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Roberta Carlini ha scritto che la finanziaria non spiega a sufficienza se l'obiettivo finale sia il risanamento o lo sviluppo, nè quale scelta vi sia tra welfare e mercato. Forse questo non era il compito di un provvedimento finanziario. Ma è certo compito della politica spiegare quale sviluppo si intenda perseguire superata l'esigenza impellente del risanamento finanziario,e quale rapporto si intenda costruire tra welfare e mercato. E una politica economica che non spiega se stessa non sollecita a schierarsi chi dovrebbe difenderne gli strumenti: su questi si mobilitano gli interessi colpiti (anche se in modo del tutto marginale, e là dove i margini per tagliare sarebbero ampi), mente restano inerti i cittadini interessati a sostenerla poichè non comprendono per quali prospettive debbano farlo.

Il fatto è che i cittadini non sanno quali siano, nel concreto, i costi della società, come siano composti, quali siano riducibili e quali no, quali giusti e quali ingiusti. Così come non sanno mediante quali canali, diretti e indiretti, si drenano i soldi per pagarli, e da quali tasche essi scaturiscano. Nella seconda edizione della Scuola di Eddyburg abbiamo affrontato (dopo quattro sessioni spese a illustrare problemi e soluzioni possibili per la casa, l’ambiente,la mobilità, le politiche pubbliche) un argomento cruciale: chi paga i costi della città?

Una cosa è emersa con chiarezza. Una parte troppo alta del costo della città va alla rendita, cioè a quella forma di reddito che, come ha scritto di recente Giorgio Lunghini, “non crea nessun valore: è una sottrazione al prodotto sociale, senza nessun corrispettivo e legittimata soltanto dal diritto di proprietà”. La rendita erode salario e profitto. La tassa occulta che essa costituisce incide pesantemente sull’affitto, ricade sul costo delle merci e dei servizi. La facilità di fruirne ha spinto il capitale industriale a spostare le sue risorse dall’innovazione e dalla ricerca verso gli investimenti finanziari e immobiliari,condannando l’economia del Paese alla stagnazione. Qualcuno oserebbe opporsi alla lieve incisione sulla rendita compiuta con la finanziaria se tutti avessero presenti queste verità?

Si è anche discusso (alla Scuola di Eddyburg e nelle polemiche a proposito di finanziaria) del ruolo degli enti locali: hanno ancora senso le Province, e non costa troppo una democrazia così articolata (quattro livelli di governo) come quella italiana? Sulla stampa quotidiana un ottimo articolo di Diego Novelli,già sindaco di Torino e valoroso parlamentare, ha ricordato come il Parlamento avesse deciso, alla fine degli anni Novanta, una riforma degli enti locali che ne prevedeva la razionalizzazione, e come quella riforma non fosse stata attuata per tiepidezza dei partiti e per il rifiuto dei sindaci dei grandi comuni (Rutelli, Bassolino, Castellani: Roma, Napoli, Torino) a cedere i loro poteri.

I sindaci di oggi protestano per i tagli ai bilanci comunali. La loro protesta avrebbe maggior sostegno se rendessero trasparenti i bilanci, se dissipassero i veli ragionieristici che li rendono incomprensibili ai cittadini. Se pubblicassero, ad esempio, l’elenco delle consulenze con i relativi importi e il rendiconto dell’attività svolta. Se rendessero esplicito quanta parte delle spese sostenute per i Grandi Eventi che hanno dato lustro alla città è venuta dal bilancio dello Stato (quindi dalle tasche di tutti i cittadini). E se, prima di gloriarsi per l’aumento del numero dei turisti e di investire risorse per eventi che ne attirino altri, spiegassero ai cittadini quanto costa ogni city user: chi paga (e quanto paga di tasse) per le spese che la città sostiene, e chi guadagna (e quanto paga di tasse) chi ne cattura i soldini.

Vogliamo "bilanci partecipativi"? Non chiediamo tanto, ci basterebbero bilanci trasparenti per tutti, non solo per i padroni della città.

L'immagine di Sergio Staino è tratta dal sito del Comune di Empoli (Firenze)

Il plurisecolare tentativo dell’autorità pubblica di contrastare o condizionare la proprietà immobiliare non si fonda su presupposti ideologici o su velleità moralistiche. Non ha nulla a che fare con il socialismo o il comunismo, poiché nasce dalla più schietta cultura liberale. Non esprime una volontà autoritaria, perché ha la sua origine nell’esigenza di liberare gli interessi di tutti dal dominio degli interessi di sfruttamento immediato e miope di un bene comune. Non è in opposizione con lo sviluppo economico peculiare al sistema capitalistico, perché tende a distrarre risorse dagli impieghi improduttivi (dalla rendita) perché possano essere orientate a quelli produttivi (al profitto). Se i deputati di sinistra, di centro e perfino di destra avessero compreso questo non avrebbero certo potuto avallare il disegno di radicale spostamento dei poteri sul territorio operato dalla legge Lupi: come hanno fatto chi con il tranquillo consenso, chi con un’opposizione di mera facciata.

Guardiamo con un po’ d’attenzione al testo della legge (“bipartisan”, l’ha definita l’onorevole Mantini, autorevole esponente della Margherita). La norma chiave è l’articolo 5, comma 4: “Le funzioni amministrative sono esercitate in maniera semplificata, prioritariamente mediante l’adozione di atti negoziali in luogo di atti autoritativi, e attraverso forme di coordinamento fra i soggetti pubblici, nonché, ai sensi dell’articolo 8, comma 7, tra questi e i cittadini, ai quali va riconosciuto comunque il diritto di partecipazione ai procedimenti di formazione degli atti”. Un emendamento di deputati dei DS e della Margherita ha ottenuto che la parola “cittadini” fosse sostituita alle parole”soggetti interessati”, che c’erano nella stesura uscita dalla Commissione. Indubbiamente è più elegante. Ma chi saranno i “cittadini” partecipi “ai procedimenti di formazione degli atti? La casalinga di Voghera, la maestra di Forlì, il contadino di Tricarico, il musicista di Sorrento, il salumaio di Norcia, la studentessa di Bologna? Oppure i colleghi di Franco Caltagirone e Stefano Ricucci? La domanda è ovviamente retorica.

Del resto, il rinvio al’articolo 8, comma 7 svela chiaramente che il contentino formale concesso agli onorevoli Iannuzzi, Realacci, Mantini, Sandri, Vigni, Chianale, Lion, firmatari della coraggiosa proposta di sostituzione di cui sopra, è una burla. La norma ora citata precisa infatti che “gli enti competenti alla pianificazione possono concludere accordi con i soggetti privati”, non con i cittadini, “per la formazione degli atti di pianificazione”.

Insomma, nel sistema di pianificazione tradizionale il governo pubblico guida il processo di urbanizzazione per impedire che le scelte di “valorizzazione immobiliare” private (miope per definizione, produttrici di caos nel loro insieme per plurisecolare esperienza), e perciò definisce autonomamente le scelte sul territorio. Nel sistema “innovativo” e “moderno”, largamente condiviso dai parlamentari di centro sinistra presenti nel lavoro di Commissione, le scelte sono cncordate a priori con la proprietà immobiliare, le cui convenienze sono anzi alla base delle scelte di pianificazione. Purché (si cautela il legislatore immobiliarista) siano “coerenti con gli obiettivi strategici individuati negli atti di pianificazione” (art. 8, c. 7). Se leggete l'articolo di Sergio Brenna su ciò che sta avvenendo a Milano sulla base degli “obiettivi strategici” potete farvene un’idea.

Il ruolo trainante che si vuole assegnare alla proprietà immobiliare gronda da ogni articolo del disegno di legge: è l’unica cosa chiara in questo confusissimo testo legislativo, che sarebbe giusto definire “pasticcio di legge”. Si comincia dall’articolo 3, “compiti e funzioni dello Stato”. A chi mai potrebbe ragionevolmente venire in mente che “le funzioni dello Stato sono esercitate”, oltre che con “la tutela e la valorizzazione dell’ambiente, l’assetto del territorio, la promozione dello sviluppo economico-sociale”, anche con “il rinnovo urbano”, se non fosse perché si vuole continuare a gestire centralmente le operazioni immobiliari promosse e finanziate con i “programmi complessi” e simili? Si prosegue con l’articolo 4, dove si precisa che gli “interventi speciali dello Stato “sono attuati prioritariamente attraverso gli strumenti di programmazione negoziata”: negoziata con chi, con i terremotati, gli alluvionati, le popolazioni colpite da frane? Dell’articolo 5 si è già detto: esso è il centro dell’edificio.

L’articolo 6 parla d’altro, minaccia altri danni. Cancella il ruolo delle province. Annega (uccidendolo) il principio di sviluppo sostenibile attribuendolo al “sociale, economico, ambientale”, confermando così una delle più turpi operazioni di deformazione semantica compiuta negli ultimi anni. Apre la strada all’urbanizzazione del territorio rurale (chi vuol capire come, legga gli scritti di di Gennaro e Scano in proposito). Elimina la possibilità dei comuni di proseguire l’attività di ricognizione e di vincolo dei beni culturali, paesaggistici e ambientali.

L’articolo 7 tratta delle “dotazioni territoriali”: è il termine “moderno” che allude agli standard urbanistici, cioè ai diritti minimi in ordine agli spazi e alle attrezzature pubbliche che la legislazione vigente riconosce a ogni cittadino della Repubblica italiana. Gli standard vengono regionalizzati: un diritto che non è uguale per tutti, è giusto che in Calabria i diritti siano più bassi se in Emilia-Romagna sono alti, che i cittadini di Napoli ne abbiano meno, molto meno, di quelli di Sesto Fiorentino. Ma ciò che più conta è che tutti sono invitati a garantire “comunque un livello minimo anche con il concorso dei privati”. Ecco la trappola. Invece dei “costosi espropri” il successivo articolo 8 invita regioni e comuni a promuovere “l’adozione di strumenti attuativi che favoriscano il recupero delle dotazioni territoriali”, naturalmente”anche attraverso piani convenzionati stipulati con i soggetti privati e accordi di programma”. Quanti saranno i comuni che, anche incoraggiati dall’illustre esempio di Roma, ora generalizzato dalla legge Lupi, aumenteranno a dismisura le aree edificabili per ottenere così dai proprietari, in contropartita, le aree per sanare i deficit pregressi di spazi pubblici? Con buona pace per la crescita dei carichi urbanistici e l’abbandono di ogni sostenibilità (quella vera, quella legata al concetto di limite, di irriproducibilità, di generazioni future).

L’articolo 8 (già ne abbiamo commentato uno svelamento) contiene un altro paio di perle, un paio di porte spalancate all’irrompere degli interessi immobiliari. Il comma 2 decreta l’obbligo di esaminare una per una le osservazioni pervenute agli strumenti urbanistici (nella quasi totalità sono le proteste/richieste dei piccoli e grandi proprietari immobiliari) e di motivare il loro rigetto o accoglimento (quante volte si è applicata la formula “l’osservazione appare in contrasto con le scelte generali del piano”!). Il comma 3 stabilisce che, ove mai qualche incauto e “arcaico” comune voglia acquisire aree mediante espropriazione non basta che remuneri con ragionevole larghezza il proprietario espropriato (come aveva stabilito il diritto borghese del XIX secolo, certo non ostile alla proprietà), ma “deve essere comunque garantito il contraddittorio degli interessati con l’amministrazione procedente”! Morale della favola, soggetti a un surlavoro nella fase delle osservazioni e in quella delle espropriazioni, frustrati dal vistoso riconoscimento dei poteri degli interessi privati (di quei soggetti privati, non dei cittadini), puniti nelle aspettative economiche dal progressivo depauperamente delle finanze locali, ostacolati nel loro crescente lavoro per l’impossibilità di integrazione o reintegrazione del personale, gli uffici comunali funzioneranno sempre peggio. Un risultato atteso: meno funziona il pubblico, più aumenta la “necessità” di rivolgersi al privato. Voilà, il gioco è fatto.

Questo scritto diventa faticoso. I lettori mi perdoneranno, ma qualche ulteriore gioiello va esibito. Così l’articolo 9, che sollecita le regioni a “prevedere incentivi consistenti nella incrementalità dei diritti edificatori già attribuiti dai piani urbanistici” (lotta dura / per una maggiore cubatura). E l’articolo 11, che invita le regioni a concedere "l’esenzione totale o parziale dal pagamento del contributo di costruzione” (requiem per il tentativo della legge Bucalossi di introdurre il concetto di “concessione”, riducendo l’aspettativa edilizia dei proprietari fondiari). E infine – last but not least, oppure in cauda venenum, scelga il lettore la koiné moderna o quella classica – l’articolo 13, ultimo comma: “Decorso inutilmente il termine per l’adozione del provvedimento conclusivo, la domanda di permesso di costruire si intende favorevolmente accolta”. Anche qui, un rovesciamento delle regole faticosamente conquistate. per privilegiare l’interesse privato rispetto a quello pubblico: il “silenzio rifiuto” (se non ti rispondo, abbi pazienza, è perché mi hai chiesto qualcosa che non era giusto darti), il “silenzio assenso”: fai quello che vuoi, io non ho tempo di guardare la pratica.

Una precisazione: con buona pace di quanti sostengono che l’opposizione, in Parlamento, avrebbe fatto un ottimo lavoro e corretto positivamente il precedente testo cucinato dall’onorevole Lupi (amorevolmente assistito dall’onorevole Mantini), quest’ultimo comma è stato aggiunto nel dibattito in Aula, e le “opposizioni” (udite, udite) si sono astenute!

