiti, e che quindi, se questi non vogliono ridursi a camarille preoccupate solo di conservare il propria fetta di potere, la ricerca e la promozione della partecipazione popolare è una scelta obbligata, non un optional: è l’unica strada attraverso la quale si può tentare (con molta fatica, con molto impegno, con molta intelligenza) di ritrovare una sintonia durevole tra eletti ed elettori, tra rappresentanti e rappresentati, e quindi le ragioni di una nuova politica.

Per tutte queste ragioni (e anche perché sono un urbanista) mi piacerebbe che il tema di fondo, attorno al quale tutti gli altri si annodano e trovano riscontro, fosse quello del governo della città e del territorio. Non nell’astrazione delle tecniche che di loro si occupano, ma nella loro concretezza, nella fisicità, nella funzionalità e nella disposizione dei loro elementi: le case (disponibili o no per chi ha un reddito di lavoro) e le strade (libere per i pedoni, le carrozzine, le biciclette e i tram, oppure intasate di automobili), le campagne (destinate alla ricreazione, alla salute, alla produzione di derrate sane, oppure all’edificazione attuale o futura) e i fiumi (utilizzati dalle acque che scorrono sopra e sotto il suolo e alimentano le nostre essenziali risorse, o dalle costruzioni in golena e dai rifiuti in alveo), i servizi scolastici, sanitari, commerciali, sportivi (facilmente accessibili, collegati da una rete di percorsi piacevoli e sicuri, oppure casualmente sparpagliati sui lotti residui e marginali) e i servizi di trasporto collettivo (comodi, frequenti, intelligentemente connessi nelle loro modalità e disegnati in relazione alla domanda di mobilità, oppure casualmente collocati segmento per segmento e distrattamente gestiti).

È la politica urbanistica insomma, nelle sue tre funzioni strategica, regolativa e operativa, che dovrebbe essere insomma al centro delle discussioni e decisioni politiche, nelle città e nelle province. E domani, molto presto, anche nelle regioni e nella Repubblica. È su questi temi che le opzioni delle diverse parti dovrebbero essere chiare, la scelta tra i diversi interessi esplicita, il consenso popolare (del popolo, non dei soliti interessi forti) attivamente ricercato. Non mi pare – almeno dalla lettura dei giornali e dagli sporadici riscontri personali – che di questi temi si parli molto, nel paese oscillante tra un berlusconismo con Berlusconi e un berlusconismo senza.

Peccato che alcune cose non siano vere. Peccato che la regola che vige in quell’area (e in tutta la penisola amalfitana) sia quella del piano urbanistico territoriale approvato con legge regionale e mai abrogata. Peccato che la giustizia amministrativa lo abbia già accertato, con l’ordinanza n. 1350 del 5 luglio 2000 del Tribunale amministrativo regionale, e che perciò non sia vero che quel progetto “; rispetta scrupolosamente le norme urbanistiche”.

Intendiamoci. Col progetto di Niemeyer si può essere d’accordo o no. A me, personalmente, l’oggetto non piace. Soprattutto non piace lì: non ritengo che quell’area richieda altri interventi se non quelli della “pulizia” dei piccoli interventi abusivi, di un’attenta e continua manutenzione, della intelligente valorizzazione degli splendidi spazi e volumi che già la rendono ricca di incomparabile valore. E mi sembra pericoloso aggiungere un ulteriore elemento di forte richiamo (in quel contesto 400 posti non sono pochi) in un ambiente le cui infrastrutture sono già congestionate e, per poter “smaltire il traffico”, sono già state oggetto di interventi orripilanti. A me, insomma, un nuovo oggetto lì mi sembra inutile e dannoso. Comprendo però che si possano avere pareri, e gusti, diversi. Che si possa amare così forsennatamente Oscar Niemeyer da considerare un suo oggetto lì così importante da meritare qualche rischio in più di allargare le strade d’accesso. Che si possa apprezzare così poco il paesaggio delle ville Rufolo ed Episcopi da volerlo migliorare con qualche nuovo inserimento. De gustibus non est disputandum (traduco per i moderni: “non si discute sui gusti”).

Ciò che non comprendo è come mai personaggi così seri, autorevoli, intelligenti, sicuramente democratici quali sono indubbiamente tutti i firmatari (che vanno da Oliviero Beha a Massimo Cacciari, da Vittorino Andreoli a Corrado Augias, da Attilio Belli a Fausto Bertinotti, da Laura Balbo a Franco Barbagallo, da Mario Manieri Elia a Paolo Sylos Labini, da Vittorio Sermonti ad Alberto Wite, da Ermete Realacci a Giorgio Ruffolo, da Remo Bodei a Cesare de Seta, da Antonio Girelli a Benedetto Gravagnuolo, da Miriam Mafai a Giovanni Valentini, da Cesare Stevan a Roman Vlad, e tanti altri) siano così indifferenti della questione della legalità.

Perchè di questo si tratta, prima di ogni altra cosa. Esiste una regola, definita con legge, valida nei confronti di tutti. Questa legge stabilisce che cosa, nella penisola amalfitana, si può fare e non si può fare. È abbastanza rigorosa: è stata fatta nel clima della legge Galasso, della protezione dei paesaggi naturali e storici. Ed è impressionante, scorrendo sulla stampa locale le dichiarazione dei difensori dell’auditorium, scoprire come la legge venga vista come un impaccio burocratico, una fastidiosa remora, qualcosa comunque che è del tutto impari rispetto alla nobiltà di un progetto firmato dall’Architetto Oscar Niemayer. Come la legge venga considerata qualcosa che si può “correggere”, o magari semplicemente “interpretare”, purché l’Opera Bella prevalga.

Amici, maestri, sono spaventato. Perché la logica è quella stessa di Berlusconi.

Quali siano questi strumenti (o almeno, alcuni di essi) lo si è già raccontato su queste pagine. In particolare, nella cartella dedicata a Milano. In quella città, la città di Mani pulite, sono in atto due processi convergenti: l’uno sul piano teorico, l’altro su quello dei fatti. Da una parte, nell’incapacità di aggiornare le regole della pianificazione tradizionale in modo da superarne i limiti e di renderle adeguate alle esigenze dell’operatività, nell’accademia se ne teorizza le morte, nella politica le si cancella e nella pratica le si sostituisce con l’egemonia dell’iniziativa privata. Dall’altra parte, calpestando allegramente quanto di legge comune pur sopravvive, si riempiono di calcestruzzo e asfalto, acciaio e vetro, tutti gli spazi resisi disponibili, con l’unica preoccupazione di fare soldi.

