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È delle prime due che vogliamo occuparci brevemente oggi, soprattutto per il peso notevole che hanno nei confronti delle trasformazioni di un territorio prezioso e fragile quale quello dell’Italia.

Modernizzazione, innovazione: esprimono il bene, il futuro, la prospettiva verso la quale ineluttabilmente bisogna tendere. Ciò che è oggi e sarà domani, poiché è diverso da ciò che era ieri, è – deve essere – l’obiettivo di ogni azione che voglia essere legittimata dal consenso sociale. Tradizionale, passatista, conservatore diventano i termini che esprimono disvalori: sentimenti e tendenze che devono essere combattuti e sopraffatti. Ai fautori dei dogmi della modernizzazione e dell’innovazione (largamente dominanti nel Palazzo come nell’Accademia), a quanti credono che la Storia vada solo avanti e non conosca regressi il secolo scorso – e la paurosa regressione del nazismo – non ha insegnato nulla. Anzi, per essi la storia non serve: è meglio distruggerla nella memoria che trarre da essa i lineamenti e i principi di un possibile e migliore futuro.

Guardate le tendenza dell’architettura, che sempre più condizionano l’urbanistica (o trovano significativi riscontri culturali con gli urbanisti della modernizzazione). Guardate la fede indiscussa nella tecnologia, maestra d’ogni retorica e serva d’ogni individualistica bizzarria. Sembriamo tornati all’epoca in cui si nutriva illimitata fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” di un’umanità affidata alle mirabolanti capacità delle tecniche dell’acciaio e del cavallo-vapore. Come diceva Marx, la storia si ripete, ma la seconda volta è farsa.

Che cosa vuol dire oggi, per il territorio, questo ritorno all’ideologia progressista dell’Ottocento? In una realtà in cui città e territori sono intrisi di storia e in cui la sedimentazione del passato è la ragione e la matrice della bellezza e della qualità dei luoghi, esso significa devastazione e regresso. Significa trascurare le regole che secoli di cultura e lavoro hanno impresso al modo in cui furono costruite le città, e trasformarle in un’accozzaglia disordinata di oggetti che non celebrano la società ma i loro Autori. Significa violentare i paesaggi rurali e mettere a rischio le risorse della natura costruendo dovunque infrastrutture stradali, spesso immotivata e sempre indifferenti ai contesti che attraversano. Significa seppellire le campagne sotto la coltre di espansioni urbane prodotte più dalla spinta della “valorizzazione immobiliare” (o alle pratiche della “perequazione” e “compensazione”) che da oggettive necessità non risolvibile in altro modo.

A Venezia, per esempio, significa pretendere di risolvere i problemi del degrado della Laguna e del deperimento (otto-novecentesco) della sua funzione regolatrice delle acque mediante le strutture “tecnologicamente avanzate” del MoSE anziché ripristinando gli equilibri ecologici compromessi dalle “modernizzazioni” del secolo scorso (per non parlare dell’inutile ponte di Calatrava e della devastante metropolitana sublagunare) . Tra il Continente e la Sicilia significa affidare l’agevolazione dei traffici alla costruzione di un mirabolante Pontone, capace di figurare nel Guinness dei primati dopo essere apparso nei fumetti di Paperino, invece di riorganizzare seriamente i trasporti via mare e aver adeguato alla normalità la rete ferroviaria interna della Sicilia. A Torino e a Milano significa agevolare gli interessi immobiliari di alcuni operatori privilegiati mortificando gli interessi comuni della cittadinanza e, laddove esiste, la legalità urbanistica, e minacciando il tradizionale paesaggio.

Il fatto è che con questa scelta di Opere, preferibilmente Grandi e perciò appariscenti e costose, si ottengono più risultati, utili sia al Palazzo che all’Accademia. Su un versante si favoriscono gli affari delle grandi holding nelle quali la rendita immobiliare e quella finanziaria si sono saldate (e si scaricano sulle generazioni future i costi dei fallimenti dei project financing e quelli delle manutenzioni e gestione delle opere). Sull’altro versante si appagano le smanie di affermazione personale (e monumentale) delle Grandi Firme dell’Architettura, divenute i massimi esperti della “modernizzazione urbana”, si utilizzano strumentalmente le loro ambizioni di “lasciare il segno sul territorio” per coprire col pennacchio operazioni immobiliari discutibili.

Chissà se un giorno chi decide (e chi sceglie i decisori) comprenderà che la vera modernità, la vera innovazione sono quelle che traggono dalla storia l’insegnamento di un corretto rapporto tra esigenze di trasformazione e natura dei luoghi, tra parsimonioso impiego delle risorse e appagamento delle nuove necessità sociali, tra creatività individuale e maturazione della cultura comune. Una regione del mondo la cui bellezza e la cui civiltà sono così profondamente radicate nella forma del territorio e delle città potrebbe davvero, se praticasse e predicasse un simile insegnamento, contribuire a rendere migliore un pianeta sempre più pervaso dall’anonimia, dall’omologazione, dall’appiattimento, dall’imposizione di modelli nati obsoleti, dalla cancellazione delle diversità culturali che dell’umanità costituiscono la ricchezza.

Qui lo scritto di Gustavo Zagrebelsky su valori e principi.

Ciò nonostante, il più appariscente attore della stagione di Mani pulite, il più acceso paladino della legalità, il ministro Antonio Di Pietro, e con lui il prudente ed equilibrato premier Romano Prodi, hanno imposto al Consiglio dei ministri di blindare ogni decisione e decretare la validità del MoSE. La forzatura (il blitz, lo hanno chiamato i giornali) è avvenuto alla vigilia della riunione del Comitato per la salvaguardia di Venezia e che era stato convocato per esaminare, su richiesta del Comune di Venezia, le ipotesi alternative: più leggere, più economiche, più affidabili, meno rischiose per la vita della Laguna. Nel Comitato, cui sono sottoposte le decisioni sui finanziamenti per la salvaguardia di Venezia e della Laguna, siedono i rappresentanti di quattro ministeri, della Regione, della Provincia, del Comune di Venezia e del rappresentante degli altri comuni lagunari.

Il blitz è avvenuto perché, nonostante l’immane apparato propagandistico del Consorzio Venezia Nuova, alimentato dai soldi dei contribuenti, la verità sugli errori del sistema MoSE si stava facendo luce. La maggioranza del Comitato poteva oscillare. Qualche ministro aveva studiato le carte (che inutilmente erano state da tempo trasmesse a Prodi e a Di Pietro), e il gigantesco apparato messo in piedi dal Consorzio Venezia Nuova poteva vacillare. I danni all’ecosistema lagunare potevano non commuovere troppi, ma il dubbio di gettare soldi in un pozzo senza fondo potendone spendere meno poteva sollecitare qualche attenzione. Meglio non rischiare. Meglio costringere i ministri a indossare l’elmetto e dichiarare “Obbedisco!”. (Lo faranno? Vedremo). Meglio dare uno schiaffo al Sindaco-filosofo di Venezia, e magari fargli minacciare le dimissioni.

L’ignoranza sulla realtà della Laguna e dello Mose, favorita dalla complicità di gran parte della stampa, è enorme. E altrettanto grandi sono gli interessi (privati) coinvolti. Il Consorzio Venezia Nuova è composto dai colossi del settore dell’edilizia, e l’entità della spesa prevista è di 4,5 miliardi di euro: ma tutti sanno che il consuntivo sarà molto più alto. Nessuno sa chi pagherà la gestione (certamente costosissima, data l’entità delle installazioni sotterranee, la struttura metallica delle parti sommerse, la delicatezza degli impianti, la continuità delle operazioni richieste). E nessuno ha avuto la possibilità di sperimentare a fondo le soluzioni alternative, dato il monopolio concesso dallo Stato (per la precisione, dal ministro Franco Nicolazzi, con un altro blitz) al poderoso Consorzio.

Elasticità nel rispetto della legge e subordinazione agli interessi forti sembrano essere gli elementi di continuità tra il vecchio e il nuovo governo. Difficile dire se ciò dipende da una oggettiva confluenza di atteggiamenti oppure – per il governo Prodi – dalla circostanza di affidarsi a consiglieri “amici del giaguaro”.

Moltissimi documenti sulla vicenda sono reperibili nell’apposita cartella dedicata al MoSE. In particolare: sull’obbligo non rispettato di por termine alla “ concessione unica” al CVN, la replica di Luigi Scano alle bugie del Ministro Lunardi; un quadro complessivo, tracciato da Edoardo Sazano, della questione MoSE e Laguna,in una sintesi su Liberazione e in un saggio ampio su Area vasta; sulle proposte alternative “ a gravità” e ARCA; infine, il testo della relazione della Commissione ministeriale per la Valutazione d’impatto ambientale.