A questo punto mi sembra evidente che per i membri della Camera dei deputati, e per le formazioni politiche cui fanno riferimento, la filosofia della legge Lupi (quella che potremmo sinteticamente definire “la privatizzazione del governo del territorio”, oppure “tutto il potere agli immobiliaristi”) è pienamente accettabile: se fosse stata formulata meglio, se magari ci fosse stato qualche riferimento gli accordi di Kyoto o al problema delle risorse idriche, si sarebbe potuto anche votare più favorevolmente. Le voci contrarie sono davvero poche. Le troverete tutte qui, in eddyburg.it.

L'immagine è di Gabriele Picco

Il primo, Vittorio Emiliani, dirama un comunicato nel quale lamenta che, dalle informazioni riportate dalla stampa, l’articolo 24 comma 5 della legge finanziaria torna all’impostazione dello scorso anno e stabilisce che il 50 % degli introiti degli oneri di urbanizzazione può finanziare la spesa corrente dei comuni, e un ulteriore 25% può essere destinato alla manutenzione ordinaria del patrimonio comunale. Per di più, tale regime viene consentito per il prossimo triennio, cioè fino al 2010.

È noto a tutti che questa disposizione è bestiale per due ragioni: perché distrae i proventi degli oneri di urbanizzazione dall’uso al quale la legislazione degli anni ’60 e ’70 li destinarono (cioè alla realizzazione di verde e servizi necessari in conseguenza delle nuove urbanizzazioni), e perché la possibilità di utilizzarli per rimpinguare le casse vuote delle finanze comunali spinge i sindaci ad aumentare le aree da urbanizzare, al di fuori di ogni corretta valutazione del fabbisogno. Come afferma Emiliani, è una pratica che spinge oggettivamente i comuni a diventare i più diretti interessati (dopo le società e agenzie immobiliari) alla distruzione del paesaggio.

Alle proteste vibrate del Comitato per la bellezza risponde, per il ministro Rutelli, il sottosegretario Mazzonis. Ma come, scrive, si attacca il governo dimenticando ciò che il governo e la stessa Finanziaria, hanno fatto per il paesaggio? Non si tiene in nessun conto “di quanto il Ministero per i Beni e la Attività Culturali ha fatto per inserire una precisa norma nella stessa Finanziaria che scongiura tale esito negativo e stanzia fondi a favore dell’azione di tutela”. Il riferimento è al comma 411 che, prosegue il sottosegretario, “istituisce appositamente un ‘Fondo per il ripristino del paesaggio’ con una dotazione di 15 milioni di euro per ciascuno degli anni 2008, 2009 e 2010”. Tale norma, chiarisce Mazzonis, “è finalizzata alla demolizione di immobili e infrastrutture, al risanamento e ripristino dei luoghi nonché a provvedere a eventuali azioni risarcitorie per l’acquisizione di immobili da demolire”.

Perfetto. Sarebbe come dire: spingo gli uomini a diventare ladri e assassini, e poi stanzio un fondo per il risarcimento delle vittime; ringraziatemi per questo.

Questo episodio non ci avrebbe preoccupato più che tanto se non rivelasse l’incapacità dell’attuale classe dirigente (perché di “classe” si tratta) di comprendere i nessi che legano i diversi aspetti del governo del territorio, i meccanismi che in esso si muovono, i poteri che li comandano e controllano, il ruolo sempre più subordinato ai poteri economici che le istituzioni democratiche sono spinte, giorno dopo giorno, a svolgere. Prendiamo un altro esempio, un altro caso, un altro anello di quella catena che lega sempre più inesorabilmente i comuni d’Italia all’appropriazione privata della rendita immobiliare e alla distruzione dei beni comuni (in primis il paesaggio) che tale catena comporta.

La Corte costituzionale, sollecitata a valutare la conformità delle vigenti norme sull’indennità espropriativa alla disciplina europea (come le modifiche costituzionali del 2001 prescrivono), dichiara (sentenza n. 348/2007) che sono incostituzionali le norme secondo le quali l’indennità espropriativa non può essere inferiore al valore di mercato. Come la cultura e la politica si accingono a rispondere a questa sentenza? Lo vedrete presto. Suggeriranno al legislatore di prendere atto della realtà, e di disporre che l’indennità espropriativa corrisponda pienamente al “valore di mercato”; suggeriranno quindi di pagare il terreno per un parco quanto lo pagherebbe un imprenditore che volesse costruirvi un grattacielo (sono di moda quest’anno in Italia). Naturalmente, per “aiutare i comuni”, si solleciteranno ulteriormente le pratiche di incentivo agli affari immobiliari mediante la “perequazione a priori”, incoraggiando (e di fatto obbligando) i comuni ad allargare a dismisura le aree destinate all’edificazione (al di fuori da ogni corretta valutazione delle necessità sociali) per poter avere le aree necessarie per le esigenze collettive.

Pensate che qualcuno ricorderà che la Corte costituzionale stabilì, la prima volta nel lontano 1968, che è il legislatore che stabilisce quale attributo della proprietà appartiene al proprietario, e quindi è indennizzabile? Che qualcuno ricorderà che la legge urbanistica del 1942, riprendendo un principio della cultura liberale, stabiliva (articolo 38) che l’indennità espropriativa non doveva tener conto “degli incrementi di valore attribuibili sia direttamente che indirettamente all'approvazione del piano regolatore generale ed alla sua attuazione”?

In un regime politico nel quale la democrazia ha almeno i contenuti che vennero stabiliti alla fine del XVIII secolo, quello “dei lumi”, il Mercato non è una divinità assoluta e indiscutibile. È il potere pubblico, mediante la legge, che stabilisce che cosa appartiene al mercato e che cosa no.

In calce l'appello del Comitato per la bellezza e lo scambio di lettere con il sottosegretario Mazzonis. Si veda anche qui il documento dell "Rete nuovo municipio). L'immagine è tratta dal sito www.matitarob.it

Il merito del progetto e del suo inserimento è, al cospetto dello scandalo di oggi, questione secondaria C’è chi lo ritiene un’opera d’arte che valorizzerà il sito e lo renderà ancora più ambito ai visitatori, aumentandone la competitività. C’è chi ritiene che in quel territorio delicatissimo e già bellissimo siano negativi nuovi interventi, mentre bisognerebbe invece depurarlo dalle costruzioni abusive. Due tesi entrambe legittime, sebbene Eddyburg propenda decisamente per la seconda (abbiamo documentato con ampiezza i momenti, i documenti e le posizioni in questo sito).

Ma le ragioni che hanno motivato le opposizioni più recise sono altre: riguardano la legittimità. Quell’intervento è dimostratamente in contrasto con il piano territoriale vigente, quindi è illegittimo. Nessuno ha potuto contestare l’illegittimità, che è stata confermata dalla magistratura nel merito, mentre le sentenze che hanno “liberato” l’intervento riguardano solo i formalismi (come un errore d’indirizzo di una citazione). Anche l’attuale governo comunale ha ritenuto l’intervento in contrasto con il piano vigente, e lo ha fermato. Il presidente della Regione (il “governatore”) ha prima minacciato di sostituirsi al comune sottraendogli i poteri e poi, di fronte alla resistenza, ha nominato il suo commissario. Senza neppure provare a fare quanto il Consiglio regionale può fare, e cioè approvare un nuovo piano territoriale. Senza neppure contestare nel merito le critiche di legittimità, ma adducendo l’unica ragione della perdita di un finanziamento europeo.

Superior stabat lupus: certamente l’autorità del presidente della Regione è superiore a quella del sindaco, ma adoperarla per forzare una comunità locale a essere complice d’una illegalità costituisce una violazione grave della sostanza della democrazia. Eppure, nessuno ha gridato allo scandalo. Anzi, la notizia è stata relegata nelle cronache o nei quotidiani locali. La democrazia si vuole esportarla in altri mondi, ma qui si accetta che sia soggetta agli umori dei potenti.

Non stiamo esagerando. Chiave della democraticità del sistema rappresentativo è il corretto equilibrio dei poteri. Non siamo tra quelli che ritengono che il livello di potere più “basso”, in questo caso il Comune, debba sempre aver ragione su tutto. Abbiamo applaudito al presidente-non-governatore Soru anche perché ha saputo tutelare gli interessi dello Stato e della Regione imponendo ai comuni di non costruire lungo le coste, perché il patrimonio dei beni paesaggistici e culturali costituiti dalle parti non ancora devastate delle coste della Sardegna sono beni d’interesse nazionale e regionale, non “disponibili” per gli altri livelli dei governi (e delle comunità) democratici. Quindi non avremmo protestato se la Regione avesse contrastato e impedito, motivatamente e legittimamente, un intervento che avesse minacciato di degradare ulteriormente il bene costituito dalla costa di Ravello (né se avesse, ad esempio, invitato il Comune a demolire le eventuali costruzioni abusive che la corrompono, minacciando e praticando interventi sostitutivi in caso di inerzia). Ma non è questo il caso. In questo caso l’autorità della Regione (anzi, del suo Governatore) è stata diretta a imporre al comune una scelta che riguarda strettamente il campo delle scelte di competenza del comune, e per di più obbligando quest’ultimo a compiere un atto illegittimo.

Dispiace che un atto del genere, e una lunga azione sbagliata in relazione a questa illegittima operazione di griffe, sia stata compiuta da una persona come Antonio Bassolino, nei cui confronti abbiamo nutrito sentimenti di vivissima stima e ammirazione.

L’icona è tratta da Aesopus moralizatus, in Napoli, per F. Del Tuppo (stralcio), inserita in internet da www.iconos.it

E il diessino on. Sandri aveva ripetuto spesso che il limite della legge è di essere “solo” una legge urbanistica, di non affrontare le altre questioni che, insieme all’urbanistica, compongono il più vasto quadro del governo del territorio. Il rovesciamento dell’urbanistica, il trasferimento di poteri dal pubblico al privato, l’ingresso formale della rendita immobiliare al tavolo dove si decide, questa è la linea che ha vinto: con l’accordo pieno della Margherita, la complicità dei DS, l’ignavia degli altri. E con la copertura culturale dell’Istituto nazionale di urbanistica, nel silenzio dell’accademia.

I lettori di Eddyburg sanno perchè quella legge è nefasta. Ne abbiamo parlato in numerosi articoli. Abbiamo promosso un appello, sul quale abbiamo raccolto 400 firme. Dall’appello, riprendiamo i punti essenziali della critica:

1) Si sostituiscono gli “ atti autoritativi”, e cioè la normale attività pubblica di pianificazione, con gli “ atti negoziali con i soggetti interessati”. La relazione di accompagnamento della legge specifica che i soggetti interessati non si identificano – come sarebbe auspicabile - con la pluralità dei cittadini che hanno diritto ad avere una ambiente urbano vivibile e salubre, ma si identificano invece con la ristretta cerchia degli operatori economici. Un diritto collettivo viene dunque sostituito con la sommatoria di interessi particolari: prevalenti, quelli immobiliari. I luoghi della vita comune, le città e il territorio vengono affidati alle convenienze del mercato.

2) Si sopprime l’obbligo di riservare determinate quantità di aree alle esigenze di verde, servizi collettivi (scuole, sanità, sport, cultura, ricreazione) e spazi di vita comuni per i cittadini, ottenuto decenni fa grazie a un impegno massiccio delle associazioni culturali, delle organizzazioni sindacali, del movimento associativo e di quello femminile, delle forze politiche attente alle esigenze della società. Gli “standard urbanistici” sono infatti sostituiti dalla raccomandazione di “garantire comunque un livello minimo” di attrezzature e servizi, “anche con il concorso di soggetti privati”.

3) Si esclude la tutela del paesaggio e dei beni culturali dagli impegni della pianificazione ordinaria delle città e del territorio. Contraddicendo una linea di pensiero che, da oltre mezzo secolo, aveva tentato di integrare con la pianificazione i diversi aspetti e interessi sul territorio in una visione pubblica unitaria, contraddicendo gli indirizzi culturali e legislativi che dalle leggi del 1939 e del 1942 avevano condotto alla “legge Galasso” e alle successive leggi regionali, paesaggio e trasformazioni territoriali sono divisi: affidati a leggi diverse, a uomini diversi, a strumenti diversi. Non c’è dubbio a chi spetterà la parola in caso di contrasti: non certo a chi rappresenta i musei e il bel Paese, ma a chi investe, occupa, trasforma, agli “energumeni del cemento armato”, pubblico e privato.

Una legge che rende permanenti le regole della distruzione del paese, avviate con i condoni. Una legge che rende evanescenti i diritti sociali della città, conquistati al prezzo di dure lotte. Una legge che rende dominanti su tutti gli interessi della rendita immobiliare. E su quest’ultimo punto il cedimento della componente diessina della sinistra alle impostazioni di Forza Italia non può non essere messa in relazione con altre vicende. Anche a non voler ricordare le voci sugli intrecci tra la “finanza rossa”, i suoi patron politici e le fortune degli immobiliaristi alla Ricucci, occorrerebbe essere davvero ingenui per non vedere il nesso che lega il comportamento dei parlamentari dei DS con le politiche locali che vedono esponenti di quel partito premiare gli interessi della proprietà immobiliare, a Caorle come nella riviera romagnola come nell’Agro romano. E come non sottolineare infine la contraddizione tra una politica, coerentemente tesa a premiare la rendita, con la constatazione che il declino industriale dell’Italia dipende, in modo essenziale, sul fatto che si sono tollerati, o addirittura incoraggiati, flussi di investimenti verso la speculazione immobiliare, distraendoli così dagli impieghi produttivi?

Non tutto è ancora perduto. La parola spetta adesso al Senato. La denuncia ha ancora una sede cui fare appello, la ragione ha ancora uno spazio per farsi sentire.

Si vedano, sulla “riforma urbanistica”, gli eddytoriali 20 del 14 luglio 2004, 36 del 31 gennaio 2004 e 50 del 14 novembre 2004, l’articolo E. Salzano, Due le proposte di legge, una la matrice culturale

Gli articoli nella cartella Tutto sulla legge Lupi

Sulla copertura offerta dall’INU si vedano gli eddytoriali 38 e 39.