“Speculazione immobiliare”: è un’espressione certamente arcaica: ne parlano gli storici fin dai tempi della Roma di Nerone. È abusata, ed è troppo sintetica per rappresentare la ricchezza delle pulsioni e degli errori, delle illusioni e degli interessi che hanno suscitato quei due processi (fatalmente convergenti, e anzi intrecciati). La storia della riutilizzazione dell’area dell’ex Fiera è un esempio efficace di come gli interessi economici parassitari (la speculazione immobiliare non produce ricchezza, ma la distrugge), la compiacenza dei pubblici poteri, lo sguardo benevolo della cultura, progredendo con sicurezza sui binari delle new theories e delle old practices, distrugga la città: il più alto prodotto, quindi, della civiltà europea. Illustra quindi in modo adeguato la sinteticità di quel termine, ne aggiorna il significato.

La storia è molto semplice; l’ha raccontata Sergio Brenna anche in questo sito. L’Ente Fiera di Milano ha spostato la sua attività in un’altra area, ottenendo dal Comune, nella vecchia area, una utilizzazione idonea ad assicurargli un ampio tornaconto economico. L’Ente fiera (un istituto di diritto privatistico) ha bandito un concorso per la “valorizzazione” dell’area, indipendentemente da qualsiasi ragionamento (e naturalmente da qualsiasi decisione pubblica) sia sull’assetto urbanistico sia sulle funzioni, definendo per di più quantità di volumi ancora superiori a quelle concesse dal Comune. Un’operazione nella quale il motore e, al tempo stesso, l’arbitro è stato costituito dall’interesse economico aziendale. La ricerca non è stata diretta a valutare che cosa serve alla città e ai cittadini, quali esigenze di spazio vi siano per gli usi collettivi e il verde, quali necessità di decongestionamento e di accessibilità, ma semplicemente, in che modo può essere ottenuto il maggior tornaconto in termini di “immagine” e in termini di valuta. Il risultato,eccolo qui. Novecentomila metri cubi di residenze e uffici, stipati nei tre stravaganti oggetti illustrati qui accanto, con un disegno urbano che – lungi dall’integrarsi con i quartieri circostanti, come studi in corso da decenni proponevano – si oppone alla città e la nega. E con un carico urbanistico che, se volesse essere soddisfatto in base alle norme vigenti nella Regione Lombardia, richiederebbe paradossalmente la cessione dell’intera area (anziché del 50% contrattato).

L’apparire dei risultati figurativi della decisione ha naturalmente suscitato scalpore. Alcuni intellettuali, rivelandosi singolarmente retro, hanno celebrato nel gigantismo faraonico e fuori scala e nella bizzarria delle forme le magnifiche sorti e progressive della “Rinascimento di Milano”. Renato Mannheimer ha addirittura affermato che “la nuova iniziativa edilizia accentua considerevolmente il processo di rinascita di Milano”, che “le ricerche motivazionali hanno mostrato come essa stimoli nei cittadini la voglia di fare, di sfidare in qualche modo la natura attraverso la tecnologia” e che “essa simboleggi proprio il 'puntare in alto', tipico dei milanesi nei periodi migliori”. Osservatori diversamente intelligenti hanno invece rilevato come “il ‘fàmolo strano’ sembra infatti essere l'unica regola certa di una professione che ha rinunciato alla pretesa etica di governare la trasformazione riducendo il governo del territorio a un problema di audience di massa”, e ha ricordato “l'acre battuta di Noel Coward in Law and Order: Non so dove stia puntando Londra, ma più si alzano i grattacieli, più si abbassa la morale” (Fulvio Irace).

Forme d’accatto, bizzarrie d’importazione, che (a differenza delle parole scritte sui libri o dei quadri immessi nei musei) si pavoneggiano agli occhi di tutti, contribuiscono al degrado della città, propagandano la sua dissoluzione da ordinata e armoniosa casa della società ad accumulo disordinato di oggetti la cui smisurata arroganza celebra unicamente la presunzione dei suoi autori e dei suoi giudici.

Un ampio servizio dell’Espresso, oltre a illustrare la questione, elenca altri quindici progetti che potrebbero avere caratteristiche analoghe. Forse non adotteranno le medesime forme e la medesima indifferenza al contesto figurativo. Ma è certo che la cornice nella quale si collocano lo spingerà verso il medesimo risultato urbanistico e sociale. Essa è infatti determinata da quel documento “Ricostruire la Grande Milano”, che è stato illustrato e criticato anche in questo sito, adottato dalla Giunta milanese, apprezzato in più sedi accademiche e utilizzato ampiamente per il progetto di legge urbanistica della Casa delle Libertà. Dio salvi Milano, e soprattutto i milanesi.

9 gennaio 2004– Un incidente tecnico ha mandato in fumo il nuovo EddyburgRiprendo, con l’anno nuovo, l’aggiornamento del vecchio. E mi domando che cosa vorrei vedere accadere nel 2004 (oltre alla nascita del nuovo Eddyburg) per dare torto al pessimismo di Altan. Tante cose.

Cominciamo da casa nostra.

Mi piacerebbe vedere tutte le variegate formazioni dell’area di centro-sinistra riuscire a individuare i valori fondamentali della convivenza civile e battersi coerentemente per farle sopravvivere e trionfare. Il rispetto della legalità, la tutela dei deboli e dei posteri, il primato del comune rispetto all’individuale, la parità dei diritti e dei doveri nel campo dell’informazione dovrebbero essere in cima all’elenco. La sconfitta di Berlusconi e la difficile ricostruzione di tutto ciò che ha distrutto ne dovrebbero essere la conseguenza.

Mi piacerebbe veder fare un passo indietro a quelli che preferiscono i partiti alla politica, la tattica alla strategia, il potere agli obiettivi, le formule ai contenuti. Mi rendo conto che questo comporterebbe molte autocritiche, e un rinnovamento profondo del ceto politico, ma in assenza di ciò l’anno resterà bisestile.