Vezio De Lucia

Roma, 8 settembre 2005 - Caro Eddy, non ho creduto ai miei occhi nel leggere le tue osservazioni alla proposta di legge urbanistica siciliana. Salzano che parla bene, o almeno non parla male, di un testo della giunta Cuffaro mi pare inverosimile. Hai scritto che si tratta di una legge “migliore di tante altre che sono state approvate di recente dalle regioni”. Che “prevede un sistema di pianificazione incentrato sulla pianificazione regionale e provinciale (e questo della legge è indubbiamente un merito), alla quale viene attribuito il compito di individuare la struttura delle invarianti territoriali, distinguendo tra aree indisponibili …”, eccetera. La paragoni nientemeno alla legge Galasso. La confronti con le leggi dell’Emilia Romagna e della Toscana. Ma come fai, caro Eddy, a formulare giudizi su una legge astraendoti dal contesto storico e culturale dal quale ha origine? “Sganciare la legge dalla storia può portare a conseguenze aberranti”: lo hai scritto tu, ieri, commentando un articolo di Antonio Cassese: la postilla vale anche per te. Il contesto dal quale ha origine la legge è quello di una regione che ha venduto il suo territorio agli abusivi e alla malavita, che ha mandato in rovina i suoi centri storici, che ha trasformato le coste in una ripugnante periferia, che ha asservito le città alle automobili, e così di seguito. Questa regione, secondo te, dovrebbe adottare la pianificazione come metodo fondamentale per il governo del territorio? Ma quale pianificazione? Credo che in nessuna regione si siano fatti tanti piani come in Sicilia, senza che siano mai diventati efficaci. Esattamente trenta anni fa, nell’estate del 1975, collaborai con Edoardo Detti al corso estivo che teneva a Erice, dove esaminammo per conto della regione decine di piani territoriali (comprensoriali?) poi finiti nel dimenticatoio. Come tante altre esperienze. Dai dati pubblicati dalla Dicoter risulta che in Sicilia non c’è neanche un piano territoriale di coordiamento vigente, né “consolidato”. In cinque province “il processo è maturo” (inedito eufemismo). Che senso ha dire che se i piani ci fossero sarebbero meglio di quelli toscani? In tutta la legge non c’è una riga riguardante scelte ope legis. Non c’è verbo sulla repressione dell’abusivismo. Vi si allude all’art. 26 proponendo piani e procedure che sembrano fatti apposta per un’indiscriminata sanatoria. In Toscana la legge del 1995 (confermata nel 2005) ha prescritto il sostanziale blocco delle espansioni. Non è stata una captatio benevolentiae nei confronti degli ambientalisti. Dieci anni dopo, le previsioni dei piani regolatori erano dimezzate (da 8 a 4 milioni di abitanti). E veniamo ai vincoli. Intanto, come tu riconosci (non senza qualche sorprendente apprezzamento) gli standard sono abrogati, come nella legge Lupi, salvo a recuperarli con la nuova pianificazione. C’è chi ci crede. Lo stesso è per i vincoli di tutela. È vero che sono ripristinati da una norma transitoria, ma intanto sono cancellati, e si sa che le norme transitorie sono le più esposte a successive modifiche.

La verità è che fra le tue virtù, la principale è l’innocenza. Credi nelle conversioni e nei miracoli. Che il cielo ti ascolti. Io, che sono molto meno innocente di te, penso che, in un posto come la Sicilia, una legge autenticamente di riforma dovrebbe, in primo luogo, rafforzare, con norme perentorie, e senza tante raffinatezze, proprio il regime dei vincoli di tutela. Senza di che, come ha scritto Rosanna Piraino non si tratta di riforma ma di controriforma.

Un abbraccio, Vezio

Edoardo Salzano

Caro Vezio, non mi dispiacerebbe se fra le mie virtù la principale fosse l’innocenza, cioè se sapessi guardare e vivere la realtà senza il filtro della malizia. Ma non è così. E’ proprio la malizia, o più precisamente il calcolo politico, ad avermi suggerito di intervenire in quel modo nel dibattito (nella polemica) a proposito del disegno di legge urbanistica della Sicilia. Ho seguito con una certa attenzione il dibattito, ed ho letto la legge. Ciò che mi ha colpito è che nel dibattito le critiche non siano state alla politica urbanistica della Giunta Cuffaro, o all’impostazione della legge, ma si siano concentrate su un fatto specifico: sul fatto che quella legge abolirebbe sic et simpliciter i vincoli sulle coste, sui boschi e sugli altri beni precedentemente tutelati, nonché gli standard urbanistici. Ho verificato: non è così. Quella legge tutela quei medesimi beni, non più con un vincolo geometrico (tot metri) ma con la pianificazione. Come potevo ritenere negativo questo passaggio quando abbiamo celebrato insieme la legge 431/1985 (la legge Galasso) proprio perché ritenevamo giusto e sacrosanto che la tutela passasse (abbiamo scritto allora) “dal vincolo al piano”? E non dicevamo, né pensavamo, che questa regola doveva valere solo per le amministrazioni di sinistra.

A una prima lettura mi aveva preoccupato il fatto che la legge, rinviando le definizione delle tutele a un successivo atto (la pianificazione regionale e provinciale), non aveva però definito il regime delle aree vincolate nel periodo intermedio: poteva succedere carne di porco. Una lettura appena più attenta mi ha fatto scoprire che la legge prescriveva, nel periodo transitorio, la permanenza dei vincoli “vecchi”, e addirittura il loro irrigidimento in caso di ritardi nella pianificazione. Analogo ragionamento sugli standard, non soppressi ma trasferiti da una norma meramente quantitativa fissata per legge (regionale) ad uno specifico atto amministrativo (regionale). Non è così che fece la legge 765 del 1967? E non è così che hanno fatto successivamente molte regioni?

Non voglio però ripetere gli argomenti che ho sollevato nel mio articolo. Voglio dire soltanto che basare le critiche su un racconto della realtà non vero è un errore politico che favorisce l’avversario. Non è una critica efficace dell’avversario quella che si basa su un travisamento della verità dei fatti. Un’opposizione che si basa su valutazioni false è un’opposizione che ha perso una battaglia, e che ha rafforzato l’avversario. A me sembra che gli atti devono essere valutati anche in sé; e se in un contesto negativo si produce un atto che negativo non è, occorre domandarsi il perché, ma non aiuta a comprendere esprimere una valutazione pregiudizialmente negativa, o rifiutarsi di conoscere l’atto in se. Del resto, la storia che conosciamo e abbiamo studiato testimonia che in contesti molto negativi sono nati atti positivi (hai sostenuto da tempo che la legge urbanistica del 1942, in regime fascista, era una buona legge).

Hai ragione su un punto: ho sbagliato a non ricordare, nel mio articolo, il contesto, ma sono stato travolto dall’irritazione per una opposizione che, se si affida alle deformazioni della realtà, ha perso in partenza. Sono certo che, a partire da questa nostra discussione, si aprirà un dibattito più ampio che potrà servire a illuminare, oltre l’oggetto, anche la cornice.

Prendiamo il lemma “ambientalismo”. È stata recentemente coniata, ed ha avuto larga diffusione e apprezzamento, l’espressione “ambientalismo del fare”. Si è voluta propagandare, con questa espressione, la volontà di affrontare la crisi dell’ambiente della nostra vita con un impiego massiccio di tecnologie: inceneritori, pale eoliche a go-go, degassificatori ecc.. Di affrontarla e risolverla, cioè, intervenendo a valle del processo da cui la crisi origina: operando sugli effetti trascurando le cause – e anzi, in qualche caso, addirittura aggravandole.

Prendiamo il caso dei rifiuti, che grazie alle gravissime carenze politiche e amministrative di Napoli e della Campania è esplosa e continua a impegnare i mass media. Quante voci si sono levate a porre in primo piano la questione della eccessiva produzione di rifiuti e la necessità di ridurla drasticamente – come è possibile – intervenendo nella fase della produzione e commercializzazione delle merci che diventano rifiuti? Eppure Italo Calvino l’aveva compreso 36 anni fa, quando descrisse Leonia. La società dei consumi, descritta da John K. Galbraith nel 1958, e la sollecitazione a consumi sempre più inutili, denunciata da Vance Packard nel 1957, sono realtà del tutto sconosciute ai nostri governanti e ai loro corifei; oppure costituiscono una zuppa nella quale affondano volentieri i loro cucchiai. Lungi dal proporsi di criticare il meccanismo economico nel quale viviamo, non si adoperano neppure a correggerlo intervenendo almeno - per restare all'esempio dei rifiuti - sulla riduzione degli imballaggi, che dei rifiuti rappresentano una componente rilevantissima.

L’esemplificazione potrebbe continuare. Ma dietro questa apparente ignoranza si nasconde la mistificazione di un altro lemma rilevante: “sviluppo”. Questo è un termine relativo, che acquista un significato positivo o negativo a seconda del fenomeno cui si riferisce. È certamente positivo lo sviluppo intellettuale di una persona, è certamente negativo lo sviluppo di una malattia. Ma nell’orrenda operazione compiuta sul linguaggio si è ridotto il termine sviluppo a una sola dimensione: oggi quel termine non ha più alcuna connessione con la crescita delle capacità dell’uomo di comprendere, amare, godere, essere, dare. Sviluppo significa oggi unicamente crescita quantitativa delle merci, ossia dei prodotti di una produzione obbligata a crescere sempre di più (a sfornare e a vendere sempre più merci) per non morire (per non essere schiacciata dalla concorrenza),e cresce appunto attraverso la produzione indefinita di merci finalizzate solo ad essere vendute, indipendentemente dalla loro effettiva utilità.