Qui l’appello contro la legge Lupi.

Il testo della legge nella stesura approdata alla Camera dei deputati.

A un bravo giornalista, Vittorio Emiliani, che enuncia dei numeri basandosi sulle statistiche agrarie dell’Istat, risponde un facondo assessore regionale, Riccardo Conti, opponendogli numeri derivati dal satellite del programma Corine. Alle stesse fonti del giornalista - le statistiche agrarie dell’Istat - si riferisce una diligente parlamentare, la senatrice De Petris, nel presentare un suo interessante progetto di legge volto a proteggere le campagne dalla proliferazione di case casette strade e capannoni.

Ma gli esperti (abbiamo interpellato Antonio di Gennaro, di Risorsa srl, che da anni lavora sulle basi di dati territoriali italiane e internazionali in materia) sostengono che tutte le fonti citate sono inefficaci al fine di misurare davvero, con una qualche attendibile correttezza, le dimensioni e la dinamica del fenomeno. Quelle dell’Istat misurano la riduzione dei terreni agrari, che non è dovuta solo all’espansione urbana ma in larga misura all’abbandono colturale, alla progressiva sparizione delle aziende agricole marginali.. E il Corine non è capace di misurare aree urbanizzate inferiori ai 25 ettari, quindi trascura grandissima parte degli insediamenti più sparpagliati (il vero e proprio sprawl), come del resto i capannoni isolati, le strade e le altre infrastrutture.

Certo è che il fenomeno ha una dinamica sempre più preoccupante. Gli stessi dati più ottimistici, come quelli utilizzati dall’assessore Conti, lo confermano. L’espansione urbana della Toscana (al netto dello sprawl, degli insediamenti lineari e delle infrastrutture) sarebbe infatti allineata alle tendenze prevalenti in Europa. Ma pretendere di allinearsi con una tendenza generale dell’Unione europea non è certo di conforto: gli ultimi tre rapporti dell'Agenzia europea per l'Ambiente, che riguardano il land cover change, lo sprawl e l'evoluzione delle aree costiere, sottolineano come la crescita dei sistemi urbani in Europa stia avvenendo ad un tasso non sostenibile, che comporterebbe il raddoppio delle città nell'arco di poco più di un secolo.

Che fa l’Italia, che fanno le regioni? Nulla. Mentre il Parlamento lascia giacere provvedimenti che potrebbero servire e contrastare il consumo di suolo, il governo è incapace di qualsiasi iniziativa volta almeno a misurare, in termini attendibili, l’entità del fenomeno. Nessuna delle regioni cui è affidato il governo del territorio, fanno alcunché per misurare il fenomeno. Neppure quelle che hanno un’antica tradizione di corretto e lungimirante uso dello spazio come la Toscana, la Regione del Catasto Leopoldino e dell'Istituto geografico militare, da secoli all'avanguardia nel settore cartografico.

Se poi c’è qualche regione, come la Sardegna, che combatte una difficile battaglia per risparmiare il suolo dalle speculazioni più gravi, altre, come la Lombardia, promuovono addirittura emendamenti, alle già permissive leggi vigenti, che permetterebbero addirittura di costruire nuove lottizzazioni residenziali e zone industriali nei parchi regionali, in aree già da decenni riservate alla tutela del suolo rurale!

Al consumo di suolo è dedicata un'intera cartella, una sessione della Scuola di eddyburg, un libro e una legge

Implicito, finché la Costituzione era rispettata, era quello che poi fu definito il “ principio di sussidiarietà” (alla Jacques Delors, non alla Umberto Bossi; nella cultura europea, non nella subcultura “padana”): a ciascun livello di governo spettano le decisioni in merito a ciò che a quel livello meglio può essere governato. Poiché i livelli storici (lo Stato e i Comuni) non erano ritenuti sufficienti, nel 1948 si introdussero, tra l’uno e gli altri, le Regioni. Se queste furono costituite solo nel 1970 ciò fu per vicende politiche contingenti (tale appare oggi la declinazione italiana della guerra fredda!), non a una modificazione delle scelte di fondo.

Dopo il 1970 la politica si rese conto di ciò che gli esperti da qualche anno avevano già compreso: i fenomeni territoriali richiedevano, tra Regione e Comune, un livello intermedio. La discussione, la ricerca e la sperimentazione impegnarono due decenni: trovarono soluzione concorde nel 1990: Stato, Regione, Provincia e Comune avevano competenza per ciò che a quel livello si amministrava meglio, con un equilibrio nei poteri e nelle procedure che trovarono applicazioni esemplari in numerose leggi: da quella per la casa del 1971 a quella sull’ordinamento dei poteri locali del 1990.

In questa stessa logica si inserì con saggezza la “legge Galasso” del 1985: riprendendo in salsa democratica l’intuizione di John Ruskin (“il paesaggio è il volto amato della Patria”) e di Benedetto Croce (“il paesaggio è la rappresentazione materiale e visibile della Patria”), individuò e tutelò ope legis i lineamenti fondamentali del paesaggio della nazione, quelli percepibili a quella scala, e affidò alla pianificazione ordinaria o specialistica alle scale sottordinate quella che la Corte costituzionale definì “l’assidua riconsiderazione del territorio nazionale”: la individuazione a scala via via più ravvicinata, delle qualità da tutelare.

Questo equilibrio si è rotto: nelle nuove norme, gabbate per “riforme”, e nei comportamenti politici e amministrativi. Si può dire (riprendendo un’antica battuta di Giulio Carlo Argan) che oggi “l’Italia è diventata un gigantesco campo di decentramento”: almeno per quanto riguarda il territorio e il suo governo. E oggi il panorama è a macchia di leopardo, con una pericolosa prevalenza dei localismi.

C’è della luce. Così, in Sardegna Renato Soru difende con energia la responsabilità della Regione nell’avere l’ultima parola nella tutela degli elementi rilevanti a quella scala, contro le demagogie localistica di destra e di sinistra. Così, la Corte costituzionale ammonisce la Regione Toscana e ricorda che non tutto si può delegare ai comuni, perchè “l'impronta unitaria della pianificazione paesaggistica […] è assunta a valore imprescindibile, non derogabile dal legislatore regionale” e perchè “il paesaggio va rispettato come valore primario, attraverso un indirizzo unitario che superi la pluralità degli interventi delle amministrazioni locali”.

Ma altrove l’ombra è fitta. In quanti luoghi italiani (quelli della cultura, della politica, dell’amministrazione) si tende a ridurre le competenze regionali all’esortazione programmatoria e quelle della provincia al mero coordinamento a posteriori delle decisioni comunali? In quante sedi si sproloquia sulla “equi-ordinazione” degli strumenti di pianificazione di competenza dei diversi livelli istituzionali, per dire che un piano comunale può tranquillamente disattendere e contrastare la decisione di un piano regionale o provinciale? O si afferma che, addirittura, la pianificazione d’area vasta e quella strutturale non devono, per l’amor di Dio, essere precettive e regolative, ma solo esortative e “d’indirizzo” (lo ripete spesso lo stesso presidente onorario dell’INU, Giuseppe Campos Venuti)?

Bisogna riconoscere che un contributo importante all’affermarsi di simili posizioni (e pratiche) lo hanno dato le infauste modifiche al titolo V della Costituzione, improvvidamente e furbescamente varate dal centro-sinistra. La furberia era quella di tagliar l’erba sotto i piedi a Umberto Bossi: ma il diavolo insegna a fare le pentole, non i coperchi.

Dopo aver battuto le perverse ”riforme” costituzionali del centrodestra bisognerà ricominciare a ragionare sul serio, a partire dal tema proposto dal direttore del Giornale di architettura che ho citato all’inizio: “il superamento di autonomie locali oggi controproducenti”, la ricostituzione di un equilibrio tra i poteri pubblici fondato sulla ragione e sull’efficacia, e non sulla demagogia.

Sulla sentenza costituzionale n.182 del 20 aprile – 5 maggio 2006

Ricordiamo gli eventi. Il comune di Ravello adotta, dopo anni di inadempienza, un PRG che prevede, sulle pendici ai piedi delle famose ville storiche, un auditorium. Il Tribunale amministrativo regionale boccia il PRG perché il Piano urbanistico territoriale (PUT), approvato dalla Regione con legge 35 del 1987 in base alla legge Galasso, non consente costruzioni di quella specie. Il comune, restando sprovvisto di PRG, adotta procedure straordinarie (conferenza dei servizi) e ottiene il consenso della Regione, della Provincia e della locale Sovrintendenza su un progetto di auditorium, redatto dagli uffici comunali sulla base di schizzi e maquettes dell’architetto brasiliano. L’operazione viene accompagnata da un grande battage pubblicitario, con il quale si tenta di tacitare le critiche sulla legittimità e sulla sostanza del previsto intervento. Italia Nostra ricorre al TAR il quale, esaminando nel merito la questione di legittimità, emette una sentenza con cui accoglie il ricorso e argomenta ampiamente l’illegittimità sostanziale degli atti con cui si è approvato il progetto. Il “governatore” Bassolino incita subito il sindaco di Ravello a insistere. E infatti il sindaco ricorre al Consiglio di Stato contro la sentenza del TAR.

Eccoci adesso alla decisione del Consiglio di Stato, Quarta sezione. Leggetela, è straordinaria. Affronta una questione “preliminare”: se il ricorso di Italia Nostra sia stato spedito agli indirizzi giusti. Argomenta (con ammirevole ricchezza di dottrina) che, stante la natura dalla “conferenza dei servizi” che aveva approvato il progetto, il ricorso avrebbe dovuto essere inviato anche al Ministero dei beni e delle attività culturali, rappresentato nella conferenza dei servizi dal Sovrintendente di Salerno e Avellino. Ciò non è avvenuto. Ergo, non vale la pena di esaminare il merito della questione. Non vale la pena di valutare se sia stata commessa una, o due, o tre illegittimità. C’è un errore d’indirizzo, quindi tutto il resto non vale. Quindi, dopo il “preliminare” niente.

Tana libera tutti, si diceva da bambini. Tutti liberi di non rispettare la legge: se un’opera “è bella”, se un’opera è “firmata”, allora si può fare; anche se una legge e un piano hanno stabilito che lì, in quel posto, meglio non costruire nulla, meglio non aumentare il traffico già intasato (che ha già “obbligato” a scempi stradali su una delle coste più preziose del mondo).

Abbiamo sentito dire più volte che non sempre i tribunali hanno ragione, che non sempre la sentenza che manda libero un imputato equivale a riconoscerne la non colpevolezza: ricordate la sentenza per Andreotti? Ricordate la sentenza per Berlusconi? Una volta si valutavano le cose non solo sulle forme, ma anche nel merito. È stata la stampa a insegnarcelo: dai tempi del Mondo di Mario Pannunzio, al quale il gruppo Espresso si richiama. Oggi questa regola si applica solo quando si tratta di criticare gli avversari politici? I nemici del territorio, quelli che calpestano il sistema di regole mediante il quale ci si propone, bene o male, di tutelarne le qualità, non hanno avversari: godono di amplissime complicità, a destra e a sinistra. Bipartisan.

L'immagine rappresenta la falsa prospettiva di Palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato: E' tratta dal sito www.giustizia-amministrativa; potete vederla ingrandita cliccando qui

Si parla di due iniziative, che appaiono culturalmente e politicamente coerenti e tra loro connesse. Una proposta di legge regionale d’iniziativa popolare, promossa da Legambiente e da alcuni docenti del Politecnico; il Piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp), di cui è responsabile l’assessore provinciale al territorio, il verde Pietro Mezzi.

Sia la proposta di legge che il Ptcp hanno al loro centro l’impegno a ridurre il consumo di suolo. Pietro Mezzi, dopo aver fornito dati allarmanti sul consumo di suolo nel territorio provinciale, dichiara che il nuovo piano si pone l’obiettivo di contrastarlo ponendo un limite all’urbanizzazione, disegnando una rete ecologica provinciale, individuando le aree destinate all’attività agricola. Enfasi giustamente posta su un problema indubbiamente centrale, temi pragmatici correttamente enunciati: ma bisognerà verificare quale efficacia avranno le scelte del piano provinciale sulle pianificazioni comunali, e come il limite al consumo di suolo sarà territorialmente articolato (per evitare che restino immutate le previsioni dei piani pregressi nelle zone in cui il limite è già superato, e che nelle altre il limite, più alto della situazione attuale, non spinga ad accentuare le spinte all’edificazione).

La stessa ispirazione muove la proposta legislativa, della quale abbiamo per ora solo informazioni giornalistiche. Essa si muove certamente nella direzione giusta: quella di contenere il consumo di suolo e di accompagnare ogni nuova edificazione dall’attrezzatura di una adeguata quantità di verde pubblico. Il meccanismo proposto (che ha conquistato il ministro Pecoraro Scanio, intenzionato a proporlo a livello nazionale) è la “compensazione ecologica preventiva”. Per dirla con Giovanni Caudo, “il passo è nella direzione giusta, ma bisogna capire se la testa lo segue”. Se si abbandona lo slogan e si passa alla concretezza della disciplina sorgono numerosi problemi.

Il primo. La cessione di aree non può essere l’unica regola da stabilire. Occorre preliminarmente stabilire che cosa si deve costruire, dove, per chi, a quali prezzi dell’immobile realizzato. È quello che una volta si chiamava “calcolo del fabbisogno”, e che oggi dovrebbe certamente assumere un significato quantitativo e qualitativo più ampio, dovendosi arricchire di valutazioni e decisioni relative all’uso finale del bene realizzato. Se non si parte da qui si rischia di fare come il PRG di Roma, che concede edificabilità a go go a condizione che un po’ d’area venga utilizzata per spazi pubblici.