Mi piacerebbe veder crescere, almeno a sinistra, la consapevolezza del fatto che episodi come la crisi della Fiat e il saccheggio Parmalat, fenomeni come l’invasione dei cervelli infantili (leggete l’articolo di Roberto Cotroneo), eventi come l’accresciuto numero di incidenti e catastrofi nel vasto campo dei servizi pubblici, non sono una fatalità, ma l’emergere delle insufficienze di un Mercato per troppi anni idolatrato a destra e a sinistra, e delle perversioni di un sistema economico reso di nuovo senza freni.

Allarghiamo lo sguardo.

Mi piacerebbe che nei popoli dell’Europa e dell’America maturasse la convinzione che, se in alcune dimensioni dello spirito e della convivenza civile la cultura nata sulle sponde del Mediterraneo (quella definita greco-giudaico-cristiana) ha prodotto valori e istituzioni superiori a quelli elaborati da altre civiltà, in altre dimensioni essa ha ancora molto da imparare ascoltando quanto è nato sotto altri soli. E che comunque nessuna civiltà ha il diritto (e neppure il potere) di imporre ad altri i propri modelli, per quanto superiori essi possano essere.

Mi piacerebbe che i reggitori di tutti i popoli – a Nord e a Sud, a Est e a Ovest – comprendessero che il destino dell’umanità che abita il Pianeta Terra è unico, e che la sopravvivenza della specie impone regole che devono prevalere su qualunque altro interesse. Che queste regole non possono essere sostituite da politiche, più o meno generose, di aiuti, ma impongono la costruzione di una economia radicalmente diversa (sul versante della produzione come su quello del consumo) da quella attuale.

Mi piacerebbe che, una volta avviato lo svuotamento dell’oceano di ingiustizie e di violenze che costituisce il brodo di cultura del terrorismo (e restituite in primo luogo dignità, potestà e diritto al popolo palestinese nell’ambito di confini ragionevoli e certi), scomparisse, magari con più veloce gradualità, la tragedia degli atti terroristici, nei quali la rabbia dei “dannati della terra”, intrecciandosi con la perfidia dei criminalie l’insania dei folli, colpisce i giusti e gli innocenti.

Ricordiamone alcuni elementi. Una critica dello Stato sociale della Prima Repubblica privo della proposta di un nuovo Stato sociale: di un nuovo sistema capace di garantire, più e meglio di quello vigente, i diritti comuni in materia di salute, assistenza, sicurezza sociale, istruzione. Un cedimento ai principi della nuova destra dell’Occidente fino a mutuarne gli slogan più infecondi (più mercato e meno Stato, privato è bello ecc.). La rincorsa al secessionismo di Bossi e alle demagogie localistiche, dimenticando che “federalismo” significa unificazione e non divisione, e che in paese “normale” non si fa un secondo passo (il “federalismo”) senza aver discusso il bilancio del primo (il regionalismo).

Le forze politiche della sinistra hanno certo delle scusanti. Non è facile misurarsi con i problemi di una fase indubbiamente nuova dell’assetto del mondo senza avere alle proprie spalle un’analisi compiuta ed efficace come quella che, nel precedente assetto, era stata fornita dal marxismo. Un’analisi, non una descrizione: una lettura scientifica della struttura della società e dell’economia, delle tendenze profonde e dei possibili futuri, un’individuazione delle forze in gioco e – all’interno di queste – di quella o di quelle cui può essere affidato il progresso dell’umanità. Si può comprendere quindi l’oscillazione della sinistra, le sue stesse divisioni, l’alternarsi di fughe in avanti proposte, e di passi indietro praticati. Si può comprendere, ma non giustificare, poiché nell’arsenale delle pratiche e dei principi della “democrazia borghese” e di un buongoverno coerente con il sistema capitalistico esistevano, come esistono, strumenti e valori capaci di assicurare (almeno entro i limiti di quella democrazia e di quel sistema) una decente soddisfazione delle esigenze dell’umanità e del suo sviluppo civile: quindi, di tenere aperte le strade di un più ricco futuro nel quale trovassero soluzione anche i problemi di fondo del mondo contemporaneo.

Il primo valore e strumento è il primato della legge comune: dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alle regole stabilite. Ha giovato a ribadire e a praticare questo primato la tolleranza verso il conflitto d’interessi, e il fastidio a volte manifestato verso la magistratura (quasi espressione di una difesa corporativa della politica)? Non credo proprio. Non si può anzi escludere che un simile atteggiamento, oltre a giovare direttamente al peggior satrapo che l’Italia abbia conosciuto, abbia contribuito al distacco della politica dal popolo.

Il secondo valore e strumento è la cura del patrimonio comune della nazione. Non c’è bisogno di essere ambientalisti, non c’è bisogno di avere consapevolezza del valore di quella quota della ricchezza del mondo che è depositata nei nostri territori e nelle nostre città, per comprendere che una visione anche aziendalistica (la “azienda Italia”) imporrebbe di avere una cura di quel patrimonio ben diversa da quella attuale. Non solo di quella praticata dai demolitori riuniti nell’accampamento berlusconiano, ma anche di quella dimostrata dalle formazioni politiche della sinistra: tutte mi sembra, nessuna esclusa.

Una prova di questa carenza della sinistra, dell’infezione che dalla destra berlusconiana si è propagata altrove? L’assoluta assenza, nella campagna elettorale appena conclusa dei temi relativi al governo del territorio, alle politiche urbane, alla pianificazione territoriale e urbanistica. Un’assenza antica, che ha fatto dimenticare il passato dei partiti della sinistra negli anni 60 e 70: quando la modernizzazione del paese e il buon governo passavano dall’impegno per la riforma delle strutture (ivi compresa quella urbanistica) e da quello nell’amministrazione urbanistica delle città dove la sinistra era al governo. Un’assenza che, fino a quando permarrà, peserà sul futuro. Lo testimonia un episodio che ha condiviso la cronaca con i risultati elettorali: la questione dello smaltimento dei rifiuti in Campania.