Come si vede, se si riflette un poco sulle cose, tra la concezione totalitaria dello sviluppo e la produzione abnorme di rifiuti (avete letto di quella nuova grandissima isola scoperta nell’Atlantico, composta unicamente di rifiuti flottanti aggregati dalle correnti?) c’è in nesso inscindibile. L’”ambientalismo del fare” è accolto e promosso perché contribuisce a produrre sviluppo (economico), cioè ad aumentare le ragioni di fondo della crisi dell’ambiente. Se esso fosse preceduto dall’”ambientalismo del pensare” si scoprirebbe che le cose che bisognerebbe davvero fare hanno connessioni strette con altre parole, dimenticate e seppellite sotto montagne di rifiuti. Parole come parsimonia, risparmio, razionalità. E con espressioni considerate ormai demoniache, come “ricerca di un’alternativa a questo sviluppo”.

Torniamo un attimo, prima di concludere, sul primo termine dal quale siamo partiti: “ambiente” e “ambientalismo”. L’orrenda semplificazione del linguaggio che ottunde i cervelli e li plasma arriva al punto da leggere le battaglie ambientalistiche come “scontro frontale tra bello e utile” (A. Cianciullo, su la Repubblica del 20 febbraio). Come se il nesso tra utilità e bellezza non dovesse essere strettissimo in una civiltà non trogloditica, e se non si dovesse applicare a qualsiasi trasformazione della crosta terrestre, come suggerisce Alberto Magnaghi, quella triade di “firmitas,utilitas, venustas” che Vitruvio aveva decretato per l’architettura (con buona pace per qualche architetto pennacchione, che proclama la bellezza delle ecoballe).

Nota. La città di Leonia è descritta da Italo Calvino, Le città invisiibili , Torino 1972. Il libro di John K. Galbraith, The affluent society , Boston 1958,è stato pubblicato in italiano col titolo La società opulenta, Milano 1965. Quello di Vance Packard, The Hidden Persuaders , New York 1957, è stato pubblicato in Italia col titolo I persuasori occulti, Torino 1958.

Sui rifiuti c'è in eddyburg una cartella, Rifiuti di sviluppo, nella quale c'è molto materiale.

L'icona è un disegno di Saul Steinberg.

L’episodio di Monticchiello ha particolarmente colpito perché è avvenuto in Toscana, regione che si colloca tra quelle che hanno espresso maggiore considerazione per la ricchezza costituita dalla qualità dei paesaggi. Così da Monticchiello il ragionamento si è allargato ma si è rimasti prevalentemente nella stessa regione: la Toscana felix è diventata la Toscana in bilico, si è scritto. Eppure basterebbe scendere un poco più a Sud (dal Lazio alla Campania, dalla Puglia alla Calabria) o un poco più a Nord (l’orribile conurbazione padana che sta divorando dimore storiche e campi come un mostruoso blob) per rendersi conto che altrove il danno al Belpaese è ben più grave di quello che nella Val d’Orcia si è svelato. Riflettere sul danno toscano può allora aiutare a comprendere che cosa fare per evitare, o almeno ridurre, quello italiano.

Molti ritengono che una delle cause dei numerosi scempi di brandelli del paesaggio sta nel fatto che la Regione Toscana ha attribuito troppo potere ai comuni, affidando loro qualcosa (il paesaggio) di cui la Costituzione attribuisce la tutela allo Stato. Hanno ragione. Esiste, ed è centrale nel governo del territorio, la comunità locale. Ma non è l’unica. Ciascuno di noi appartiene a cerchie via via più vaste di comunità: esiste il comune dove sono nato o dove abito e lavoro, e poi esiste la provincia (il “contado”, diceva Carlo Cattaneo), la regione, la nazione, l’Europa… Ciascuna di queste comunità è titolare del bene paesaggio, il quale non può essere privatizzato, gestito e goduto in esclusiva, da nessun individuo e neppure da nessuna comunità che ne escluda le altre.

Certo, la comunità più vicina, che del paesaggio è anche componente e diretta custode, ha maggiori responsabilità. Ma non è l’unica responsabile. E se opera male, se non tutela ciò che a lei spetterebbe tutelare, altre hanno il dovere di intervenire.

Le leggi hanno il compito di regolare i modi in cui le responsabilità devono equilibrarsi: senza esclusività per nessuno dei livelli di comunità cui la nostra costituzione attribuisce sovranità popolare. Pessima è una legge che attribuisca troppo potere a uno dei livelli, cancellando la responsabilità degli altri. E in Italia abbiano esempi di leggi pessime sia in una direzione sia nell’altra.

Il vizio di assolvere ai propri compiti scaricandoli su altri livelli non è peraltro solo della Toscana. Le tendenze cosiddette “federaliste” (come se federalismo non significasse associare invece che dissociare), così come l’interpretazione alla Bossi del principio di sussidiarietà (tutto il potere al basso), sono stati bandiere che tutto il centro sinistra ha sventolato, per tentar di distogliere dal fronte avversario qualche manipolo di leghisti.

Così come non è certamente solo toscano (anzi, questa Regione è ricca di esperienze alternative) la riduzione dell’intero concetto di sviluppo (morale, culturale, sociale, estetico…) al solo sviluppo economico inteso come mera crescita della produzione di merci.

In quanti comuni e regioni d’Italia non domina la concezione che costruire di più, a prescindere da qualsiasi dimostrato bisogno, è un bene per tutti, è qualcosa che ad ogni costo deve essere perseguito? E che semmai (per i benpensanti) si tratta di mitigare, ammorbidire, rendere sopportabile (anzi, travisando i termini, “sostenibile ambientalmente, economicamente, socialmente”) ogni inutile costruzione di case, capannoni, infrastrutture.

Considerare davvero, al di là delle chiacchiere, il territorio un bene comune comporterebbe di tener conto di entrambi gli aspetti: le responsabilità della tutela non spettano a un solo livello di governo, esistono valori che non soltanto non sono riducibili al valore di scambio e alla crescita economica, ma che vengono prima.

Si tratta di due principi che sono ormai presenti nel diritto come nella cassetta degli attrezzi del governo del territorio. In particolare, nel nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio, che è il punto d’arrivo di un’elaborazione culturale e giurisprudenziale che è partita con la cosiddetta Legge Galasso. E i governanti della Regione Toscana hanno replicato alla tempesta sollevata a partire da Monticchiello non solo arroccandosi nel tabù dell’intangibilità della piena e indiscriminata autonomia dei comuni (soprattutto il presidente Martini), ma anche (soprattutto l’assessore Conti) indicando come strada per “superare” Monticchiello quello della pianificazione territoriale e dell’intesa in proposito con lo Stato.

Ma bisogna intendersi. Un piano che voglia avere le caratteristiche del piano paesaggistico prescritto dal Codice non può essere un compendio di analisi o una raccolta di esortazioni o un’antologia di racconti, ma deve definire, individuare e regolare precisamente ciò che il Codice prescrive. Esso deve individuare col massimo dettaglio possibile i beni meritevoli di tutela, sia quelli appartenenti a determinate “categorie” (boschi, spiagge, dune, falesie, alvei fluviali, golene, rocche, casali, campi e trame agrarie, filari e piantate, percorsi storici …), sia quelli che, per la particolare identità che l’intreccio tra storia e natura ha determinato, compongono determinate riconoscibili unità di paesaggio (come la Val d’Orcia). Deve individuarli in modo preciso e disciplinarne l’uso e le trasformazioni consentite in termini tassativi, non perorativi o suggestivi,e dove è necessario con efficacia immediata.

I precetti relativi ai beni di rilevanza regionale e nazionale devono poi prolungarsi nelle direttive la cui traduzione in regole è affidata alla pianificazione sottordinata (provinciale e comunale), nei confronti della quale la regione ha una duplice ulteriore responsabilità: quella di sostenerla materialmente, consentendo alle comunità di minore capacità di dotarsi degli indispensabili strumenti tecnici per la pianificazione, e quella di verificare che le prescrizioni e le direttive siano rispettate.

E’ questo il piano che Toscana e Ministero dei beni e delle attività culturali hanno deciso di formare? Se è così, “schifi” come quello di Monticchiello potranno essere scongiurati. In Toscana e – se il Ministero per i beni culturali farà il suo mestiere e applicherà con rigore e fedeltà il Codice senza bisogno di altri Monticchielli – nelle altre regioni italiane. Altrimenti…

Qui alcune immagini del paesaggio di Monticchiello

Gli osservatori più attenti hanno ricordato il ruolo nefasto che ha giocato, nel sistema economico italiano, il peso della speculazione e delle rendite immobiliare e finanziaria che l’alimenta. Giavazzi ha posto l’accento “sui danni che le rendite - anche quelle immobiliari - provocano al Paese” (Corriere della sera, 16 luglio 2005) e Galapagos ha osservato come nel sistema economico italiano al circuito merce-denaro-merce si sia sostituito quello denaro-merce-denaro, rilevando che “tra le due definizioni c'è molta differenza: con la prima si crea ricchezza reale che alimenta una lotta nella fase distributiva; con la seconda c'è il trionfo della sola speculazione, dell'arricchimento individuale” (il manifesto, 6 agosto 2005). E molti hanno osservato come non solo la destra (una destra ben lontana da quella espressa dalla borghesia liberale dei Sella e degli Einaudi), ma anche la sinistra, tradizionalmente attenta nel comprendere i mutamenti della struttura economica del paese e vigile nel combattere il prevalere degli interessi della rendita parassitaria, si sia dimostrata incapace di contrastare il trionfo degli immobiliaristi e, anzi, sia apparsa addirittura complice.