Il secondo. Quali aree devono essere destinate perennemente alla natura o all’uso pubblico, chi le sceglie? Se per ogni intervento è l’operatore che cede una parte dell’area in cui interviene allora non c’è nulla di nuovo: è la prassi generalizzata fin dal 1967 con la lottizzazione convenzionata, e poi dal 1977 con gli oneri di urbanizzazione (uno strumento che è stato dissolto da dissennate politiche regionali e comunali). Se è l’operatore che sceglie l’area da conferire alla collettività, allora non c’è il rischio, ma la certezza che saranno “sacrificate” le aree più marginali, dissestate, inutili. Se invece, come sarebbe ragionevole, le aree sono scelte tra quelle che la collettività, con un piano (magari definito a livello sovracomunale) individua come le più idonee dal punto di vista delle loro caratteristiche proprie e da quello della loro collocazione in un disegno coerente del territorio, allora con quali meccanismi si può ottenere il trasferimento alla collettività?

Come si comprende dalle due questioni che abbiamo evocato il tema non riguarda solo le politiche ambientali ma, più compiutamente, quelle territoriali, e in primo luogo quella urbanistica. Speriamo che il testo della proposta di legge dia una risposta positiva alle domande che abbiamo posto, altrimenti avrebbero buon gioco quanti vorrebbero utilizzarne l’annunciato dispositivo per lottizzare qualche parco già previsto. Speriamo che la linea di lavoro indicata dalle due iniziative cui ci riferiamo non trovi ostacoli nell’ambito dell’attuale maggioranza, e non sia significativa la inaspettata presa di distanza del presidente della Provincia. E speriamo, soprattutto, che la testa guardi nella stessa direzione in cui si muovono i primi passi.

In un mondo in cui l’oggetto trionfa sul contesto, lo slogan prevale sulla concretezza del dato, l’annuncio sostituisce l’evento, occorre che siano chiari a tutti, e soprattutto a chi governa, la complessità delle questioni, i nessi che legano i diversi aspetti dei problemi, gli ostacoli che si frappongono tra le intenzioni enunciate e la realtà. Non per rinunciare alle buone ispirazioni e agli obiettivi giusti, ma per tradurre le prime in fatti concreti e per raggiungere i secondi.

L'articolo di eddyburg sul n. 38 di Carta sarà sulla homepage sabato 27.10; è comunque raggiungibile qui fin d'ora. Per gli argomenti di cui si tratta nell'eddytoriale si vedano in particolarei risultati dell’indagine sui consumi di suolo fatta per la Provincia, e le informazioni riportate dalla stampa questi giorni.

L'immagine è la campagna lombarda raffigurata da Carlo Carrà

Come si argomenta nella relazione che accompagna l’articolato (entrambi i testi sono scaricabili in calce), il ”governo del territorio” è concetto e campo molto vasto. Comprende materie che sono attribuite dalla Costituzione a enti diversi. Una legge che regoli l'insieme dell'argomento richiederà un lavoro di lunga lena, che non può non avere la sua premessa in un diligente lavoro di enucleazione dei principi desumibili dalla ricchissima legislazione vigente. Non a caso le leggi regionali in materia, anch’esse usurpando in qualche misura l’espressione “governo del territorio”, concernono il campo - più limitato ma indubbiamente decisivo – della pianificazione del territorio urbano ed extraurbano. A definire “principi” relativamente a questo campo è dedicato il testo che proponiamo.

È un testo snello, essenziale, scritto cercando di adoperare un linguaggio chiaro ma anche giuridicamente corretto. Non è comunque questo che soprattutto ci interessa, quanto il contenuto: le riaffermazioni che in esso si fanno di principi consolidati nella giurisprudenza costituzionale, le novità che si formulano tenendo conto delle nuove esigenze ed esperienze maturate.

Due principi sono alla base dell’intero articolato e ne ispirano i contenuti e i procedimenti: il territorio e la sue risorse sono un patrimonio comune, di cui le autorità pubbliche sono garanti e custodi; la titolarità della pianificazione del territorio compete esclusivamente alle pubbliche autorità democraticamente elette e rappresentative della cittadinanza.

Tra le riaffermazioni e il consolidamento di principi già presenti nel quadro legislativo italiano, segnaliamo l’assunzione della pianificazione come metodo generale per il governo delle trasformazioni territoriali (principio peraltro contraddetto nell’azione amministrativa e nella legislazione recente), l’onerosità per l’operatore immobiliare delle opere necessarie per la trasformazione urbanistica, la non indennizzabilità dei vincoli di tutela dell’identità culturale e dell’integrità fisica del territorio.

Particolare evidenza tra le novità, introdotte anche mutuando elementi dalle legislazioni regionali più recenti, assume una decisa opzione per la riduzione di quello sciagurato fenomeno, contrastato negli ultimi anni da tutti i governi europei, consistente nell’abnorme consumo di suolo, motivato unicamente dall’esigenza di accrescere il valore di scambio di privati patrimoni immobiliari. Accanto a questi, si segnalano: nuove norme per la tutela ope legis degli insediamenti storici, per effetto dell’essere individuati dagli strumenti di pianificazione, purché d’intesa con la competente Soprintendenza; l’affermazione del diritto alla città e all’abitare, riprendendo e consolidando il diritto alla presenza di determinate quantità di spazi pubblici e d’uso pubblico ma aggiungendo, tra l’altro, i diritti fondamentali all’abitazione, ai servizi, alla mobilità, al godimento sociale delle risorse territoriali ed ambientali e del patrimonio culturale; l’obbligo per gli enti pubblici di acquisire antro un termine perentorio gli immobili assoggettati dai piani a vincoli di tipo espropriativo; infine (last but not least) la formazione partecipata degli strumenti di pianificazione.

A quest’ultimo proposito si ritiene che la partecipazione della società alle scelte di governo non sia un problema dell’urbanistica, ma della democrazia, della vitalità dei suoi istituti, della loro capacità di rinnovarsi. Certo è comunque che le scelte sul territorio hanno particolare rilevanza sia dal punto di vista dei poteri che da quello dei diritti dei cittadini. Procedure aperte, trasparenti, attente all’ascolto e alla proposta, rendiconti puntuali, chiarezza negli atti a partire dalla condivisione delle basi conoscitive e dalla evidenza nella rappresentazione delle scelte – possono essere valido aiuto, che la legge può contribuire a determinare, per l’espressione dei diritti democratici. Anche a tal fine, oltre che per adempiere a un obbligo formale,si è introdotta nella proposta il recepimento della normativa europea in materia di valutazione ambientale strategica, per le parte in cui riguarda i procedimenti di formazione e i contenuti della pianificazione delle città e dei territori.

Affidando queste proposte alla buona volontà dei legislatori, ci auguriamo che esse diano un contributo per la costruzione, nella città e nel territorio, non di una congerie di valorizzazioni immobiliari e di conseguenti diversificate degradazioni ambientali, sociali e culturali, ma della casa comune della società italiana dei futuri decenni.

A prima vista, appare un paradosso. Ma come, gli ambientalisti predicano la necessità di incentivare le energie alternative, e poi protestano quando finalmente si cerca di passare dalle parole ai fatti! Così hanno scritto Valentini, Manfellotto e tanti altri bravi giornalisti. Così pensa una parte consistente, forse maggioritaria, dell’opinione pubblica, e perfino qualche componente dell’ambientalismo. Tanto è vero che Massimo Serafini e Mario Agostinelli (persone del cui giudizio mi fido) hanno invitato Vendola a ripensare al suo decreto di moratoria agli impianti eolici in Puglia e ad adottare soluzioni più soft. Cerchiamo di ragionare, senza schierarci: o meglio, prima di schierarci, per comprendere se ci si debba schierare o no, e da quale parte.

Le ragioni di chi difende le energie alternative, utilizzatrici di risorse rinnovabili, sono fuori di ogni dubbio. Ma ogni energia, anche alternativa, ha bisogno che venga realizzata una “interfaccia”, un apparecchio o un complesso di apparecchi che trasformi la sorgente di energia in energia accumulabile, trasmissibile, consumabile. E ogni energia, anche alternativa, provoca trasformazioni del territorio: modeste o cospicue, in parti del territorio più o meno dotate di qualità e di fragilità.

Ora il fatto è che tra le proposte degli ambientalisti e la loro pratica traduzione in opere si inserisce, di fatto, un solo soggetto: l’industria, senza alcuna guida, senza alcun indirizzo, senza alcuna definizione delle prestazioni richieste e delle condizioni da rispettare. Manca, insomma il governo: il government, l’autorità pubblica garante dell’interesse generale. E l’industria, miope per definizione (è guidata esclusivamente dalla ricerca del profitto, in assenza del quale fallisce), produce oggetti progettati con l’unica finalità di produrre il massimo di energia al costo più basso.

Va bene questo? Non va bene: lo dimostra la documentazione raccolta da Carlo Ripa di Meana e dal suo Consiglio nazionale per il paesaggio, e la ricca letteratura in proposito che è stata prodotta in Europa e negli USA. Non va bene soprattutto in Italia, dove il paesaggio costituisce la maggiore ricchezza della nazione, e una delle maggiori fonti di reddito per il futuro (oltre all’intelligenza, la quale peraltro comincia anch’essa a scarseggiare): e dove le amplissime piantagioni di impianti eolici (produttori di quote molto modeste di energia) stanno trasformando in modo irreversibile delicatissimi paesaggi degli Appennini, spesso “protetti” da provvedimenti europei, nazionali o regionali.

Domandiamoci allora – visto che per di più siamo in una fase di definizione dei programmi elettorali – che cosa un governo lungimirante ed efficace dovrebbe fare.

In primo luogo, dovrebbe elaborare un piano energetico nazionale, nel quale si stabilisca, in relazione alle risorse energetiche disponibili e alle loro concrete capacità d’impiego, quali impiegare e per quale quota: e questo è un compito del tutto tradizionale, che qualunque mediocre governo in una società moderna adempie come normale amministrazione. È ragionevole che in Italia dal 1988 non si sia fatto un Piano energetico, e che (peggio ancora) con la riforma del titolo V delle Costituzione la materia sia stata attribuita alle 20 regioni? È ragionevole che si sia avviata una iniziativa per la diffusione massiccia dell’eolico, senza neppure prima verificare – per esempio – se nella concreta situazione paesaggistica e meteorologica della penisola sia più conveniente l’eolico o il solare?

In secondo luogo, il governo dovrebbe definire le prestazioni richieste agli impianti relativi a ciascun tipo di energia. Per far questo sarebbe ovviamente necessario un potenziale di ricerca applicata direttamente gestito dallo Stato, con la massima autonomia rispetto all’industria. Sarebbe necessario definire (da parte dello Stato e delle Regioni) le caratteristiche dei progetti di impianti in relazione alle collocazioni possibili nei nostri territori, con un’attenzione particolare ai paesaggi urbani e a quelli territoriali. Sarebbe necessario definire le caratteristiche dei siti capaci di ospitare gli impianti e le altre infrastrutture necessarie per la loro gestione, le modalità mediante le quali gli strumenti della pianificazione territoriale e urbana debbano decidere le specifiche localizzazioni e le regole della loro attivazione. E su tutto ciò, sulla rigorosa applicazione delle regole definite e degli strumenti individuati, occorrerebbe esercitare controllo e monitoraggio.

Sono giuste, allora, le critiche alla opposizione degli ambientalisti a interventi devastanti? Finché chi governa non avrà fatto il suo dovere, la mia opinione è che gli ambientalisti, poiché non governano, abbiano il dovere di proporre e di denunciare: non è a loro che spettano i compromessi. E chi governa, nell’incertezza derivante dall’assenza delle condizioni indispensabili per agire, ha ragione se applica il principio di precauzione: provvida perciò la moratoria, e il contemporaneo avvio di un’iniziativa che consenta di decidere a ragion veduta, di scegliere con piena cognizione di causa. Per governare, e per non essere governati dai poteri forti.

Il disegno è di Pablo Picasso, "Don Quijote y Sancho Panza", 1955

La questione delle rendite è un argomento scottante, sotto molti punti di vista e da moltissimi anni: sia per i territori, le città, i paesaggi, il loro assetto, le condizioni di vita degli abitanti, la permanenza (meglio, la scomparsa) delle qualità e delle testimonianze in essi sedimentate, sia per l’economia del nostro paese. La quota della ricchezza del paese che va alla rendita è sottratta ai salari e ai profitti, quindi riduce la possibilità di utilizzare i maggiori salari per allargare i consumi, e quella di reinvestire il profitto nel processo produttivo applicandovi ricerca e innovazione. A partire dagli anni sessanta del secolo scorso, accanto al drenaggio di ricchezza provocato dalla rendita immobiliare (contro la quale non a caso si era scagliato un predecessore di Luca di Montezemolo, l’avvocato Gianni Agnelli) si è via via accresciuto quello provocato dal largo investimento nelle rendite finanziarie.

Oggi rendite finanziarie e rendite immobiliari sono strettamente intrecciate, e pesano fortissimamente sul nostro paese. Lo avevano compreso gli estensori del programma di governo della formazione “Uniti per l’Ulivo”: il documento sulla cui base gli elettori sono stati chiamati a votare alle ultime elezioni politiche e l’Unione ha riportato la vittoria. In quel programma, infatti, si legge che tra “le cause del declino che investe il sistema paese” vi è “un sistema fiscale che penalizza il reddito di impresa rispetto alla rendita finanziaria”, si accusa il governo di centrodestra di aver “ favorito un’abnorme crescita delle rendita immobiliare”, si constata che “si è realizzato un drammatico impoverimento del potere d’acquisto dei redditi medio-bassi” mentre “è stato riconosciuto un vantaggio fiscale alla rendita piuttosto che ai redditi prodotti dalle imprese”, ci si impegna ad “attuare una nuova politica della concorrenza che miri”, tra l’altro, a “ridurre le rendite e la convenienza all’impiego di capitali nei settori che le alimentano tali rendite (immobiliare, autostrade, ecc.)”.