Il personale politico italiano non ha ancora compreso che la pianificazione del territorio, dentro e fuori le città, è uno strumento essenziale se si vuole risolvere a priori i potenziali conflitti nell’uso del suolo, se si vuole trovare una sintesi tra le diverse esigenze (quelle della tutela e quella della trasformazione, quella delle funzioni private e quelle dei servizi collettivi, quelle che inquinano e quelle che risanano). Probabilmente perché, al tempo stesso, non ha compreso che i problemi di oggi vanno risolti con una visione di prospettiva, di lungo periodo, strategica. La tattica di affrontare i problemi accantonandoli, di evitare i conflitti dando ragione all’ultimo che protesta, consente forse di vincere una campagna elettorale, non di rendere l’Italia un “paese normale”, all’altezza delle sue risorse e della sua storia.

Si veda anche la Lettera a Micromega, firmata da alcune decine di urbanisti molti mesi fa (e ancora senza risposta).

L’avevo chiarito aderendo all’iniziativa “un voto in prestito per una sinistra nuova e unita in una coalizione ampia e vincente”. Questo è oggi l’obiettivo: una sinistra che riesca a superare le sue divisioni e, pur conservando la ricchezza costituita dalla molteplicità delle sue anime, sappia trovare le ragioni della sua unità. E che poi, su questa base, possa diventare uno dei momenti determinanti di una coalizione di governo – quale quella che il sistema maggioritario richiede e che è necessaria per battere non solo Berlusconi, ma anche la destra in Italia.

È sulla base di un risultato positivo, largamente positivo, che bisogna ora cominciare a lavorare. Lo ha detto con chiarezza il coordinatore della segreteria dei DS, Vannino Chiti, nel suo primo commento ai risultati elettorali: «Il centrosinistra aumenta i consensi rispetto al 1996, quando vinse le elezioni politiche. Ora inizia il lavoro per elaborare un programma che permetta di costruire un'alleanza in grado di vincere e di arrivare al governo del Paese». Credo che si debba subito raccogliere l’invito di Chiti: noi elettori aspetteremo e valuteremo a questo primo traguardo le formazioni del centro e della sinistra.

Io credo che al primo punto debba esserci (che non possa non esserci) altro obiettivo che il ripristino della legalità. È su questo punto che Berlusconi ha inferto le peggiori ferite alla convivenza e alla democrazia, al sentimento comune e ai diritti di tutti. Mi piacerebbe che al primo punto di un programma comune ci fosse questo impegno: e l’elenco preciso delle piante velenose da sradicare e di quelle virtuose da piantare al loro posto. Mi rendo conto che è una questione delicata. La linea perversa di Berlusconi e dei suoi accoliti è cominciata negli anni di Craxi, e il suo prodromo si chiama Tangentopoli: quel male non è stato sradicato, e solo dal suo sradicamento passa la possibilità di costruire una reale alternativa di governo.

Da questo primo punto molti altri ne nascono. Ripristinare la legalità comporta anche ripristinare i diritti: quegli degli uomini di oggi, della loro salute, del lavoro, della formazione. Ma anche quelli degli uomini di domani: quindi, l’obiettivo dell’impiego virtuoso delle risorse e dell’esercizio, a questo proposito, della virtù della parsimonia.. Sarebbe bello, e anche utile, riprendere alcune intuizioni lasciate cadere frettolosamente: da quella dell’austerità a quella della “riconversione ecologica dell’economia. È su questo terreno (oltre che su quello della pace e dell’affermazione di un’idea non imperialistica del rapporto tra le culture diverse) che si gioca il futuro del mondo: come, con quali profonde innovazioni nelle scienze dell’uomo e in quelle delle cose, è possibile operare perché i limiti del nostro pianeta non diventino fonti di sperequazioni, di drammi e infine di catastrofi, ma suggeriscano nuove strade allo sviluppo dell’uomo e del suo bisogno?

Molti, anche fuori dai nostri confini, vedrebbero come un segnale importante che dall’Italia, dal paese che ha avuto la più alta percentuale di votanti alle elezioni europee, la discussione sul governo da costruire dopo Berlusconi si aprisse con un respiro universale. E credo che anche le nuove generazioni si entusiasmerebbero più a questi temi che a quelli che la cronaca politica squaderna ai loro occhi.

A me, come urbanista, mi farebbe piacere, e mi sembrerebbe giusto, anche per un altro motivo. Affrontare la questione di un impiego ragionevole e durevole delle risorse porterebbe in primo piano il tema del governo del territorio e delle sue trasformazioni, della tutela delle ricchezze in esso depositate dalla natura e dalla storia, della pianificazione come strumento indispensabile per portare a sintesi le differenti esigenze che si manifestano nell’uso del suolo. È un tema che da troppo tempo è scomparso dall’attenzione delle forze politiche (e degli stessi mass media), con grave danno per il futuro del paese e per le esigenze attuali delle cittadine e dei cittadini.

Eddytoriale 47, 7 giugno 2004

Un voto in prestito

Non voglio ricordare ancora, se non per rapidi accenni, i guai che il cavalier B., e la sua congrega, stanno producendo: un’intera cartella di Eddyburg è dedicata a questo - ed è piena di lacune. Il primo guaio è il conflitto tra il diritto personale (del singolo) e il diritto comune (di tutti). Quanto siamo lontani oggi dal modo in cui, due millenni e mezzo fa, lo declinò Sofocle. E quanto lontana la figura dei piccoli approfittatori di oggi dal dramma di Antigone, dalla legge morale che la opponeva alla legge della polis. Se è l’attuale quadro politico nazionale a costituire l’emblema del 2004, allora occorre dire che due millenni e mezzo sono passati in discesa, dalle stelle alle stalle.

Come sappiamo bene i guai sono anche altrove: nel territorio e nell’ambiente, nelle finanze pubbliche e nell’economia, nei rapporti di lavoro (anche gli industriali se ne accorgono) e in quelli internazionali (le gag orchestrate con il giovane Bush non nascondono nulla), nello stato sociale e nei diritti di cittadinanza, e nella libertà d’informazione, che ogni altra cosa condiziona . Perciò occorre che il primo segno che verrà dalle urne sia una inequivocabile, sonora sconfitta della “Casa delle libertà”, in tutte le sue componenti e soprattutto in quella trainante.