Come mai, però, questa situazione si è determinata? Solo una decadenza nella “cultura di governo” del ceto politico, solo una riduzione della politica a lotta per il potere indifferente al progetto di società in nome del quale esercitarlo, solo l’incapacità di esprimere una prospettiva, una strategia, un orizzonte al quale indirizzare le forze sociali? Certo, queste sono componenti reali della situazione italiana. Ma in questa fragilità culturale si esprime una più profonda fragilità del sistema economico-sociale, sulla quale è utile riflettere. Il prevalere delle rendite nel nostro sistema - questa particolarità dell’economia italiana, che la rende lontana da quella degli altri paesi europei - affonda infatti le sue radici nel modo stesso in cui fu realizzata l’unità d’Italia: svellerle richiede quindi sforzi poderosi, strategie lungimiranti, determinazione eccezionale: doti delle quali l’attuale personale politico sembra del tutto sprovvisto.

Tra il XVIII e il XIX secolo si scontrarono, nelle diverse regioni d’Europa, tre grandi forze: l’ancien régime, espresso dagli ordinamenti feudali delle monarchie; la borghesia capitalistica, ormai lanciata alla conquista del mondo; il proletariato, emergente come nuovissima forza sociale dalle viscere stesse della produzione capitalistica. A queste tre figure sociali corrispondevano tre forme di reddito, che l’economia classica aveva puntualmente analizzato: la rendita, ossia la mercede del puro privilegio proprietario; il profitto, la remunerazione dell’attività volta ad associare i “fattori della produzione” e a trasformare i beni in merci, motore, attraverso l’accumulazione, dell’allargamento indefinito del processo produttivo; il salario, compenso per l’erogazione delle forza lavoro dei produttori.

In quasi nessuno dei paesi europei la nuova classe egemone, la borghesia capitalistica, giunse al potere senza combattimenti aspri, spesso tinti di sangue. L’ancien régime fu sconfitto e, quando ne riemersero i fantasmi, erano già trasformati in vesti borghesi: lo sfruttamento della proprietà attraverso la speculazione aveva prodotto risorse che più fruttuosamente venivano destinate in un’industria orientata a impadronirsi dei mercati mondiali. In Italia no.

In Italia la borghesia giunse al potere mediante un “compromesso storico” con l’ancien régime. E se questo era rappresentato, fuori dai confini del dominio pontificio e del regno borbonico, da una borghesia che aveva sovente nell’investimento nella terra le sue radici (e aveva quindi prodotto un’agricoltura resa feconda e, insieme, sapiente modellatrice del paesaggio, mediante cospicui investimenti delle rendite), in altre regioni l’alleanza fu stipulata con un’aristocrazia che si limitava a trasformare in consumi sfarzosi e futili il frutto della fatica del mondo contadino nelle terre, rese aride dalla mancanza degli investimenti necessari.

Fin dalla nascita dello Stato italiano il peso delle rendite (all’inizio, rendita fondiaria agraria) fu considerevole nell’economia italiana. E poiché, a un momento dato, le risorse sono quello che sono, l’ampiezza della quota percepita dalla rendita riduceva l’entità di quelle destinata al profitto (e quindi all’allargamento della produzione) e al salario (e quindi alla capacità di consumo, e all’allargamento del mercato). Lo sviluppo dell’urbanizzazione e, più tardi, la finanziarizzazione dell’economia capitalistica fecero sorgere, accanto alla rendita agraria, quella urbana (fondiaria ed edilizia, in una parola “immobiliare”) e quella finanziaria. L’intreccio tra le due, segnalato dagli osservatori più attenti da alcuni decenni almeno, è diventato in queste settimane l’elemento più preoccupante della situazione italiana: sul terreno dell’economia come su quello della democrazia. Entrambe le rendite hanno una cosa in comune: consentire l’accrescimento delle ricchezze personali di alcuni sulla base del privilegio proprietario, sottrarre ricchezza al circuito produttivo.

Per ridare prospettiva all’economia (sia pure in una logica capitalistica, qual è l’unica data sebbene non sia l’unica possibile) sconfiggere la rendita è dunque un passaggio essenziale. E duole constatare come siano rari e discontinui i segni della comprensione di ciò da parte del personale politico e di quello sindacale: solo Bertinotti, Prodi, Epifani hanno, con parsimonia, segnalato la rilevanza di questo passaggio, e il “progetto dell’Italia” dell’Unione si limita ad affermare che “verranno assunte le iniziative necessarie a contrastare i privilegi legati alla rendita, le rendite di posizione e le distorsioni derivanti dai monopoli pubblici e privati” Ce n’est qu’un debut, è la speranza.

Io non so su quali strumenti si può contare per ridurre il peso della rendita finanziaria: so però che è un terreno nel quale le leve del potere pubblico sono notevoli, e oggi vengono usate all’incontrario. Conosco abbastanza bene, invece, gli strumenti cui si può ricorrere per ridurre il peso della rendita immobiliare (fondiaria ed edilizia), per distrarre risorse da quegli impieghi improduttivi, per travasarne parte consistenti verso utilità pubblica. L’utilità di farlo mi è stata insegnata dal pensiero dell’economia classica e di quella liberale (da David Ricardo a Karl Marx, da Claudio Napoleoni a Luigi Einaudi) gli strumenti per farlo mi sono stati indicati dalla cultura politica espressa da personaggi come Giovanni Giolitti ed Ernesto Nathan, amministratori e presidenti del consiglio nel primo decennio del secolo scorso, e da quella urbanistica, da maestri come Hans Bernoulli e Luigi Piccinato, Giovanni Astengo ed Edoardo Detti. Di questi strumenti la pianificazione territoriale e urbanistica è il principale, proprio perchè esprime il primato del potere pubblico nel decidere le utilizzazioni e trasformazioni del territorio: cioè quei meccanismi mediante i quali la rendita immobiliare si forma e si trasforma. E anche perchè costituisce la cornice nella quale inserire le altre decisive politiche urbane: quelle della casa, dei servizi collettivi, della mobilità, della gestione dell’energia e dei rifiuti.

L’atteggiamento a dir poco ambiguo, che il gruppo dirigente dei DS ha manifestato nei confronti degli avventurosi arrembaggi degli immobiliaristi, e le operazioni immobiliari che esponenti dello stesso partito sponsorizzano in questa o quell’altra città, sono una spia di ciò che Lodo Meneghetti, nella sua appassionata “opinione” su questo sito, definiva “la vittoria definitiva egli immobiliaristi”. Le reazioni decisamente sopra le righe alle preoccupazioni espresse da Arturo Parisi, nella sua denuncia sulla risorgente “questione morale”, rivelano che si è toccato un testo doloroso e che ciò, forse, stimolerà in quel partito un riflessione seria. Una riflessione altrettanto seria dovrebbe però aprirsi anche in altre componenti del centrosinistra: da quel “polo rosso-verde” sempre di là da venire, che si è limitato a brontolare all’ultim’ora contro lo “scandalo” della Legge Lupi, a quella Margherita di cui un autorevole esponente, dopo aver collaborato alla stesura di quel testo, ha dichiarato in più occasioni che si tratta di un provvedimento bipartisan.

Che c’entra la Legge Lupi? Il lettore appena attento si sarà accorto che quella legge, ove fosse approvata anche dall’altro ramo del Parlamento, costituirebbe la sconfitta più grave per chi combatte contro il ruolo storicamente e attualmente centrale della rendita immobiliare, e la sconfessione più grave per gli uomini che, da ogni sponda culturale e politica, hanno tentato di contrastarla. Lo è perchè scardina il principio del primato del potere pubblico nelle decisioni sul territorio e sul suolo urbano, perchè introduce i “privati” (in Italia, la proprietà immobiliare) tra i decisori della pianificazione, perchè costruisce la cornice legale entro la quale esercitare il primato della rendita sul profitto e sul salario, della speculazione sull’impresa e sul lavoro. Ma su questi argomenti torneremo certamente con ampiezza, alla ripresa settembrina.

Qui potete trovare gli articoli citati nel testo: Galapagos, Il liberal D’Alema, Giavazzi, Privatizzazioni, chi le ha viste?, Meneghetti, La vittoria degli immobiliaristi. E sulla Legge Lupi, nella cartella Tutto sulla legge Lupi. Il documento dell'Unione è qui.

L'immagine è di Quentin Metsys, Gli usurai

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Questi furono introdotti nella legislazione italiana, e generalizzati nella pratica urbanistica, con una legge e un successivo decreto degli anni 1967 e 1968. Sostanzialmente consistevano (come moltissimi dei frequentatori di eddyburg sanno) nell’obbligo di vincolare, negli strumenti urbanistici generali attuativi, una determinata quantità pro capite di aree da destinare alla formazione di spazi pubblici e d’uso pubblico. Fu un risultato raggiunto dopo anni d’iniziative sociali, culturali, amministrative, nelle quali svolsero ruoli decisivi la cultura urbanistica dell’epoca, le amministrazioni locali e i partiti dell’Emilia-Romagna, il sindacato dei lavoratori e soprattutto il movimento femminile. Un ampio fronte sociale e culturale, il cui obiettivo era rendere vivibile la città, utilizzando il piano regolatore come strumento orientato a questo fine, anziché a quello di regolare (o regalare) valori immobiliari.