Le citazioni potrebbero proseguire, ma sembra chiaro che, sulla perniciosità del peso assunto delle rendite finanziaria e immobiliare, e sulla conseguente necessità di liberarne le altre forme di reddito, le valutazioni e le intenzioni fossero esplicite. Eppure, oggi, alla proposta di rendere efficaci gli impegni assunti, si reagisce - da parte degli stessi autori di quegli impegni programmatici - con timidezza, prendendo le distanze da chi quegli impegni dichiara di voler tradurre in atti di governo, e senza ribattere con la necessaria energia agli esponenti di quel capitalismo straccione, iperprotetto, pronto ad approfittare di ogni smagliatura del sistema degli accertamenti fiscali e di ogni occasione per socializzare perdite e privatizzare risorse pubbliche, generatore delle iniziative arrembanti dei “capitani coraggiosi” dediti all’assalto dei galeoni delle grandi banche e dei grandi giornali con i proventi dei raggiri finanziari.

Forse, per comprendere le ragioni di un simile atteggiamento, converrà ripercorrere l’amara esperienza del ministro democristiano Fiorentino Sullo e il saggio dedicato da Valentino Parlato al “blocco edilizio”. Forse l’Italia (il suo popolo, i suoi elettori, il suo sistema economico) sono così intrisi dalla rendita e dalla concezione individualistica della proprietà che i governanti avveduti sono costretti a recitare, con la Zerlina del Don Giovanni, “vorrei… e non vorrei, mi trema un poco il cor”.

“Lavoro” è un termine che esprime un valore profondo, primario, fondativo della nostra società. Per la nostra Costituzione (la difendiamo abbastanza?) il lavoro è il fondamento della Repubblica italiana. E in effetti, in modo diverso e con alleanze di classe diverse, le grandi forze che fondarono la Repubblica esprimevano tutte il mondo del lavoro: dal PCI e il PSI, alla DC, ai “partiti laici”.

La corrente di pensiero che, nella sua analisi e nella sua azione, ha posto come centrale il lavoro dell’uomo è comunque indubbiamente la marxista. E allora vale la pena di ricordare il modo in cui Marx lo definiva: “l'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d'un uomo, e che egli mette in movimento ogni volta che produce valori d'uso [corsivo mio] di qualsiasi genere”. E ancora: “In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l'uomo e la natura, nel quale l'uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi dei materiali della natura in forma usabile per la propria vita”.

Riflettere sul significato del lavoro dell’uomo nei contesti nei quali viviamo (dal governo nascituro dell’on. Prodi alla crisi planetaria) porta a sottolineare due connotazioni dei nostri tempi, l’una di carattere tattico e relativa al breve-medio periodo, l’altra di carattere strategico e relativa allungo periodo. Da esse scaturiscono due necessità dell’azione politica e di quella culturale: necessità certamente distinte, ma che sarebbe delittuoso separare.

Da un lato, è evidente che nell’attuale situazione italiana, così come questa si è determinata per colpa sia della destra che delle debolezze del centro-sinistra, il lavoro ha perso la centralità che la Costituzione gli assegnava. Lo rivelano l’espansione del precariato e la sua assunzione come “fattore di modernizzazione”, l’indebolimento dei sindacati dei lavoratori, lo squilibrio tra la tassazione dei redditi da lavoro e quella dei redditi finanziari, nonché, per riferirci a un tema centrale per queste pagine, la prevalenza della rendita (remunerazione della proprietà) sul salario (remunerazione del lavoro) e del profitto (remunerazione dell’attività imprenditiva secondo una scuola, il frutto stesso del lavoro secondo un’altra). Un programma di governo che volesse ripristinare il rispetto della Costituzione su ciò che costituisce il fondamento della Repubblica dovrebbe assumere perciò come centrale la questione del lavoro, in tutte le articolazioni ora enunciate.

Ma accanto e dietro questo aspetto del problema del lavoro un altro se ne pone, che ne costituisce in qualche modo la prospettiva e lo scenario. La concezione del lavoro che ancor oggi nutre il pensiero economico e l’organizzazione sociale è quella propria del sistema capitalistico: il lavoro socialmente ed economicamente riconosciuto è quello finalizzato, direttamente o indirettamente, alla produzione di merci. Se Marx, nel brano sopra citato, riferiva il lavoro alla produzione di valor d’uso, oggi per il calcolo economico, e per la stessa considerazione sociale, l’unico valore che è rimasto è il valore di scambio. I beni (siano essi oggetti o servizi) cui la produzione è finalizzata sono solo quelli riducibili a merce, e in tanto sono considerati in quanto sono ridotti a merce. Ciò che conta non è la loro utilità ai fini dello sviluppo dell’uomo e dell’umanità, ma la loro capacità di essere acquistati da un consumatore.

È morto qualche giorno fa John Kenneth Galbraith. Fu lui che, nel lontano 1958, coniò per primo il termine “società opulenta” (affluent society). Con questa espressione si designa appunto una società nella quale la produzione ha perso qualunque profondo connotato umano, ed è finalizzata esclusivamente a vendere, in misura via via crescente, merci via via più lontane da ogni reale utilità per l’uomo. Sembra che un lavoro finalizzato esclusivamente alla produzione crescente di merci superflue (spesso per di più dannose) non possa essere considerato durevole. Il ragionamento sul lavoro e la rivendicazione della sua necessaria centralità si deve perciò connettere a quello attorno ai limiti dello sviluppo (di questo sviluppo, basato sulla riduzione dei beni a merci, sull’orgogliosa negazione dei limiti posti dal pianeta, sulla perdita di ogni finalità propriamente umana), al nuovo imperativo della “decrescita”, al pieno riconoscimento economico e sociale dei valori d’uso - e delle qualità culturali,ambientali, storiche del territorio.

Il discorso di Fausto Bertinotti

Scritti sulla "decrescita" nella cartella Il nostro pianeta

Ricordo che l’articolo di Valentini è stato generato dall’attacco di Legambiente a Italia Nostra, accusata di privilegiare il NO, e si è inserito nel dibattito, molto aspro, che ne è conseguito, i cui elementi più significativi sono raccolti nella cartella Polemiche di questo sito. È stato un dibattito lacerante, che ha fatto del male all’ambientalismo italiano: ma potrà fargli del bene, se aiuterà a chiarire alcune cose che mi sembrano palesemente confuse.

Cominciamo dalle parole, e cominciamo da una parola che si è talmente logorata nell’uso da diventare di per sé priva di qualsiasi connotazione, tanto che sempre più spesso viene qualificata da un attributo: la parola “sostenibile”. In parziale dissenso, su questo punto, da Tullio De Mauro e da quanti privilegiano le mutazioni impresse dall’uso, sono convinto che vale anche per le parole ciò che Giovan Battista Vico attribuiva a tutte le cose, quando affermava che “natura di cose altro non è che nascimento di esse”. Allora ricordo che quel termine, attribuito all’altro termine terribilmente equivoco di “sviluppo”, nacque quando si cominciò a comprendere che ritenere possibile uno sviluppo indefinito in un mondo limitato è una follia, e si definì sostenibilità in un modo di governare l’esistenza del genere umano sul pianeta tale da non consumare risorse che non siano sostituibili.

Se questo è il significato del termine “sostenibile”, allora sembra a me che esso possa essere attribuito agli oggetti che posseggano entrambe queste caratteristiche: di essere “risorse”, ossia beni utili all’umanità attuale e futura, e di essere “non sostituibili” nelle quantità necessarie. Se scaviamo un poco più a fondo scopriamo che queste risorse possono essere suddivise in due grandi categorie: quelle che sono “uniche”, nel senso che sono caratterizzate da una tale individualità da non poter essere sostituite da nessun’altra simile, e quelle invece che possono essere sostituite da altre che svolgano, per l’umanità di oggi e di domani, il medesimo ruolo. Per esemplificare le prime, un’opera d’arte, un paesaggio, un centro storico; per esemplificare le seconde, l’energia, l’acqua.

L’ambientalismo, anche in Italia, è nato e si è sviluppato in reazione al trend sempre più veloce di distruzione senza sostituzione delle risorse dell’uno e dell’altro tipo (e potrebbe anzi essere un utile esercizio verificare se le differenti organizzazioni ambientaliste, e le loro politiche, riflettano le differenze tra i diversi tipi di risorse di cui privilegiano la difesa). Talchè parlare di un ambientalismo che debba diventare “sostenibile” non significa solo incorrere in un’ossimoro, ma dire una bestialità. Dispiace che la velocità polemica della penna abbia indotto in errore anche Valentini.

Ora l’ambientalismo agisce in un mondo nel quale le fortissime regole generali, che determinano le azioni della società e dei suoi multiformi meccanismi, sono ancora non solo condizionate, ma pesantemente dominate (nell’economia, nella politica, nella cultura) proprio da quella visione distruttrice e idiota dello sviluppo che ne determina l’insostenibilità. Se è così, allora la missione di ogni ambientalismo decente non può essere che la difesa a oltranza di ogni risorsa che minacci di essere soppressa senza che ne sia garantita (non promessa, non dichiarata possibile: garantita) la sostituzione (non la sostituibilità: la sostituzione).

Chiedere all’ambientalismo di negoziare, di accettare compromessi, di ratificare “depeggioramenti” e mitigazioni significa attribuire all’ambientalismo un potere che non ha né deve avere, e togliergli l’unico potere cui non può rinunciare: denunciare ognuno dei passi sbagliati che vengono compiuti, dai pochi che governano il mondo, nello sperimentato cammino improvvidamente percorso dal mondo e dalle sue parti verso la perdita d’ogni identità e, all’orizzonte, della sua stessa vita.

“L’ambiente al servizio dell’uomo, e naturalmente della donna, non l’uomo e la donna sottomessi all’assolutismo dell’ambiente”. Così Valentini conclude il suo articolo. Ma perché l’ambiente sia al servizio dell’umanità (maschile e femminile, attuale e futura) ne devono essere innanzitutto difese le risorse: quelle risorse, costruite dalla natura e migliorate dall’uomo, che le perversità, gli errori e i limiti dei poteri della politica, dell’economia e della cultura hanno, nei secoli a noi più vicini, sistematicamente distrutto. E d’altra parte, non è forse l’ambiente un valore anche in sé, indipendentemente da ogni sua finalizzazione?

Per adoperare ancora le parole di Giorgio Ruffolo, oggi viviamo “una nuova vulgata neoliberista [che] si afferma sotto forma di quello che potremmo chiamare un determinismo mercatistico”. Abbandonando ogni senso critico e dimenticando la lezione liberista sui limiti del mercato, questo è insomma divenuto la misura non solo del valore di scambio delle merci, ma anche di ogni valore, di ogni azione, di ogni attività dell’uomo e della società.

Questa vulgata non è innocente. Dietro di essa si nasconde una pratica di classe che è stata acutamente indagata. Si tratta del neoliberismo, che non è una forma ammodernata della vecchia concezione dell’economia e della società tipica della società borghese e della sua ideologia, ma qualcosa del tutto nuovo.

Per dirla con uno dei suoi più acuti studiosi, David Harley “il neoliberismo è in primo luogo una teoria delle pratiche di politica economica secondo la quale il benessere dell’uomo può essere perseguito al meglio liberando le risorse e le capacità imprenditoriali dell’individuo all’interno di una struttura istituzionale caratterizzata da forti diritti di proprietà privata, liberi mercati e libero scambio”. Esso è un progetto di ricostruzione del potere delle élite economiche. Lo studioso americano apertamente sostiene (si veda la recensione di Ilaria Boniburini) che si tratta di lotta di classe, perché “sembra lotta di classe e agisce come lotta di classe”, e quindi come tale occorre trattarla.

È a questo scenario che occorre riferirsi quando si sente parlare oggi della necessità di “tener conto del mercato”. Dimenticare che la pianificazione urbanistica è una delle pratiche inventata (dalla società borghese) per risolvere problemi che lo spontaneismo del mercato era incapace di affrontare non è solo grave errore intellettuale. È anche subalternità a un disegno politico che è forse il rischio più grave che corre oggi la democrazia.

Eppure, è quello che succede in Italia a proposito del territorio e del suo governo. Succede ovviamente a Milano, nelle modalità di “governo del territorio” esplicitamente subalterno alle scelte delle grandi società immobiliari, teorizzata da intellettuali provenienti dalla sinistra (Luigi Mazza e Stefano Moroni) e praticata dal ceto politico più omogeneo al neoliberismo. Succede in Toscana, dove l’autorevole ispiratore della politica del territorio della giunta di centrosinistra (Massimo Morisi) ha esplicitamente sostenuto che bisogna fare entrare a pieno titolo il mercato nei processi di piano, non come fenomeno da governare, ma come protagonista, alla pari della mano pubblica, e che la pianificazione deve svolgersi su due “gambe”, tenendo conto delle finalità e delle regolazioni del pubblico e delle finalità e del dinamismo del mercato, poiché solo in tal modo si può garantire sviluppo, modernizzazione e capacità competitive. E succede nel Parlamento nazionale, dove si accetta pressoché unanimemente che le localizzazioni industriali possano avvenire (proposta di legge Capezzone e altri) senza alcuna di quelle verifiche di necessità, di adeguatezza e di coerenza territoriale che solo una corretta pianificazione del territorio può assicurare.