Ma poi occorre costruire il futuro. Non si può aspettare le elezioni del 2006 per modificare il quadro politico italiano. Occorre cominciare subito a lavorare, e le elezioni di sabato e domenica prossimo sono un momento e uno strumento da non perdere a questo fine. Occorre cominciare a pensare al governo che verrà dopo.

Io credo che non possa essere un governo nel quale abbiano un peso determinante quanti hanno oggettivamente favorito la vittoria di Berlusconi: non solo per sciagurato errore di calcolo, ma per sostanziale affinità di cultura (parlo di cultura in senso antropologico, beninteso, perché dell’altra il Cavaliere ne rivela poca). Non possono essere i più forti quelli per i quali gli slogan “privato è bello”, “più mercato meno Stato”, “via i lacci e i laccioli”, sono tesi da condividere. Il prossimo non può essere un governo nel quale abbiano un peso schiacciante le forze moderate - pure essenziali per costruire uno stato di diritto e uno stato moderno, quindi attento a utilizzare con saggezza le risorse materiali e morali della nazione. Non può essere un governo nel quale la sinistra sia ridotta ai margini, tollerata, usata come l’esercito coloniale usava gli ascari. Altrimenti, la sconfitta di Berlusconi (ove si riuscisse a ottenerla) sarebbe solo una confitta tattica: lo ritroveremmo al potere dopo cinque anni.

A me sembra che se la sconfitta di Berlusconi vedesse, sul fronte dei vincitori, il Triciclo in posizione dominante, ciò renderebbe molto più difficile ottenere, domani, una coalizione nella quale le ragioni della sinistra ottenessero il giusto rilievo. E per ragioni della sinistra intendo quelle che, molto spesso, sono state inventate dalla borghesia ma poi da questa lasciate cadere nel fango.

Mi riferisco al ruolo essenziale dello Stato - in tutte le sua articolazioni istituzionali - in una società moderna di uomini liberi. Mi riferisco al primato del comune sull’individuale (“il tutto è più importante delle sue parti”), al rifiuto della “guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali”, alla solidarietà – nelle società e tra le società – come valore basilare, alla responsabilità verso le generazioni future, al rispetto delle leggi severe dell’economia ma alla loro finalizzazione alle leggi della società.

Battere Berlusconi dunque, e privilegiare, all’interno dell’opposizione, le componenti della sinistra (quelle esterne al "Triciclo", per intenderci). Ma queste, non sono forse esse stesse farcite di errori, di debolezze, di egoismi? Certamente. Ma di questo parleremo subito dopo il 14 giugno, dove si porrà la questione della costituzione di una "per una sinistra nuova e unita in una coalizione ampia e vincente".

Per le argomentazioni che costituiscono le premesse di questo testo vedi l'eddytoriale 44.

Qui trovate l'appello Spero che chi ha aderito a qiuell'appello raccolga il mio invito, anche quelli che aderiscono alle componenti di sinistra delle formazioni del "Triciclo".

Gli storici attribuiscono un ruolo centrale alla battaglia di Stalingrado. Tra la fine del 1942 e l’autunno del 1943 l’Inghilterra, che aveva resistito a stento alle ondate di bombardieri tedeschi, era l’unica nazione libera: il resto dell’Europa, dal Don all’Atlantico e dai Dardanelli al Baltico era in mano ad Hitler. La battaglia di El Alamein aveva dimostrato la superiorità dell’armata anglo-americana, ma gli alleati non avevano ancora attraversato il Mediterraneo. L’unico fronte di terra era quello orientale. Lì, i tedeschi avevano gettato il 70% dei loro effettivi: circa 3 milioni di uomini dotati di 10.000 carri armati e 3.000 aerei. La scommessa di Hitler era di impadronirsi dei campi petroliferi del Caucaso e delle altre ingenti risorse minerarie e agricole del continente sovietico. Spezzare la resistenza dell’URSS gli avrebbe consentito di spostare il grosso delle truppe verso l’occidente, sconfiggere Gran Bretagna e USA. Nonostante le invocazioni di Stalin, il “secondo fronte” in occidente tardava a realizzarsi.

A Stalingrado bisognava resistere, ad ogni costo. E Ivan resistette. Rafforzata dai consistenti aiuti di materiali e mezzi (soprattutto i camion) forniti dagli USA grazia alla legge “affitti e prestiti” (promulgata dagli Stati uniti per aiutare lo sforzo bellico inglese, che consentiva agli alleati il diritto di acquistare materiali bellici e materie prime con pagamento alla fine della guerra), l’Armata Rossa ebbe il tempo di riorganizzarsi e di scatenare un’intelligente controffensiva, che rimase un classico nelle strategie militari. L’armata di Von Paulus si arrese al generale Zuchov. Cominciò, nel febbraio 1943, la sconfitta della Germania nazista. Le tappe successive furono, nel luglio del medesimo anno lo sbarco in Sicilia, nel giugno 1944 lo sbarco in Normandia e la liberazione di Roma, nell'agosto l'insurrezione di Parigi e l'ingresso di Charles De Gaulle nella capitale francese, nell’aprile 1945 l’insurrezione nell’Italia del Nord e la liberazione delle grandi città, e nello stesso mese lo storico incontro tra l’esercito USA e l’Armata Rossa sull’Elba.

È giusto, insomma, ringraziare gli USA (ripeto: quelli di Roosevelt, non quelli di Bush) del contributo che hanno dato alla liberazione dell’Europa dalla tragedia del nazifascismo: con le risorse materiali, con la partecipazione alla campagna d'Italia, con lo sbarco sulle spiagge della Normandia. Ma non è giusto dimenticare che quella liberazione è stata possibile grazie all’unità delle forze e degli Stati antifascisti, è simboleggiata dall’accordo tra Churchill, Roosvelt e Stalin (qui accanto a Yalta, nel1945), ed è iniziata con il sacrificio di Ivan tra le macerie di Stalingrado. Grazie anche a te, Ivan.