Si comprese presto che non bastava che i piani vincolassero le aree: era una misura indispensabile, ma non sufficiente. Occorrevano due ulteriori condizioni: doveva diventare possibile acquisire le aree necessarie senza riconoscere alla proprietà fondiaria l’incremento di valore dipendente dalle scelte pubbliche, e occorreva finanziare l’acquisizione delle aree e la realizzazione delle opere di urbanizzazione nelle quali gli standard urbanistici si traducono.

Sul primo versante (valore della indennità espropriativa e riconoscimento ai proprietari di una parte soltanto della rendita) la vertenza fu aspra e non si giunse mai a una soluzione soddisfacente. Il Parlamento non si dimostrò mai capace di rendere concreto il principio, tipico degli ordinamenti liberali e stabilito dalla legge urbanistica nazionale del 1942 (una legge del periodo fascista!) secondo il quale l’indennità espropriativa non deve compensare il maggior valore dell’area derivante dalle scelte del piano urbanistico. E la Corte costituzionale si dimostrò molto sensibile alle ragioni dell’equità nei confronti delle prerogative dei proprietari, non a quelle nei confronti dei diritti dei cittadini.

Sul secondo versante, quello dei costi della realizzazione delle opere di urbanizzazione, si riuscì a ottenere che essi venissero accollati a chi percepiva la rendita immobiliare: nel caso di piani attuativi le aree destinate agli spazi pubblici dovevano essere cedute gratuitamente dai promotori delle lottizzazioni, i quali dovevano realizzare opere di urbanizzazione aperte a tutti i cittadini; nel caso del rilascio di licenze edilizie (poi denominate, con un passaggio non solo nominalistico, concessioni edilizie) mediante il pagamento di un prezzo corrispondente sia al costo delle urbanizzazioni necessarie per l’aggiunta edilizia, sia alle spese di urbanizzazione generale della città.

La legge 10/1977 (legge Bucalossi) stabilì espressamente che i proventi di questi oneri, come quelli delle sanzioni per gli interventi abusivi, venissero “destinati alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, nonché all'acquisizione delle aree da espropriare per la realizzazione dei programmi pluriennali”, e prescrisse che a tal fine quei proventi fossero “versati in un conto corrente vincolato presso la Tesoreria del Comune”.

Lodo Meneghetti e Sergio Brenna hanno già raccontato ai lettori di eddyburg come sia avvenuto lo svuotamento di queste sagge disposizioni. Destra e centro-destra, sinistra e centro-sinistra, parlamento e governo dell’altro ieri, di ieri e di oggi ne sono tutti responsabili. Certo in misura diversa, ma ciò non giustifica nessuno. La responsabilità della prima iniziativa risale a una “omissione” del ministro Bassanini (centro-sinistra, 2001); la palla è raccolta, e rilanciata in porta dal ministro Tremonti (centro-destra, 2004). Né gli anni successivi hanno invertito la rotta. Adesso lo scempio si completa, con la legge finanziaria per il 2008: nonostante gli allarmi gettati (anche da questo sito) e le proposte di emendamento offerte ai parlamentari che sembravano più sensibili.

La finanziaria con la quale si è chiuso l’anno vecchio ha prorogato infatti per gli anni 2008, 2009 e 2010 la sollecitazione ai comuni di destinare i proventi degli oneri di concessione al finanziamento delle loro spese correnti. Invece di affrontare il tema del costo della città, di chi deve pagarlo, di come e con che cespiti occorre mettere i comuni in grado di farlo, si è proseguito nello smantellamento di un altro pezzo di civiltà urbana.

Una norma bestiale, l’abbiamo commentata nell’eddytorialen. 109. Indicando le ragioni della bestialità sottolineavamo soprattutto che essa spinge i sindaci ad aumentare le aree da urbanizzare, al di fuori di ogni corretta valutazione del fabbisogno. Ci soffermavamo su questa conseguenza, nella speranza che l’unanime dichiarata espressione della volontà di tutelare il paesaggio e ridurre il consumo di suolo spingesse Governo e Parlamento a correggere la bestialità. Così non è stato.

Oggi, alla vigilia dell’anno nuovo, vogliamo sottolineare particolarmente l’altra ragione. Non è in gioco solo il progressivo impoverimento del paesaggio rurale, della bellezza e della storia (e della salute) dell’Italia. Accanto a questo bene comune un altro è messo in discussione, e potenzialmente distrutto: il bene comune della città come costruzione sociale, come luogo caratterizzato dalla presenza, dall’accessibilità e dall’idoneità delle attrezzature e degli spazi dedicati alle esigenze della vita pubblica, sociale, collettiva di tutti; delle cittadine e dei cittadini, e dei forestieri; degli adulti e dei bambini, degli anziani e dei deboli; dei benestanti e dei poveri: insomma, delle persone qualificate dal loro essere, e non dal loro consumare merci.

Ci turba, ci turba profondamente che il governo e il Parlamento, che gli uomini e le donne cui, in quanto elettori, abbiamo attribuito il compito di scrivere e di attuare le leggi mostrino di agire senza rendersi conto degli effetti che le loro decisioni provocano. Nell’oblio totale, e colpevole, delle ragioni che hanno spinto a conquistare le norme che essi cancellano, del loro significato sociale e civile. La speranza che affidiamo al 2008 è che, almeno su questo argomento, qualcosa di positivo finalmente accada. Eddyburg si impegna a proseguire con maggiore costanza e attenzione la buona battaglia.

L'immagine rappresenta un'opera di Ron Rueck.

Sugli standard urbanistici vedi anche l' eddytoriale n. 101e la postilla alla relazione di Giovanni Astengo al convegno dell'UDI del 1964

Roberta Carlini ha scritto che la finanziaria non spiega a sufficienza se l'obiettivo finale sia il risanamento o lo sviluppo, nè quale scelta vi sia tra welfare e mercato. Forse questo non era il compito di un provvedimento finanziario. Ma è certo compito della politica spiegare quale sviluppo si intenda perseguire superata l'esigenza impellente del risanamento finanziario,e quale rapporto si intenda costruire tra welfare e mercato. E una politica economica che non spiega se stessa non sollecita a schierarsi chi dovrebbe difenderne gli strumenti: su questi si mobilitano gli interessi colpiti (anche se in modo del tutto marginale, e là dove i margini per tagliare sarebbero ampi), mente restano inerti i cittadini interessati a sostenerla poichè non comprendono per quali prospettive debbano farlo.

Il fatto è che i cittadini non sanno quali siano, nel concreto, i costi della società, come siano composti, quali siano riducibili e quali no, quali giusti e quali ingiusti. Così come non sanno mediante quali canali, diretti e indiretti, si drenano i soldi per pagarli, e da quali tasche essi scaturiscano. Nella seconda edizione della Scuola di Eddyburg abbiamo affrontato (dopo quattro sessioni spese a illustrare problemi e soluzioni possibili per la casa, l’ambiente,la mobilità, le politiche pubbliche) un argomento cruciale: chi paga i costi della città?

Una cosa è emersa con chiarezza. Una parte troppo alta del costo della città va alla rendita, cioè a quella forma di reddito che, come ha scritto di recente Giorgio Lunghini, “non crea nessun valore: è una sottrazione al prodotto sociale, senza nessun corrispettivo e legittimata soltanto dal diritto di proprietà”. La rendita erode salario e profitto. La tassa occulta che essa costituisce incide pesantemente sull’affitto, ricade sul costo delle merci e dei servizi. La facilità di fruirne ha spinto il capitale industriale a spostare le sue risorse dall’innovazione e dalla ricerca verso gli investimenti finanziari e immobiliari,condannando l’economia del Paese alla stagnazione. Qualcuno oserebbe opporsi alla lieve incisione sulla rendita compiuta con la finanziaria se tutti avessero presenti queste verità?

Si è anche discusso (alla Scuola di Eddyburg e nelle polemiche a proposito di finanziaria) del ruolo degli enti locali: hanno ancora senso le Province, e non costa troppo una democrazia così articolata (quattro livelli di governo) come quella italiana? Sulla stampa quotidiana un ottimo articolo di Diego Novelli,già sindaco di Torino e valoroso parlamentare, ha ricordato come il Parlamento avesse deciso, alla fine degli anni Novanta, una riforma degli enti locali che ne prevedeva la razionalizzazione, e come quella riforma non fosse stata attuata per tiepidezza dei partiti e per il rifiuto dei sindaci dei grandi comuni (Rutelli, Bassolino, Castellani: Roma, Napoli, Torino) a cedere i loro poteri.

I sindaci di oggi protestano per i tagli ai bilanci comunali. La loro protesta avrebbe maggior sostegno se rendessero trasparenti i bilanci, se dissipassero i veli ragionieristici che li rendono incomprensibili ai cittadini. Se pubblicassero, ad esempio, l’elenco delle consulenze con i relativi importi e il rendiconto dell’attività svolta. Se rendessero esplicito quanta parte delle spese sostenute per i Grandi Eventi che hanno dato lustro alla città è venuta dal bilancio dello Stato (quindi dalle tasche di tutti i cittadini). E se, prima di gloriarsi per l’aumento del numero dei turisti e di investire risorse per eventi che ne attirino altri, spiegassero ai cittadini quanto costa ogni city user: chi paga (e quanto paga di tasse) per le spese che la città sostiene, e chi guadagna (e quanto paga di tasse) chi ne cattura i soldini.