Verrebbe da dire che siamo alle frutta con il nostro Belpaese. Anche perché il “mercato” al quale ci si riferisce quando si parla di governo del territorio non è, in Italia, quello delle imprese, ma quello delle società immobiliari. Non è quello del profitto, ma è quello della rendita. Non è quello della dinamica capitalista, ma è quello del parassitismo proprietario. Ed è un mercato il cui predominio sulla città produce (lo ha dimostrato la storia) segregazione di gruppi sociali, spreco di risorse comuni, disagio delle persone e delle famiglie, penalità al sistema produttivo e infine (tanto per adoperare un altro concetto divenuto idolo delle piazze) ulteriore motivo di perdita di competitività di un sistema già pesantemente degradato e inefficiente.

I valori furono dunque una componente decisiva: non ricostituzione (come in Francia e in Danimarca, in Belgio e in Olanda, in Jugoslavia e in Norvegia) di quelli nazionali calpestati dal nemico invasore, ma costruzione di valori nuovi, fondativi della società nuova che – a partire dalla Liberazione – si cominciava a costruire.

Ricordare oggi, 25 aprile 2006, la liberazione dell’Italia dal nazifascismo suggerisce prepotentemente una necessità di oggi: rimettere i valori al centro dell’attenzione della politica e della società.

Una necessità di oggi. Il risultato elettorale del 9-10 aprile scorso non rivela soltanto che “l’Italia è spaccata in due”: risultato inevitabile d’un sistema maggioritario, come qualche osservatore più lucido ha rilevato. Rivela anche un’incertezza degli elettori, una certa aleatorietà del risultato, una mobilità di parte consistente dell’elettorato che non ci sarebbero se alla base delle scelte di voto ci fossero convincimenti profondi e radicati, e legami stretti tra questi e le proposte delle diverse (delle due) parti politiche.

In assenza di convincimenti profondi e radicati (di valori) è evidente che tendono a prevalere gli interessi differenziati dei gruppi,delle corporazioni, dei segmenti della nostra frammentata società. Tendono a prevalere insomma quei moventi del voto che più facilmente vengono catturati dalle offerte mercantili (bugiarde o meno) degli imbonitori cui è stato lasciato il possesso dei mezzi di comunicazione di massa.

Singolare, in proposito, l’atteggiamento del centro-sinistra. La sua propaganda ha lasciato cadere tutti i numerosi spunti polemici (e di convincimento delle coscienze) che potevano essere offerti dalle stesse parole ed azioni dell’avversario. A partire dall’ingiustizia di fondo,dal vero e proprio vulnus dell’ordinamento democratico, costituito dal potere straordinario in mano a uno solo dei contendenti (in codice: il conflitto di interessi), fino a quell’incredibile affermazione dell’ex premier, rivelatrice di un pensiero osceno, secondo il quale sarebbe del tutto evidente che il figlio d’un operaio vale meno del figlio d’un professionista.

Abbiamo dimenticato i principi fondativi della nostra nuova società, nata dalla Resistenza. Non ci siamo sentiti offesi dal loro tradimento, dal loro rovesciamento perfino. Ricordiamoli,così come furono costruiti nelle coscienze e nei sacrifici negli anni difficili della Resistenza e tradotti in principi costituzionalmente garantiti.

Solidarietà, primato del lavoro, subordinazione della proprietà al suo ruolo (al suo dovere) sociale, eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e ai diritti non solo giuridici, sostegno ai più deboli perché possano entrare nel novero dei più forti, privilegio agli interessi della collettività, politica come proposta di un progetto di società più alto di quello dell’antagonista. Infine, ma non è l’ultimo dei valori, difesa dei beni comuni costruiti dal lavoro di tutti: a partire dalle fabbriche strenuamente difese, nel 1943-45 dagli operai perché non erano dei padroni, ma di tutti, fino alla tutela del paesaggio e dei beni storico-artistici come patrimonio della Nazione,nel 1946-48.

È da qui che occorrerebbe partire per conquistare durevolmente il consenso delle cittadinee dei cittadini: dalla riaffermazione orgogliosa di quei principi, dalla loro propaganda tenace e intelligente, dalla loro traduzione in una reale riforma dei codici della convivenza civile (a cominciare dalla demolizione delle norme e delle prassi con essi in contrasto). E scendendo dal generale allo specifico degli interessi di questo sito, vorremmo lavorare per una legge sul governo del territorio che si aprisse con le parole: “le risorse del territorio sono patrimonio comune non negoziabile”. Ma di questo scriveremo un’altra volta.

La notizia vola negli ambienti politici e culturali bolognesi, si diffonde arricchendosi di particolari non controllabili. La decisione di smantellare l’ufficio sarebbe partita qualche mese fa dalla federazione dei DS, e avrebbe colto di sorpresa la Margherita. Ne sarebbero state liete le imprese immobiliari (tra cui quelle potentissime della Lega delle cooperative), i cui interessi non avrebbero potuto espandersi se si fosse consolidata la politica di contenimento del consumo di suolo promossa dal Piano territoriale provinciale. Ridurre il peso dell’ufficio e “burocratizzarlo” avrebbe eliminato un elemento di confronto politico e culturale, rischioso per alcune scelte municipalistiche che starebbe assumendo il governo Cofferati.

Un fatto è certo. Piero Cavalcoli, contro la sua volontà, è estromesso dalla gestione dell’ufficio (il Settore pianificazione territoriale e trasporti) che ha creato e diretto per 15 anni e che aveva avviato una trasformazione radicale dell’assetto del territorio bolognese. Il personale tecnico, raccolto e “allevato” con pazienza e divenuto, nel suo complesso, un modello per l’Italia, ha cominciato a essere dirottato verso altri uffici della provincia o in altre istituzioni. Un’esperienza di pianificazione intelligente, capace di utilizzare tutte le leve dell’intervento pubblico sul territorio, di promuovere la collaborazione tra le amministrazioni comunali fino ad allora divorate dal municipalismo, di tradurre in concrete decisioni amministrative un disegno di riduzione della congestione, di arresto dello sprawl, di protezione effettiva (e non solo a chiacchiere) delle risorse territoriali – un’esperienza unica in Italia e all’avanguardia in Europa - viene ridotta al rango degli uffici delle “vecchie province”: quelle che con la riforma della legge 142/1990 si era tentato di rinnovare ab imis, assumendo quale loro centro la responsabilità della pianificazione territoriale.

Ciò che sta avvenendo a Bologna, ha per l’Italia lo stesso significato che ebbe per la Gran Bretagna della Tatcher lo smantellamento del Greater London Council. È la rivincita degli interessi municipalistici (e in primo luogo dei municipi più grandi) sugli interessi di un’organizzazione equibrata delle risorse territoriali. È la rivincita degli interessi economici di breve periodo, basata sullo sfruttamento immediato della risorsa fondiaria, sugli interessi aperti al lungo periodo della tutela dell’acqua, del paesaggio rurale, della natura. È la rivincita, infine, dalla politique politicienne su una visione strategica, di ampio respiro, dei valori e della vita della comunità

Ma ciò che avviene attorno al bunker nel quale sembra assediato Cofferati, è fonte di grave preoccupazione anche al di là caso del specifico. Perché significa che le forze che aspirano a sostituire Berlusconi nel governo dello Stato patiscono alcune insufficienze gravi di intelligenza politica: la concezione del funzionario pubblico, il civil servant, come figura subalterna al potere (icastica la vignetta di Bucchi), l’incapacità di aprire una discussione di merito su strategie territoriali che non si condividono (e che si preferisce annullare surrettiziamente mediante interventi di mero potere), l’utilizzazione di “linee di comando” tipiche dei peggiori risvolti di quella Prima Repubblica che tutti sembrano deprecare, ma di cui troppi rinnovano i (ne)fasti.

Tra i buoni segnali, annoveriamo senz’altro la più recente edizione della proposta di legge per il governo del territorio (prima firmataria l’on. Raffaella Mariani). In essa – come abbiamo già osservato – accanto a qualche residuo del linguaggio dell’immobiliarismo neoliberista ereditato dalla precedente legislatura e dalle posizioni culturali allora egemoni (da Berlusconi all’INU) abbiamo ritrovato quasi tutte le formulazioni della proposta degli “Amici di eddyburg”, fatta propria da Rifondazione comunista e da altri esponenti della sinistra (pdl on. Migliore e sen. Sodano), soprattutto, ma non solo, in materia di contrasto al consumo di suolo e di tutela delle aree rurali.

Ma quanti segnali di direzione opposta! Alla tenace resistenza della maggioranza dei ministri ad abbandonare la logica delle Grandi opere (si è lasciato cadere solo il poco difendibile Ponte sullo Stretto) risponde nelle regioni e nelle città un coro di iniziative, promosse e sostenute da governanti del centro-sinistra, che meriterebbero un’amplissima distribuzione di Premi Attila. Il premio più consistente spetterebbe probabilmente (ma la gara è aperta) al presidente del Friuli - Venezia Giulia (che avrebbe il dovere morale di dividerlo con alcuni suoi più attivi collaboratori). Non solo per la pessima legge urbanistica da poco approvata (si leggano in proposito le spietate critiche di Luigi Scano) ma anche per le innumerevoli iniziative, emblematiche del nuovo corso che l’ex sindaco di Trieste ha impresso a una regione che è stata sede, in tempi lontani, di coraggiose sperimentazioni.

Ci riferiamo in particolare all’ultima della serie: il nuovo grande cementificio sul margine delle Laguna di Grado e Marano, a Torviscosa. Una proposta decisamente contrastata non solo dalle associazioni ambientaliste, ma dai comuni più direttamente interessati e dai sindacati dei lavoratori (i quali sempre più spesso rifiutano il ricatto occupazione contro ambiente). La tenacia con la quale l’establishment regionale difende il devastante progetto ha condotto a una spaccatura aperta all’interno stesso della maggioranza e a un conflitto tra Esecutivo e Legislativo. Un autorevole esponente dei DS, capogruppo in Consiglio regionale, ha criticato pesantemente l’iniziativa di Illy, e la commissione consiliare ha sollevato obiezioni tutt’altro che marginali.

In una delle sue sortite a difesa e giustificazione della scelta Illy ha lasciato chiaramente comprendere che i diversi momenti della sua politica del territorio sono tasselli organicamente legati d’una medesima strategia: serve produrre più cemento per realizzare le numerose nuove infrastrutture che dovranno continuare a invadere i delicati territori del Carso giuliano e di quello friulano, a devastare i residui ecosistemi, a rendere più precarie le condizioni delle falde idriche e dei corsi d’acqua.

Ma quanti piccoli e grandi Illy comandano ancora nelle regioni e nelle città del Malpaese? Per far sì che le promesse contenute nelle leggi per il governo del territorio producano fatti occorre davvero grande determinazione, in quelle aree del centro e della sinistra che ancora credono che il territorio, il paesaggio, l’ambiente siano beni da preservare nelle loro risorse e nella loro qualità, e che lo sviluppo non consista nell’aggiungere cemento e asfalto a quelli già ridondanti che il secolo scorso ci ha lasciato. La speranza è che non manchino loro né determinazione né ricerca dell’unità, nel Parlamento e nel popolo.

Occupiamo – una tantum – questo spazio riservato alle riflessioni di Edoardo Salzano (temporaneamente ‘in vacanza’, ma consenziente all’invasione) per un’occasione davvero speciale che Eddyburg non può permettersi di non celebrare (v.d.l.; m.p.g.)

La lunga notte del 10 aprile ci ha restituiti ad una mattinata caliginosa di dubbi, mescolati a qualche inquietudine, ma anche ad una soddisfazione tanto intensa quanto lungamente compressa nel tempo che vorremmo condividere con i lettori di eddyburg.

Come abbiamo rilevato più volte, durante la campagna elettorale, i temi dell’urbanistica e del governo del territorio, hanno abitato uno spazio defilato, sempre a rimorchio di qualcos’altro (le infrastrutture, ad esempio, vere primedonne bypartisan) ma, come è stato scritto in questi giorni, le vere scelte si fanno dopo il 9 aprile.

Ed è importante, adesso, smentendo – finalmente – il costume inveterato della politica italiana, dagli anni di piombo a mani pulite, non limitarsi ad accantonare i detriti in un angolo e passare oltre o peggio cercare di recuperarli, quei detriti. Proprio perchè troppe volte ci si è limitati a nascondere la spazzatura sotto il tappeto della nostra casa comune, l’altra notte, di fronte all’altalena disperante di proiezioni e sondaggi, molti di noi hanno pensato che quest’Italia sia destinata a non voltare mai pagina. E che il berlusconismo, con i suoi connotati di populismo e totale disprezzo delle regole, tenacemente affezionato all’accezione di libertà come decostruzione dello Stato e del pubblico, è ancora sentire viscerale largamente diffuso.

Gli eddytoriali hanno costantemente ribadito la preoccupazione nei confronti di fenomeni e pratiche che stanno accellerando il degrado, non solo del nostro territorio e del nostro patrimonio culturale e paesaggistico, ma assieme del sistema condiviso delle regole di governo.

Questo del governo del territorio è uno degli ambiti in cui il ribaltamento dalla forza del diritto al diritto della forza, connotato distintivo del berlusconismo, si è acuito nell’ultimo lustro, infettando, come una forma epidemica, trasversalmente, anche l’habitus urbanistico di regioni province e comuni di centro sinistra, così come Eddyburg non si è mai stancato di rilevare. Decisiva riprova del fascino bypartisan esercitato da queste pratiche deregolative è il tentativo, maldestro anche sul piano della cultura giuridica, noto come legge Lupi. Provvidamente annullata dalla fine della legislatura, oltre che da una ‘guerriglia’ instancabile di cui eddyburg è stato il primo motore, pare suscitare ancora trasversali, non sopite, nostalgie.