Non c’è da meravigliarsi se la maggioranza procede così. La linea culturale della maggioranza è espressa dalla vignetta di Giannelli: costruisca chi può, tanto c’è il prossimo condono. Per rafforzare il concetto che la tutela del paesaggio non è preoccupazione del governo del territorio un altro emendamento precisa che, se le attività del governo del territorio sono “volte a perseguire la tutela e la valorizzazione del territorio, la disciplina degli usi e delle trasformazioni dello stesso e la mobilità”, ciò va visto “in relazione a obiettivi di sviluppo del territorio”.

Sviluppo del territorio. Non siamo nati ieri e non siamo nati fuori del mondo. Sappiamo bene che quando oggi, sotto il dominio del peggiore sistema capitalistico-borghese che si sia potuto immaginare, si parla negli USA di “developement” o in Francia di “développement” o in Italia di “sviluppo”, non si allude al concetto di miglioramento delle condizioni di vita degli uomini, di parsimoniosa fruizione delle risorse, di accrescimento dei valori d’uso presenti nel territorio, ma semplicemente di edilizia e infrastrutture: sviluppo di cemento, ferro, asfalto.

Questo sviluppo è dunque, chiaramente ed esplicitamente, il fine, l’obiettivo, la missione cui il governo del territorio è votato. Anche l’esclusione della tutela del paesaggio e dei beni culturali è funzionale a questa missione. Contraddicendo una linea di pensiero che, fin dai tempi di Bottai, aveva tentato di integrare con la pianificazione i diversi aspetti e interessi sul territorio in una visione pubblica unitaria, contraddicendo quindi gli indirizzi culturali e legislativi che dalle leggi del 1939 e del 1942 avevano condotto alla “legge Galasso” e alle successive leggi regionali, paesaggio e trasformazioni territoriali sono divisi: affidati a leggi diverse, a uomini diversi, a strumenti diversi. Non c’è dubbio a chi spetterà la parola (la prima e l’ultima) in caso di contrasti: non certo a chi rappresenta i musei e i bei panorami del passato, ma a chi investe, occupa, trasforma, agli “energumeni del cemento armato”, pubblico e privato.

Un tassello rivelatore è stato aggiunto così a un disegno già di per sé perverso, Un disegno il cui centro (lo ripeto una volta ancora) sta nel porre gli interessi degli sviluppatori privati all’origine e al centro delle decisioni sul territorio, scardinando la pianificazione come strumento dell’affermazione del primato dell’interesse pubblico. È chiaro che questo disegno è del tutto coerente con l’ideologia degli uomini del Cavaliere: ne ha ricordato i tratti essenziali pochi giorni fa Ritanna Armeni. Ma perché l’opposizione non fa sentire la sua voce di dissenso, non denuncia lo scandalo di questa impostazione, i danni che provocherà nella vita delle donne e degli uomini di questa e delle future generazioni? Forse perché è stato il centro sinistra, con la modifica del titolo V della Costituzione, ad aprire la strada. Forse perché la proposta di legge della Margherita non è poi tanto distante da quella di Forza Italia. Forse perché i cattivi consigli dell’INU hanno confuso le idee ai legislatori e agli altri opinion maker della sinistra. Forse perché il territorio, i suoi valori, il suo destino sono questioni irrilevanti rispetto allo “sviluppo”.

Forse per tutte queste ragioni insieme. Ma allora non lamentiamoci se Berlusconi regnerà per più tempo di Mussolini. Se la verità è a destra, se anche la sinistra usa le sue parole, perché votare a sinistra?

Qui l'ultimo eddytoriale dedicato alla legge Lupi-

Qui la vignetta di Giannelli, e molte altre

Renato Soru, si sa, ha fatto un’operazione coraggiosa e controcorrente: ha imposto l’inedificabilità, da subito e per un periodo di tempo limitato, delle residue coste libere della Sardegna, in attesa che una corretta pianificazione possa stabilire dove e come devono essere trasformate e dove è meglio che restino come sono. Oltre che alle manifestazioni di opposizione esplicita (che naturalmente erano scontate) si è diffusa una sottile campagna di denigrazione. Essa ha serpeggiato in gran parte della stampa, locale e nazionale. Non solo tra i giornali che esplicitamente si oppongono alla tutela ritenendo – per convinta posizione ideologica - la bellezza del paesaggio un bene sacrificabile agli affari. Ma anche di quelli che usano difendere ambiente e paesaggio, promuovendo spesso campagne condivisibili e denunce argomentate delle malefatte dei “energumeni del cemento armato”, come li definiva Antonio Cederna.

La calunnia, come lo Spirito santo, soffia dove vuole: “sotto voce sibilando va scorrendo, va ronzando”. Nel caso specifico, ha ronzato dove ci sono collusioni, grandi e piccole, con gli affari che le bellezze delle coste sarde hanno generato. Poiché Soru non è un metalmeccanico, il bersaglio della “auretta assai graziosa” è subito trovato: lui è uno che non vuole far fare affari sulle coste perché lui gli affari li ha già fatti. Per di più abusivi, quindi non può permettersi di criticare la villa abusiva di Berlusconi. Ecco trovato il tallone d’Achille di Renato Soru: ha una villa abusiva sulla costa.

Il venticello della calunnia è penetrante: “nelle orecchie della gente s'introduce destramente”. Perciò è arrivato anche nelle mie. Ho voluto vederci chiaro. Amici sardi mi hanno documentato. Ho avuto la documentazione (infamante, nelle intenzioni) che l’ex presidente forzaitaliota della Sardegna, l’onorevole Pili, ha esibito nel parlamento regionale per denunciare, col clamore richiesto dai fatti, lo scandaloso comportamento del presidente Renato Soru.

Le accuse di Pili (quello – ricordate? – che copiò integralmente il suo discorso di Presidente della Sardegna da quello del Presidente della Lombardia, Formigoni) sono contenute in un dossier pubblicato in internet, all'indiriizzo indicato in calce. E’ intitolato “Pubbliche virtù e vizi privati”. Si apre con una sintesi della denuncia: Soru è il vizioso proprietario di “una villa sulla riva del mare demolita e ricostruite contro tutte le norme di Legge, una pineta di migliaia di alberi rasa al suolo impunemente e sostituita con ceppi di vite, manipolazioni ingannevoli delle norme, e soprattutto il grande rischio speculativo sulle coste della Sardegna”.