Vogliamo "bilanci partecipativi"? Non chiediamo tanto, ci basterebbero bilanci trasparenti per tutti, non solo per i padroni della città.

L'immagine di Sergio Staino è tratta dal sito del Comune di Empoli (Firenze)

Il plurisecolare tentativo dell’autorità pubblica di contrastare o condizionare la proprietà immobiliare non si fonda su presupposti ideologici o su velleità moralistiche. Non ha nulla a che fare con il socialismo o il comunismo, poiché nasce dalla più schietta cultura liberale. Non esprime una volontà autoritaria, perché ha la sua origine nell’esigenza di liberare gli interessi di tutti dal dominio degli interessi di sfruttamento immediato e miope di un bene comune. Non è in opposizione con lo sviluppo economico peculiare al sistema capitalistico, perché tende a distrarre risorse dagli impieghi improduttivi (dalla rendita) perché possano essere orientate a quelli produttivi (al profitto). Se i deputati di sinistra, di centro e perfino di destra avessero compreso questo non avrebbero certo potuto avallare il disegno di radicale spostamento dei poteri sul territorio operato dalla legge Lupi: come hanno fatto chi con il tranquillo consenso, chi con un’opposizione di mera facciata.

Guardiamo con un po’ d’attenzione al testo della legge (“bipartisan”, l’ha definita l’onorevole Mantini, autorevole esponente della Margherita). La norma chiave è l’articolo 5, comma 4: “Le funzioni amministrative sono esercitate in maniera semplificata, prioritariamente mediante l’adozione di atti negoziali in luogo di atti autoritativi, e attraverso forme di coordinamento fra i soggetti pubblici, nonché, ai sensi dell’articolo 8, comma 7, tra questi e i cittadini, ai quali va riconosciuto comunque il diritto di partecipazione ai procedimenti di formazione degli atti”. Un emendamento di deputati dei DS e della Margherita ha ottenuto che la parola “cittadini” fosse sostituita alle parole”soggetti interessati”, che c’erano nella stesura uscita dalla Commissione. Indubbiamente è più elegante. Ma chi saranno i “cittadini” partecipi “ai procedimenti di formazione degli atti? La casalinga di Voghera, la maestra di Forlì, il contadino di Tricarico, il musicista di Sorrento, il salumaio di Norcia, la studentessa di Bologna? Oppure i colleghi di Franco Caltagirone e Stefano Ricucci? La domanda è ovviamente retorica.

Del resto, il rinvio al’articolo 8, comma 7 svela chiaramente che il contentino formale concesso agli onorevoli Iannuzzi, Realacci, Mantini, Sandri, Vigni, Chianale, Lion, firmatari della coraggiosa proposta di sostituzione di cui sopra, è una burla. La norma ora citata precisa infatti che “gli enti competenti alla pianificazione possono concludere accordi con i soggetti privati”, non con i cittadini, “per la formazione degli atti di pianificazione”.

Insomma, nel sistema di pianificazione tradizionale il governo pubblico guida il processo di urbanizzazione per impedire che le scelte di “valorizzazione immobiliare” private (miope per definizione, produttrici di caos nel loro insieme per plurisecolare esperienza), e perciò definisce autonomamente le scelte sul territorio. Nel sistema “innovativo” e “moderno”, largamente condiviso dai parlamentari di centro sinistra presenti nel lavoro di Commissione, le scelte sono cncordate a priori con la proprietà immobiliare, le cui convenienze sono anzi alla base delle scelte di pianificazione. Purché (si cautela il legislatore immobiliarista) siano “coerenti con gli obiettivi strategici individuati negli atti di pianificazione” (art. 8, c. 7). Se leggete l'articolo di Sergio Brenna su ciò che sta avvenendo a Milano sulla base degli “obiettivi strategici” potete farvene un’idea.

Il ruolo trainante che si vuole assegnare alla proprietà immobiliare gronda da ogni articolo del disegno di legge: è l’unica cosa chiara in questo confusissimo testo legislativo, che sarebbe giusto definire “pasticcio di legge”. Si comincia dall’articolo 3, “compiti e funzioni dello Stato”. A chi mai potrebbe ragionevolmente venire in mente che “le funzioni dello Stato sono esercitate”, oltre che con “la tutela e la valorizzazione dell’ambiente, l’assetto del territorio, la promozione dello sviluppo economico-sociale”, anche con “il rinnovo urbano”, se non fosse perché si vuole continuare a gestire centralmente le operazioni immobiliari promosse e finanziate con i “programmi complessi” e simili? Si prosegue con l’articolo 4, dove si precisa che gli “interventi speciali dello Stato “sono attuati prioritariamente attraverso gli strumenti di programmazione negoziata”: negoziata con chi, con i terremotati, gli alluvionati, le popolazioni colpite da frane? Dell’articolo 5 si è già detto: esso è il centro dell’edificio.

L’articolo 6 parla d’altro, minaccia altri danni. Cancella il ruolo delle province. Annega (uccidendolo) il principio di sviluppo sostenibile attribuendolo al “sociale, economico, ambientale”, confermando così una delle più turpi operazioni di deformazione semantica compiuta negli ultimi anni. Apre la strada all’urbanizzazione del territorio rurale (chi vuol capire come, legga gli scritti di di Gennaro e Scano in proposito). Elimina la possibilità dei comuni di proseguire l’attività di ricognizione e di vincolo dei beni culturali, paesaggistici e ambientali.

L’articolo 7 tratta delle “dotazioni territoriali”: è il termine “moderno” che allude agli standard urbanistici, cioè ai diritti minimi in ordine agli spazi e alle attrezzature pubbliche che la legislazione vigente riconosce a ogni cittadino della Repubblica italiana. Gli standard vengono regionalizzati: un diritto che non è uguale per tutti, è giusto che in Calabria i diritti siano più bassi se in Emilia-Romagna sono alti, che i cittadini di Napoli ne abbiano meno, molto meno, di quelli di Sesto Fiorentino. Ma ciò che più conta è che tutti sono invitati a garantire “comunque un livello minimo anche con il concorso dei privati”. Ecco la trappola. Invece dei “costosi espropri” il successivo articolo 8 invita regioni e comuni a promuovere “l’adozione di strumenti attuativi che favoriscano il recupero delle dotazioni territoriali”, naturalmente”anche attraverso piani convenzionati stipulati con i soggetti privati e accordi di programma”. Quanti saranno i comuni che, anche incoraggiati dall’illustre esempio di Roma, ora generalizzato dalla legge Lupi, aumenteranno a dismisura le aree edificabili per ottenere così dai proprietari, in contropartita, le aree per sanare i deficit pregressi di spazi pubblici? Con buona pace per la crescita dei carichi urbanistici e l’abbandono di ogni sostenibilità (quella vera, quella legata al concetto di limite, di irriproducibilità, di generazioni future).

L’articolo 8 (già ne abbiamo commentato uno svelamento) contiene un altro paio di perle, un paio di porte spalancate all’irrompere degli interessi immobiliari. Il comma 2 decreta l’obbligo di esaminare una per una le osservazioni pervenute agli strumenti urbanistici (nella quasi totalità sono le proteste/richieste dei piccoli e grandi proprietari immobiliari) e di motivare il loro rigetto o accoglimento (quante volte si è applicata la formula “l’osservazione appare in contrasto con le scelte generali del piano”!). Il comma 3 stabilisce che, ove mai qualche incauto e “arcaico” comune voglia acquisire aree mediante espropriazione non basta che remuneri con ragionevole larghezza il proprietario espropriato (come aveva stabilito il diritto borghese del XIX secolo, certo non ostile alla proprietà), ma “deve essere comunque garantito il contraddittorio degli interessati con l’amministrazione procedente”! Morale della favola, soggetti a un surlavoro nella fase delle osservazioni e in quella delle espropriazioni, frustrati dal vistoso riconoscimento dei poteri degli interessi privati (di quei soggetti privati, non dei cittadini), puniti nelle aspettative economiche dal progressivo depauperamente delle finanze locali, ostacolati nel loro crescente lavoro per l’impossibilità di integrazione o reintegrazione del personale, gli uffici comunali funzioneranno sempre peggio. Un risultato atteso: meno funziona il pubblico, più aumenta la “necessità” di rivolgersi al privato. Voilà, il gioco è fatto.