In questi ultimi anni abbiamo segnalato, sempre più spesso, come le molte amministrazioni comunali e regionali abdicassero dal proprio ruolo di pianificatori e di garanti del pubblico interesse nell’illusione, nella lettura più benevola, di ricavare, dalle trattative dirette con i portatori di interessi privati, benefici economici da reinvestire in altri servizi, sacrificando un bene irriproducibile per ‘guadagni’ rapidamente vanificati, nel medio-lungo termine, da perdite e danni alla collettività in temini di disservizi, congestione e, in generale, depauperamento del livello di vivibilità.

Fra le tante urgenze che attendono il prossimo governo Prodi, vi è dunque anche questa. Quella della ricostruzione di un sistema delle regole aggiornato e fondato su alcuni irrinunciabili principi di tutela del territorio come bene collettivo non negoziabile, di titolarità pubblica del governo del territorio, di limitazione del consumo di suolo, di diritto alla città, alla casa, ai servizi, di garanzia di partecipazione alle decisioni urbanistiche. Insomma un sistema chiaro di ‘regole inderogabili’su cui costruire la gerarchia degli strumenti di pianificazione.

Ma anche la migliore delle leggi è destinata ad essere disattesa se non è sostenuta da un comune retroterra culturale e civico che ne costituisca l’humus imprescindibile.

In fondo, con limitatissimi mezzi, eddyburg ha operato, in questi anni, esattamente in questa direzione: a chi da domani ci governerà offriamo fin da ora il nostro contributo sia per quanto riguarda la costruzione del sistema delle regole che per quel che attiene la costruzione di una cultura che lo accompagni e lo sostenga.

Ma adesso è tempo di festeggiare e di ribadire la nostra gioia per un cambiamento tanto atteso e dal quale tanto ci attendiamo.

La questione che c’è sotto è globale: è la questione della democrazia. In Italia il nodo è quello del rapporto tra società e politica. Questo rapporto si è rotto: la società non si sente più rappresentata dagli strumenti e dagli istituti della democrazia. I partiti, e di conseguenza le istituzioni non hanno più credito. Se la maggioranza dei cittadini li subisce (e comunque elude i valori che essi dovrebbero rappresentare, accettando il potere reale degli strumenti di comunicazione di massa), quella porzione che si rifiuta di sottomettersi chiede di rappresentarsi da sé: di decidere, o almeno di partecipare direttamente al processo delle decisioni. Si forma così (caso per caso, episodio per episodio) una opposizione al “potere che decide”, che vuole decidere in sua vece. Ma poiché non ha la forza per costruire, riesce solo a decidere ciò che non va fatto: riesce a bloccare le decisioni, a ritardarle. Magari a proporre una soluzione alternativa: mai a praticarla. Ecco che la partecipazione (questa partecipazione) diventa una forza di paralisi. Al tempo richiesto dal gioco di pesi e contrappesi della democrazia, che è nato per garantire interessi legittimi contro il decisionismo del tiranno, si aggiungono così i tempi degli arresti provocati dalla partecipazione. La crisi del sistema aumenta.

Mi rendo conto di dare un’interpretazione pessimistica della partecipazione. Allora cerco di domandarmi da dove nasce quella crisi del rapporto tra politica e società cui la partecipazione vuole dare una risposta “dal basso". La mia tesi è semplice, forse semplicistica. Quando la democrazia fu introdotta in Italia (dai comunisti, dai democristiani, dai socialisti, dai liberali), essa prevedeva una stretta relazione collaborativa tra i partiti e le istituzioni. Le istituzioni, gli strumenti della democrazia rappresentativa, erano nutrite dalla società attraverso i partiti: ben al di là del collegamento a lunga periodicità dei comizi elettorali. I partiti, e soprattutto i grandi partiti, esprimevano le diverse componenti della società: nei loro ideali e nei loro interessi, nei loro egoismi e nelle loro speranze. Davano ad esse un progetto di società, in nome del quale chiedevano l’adesione e fornivano soluzioni. Mediando tra loro, ricercando intese dove era possibile raggiungerle,e denunciando differenze dove queste restavano, governavano attraverso le istituzioni.

Il rito pluriennale delle elezioni non era quindi che una verifica periodica della forza elettorale dei diversi partiti, ma ciascuno di questi era il tramite quotidiano tra la società (certo informalmente rappresentata) e le istituzioni. A partire dalla caduta del muro di Berlino e del simmetrico svelamento dei torbidi misfatti di Tangentopoli, la credibilità dei partiti è venuta meno. Contemporaneamente è nata un’altra aberrante forma di potere, che l’analisi marxiana non aveva potuto conoscere, sebbene l’avesse intuita indicando nella religione “l’oppio dei popoli” Alla religione si sono sostituiti i mass media, al predicatore di Nazaret il cavaliere di Arcore.

Il problema allora cui la partecipazione allude è proprio questo: come ricostituire un legame tra società e istituzioni, che salvi queste dalla necrosi e restituisca alla società la possibilità di intervenire positivamente sul potere? Come sostituire (o ricostituire) i partiti, e il ruolo che essi svolgevano? Oppure, avvicinandoci a un livello più praticabile, come utilizzare la partecipazione nelle decisioni sul governo del territorio in modo da aiutare il superamento della crisi in atto? A me sembra che la risposta vada cercata in due direzioni, che richiedono entrambe un impegno reciproco: da pate delle istituzioni, e da parte dei membri della società.

Innanzitutto bisogna ricordare che la prima tappa, il primo requisito della partecipazione è la conoscenza esatta delle questioni su cui si decide. Garantire la conoscenza è compito impegnativo per le istituzioni. Richiede di ripensare compitamente le procedure, e soprattutto la forma dei materiali, del processo di formazione degli atti in cui si esplicita la decisione. Richiede un investimento consistente di risorse: intelligenze, formazione, persone, mezzi finanziari. Ed è un compito impegnativo anche per l’altra parte, per i cittadini: richiede attenzione, studio, costanza, modestia nell’esprimere le proprie idee. Non è poco, rispetto ai modi in cui si esprime la partecipazione oggi.

In secondo luogo, bisogna ricordare la massima di Winston Churchill: “La democrazia è un sistema pieno di difetti, ma tutti gli altri ne hanno di più”. Ciò significa che alcune regole elementari della democrazia vanno rispettate, e vanno rispettati i suoi istituti. Rispettati, e adoperati, finché non se ne costruiscono di migliori.

Significa che la partecipazione deve passare attraverso le istituzioni, lottando per il loro corretto funzionamento. (Da questo punto di vista stupisce che a Napoli, dove stanno fiorendo iniziative molteplici di partecipazione non sempre informata, nessuno abbia protestato contro la legge per il governo del territorio, approvata recentemente dal Consiglio regionale della Campania, che sottrae ai consigli la facoltà di decidere sui piani urbanistici, riservandola alle giunte). E significa che le istituzioni devono fare il massimo sforzo per aprirsi alla società, senza rinchiudersi nel rapporto (ormai divenuto sterile) con i partiti. Bisogna forse avere più coraggio nel praticare tutti i lati del triangolo costituito dal rapporto tra istituzioni, partiti e società. Senza cadere nell’errore della demagogia populistica, conservando tutto il rigore richiesto dalla missione di governo, ma evitando di ripiombare nelle pratiche del secolo scorso, divenute ormai sterile palude: come le vicende politiche di molte città italiane testimonia.

Non c’è ancora nessuna informazione ufficiale, ma ormai si sa che il principale dei cantieri nei quali si preparano i “pezzi” del MoSE saranno nelle aree libere della Penisola di Pellestrina, costituite dalle due riserve naturali di Santa Maria del Mare e di Ca’ Roman. Le due aree sono entrambe Siti d’importanza comunitaria, e ovviamente sono entrambe tutelate dagli strumenti di pianificazione. Le vincola in particolare il Palav (Piano d’area della Laguna di Venezia), redatto e approvato dalla Regione e tuttora vigente.

Ebbene, è proprio in quelle aree che si realizzeranno i giganteschi elementi di calcestruzzo, ciascuno delle dimensioni di un palazzo alto cinque piani e lungo cinquanta metri, che dovranno costituire i basamenti sommersi dell’immane macchina del MoSE. In tutto i cassoni saranno 157: quanti se ne costruiranno contemporaneamente? Non è noto, perché il progetto del cantiere è top secret. Nonostante la competenza di quattro ministri (Beni e attività culturali, Ambiente e tutela del territorio e del mare, Università e ricerca, Infrastrutture), nonostante i poteri, sia pure dimessi come quelli di postulanti, di Comune e Provincia, nonostante la presenza di due taciturne Università, nonostante leggi rigorosamente protettive approvate dopo la famosa alluvione del 1966 per tutelare l’incomparabile gioiello, l’ecosistema unico al mondo, costituito dalla Laguna di Venezia – nonostante tutto ciò, nessuno sa nulla: chi sa, tace.

Innumerevoli sono le violazione di legge. Ma neppure la magistratura se ne accorge. È un po’ come ai dintorni di Napoli, a Casalnuovo, dove 71 edifici abusivi sorsero senza che nessuno se ne accorgesse. Ma siamo a Venezia, e la camorra non c’è.

Del resto, scorrendo le cronache veneziane si scopre che le violazioni delle norme negli interventi in Laguna si susseguono con tanta regolarità da essere divenuti la Regola. Mentre da qualche decennio si è stabilita in 12 metri la profondità massima dei canali navigabili (per ridurre l’afflusso delle acque marine) e si era deciso per legge di allontanare il traffico delle petroliere (a causa del loro eccessivo pescaggio), ora si sta decidendo di approfondire il “canale dei petroli” a 14 metri per consentire il transito di gigantesche navi cerealicole. Mentre da decenni leggi speciali e piani d’ogni ordine e grado probiscano ogni “imbonimento” (così si chiama il riempimento con terra di porzioni della Laguna), è in corso di realizzazione un’isola artificiale per immagazzinare i fanghi inquinati. Mentre, in omaggio a leggi vigenti e con finanziamenti pubblici, ci si adopera a disinquinare la Laguna, si prevede un imbonimento (di nuovo) sul margine della Laguna per ospitarvi una gigantesca discarica di rifiuti, alta una dozzina di metro, camuffata da terrazza belvedere sulle barene e i canali, adornata da ridenti vegetazioni.

Su ciascuno di questi episodi occorrerebbe soffermarsi: e lo faremo, in questa sede e altrove. Per ora, segnaliamo una situazione che è drammatica per il silenzio che la circonda: nessuno vede, nessuno sente, nessuno parla.

Votiamo dunque turandoci il naso, come in un contesto ben più civile (ma dirigendo la mira in una direzione opposta) invitava a fare Indro Montanelli. Certo che il fetore è alto: basta vedere come sono state composte le liste elettorali, e come sono scomparsi quasi tutti i margini di scelta dell’elettore: “attivo” solo nella nomenclatura formale, poiché ogni reale attività è stata consegnata da Berlusconi ai partiti.

Votiamo rinunciando all’odorato, ma non alla vista: guardiamo anzi con attenzione al significato del nostro voto. Per quanto mi riguarda la mia “speranza di voto” questo avrà un duplice significato.

1. cacciare un personaggio e un gruppo la cui permanenza al potere renderebbe invivibile e inutilizzabile a fini civili quel poco di pulito che è rimasto tra le Alpi e il Canale di Sicilia. Non credo che sia necessario illustrare questo assunto. Mi limiterò a ricordare che, quando ci indigniamo per quello che di poco limpido c’è nello schieramento di opposizione parliamo di berlusconismo: il germe dell’infezione sta dunque là, fuori di quello schieramento, ed è di là in primo luogo che occorre debellarlo.

2. ristabilire un quadro di principi fermi, di regole funzionanti, di istituti efficaci mediante i quali si possa svolgere la libera dialettica tra forze diverse, oggi confusamente aggregate nell’opposizione a Berlusconi.

Credo che sia utile, forse addirittura necessario, fare uno sforzo per comprendere quali sono le forze diverse che formano l’opposizione (in che cosa precisamente consista la loro differenza), e qual è il programma che può unirle non solo per sconfiggere Berlusconi ma anche per governare dopo di lui.

Sul primo punto mi sembra che il discrimine che faticosamente sta emergendo dalla confusione possa essere definito nel seguente dilemma:

(a) se il sistema entro il quale viviamo (il sistema economico-sociale fondato sul modo di produzione capitalistico e nutrito dai principi e dagli istituti foggiati dalla borghesia, con il concorso dialettico della classe antagonista) sia tale da poter essere corretto nei suoi aspetti più critici senza modificarlo dalle radici, cioè dalla concezione dell’uomo, del lavoro e della società;

(b) oppure se le contraddizioni di quel sistema siano così profonde e letali da poter essere scongiurate solo attraverso l’invenzione e la graduale messa in opera di un sistema economico-sociale fondato su principi (e governato da istituti) del tutto diversi.

La dialettica tra “moderati” e “radicali” esprime forse queste due posizioni. Sarebbe augurabile che nelloro ambito si riuscissero a formulare con una qualche chiarezza i rispettivi connotati, a partire da argomenti fondanti e non dalle occasioni di cronaca: dalle strategie e non dalle tattiche.

Sul secondo punto, il programma, mi sembra che le ragioni dell’unione, e quindi le basi di un programma di governo unitario, debbano essere individuate in due direzioni, da enunciare in con un'esplicitazione chiara di contenuti, principi e indirizzi, un reale e serio "contratto con gli italiani", e non in un elenco infinito, e necessariamente sempre incompleto, di cose da fare

Innanzitutto deve essere reso chiaroi ed esplicito l'impegno a istabilire le regole della convivenza democratica. Ciò comporta ritrovare l’ispirazione della Costituzione del 1948, che non a caso fu un patto democratico tra forze portatrici di progetti di società alternativi; ma richiede anche di instaurare un rapporto tra le diverse dimensioni dell’umano operare (la politica, l’economia, l’amministrazione, la religione, l’arte, la scienza…) nella quale le rispettive autonomie siano tutelate e le diversità dei punti di vista rispettate, senza alcuna sudditanza d’una dimensione all’altra.