Il virtuoso fustigatore dei privati vizi di Renato Soru molto avveduto non è. Pubblica infatti le immagini e i documenti che dimostrano non solo l’innocenza, ma anche l’avvedutezza, il buon gusto, il rispetto del paesaggio, la cura dei beni comuni dell’attuale Presidente della Sardegna. Come infatti limpidamente emerge dalla documentazione, e dalle immagini, Soru ha compiuto una soffice “ristrutturazione edilizia”, pienamente consentita dalle norme, trasformando una brutta villotta similtirolese in una sommessa costruzione mediterranea, senza aggiungere un metrocubo di volume nè un metroquadrato di superficie. Per di più, ha sradicato alcune decine di eucaliptus, piante notoriamente allogene, piantando al loro posto vigne e mandorli tipici della vegetazione locale.

Siamo agli antipodi dell’iniziativa del capo dell’on. Pili, Silvio Berlusconi e della sua orribile reggia della Certosa. Particolare non trascurabile: barriere insormontabili e vigilantes pubblici e privati scoraggiano chiunque (perfino i magistrati) ad avvicinarsi al maniero del cavalier B.; persone che conosco sono sbarcati l’estate scorsa sulla spiaggetta dove sorge la villa di Soru, ne hanno tranquillamente attraversato lo scoperto, salutando (cortesemente ricambiati) il signor Soru che leggeva il giornale su una sdraia.

Questa differenza, del resto, l’hanno rilevata anche altri. Sul The Independent di ieri (6 dicembre) si legge, a proposito di Berlusconi: “ His Neronian tastes in property were well known even before he began tinkering with his Sardinian villa. Mr Soru could not be more different”.

L'articolo di The Independent

Il dossier (autolesionista) dell'on Pili

Altri articoli su Soru e la Sardegna

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La calunnia è un venticello, parole e musica

Ci hanno allontanato dall’Europa che avevamo contribuito a far nascere. E soprattutto, in pochi anni hanno distrutto ciò che era stato costruito in un paio di secoli. Bisogna fermarli. Al più presto. Questa volta non ci si può far arrestare, sulla soglia del seggio, dalla disaffezione per i politici d’oggi.

Qualche argomento in più va speso sulla terza affermazione. Non voterò per la lista “Uniti per l’ulivo” per tre ordini di ragioni.

Perché è un raggruppamento nel quale prevale la componente moderata del centro-sinistra: è una formazione sostanzialmente di centro, e io preferisco una formazione sostanzialmente di sinistra.

Perché è troppo spiccata la presenza in quella aggregazione di quanti hanno preparato il terreno a Berlusconi e ai suoi: lo hanno oggettivamente assecondato con atti (la bicamerale, lo spoil system e il federalismo, per citarne alcuni) e con parole d’ordine (privato è bello, più mercato e meno stato, basta lacci e lacciuoli, per citare le prime che mi vengono in mente) che esprimevano l’abbandono del rigore a vantaggio della demagogia, e un forte deficit di intelligenza politica.

Infine, perché è stato sconcertante il comportamento dei leader di quel raggruppamento in tutta la vicenda della guerra in Iraq (ma come, solo adesso vi accorgete che i soldati italiani lì sono agli ordini dei peggiori guerrafondai?)

Mi trovo francamente in grande difficoltà a scegliere, tra le altre liste antiberlusconiane, quale preferire. A tutte rivolgo un rimprovero: non sono state capaci di rinunciare alle ragioni delle loro modeste individualità, diciamo pure ai loro egoismi personali o di apparaticchi, per cercar di costruire la “seconda gamba del centro-sinistra”: una componente politica di sinistra ed ecologista (come, secondo le intenzioni di Achille Occhetto, avrebbe dovuto caratterizzarsi il partito che raccoglieva l’eredità del PCI), capace di costituire un solido alleato dei centristi di Prodi, Amato e Fassino.

Renderà meno impegnativa la mia scelta il ragionamento espresso in un appello, lanciato da Franco Ottaviano e sostenuto da moltissime persone che stimo, che riporto qui di seguito. Il titolo dell’appello è Un voto " in prestito”per una sinistra nuova e unita in una coalizione ampia e vincente.

Mi sembra che esso esprima con chiarezza, a un tempo, la situazione del tutto insoddisfacente nella quale ci troviamo, l’esigenza primaria di battere la destra devastatrice, ma insieme la volontà di dare al nostro voto per le europee un’indicazione positiva per il futuro dell'Italia.

Non vogliamo solo battere Berlusconi, vogliamo anche che il nostro voto serva a scuotere la sinistra, a farle ritrovare un linguaggio comune, a contribuire alla formazione di uno schieramento che oggi ancora non c’è: uno schieramento di forze diverse, ma capaci di unirsi in un comune sistema di valori e in un comune e convincente programma di governo.

Ognuno di noi, insomma, scelga nell’ambito delle formazioni di centro-sinistra quella che gli sembra abbia fatto meno errori, che sia più decisa a cogliere le aspettative di legalità e di giustizia, di rispetto per i cittadini di oggi e per quelli di domani, e che insieme gli appaia più propensa a impegnarsi, all’indomani delle elezioni, alla formazione di un fronte vasto (più vasto di quello di Berlusconi) e solidale su un numero limitato di cose da fare ( in primis, ricostruire ciò che B. ha distrutto).

Se l’insieme dei voti che saranno raccolti dalle liste opposte alla destra saranno molto di più di quelli berlusconiani, e se al loro interno avranno più peso quelli orientati alla ricostruzione di un’Italia diversa, allora la fine della notte sarà più vicina.

Il testo dell'appello Un voto in prestito

L'immagine illustra la grande manifestazione indetta dalla CGIL a Roma il 23 marzo 2002. E' tratta da questo sito: http://www.pmt.cgil.it/manifesta/inizio.htm

Due effetti del provvedimento sono evidenti: Berlusconi può dire di aver mantenuto le sue promesse; il degrado dello Stato (della pubblica amministrazione) avrà un vigoroso impulso. Sul primo punto si potrebbe obbiettare: ma vuoi che l’elettorato non si accorga subito che quel provvedimento ruba ai poveri per dare ai ricchi? E i ricchi non sono una minoranza del corpo elettorale? Mi piacerebbe che fosse così, ma non ne sono sicuro. Per due ragioni che proverò ad esporre.