Questo scritto diventa faticoso. I lettori mi perdoneranno, ma qualche ulteriore gioiello va esibito. Così l’articolo 9, che sollecita le regioni a “prevedere incentivi consistenti nella incrementalità dei diritti edificatori già attribuiti dai piani urbanistici” (lotta dura / per una maggiore cubatura). E l’articolo 11, che invita le regioni a concedere "l’esenzione totale o parziale dal pagamento del contributo di costruzione” (requiem per il tentativo della legge Bucalossi di introdurre il concetto di “concessione”, riducendo l’aspettativa edilizia dei proprietari fondiari). E infine – last but not least, oppure in cauda venenum, scelga il lettore la koiné moderna o quella classica – l’articolo 13, ultimo comma: “Decorso inutilmente il termine per l’adozione del provvedimento conclusivo, la domanda di permesso di costruire si intende favorevolmente accolta”. Anche qui, un rovesciamento delle regole faticosamente conquistate. per privilegiare l’interesse privato rispetto a quello pubblico: il “silenzio rifiuto” (se non ti rispondo, abbi pazienza, è perché mi hai chiesto qualcosa che non era giusto darti), il “silenzio assenso”: fai quello che vuoi, io non ho tempo di guardare la pratica.

Una precisazione: con buona pace di quanti sostengono che l’opposizione, in Parlamento, avrebbe fatto un ottimo lavoro e corretto positivamente il precedente testo cucinato dall’onorevole Lupi (amorevolmente assistito dall’onorevole Mantini), quest’ultimo comma è stato aggiunto nel dibattito in Aula, e le “opposizioni” (udite, udite) si sono astenute!

A questo punto mi sembra evidente che per i membri della Camera dei deputati, e per le formazioni politiche cui fanno riferimento, la filosofia della legge Lupi (quella che potremmo sinteticamente definire “la privatizzazione del governo del territorio”, oppure “tutto il potere agli immobiliaristi”) è pienamente accettabile: se fosse stata formulata meglio, se magari ci fosse stato qualche riferimento gli accordi di Kyoto o al problema delle risorse idriche, si sarebbe potuto anche votare più favorevolmente. Le voci contrarie sono davvero poche. Le troverete tutte qui, in eddyburg.it.

L'immagine è di Gabriele Picco

Il primo, Vittorio Emiliani, dirama un comunicato nel quale lamenta che, dalle informazioni riportate dalla stampa, l’articolo 24 comma 5 della legge finanziaria torna all’impostazione dello scorso anno e stabilisce che il 50 % degli introiti degli oneri di urbanizzazione può finanziare la spesa corrente dei comuni, e un ulteriore 25% può essere destinato alla manutenzione ordinaria del patrimonio comunale. Per di più, tale regime viene consentito per il prossimo triennio, cioè fino al 2010.

È noto a tutti che questa disposizione è bestiale per due ragioni: perché distrae i proventi degli oneri di urbanizzazione dall’uso al quale la legislazione degli anni ’60 e ’70 li destinarono (cioè alla realizzazione di verde e servizi necessari in conseguenza delle nuove urbanizzazioni), e perché la possibilità di utilizzarli per rimpinguare le casse vuote delle finanze comunali spinge i sindaci ad aumentare le aree da urbanizzare, al di fuori di ogni corretta valutazione del fabbisogno. Come afferma Emiliani, è una pratica che spinge oggettivamente i comuni a diventare i più diretti interessati (dopo le società e agenzie immobiliari) alla distruzione del paesaggio.

Alle proteste vibrate del Comitato per la bellezza risponde, per il ministro Rutelli, il sottosegretario Mazzonis. Ma come, scrive, si attacca il governo dimenticando ciò che il governo e la stessa Finanziaria, hanno fatto per il paesaggio? Non si tiene in nessun conto “di quanto il Ministero per i Beni e la Attività Culturali ha fatto per inserire una precisa norma nella stessa Finanziaria che scongiura tale esito negativo e stanzia fondi a favore dell’azione di tutela”. Il riferimento è al comma 411 che, prosegue il sottosegretario, “istituisce appositamente un ‘Fondo per il ripristino del paesaggio’ con una dotazione di 15 milioni di euro per ciascuno degli anni 2008, 2009 e 2010”. Tale norma, chiarisce Mazzonis, “è finalizzata alla demolizione di immobili e infrastrutture, al risanamento e ripristino dei luoghi nonché a provvedere a eventuali azioni risarcitorie per l’acquisizione di immobili da demolire”.

Perfetto. Sarebbe come dire: spingo gli uomini a diventare ladri e assassini, e poi stanzio un fondo per il risarcimento delle vittime; ringraziatemi per questo.

Questo episodio non ci avrebbe preoccupato più che tanto se non rivelasse l’incapacità dell’attuale classe dirigente (perché di “classe” si tratta) di comprendere i nessi che legano i diversi aspetti del governo del territorio, i meccanismi che in esso si muovono, i poteri che li comandano e controllano, il ruolo sempre più subordinato ai poteri economici che le istituzioni democratiche sono spinte, giorno dopo giorno, a svolgere. Prendiamo un altro esempio, un altro caso, un altro anello di quella catena che lega sempre più inesorabilmente i comuni d’Italia all’appropriazione privata della rendita immobiliare e alla distruzione dei beni comuni (in primis il paesaggio) che tale catena comporta.

La Corte costituzionale, sollecitata a valutare la conformità delle vigenti norme sull’indennità espropriativa alla disciplina europea (come le modifiche costituzionali del 2001 prescrivono), dichiara (sentenza n. 348/2007) che sono incostituzionali le norme secondo le quali l’indennità espropriativa non può essere inferiore al valore di mercato. Come la cultura e la politica si accingono a rispondere a questa sentenza? Lo vedrete presto. Suggeriranno al legislatore di prendere atto della realtà, e di disporre che l’indennità espropriativa corrisponda pienamente al “valore di mercato”; suggeriranno quindi di pagare il terreno per un parco quanto lo pagherebbe un imprenditore che volesse costruirvi un grattacielo (sono di moda quest’anno in Italia). Naturalmente, per “aiutare i comuni”, si solleciteranno ulteriormente le pratiche di incentivo agli affari immobiliari mediante la “perequazione a priori”, incoraggiando (e di fatto obbligando) i comuni ad allargare a dismisura le aree destinate all’edificazione (al di fuori da ogni corretta valutazione delle necessità sociali) per poter avere le aree necessarie per le esigenze collettive.

Pensate che qualcuno ricorderà che la Corte costituzionale stabilì, la prima volta nel lontano 1968, che è il legislatore che stabilisce quale attributo della proprietà appartiene al proprietario, e quindi è indennizzabile? Che qualcuno ricorderà che la legge urbanistica del 1942, riprendendo un principio della cultura liberale, stabiliva (articolo 38) che l’indennità espropriativa non doveva tener conto “degli incrementi di valore attribuibili sia direttamente che indirettamente all'approvazione del piano regolatore generale ed alla sua attuazione”?

In un regime politico nel quale la democrazia ha almeno i contenuti che vennero stabiliti alla fine del XVIII secolo, quello “dei lumi”, il Mercato non è una divinità assoluta e indiscutibile. È il potere pubblico, mediante la legge, che stabilisce che cosa appartiene al mercato e che cosa no.

In calce l'appello del Comitato per la bellezza e lo scambio di lettere con il sottosegretario Mazzonis. Si veda anche qui il documento dell "Rete nuovo municipio). L'immagine è tratta dal sito www.matitarob.it

Il merito del progetto e del suo inserimento è, al cospetto dello scandalo di oggi, questione secondaria C’è chi lo ritiene un’opera d’arte che valorizzerà il sito e lo renderà ancora più ambito ai visitatori, aumentandone la competitività. C’è chi ritiene che in quel territorio delicatissimo e già bellissimo siano negativi nuovi interventi, mentre bisognerebbe invece depurarlo dalle costruzioni abusive. Due tesi entrambe legittime, sebbene Eddyburg propenda decisamente per la seconda (abbiamo documentato con ampiezza i momenti, i documenti e le posizioni in questo sito).

Ma le ragioni che hanno motivato le opposizioni più recise sono altre: riguardano la legittimità. Quell’intervento è dimostratamente in contrasto con il piano territoriale vigente, quindi è illegittimo. Nessuno ha potuto contestare l’illegittimità, che è stata confermata dalla magistratura nel merito, mentre le sentenze che hanno “liberato” l’intervento riguardano solo i formalismi (come un errore d’indirizzo di una citazione). Anche l’attuale governo comunale ha ritenuto l’intervento in contrasto con il piano vigente, e lo ha fermato. Il presidente della Regione (il “governatore”) ha prima minacciato di sostituirsi al comune sottraendogli i poteri e poi, di fronte alla resistenza, ha nominato il suo commissario. Senza neppure provare a fare quanto il Consiglio regionale può fare, e cioè approvare un nuovo piano territoriale. Senza neppure contestare nel merito le critiche di legittimità, ma adducendo l’unica ragione della perdita di un finanziamento europeo.

Superior stabat lupus: certamente l’autorità del presidente della Regione è superiore a quella del sindaco, ma adoperarla per forzare una comunità locale a essere complice d’una illegalità costituisce una violazione grave della sostanza della democrazia. Eppure, nessuno ha gridato allo scandalo. Anzi, la notizia è stata relegata nelle cronache o nei quotidiani locali. La democrazia si vuole esportarla in altri mondi, ma qui si accetta che sia soggetta agli umori dei potenti.