Mi sembra che la prevaricazione della politica sull’amministrazione e quella dell’economia sulla politica, come l’utilizzazione politica della religione, siano tra le più inquietanti anomalie dei nostri anni.

Un impegno altrettanto chiaro ed esplicito deve essere dichiarato oggi (e domani praticato) per mettere in moto un meccanismo economico nel quale vengano sconfitti alcuni vizi storici del capitalismo italiano: innanzitutto il peso schiacciante delle rendite d’ogni tipo e dimensione, a cominciare da quella immobiliare, e poi anche il permanere di ampie sacche di privilegio prive ormai d’ogni giustificazione sociale, e la conseguente rinuncia a percorrere le rischiose strade dell’innovazione.

Ma un meccanismo nel quale vengano garantiti i valori del lavoro e quelli del futuro: nel quale quindi, in attesa di un più compiuto riconoscimento sociale (possibile solo in una società radicalmente diversa), i valori dei beni comuni non riconducibili a merci siano garantiti nella loro sopravvivenza e nel loro sviluppo.

Nella consapevolezza che un vero sviluppo, omogeneo alla natura del genere umano e al suo patrimonio culturale, può avvenire solo se il valore d’ogni prodotto viene riconosciuto alla sua carattere di bene, e non alla sua riduzione a merce.

Una consapevolezza, questa, che non dovrebbe appartenere solo alle componenti “radicali” dello schieramento unitario.

Mi riferisco a una lettera dell’intelligente climatologo Luca Mercalli e alla replica della brava economista Mercedes Bresso, candidata felicemente vittoriosa alla carica di presidente (non “governatore”, ha intelligentemente precisato) del Piemonte. E mi riferisco all’uscita dalla scena del tentativo di costituire un’unità dell’arcipelago della “sinistra radicale”, e alla conseguente penalizzazione che quest’ultima (anzi, le sue componenti) ha avuto nel risultato elettorale: fino al limite estremo (nel senso di più basso, infimo) nella baruffa veneziana, dove quella sinistra si è spaccata nelle due entità antagoniste, tra le quali la destra ha avuto buon gioco a scegliere quella a sé più vicina. Fra i due avvenimenti c’è forse un nesso. Ma vorrei soffermarmi soprattutto su quello “minore”.

In una lettera aperta a Bresso, dopo averne richiamato i grandi meriti scientifici (è stata la prima in Italia a proporre una visione ecologica dell’economia) ed amministrativi, Mercalli le rimprovera alcune ambiguità del suo programma elettorale. Da questo “trapelano gli echi delle sirene della crescita continua”, si dichiara di proporsi “uno sviluppo sostenibile per evitare il declino del Piemonte”, ma di fatto ci si riferisce implicitamente a indicatori che misurano il declino in termini non adeguati (PIL, crescita della produzione di automobili, ecc.). Mercalli le rimprovera la scelta di ammettere la realizzazione di nuove infrastrutture, e quindi di non riconoscere “il limite, ormai raggiunto e oltrepassato da tempo, del nostro territorio di sostenere ulteriori interventi di artificializzazione”. La lettera è molto bella, merita di essere letta con attenzione e diffusa. Essa è naturalmente disponibile in questo sito, insieme alla risposta altrettanto pregevole di Bresso.

La candidata (ora felicemente eletta al vertice della Regione Piemonte) risponde molto puntualmente e seriamente al suo interlocutore. Il succo della sua replica è questo: “anch'io, anni fa, pensavo fosse necessario arrivare a una sorta di ‘blocco dello sviluppo’; mi sono resa conto, col tempo, che il blocco puro e semplice non è possibile”. Bresso sostanzialmente condivide l’impostazione data da Mercalli alla questione della crescita, ma indica la decrescita come il risultato di un percorso, culturale e politico, che non può non partire dall’impegno a rendere più innocuo possibile, nei confronti delle risorse della terra, l’aggiunta di nuove trasformazioni a quelle, in larga misura devastanti, già apportate.

Il dialogo mette lucidamente allo scoperto un problema, che a me sembra il nodo politico rilevante della nostra epoca. Da una parte, questa crescita, questo sviluppo, sono condannati all’esaurimento oppure alla distruzione dell’attuale civiltà (come acutamente segnala Ian McEwan nello scritto inserito ieri in Eddyburg). Ma dall’altra parte, interrompere oggi il percorso avviato molti secoli fa non è possibile per alcune buone ragioni: perché non è chiaro quale meccanismo economico può sostituire quello attuale, il quale lega i redditi individuali (quindi la personale capacità di vita) al funzionamento di un sistema compattamente basato sulla crescita indefinita della produzione di merci; perché le forze sociali (nessuna esclusa) non sono disposte a incamminarsi su una strada (quello di uno sviluppo alternativo a quello fin qui praticato) il cui orizzonte è incerto; perché, comunque, non è ripetibile una scelta analoga a quella che fu compiuta quando, nell’URSS, si decise di “costruire il socialismo in un paese solo”.

Occorre allora assistere impotenti alla distruzione delle nostre terre e del nostro pianeta? No certamente. Ma è altrettanto sicuro che il destino della civiltà umana sarà cupo se la politica non si farà carico di quella che con ogni evidenza è la contraddizione di fondo della nostra epoca. Forse la vera differenza tra le politiche progressiste e quelle conservatrici, tra sinistra e destra, sta proprio in questo.

Il massimo che si può chiedere alla destra (a chi è soddisfatto dell’attuale sistema economico-sociale, come a chi non pensa che un altro sia possibile) è di accompagnare il pianeta verso una dignitosa agonia. È evidente che il conglomerato di forze che si aggrega attorno a Berlusconi ci nega perfino questo, e quindi sbarazzare il terreno dall’ingombrante cadavere che ancora occupa il potere è un primo passo essenziale, al quale tutti sono chiamati a concorrere. Ma la sinistra, e soprattutto e in primo luogo la sinistra “radicale”, deve comprendere che può ritrovare un sua consistenza e un suo ruolo storico, che la renda alternativa sia alla destra “sporca” attuale che a una possibile (e auspicabile) destra “pulita”, solo se affonda la sua critica nel vivo della contraddizione sostanziale dell’attuale civiltà: quella contraddizione che ha la sua radice in una concezione oggi rivelatasi errata e mortifera dello sviluppo. Frammenti di una simile critica, barlumi di un possibile percorso alternativo, vagiti di nuove possibilità di relazione tra bisogno dell’uomo e uso delle risorse esistono già, dispersi sulla superficie del mondo. Si tratta solo di comprendere che la questione ambientale è questo, e non si riduce all’abolizione della caccia o all’istituzione di un parco.

E la strenua difesa della democrazia e delle sue ragioni, delle sue radici (domani festeggiamo la Resistenza) e dei suoi istituti (ci prepariamo a contrastare l’abolizione della Costituzione), portano vittorie durevoli se rendono più favorevole il terreno per costruire una società radicalmente diversa da quella attuale, e sorretta da altri valori. Le stesse battaglie per la difesa di quanto resta del patrimonio accumulato da secoli (dalla Laguna di Venezia ai beni culturali dissipati dal tremontismo, dalle coste della Sardegna ai paesaggi della Toscana) hanno un senso se sono vissuti non come estremi sguardi a un passato che va scomparendo, ma come segnali di saggezza e bellezza che dalla storia saluta un futuro possibile.

Ma vorremmo che fosse migliorata: soprattutto per emendare il linguaggio da alcuni residui “lupeschi” (i diritti edificatori, lo sviluppo del territorio), e per introdurre maggiore efficacia ai suoi principi, soprattutto in materia di difesa del suolo e di diritti dei cittadini.

Della tradizione dell’urbanistica italiana, cancellata ope legis o lasciata cadere in desuetudine dalle pratiche di “governo del territorio” la proposta di legge recupera più d’un elemento. Rende esplicito il “principio di pianificazione”, con una formulazione efficace. Ribadisce la non indennizzabilità dei “vincoli ricognitivi”, cioè delle tutele poste per ragioni oggettive su parti del territorio dotate di qualità o soggette a rischi. Recupera gli standard urbanistici, sia pure con formulazioni non sempre convincenti. Ripristina alcuni apporti della Commissione Giannini (DPr 616/1977) caduti in desuetudine, come i “lineamenti fondamentali dell’assetto del territorio nazionale” quale documento territoriale nel quale le competenze dello stato (dalle infrastrutture alle tutele) dovrebbero trovare la loro sintesi.

Molte delle formulazioni, il rilievo dato – almeno sul piano dei principi e degli impegni generali – al contenimento del consumo di suolo, e la riconduzione della “perequazione” sostanzialmente a ciò che era nella “legge ponte” del 1967, rivelano il tentativo, in gran parte riuscito, di costruire una piattaforma che possa comporsi con le proposte formulate da altre forze politiche del centro-sinistra, in particolare con quelle che hanno fatto propria le “legge di eddyburg”. E se il lavoro parlamentare proseguirà tenendo conto prevalentemente delle due proposte che abbiamo finora citato si può dire senz’altro che la fase della “legge Lupi” è dietro le nostre spalle. Ma a un paio di condizioni.

In primo luogo, occorre correggere alcune espressioni linguistiche tipiche dell’impostazione distruttiva prevalsa nel decennio trascorso, e rivelatrici della sua ideologia. Ne segnaliamo in particolare due.

Negli articoli si parla spesso di “sviluppo del territorio” (espressione che appare fin dall’importante articolo 2 dedicato al “principio di pianificazione”). È un’espressione nemmeno ambigua nel suo significato, poiché il suo uso discende dal termine anglosassone “development” e indica la trasformazione del territorio per l’attuazione di un piano di lottizzazione o simile. “Sviluppo del territorio” allude alla Cascinazza di Monza, non all’emersione improvvisa dal mare dell’isola Ferdinandea. È un termine non adoperato dai geologi, ma dai promoters di operazioni immobiliari. In un testo che, nei suoi principi, dichiara sempre la priorità del risparmio delle risorse non rinnovabili, della conservazione della biodiversità e del patrimonio culturale, storico e paesaggistico, ha senso riferirsi di continuo allo “sviluppo del territorio” come un obiettivo di grande rilievo? E ha senso introdurre all’articolo 16 tra gli standard urbanistici (alias “dotazioni territoriali”) “il sostegno all’iniziativa economica”?

Veniamo alla seconda espressione. Opportunamente nella proposta si riconduce la perequazione a strumento attuativo della pianificazione urbanistica, e quindi se ne ripristina il ruolo di compensazione degli interessi immobiliari all’interno degli ambiti attuativi (il collaudato meccanismo dei piani di lottizzazione convenzionata). Ma perché attribuire alle facoltà di edificazione, concesse dai piani, e giustamente destinate alla decadenza ove non utilizzate nei tempi stabiliti, il termine impegnativo di “diritto edificatorio”? Questa espressione non esiste nella legislazione urbanistica. Introdurlo appare una incoerenza, o un residuo di precedenti stesure. Come del resto palesemente contraddittorio è il comma 6 dell’articolo 21 (dedicato appunto alla perequazione e alla disciplina dei diritti urbanistici), nel quale si afferma che “l’utilizzazione dei diritti edificatori deve avvenire a seguito di trasferimento di cubatura”. Da dove a dove, visto che tali “diritti” devono essere perequati all’interno degli ambiti?

La seconda condizione per rendere adeguata la proposta è quella di attribuire efficacia operativa ai principi proclamati. L’abbondanza delle formulazioni di principio e d’intenzioni accattivanti (a volte anche pleonastiche, come il principio di legalità e quello di democrazia e trasparenza) non trova riscontro in formulazioni legislative capaci di agire con immediatezza e chiarezza nelle trasformazioni del territorio. La proposta nata da questo sito (e le formulazioni della proposta dell’on. Migliore e altri) consentono ben diversa, più efficace e più immediata tutela del territorio non urbanizzato (riportiamo qui sotto gli articoli in proposito).

Più in generale, preoccupa molto la delega pressoché totale alle regioni della responsabilità di tradurre i principi stabiliti dalla legge nazionale in precise norme vigenti erga omnes. Così in materia di standard urbanistici, a proposito dei quali occorrerebbe almeno far salvi i “diritti acquisiti” dai cittadini sulla base della legge del 1967 e del decreto del 1968. Ma il caso limite è l’attribuzione alle leggi regionali della “emanazione delle misure di salvaguardia” (articolo 15). Oggi in ogni parte d’Italia tra l’adozione di un piano e la sua approvazione il sindaco non può autorizzare interventi che siano in contrasto con il piano adottato, ma non ancora vigente; ciò per effetto di una legge che vige in tutto il territorio nazionale. Domani non sarà più così? Un comune che avrà deciso con un nuovo piano urbanistico – come molti hanno fatto in questi ultimi decenni – di ridurre le previsioni di espansione, o correggere interventi di trasformazione urbanistica (development) lungo le sponde del fiume o sulle colline, dovrà aspettare una eventuale legge regionale per impedire che questa sua saggia decisione venga rispettata?

Il dibattito parlamentare, che auspichiamo si apra presto e si svolga in modo produttivo, darà risposte a queste e ad altre domande che il testo solleva. La speranza è che le positive intenzioni espresse nella proposta di cui è prima firmataria l’on. Raffaella Mariani, e che sappiamo essere il risultato di un faticoso lavoro di composizione di esigenze, culture ed esperienze diverse, trovino l’approdo in un testo legislativo con esse pienamente coerente.

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