La prima. Berlusconi ha il monopolio dell’informazione. Lo ha denunciato un uomo non sospetto di sinistrismo: Giuseppe Tesauro, il capo dell’Antitrust. Avere il potere di controllare le due aziende che detengono la maggioranza schiacciante dell’informazione radiotelevisiva significa avere lo stesso potere del Grande fratello (quello di Orwell, non quello della TV). Oltre alla denuncia di Tesauro leggetevi anche lo scritto di Luciano Canfora sulla democrazia, e domandatevi se è anchora questo il regime che ci governa. Io temo che una parte consistente degli italiani si farà convincere che il premier sta lavorando nella direzione giusta,e che ha dato sia ai poveri che ai ricchi (perchè questi investano e diano occupazione).

La seconda. Per battere Berlusconi e la sua accolita alle prossime elezioni ci vuole un’antagonista, che abbia una forza paragonabile a quella dell’avversario. Non mi sembra che il centrosinistra abbia saputo affermare con una forza, continuità e capacità di convinzione confrontabile con quelle spese da Berlusconi per propagandare il suo “meno tasse” quello che ha scritto Fabrizio Galimberti sul giornale della Confindustria: che le tasse bisogna pagarle, che le tasse servono a finanziare i servizi e le opere necessari per la vita e il benesssere dei cittadini e la funzionalità delle imprese, che perciò l’obiettivo è quello di far funzionare meglio lo Stato.

Quello che è certo è che, per far pagare a una platea dai confini ancora incerti un po’ meno di tasse il governo ha ulteriormente aggravato llo stato della pubbblica amministrazione. Sempre più spesso le regioni, le province, i comuni si trocveranno di fronte al dilemma: aumentare le imposte o ridurre i servizi. Sempre più spesso l’ideologia berlusconiana (alla quale nessun’altra si oppone) indurrà a ridurre i servizi, quando l’obiettivo dovrebbe essere quello di aumentarli e migliorarli. Colpiti saranno soprattutto i meno difesi: i giovani, le donne, gli emigrati, gli anziani.

E i posteri, per i quali il Belpaese (distrutto sia con i ripetuti condoni, con lo stravolgimento delle leggi sull’ambiente e il paesaggio, con la demolizione della pubblica amministrazione) sarà una favola raccontata da qualche nonno o nonna che potrà raccontare com’era l’Italia quando Antonio Cederna faceva le sue battaglie, quando Giacomo Mancini salvava l’Appia Antica, quando la prima Giunta Bassolino faceva rinascere Napoli, quando il Parlamento dopo i crolli di Agrigento discuteva su una nuova legge urbanistica, quando i partiti di sinistra portavano l’Emilia Romagna e il suo territorio al livello dei paesi più avanzati d’Europa.

P.S. - Questa nota non intende demonizzare Berlusconi, ma ricordare quello che è. L'immagine è tratta dall'Allegoria del cattivo governo, di Ambrogio Lorenzetti, nel Palazzo comunale di Siena. Qui sotto l'immagine intera.


Al nostro B. non è (ancora) consentito praticare siffatti strumenti per affermare il suo dominio. Deve limitarsi a pratiche più sommesse. È riuscito a completare il suo impossessamento delle reti televisive, ottenendo l’approvazione della legge Gasparri-Mediaset e costringendo, attraverso i suoi uomini in Rai, a costringere la presente alle dimissioni. Attraverso la Moratti prosegue l’appiattimento della cultura (esemplare il tentativo di cancellare Darwin). Intanto, l’Italia è scivolata negli ultimi posti nella graduatoria dei paesi per la ricerca, che è il settore che indica il futuro. Sembra addirittura che la P2 sia un’eredità da difendere, se è vero che una pubblicazione ufficiale dileggia l’eroina della Resistenza e della democrazia che ha presieduto la commissione d’indagine su quell’oscuro episodio della nostra storia recente. Su questi argomenti ho inserito articoli di Staiano, Bongi, Colombo, Ricci, Scalfaro, Galimberti, e le vignette di Altan e Giannelli. Un appello di alcuni famosi personaggi della Resistenza francese, molto bello, annoda ai temi (e alle proposte) di quegli anni le battaglie di oggi per i diritti sociali, la formazione e la cultura di massa, la comunicazione; l’ho tradotto prt voi.

Per le questioni della città e del territorio lo spazio maggiore lo occupano le reazioni all’articolo di Mario Pirani in appassionata difesa dell’auditorium di Ravello. Molti hanno avuto la possibilità di rendere noti gli argomenti della loro contrarietà all’intervento inviandoli a Eddyburg che, a differenza di Repubblica, li ha pubblicati (ma a me lo spazio costa meno): troverete così le valutazioni di Giulio Pane, Giuseppe Palermo, Lodo Meneghetti, Desidera Pasolini dall’Onda; e naturalmente, la debole replica di Pirani.

Articoli di Luigi Mazza e di Vezio De Lucia commentano la legge urbanistica Lupi-Mantini. Una nota di Flavia Schiavo aggiorna sulla situazione urbanistica di Palermo, un documento di Mare vivo e WWF su quella dell’Argentario, srticoli di Vitucci sulle grandi opere a Venezia.

Antonio Di Gennaro stimola (a partire dalla vicenda del PTCP di Napoli) a una riflessione sulle idee della sinistra. Nella stessa direzione sollecita una nota in calce a una lettera di Lodo Meneghetti. C’è poco da stare allegri, anche in vista delle prossime elezioni europee. A tutt’oggi ho solo tre certezze:voterò, voterò contro Berlusconi, non voterò per la Lista Prodi. Per il resto vedremo. Questa volta possiamo approfittare del fatto che il sistema proporzionale rende possibile scegliere con tranquillità. Ma certo che, se anche alle politiche nazionali avremo da un lato un raggruppamento moderato (com’è quello del Triciclo: stringeranno la mano a Bush a Roma, il 4 giugno?) e dall’altro la dispersione delle proposte e la confusione delle lingue, ci sarà poco da stare allegri.

Ho deciso di spedirvi più frequentemente la newsletter. Questa volta la inserisco anche come eddytoriale.

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