Non stiamo esagerando. Chiave della democraticità del sistema rappresentativo è il corretto equilibrio dei poteri. Non siamo tra quelli che ritengono che il livello di potere più “basso”, in questo caso il Comune, debba sempre aver ragione su tutto. Abbiamo applaudito al presidente-non-governatore Soru anche perché ha saputo tutelare gli interessi dello Stato e della Regione imponendo ai comuni di non costruire lungo le coste, perché il patrimonio dei beni paesaggistici e culturali costituiti dalle parti non ancora devastate delle coste della Sardegna sono beni d’interesse nazionale e regionale, non “disponibili” per gli altri livelli dei governi (e delle comunità) democratici. Quindi non avremmo protestato se la Regione avesse contrastato e impedito, motivatamente e legittimamente, un intervento che avesse minacciato di degradare ulteriormente il bene costituito dalla costa di Ravello (né se avesse, ad esempio, invitato il Comune a demolire le eventuali costruzioni abusive che la corrompono, minacciando e praticando interventi sostitutivi in caso di inerzia). Ma non è questo il caso. In questo caso l’autorità della Regione (anzi, del suo Governatore) è stata diretta a imporre al comune una scelta che riguarda strettamente il campo delle scelte di competenza del comune, e per di più obbligando quest’ultimo a compiere un atto illegittimo.

Dispiace che un atto del genere, e una lunga azione sbagliata in relazione a questa illegittima operazione di griffe, sia stata compiuta da una persona come Antonio Bassolino, nei cui confronti abbiamo nutrito sentimenti di vivissima stima e ammirazione.

L’icona è tratta da Aesopus moralizatus, in Napoli, per F. Del Tuppo (stralcio), inserita in internet da www.iconos.it

E il diessino on. Sandri aveva ripetuto spesso che il limite della legge è di essere “solo” una legge urbanistica, di non affrontare le altre questioni che, insieme all’urbanistica, compongono il più vasto quadro del governo del territorio. Il rovesciamento dell’urbanistica, il trasferimento di poteri dal pubblico al privato, l’ingresso formale della rendita immobiliare al tavolo dove si decide, questa è la linea che ha vinto: con l’accordo pieno della Margherita, la complicità dei DS, l’ignavia degli altri. E con la copertura culturale dell’Istituto nazionale di urbanistica, nel silenzio dell’accademia.

I lettori di Eddyburg sanno perchè quella legge è nefasta. Ne abbiamo parlato in numerosi articoli. Abbiamo promosso un appello, sul quale abbiamo raccolto 400 firme. Dall’appello, riprendiamo i punti essenziali della critica:

1) Si sostituiscono gli “ atti autoritativi”, e cioè la normale attività pubblica di pianificazione, con gli “ atti negoziali con i soggetti interessati”. La relazione di accompagnamento della legge specifica che i soggetti interessati non si identificano – come sarebbe auspicabile - con la pluralità dei cittadini che hanno diritto ad avere una ambiente urbano vivibile e salubre, ma si identificano invece con la ristretta cerchia degli operatori economici. Un diritto collettivo viene dunque sostituito con la sommatoria di interessi particolari: prevalenti, quelli immobiliari. I luoghi della vita comune, le città e il territorio vengono affidati alle convenienze del mercato.

2) Si sopprime l’obbligo di riservare determinate quantità di aree alle esigenze di verde, servizi collettivi (scuole, sanità, sport, cultura, ricreazione) e spazi di vita comuni per i cittadini, ottenuto decenni fa grazie a un impegno massiccio delle associazioni culturali, delle organizzazioni sindacali, del movimento associativo e di quello femminile, delle forze politiche attente alle esigenze della società. Gli “standard urbanistici” sono infatti sostituiti dalla raccomandazione di “garantire comunque un livello minimo” di attrezzature e servizi, “anche con il concorso di soggetti privati”.

3) Si esclude la tutela del paesaggio e dei beni culturali dagli impegni della pianificazione ordinaria delle città e del territorio. Contraddicendo una linea di pensiero che, da oltre mezzo secolo, aveva tentato di integrare con la pianificazione i diversi aspetti e interessi sul territorio in una visione pubblica unitaria, contraddicendo gli indirizzi culturali e legislativi che dalle leggi del 1939 e del 1942 avevano condotto alla “legge Galasso” e alle successive leggi regionali, paesaggio e trasformazioni territoriali sono divisi: affidati a leggi diverse, a uomini diversi, a strumenti diversi. Non c’è dubbio a chi spetterà la parola in caso di contrasti: non certo a chi rappresenta i musei e il bel Paese, ma a chi investe, occupa, trasforma, agli “energumeni del cemento armato”, pubblico e privato.

Una legge che rende permanenti le regole della distruzione del paese, avviate con i condoni. Una legge che rende evanescenti i diritti sociali della città, conquistati al prezzo di dure lotte. Una legge che rende dominanti su tutti gli interessi della rendita immobiliare. E su quest’ultimo punto il cedimento della componente diessina della sinistra alle impostazioni di Forza Italia non può non essere messa in relazione con altre vicende. Anche a non voler ricordare le voci sugli intrecci tra la “finanza rossa”, i suoi patron politici e le fortune degli immobiliaristi alla Ricucci, occorrerebbe essere davvero ingenui per non vedere il nesso che lega il comportamento dei parlamentari dei DS con le politiche locali che vedono esponenti di quel partito premiare gli interessi della proprietà immobiliare, a Caorle come nella riviera romagnola come nell’Agro romano. E come non sottolineare infine la contraddizione tra una politica, coerentemente tesa a premiare la rendita, con la constatazione che il declino industriale dell’Italia dipende, in modo essenziale, sul fatto che si sono tollerati, o addirittura incoraggiati, flussi di investimenti verso la speculazione immobiliare, distraendoli così dagli impieghi produttivi?

Non tutto è ancora perduto. La parola spetta adesso al Senato. La denuncia ha ancora una sede cui fare appello, la ragione ha ancora uno spazio per farsi sentire.

Si vedano, sulla “riforma urbanistica”, gli eddytoriali 20 del 14 luglio 2004, 36 del 31 gennaio 2004 e 50 del 14 novembre 2004, l’articolo E. Salzano, Due le proposte di legge, una la matrice culturale

Gli articoli nella cartella Tutto sulla legge Lupi

Sulla copertura offerta dall’INU si vedano gli eddytoriali 38 e 39.

Qui l’appello contro la legge Lupi.

Il testo della legge nella stesura approdata alla Camera dei deputati.

A un bravo giornalista, Vittorio Emiliani, che enuncia dei numeri basandosi sulle statistiche agrarie dell’Istat, risponde un facondo assessore regionale, Riccardo Conti, opponendogli numeri derivati dal satellite del programma Corine. Alle stesse fonti del giornalista - le statistiche agrarie dell’Istat - si riferisce una diligente parlamentare, la senatrice De Petris, nel presentare un suo interessante progetto di legge volto a proteggere le campagne dalla proliferazione di case casette strade e capannoni.

Ma gli esperti (abbiamo interpellato Antonio di Gennaro, di Risorsa srl, che da anni lavora sulle basi di dati territoriali italiane e internazionali in materia) sostengono che tutte le fonti citate sono inefficaci al fine di misurare davvero, con una qualche attendibile correttezza, le dimensioni e la dinamica del fenomeno. Quelle dell’Istat misurano la riduzione dei terreni agrari, che non è dovuta solo all’espansione urbana ma in larga misura all’abbandono colturale, alla progressiva sparizione delle aziende agricole marginali.. E il Corine non è capace di misurare aree urbanizzate inferiori ai 25 ettari, quindi trascura grandissima parte degli insediamenti più sparpagliati (il vero e proprio sprawl), come del resto i capannoni isolati, le strade e le altre infrastrutture.

Certo è che il fenomeno ha una dinamica sempre più preoccupante. Gli stessi dati più ottimistici, come quelli utilizzati dall’assessore Conti, lo confermano. L’espansione urbana della Toscana (al netto dello sprawl, degli insediamenti lineari e delle infrastrutture) sarebbe infatti allineata alle tendenze prevalenti in Europa. Ma pretendere di allinearsi con una tendenza generale dell’Unione europea non è certo di conforto: gli ultimi tre rapporti dell'Agenzia europea per l'Ambiente, che riguardano il land cover change, lo sprawl e l'evoluzione delle aree costiere, sottolineano come la crescita dei sistemi urbani in Europa stia avvenendo ad un tasso non sostenibile, che comporterebbe il raddoppio delle città nell'arco di poco più di un secolo.

Che fa l’Italia, che fanno le regioni? Nulla. Mentre il Parlamento lascia giacere provvedimenti che potrebbero servire e contrastare il consumo di suolo, il governo è incapace di qualsiasi iniziativa volta almeno a misurare, in termini attendibili, l’entità del fenomeno. Nessuna delle regioni cui è affidato il governo del territorio, fanno alcunché per misurare il fenomeno. Neppure quelle che hanno un’antica tradizione di corretto e lungimirante uso dello spazio come la Toscana, la Regione del Catasto Leopoldino e dell'Istituto geografico militare, da secoli all'avanguardia nel settore cartografico.

Se poi c’è qualche regione, come la Sardegna, che combatte una difficile battaglia per risparmiare il suolo dalle speculazioni più gravi, altre, come la Lombardia, promuovono addirittura emendamenti, alle già permissive leggi vigenti, che permetterebbero addirittura di costruire nuove lottizzazioni residenziali e zone industriali nei parchi regionali, in aree già da decenni riservate alla tutela del suolo rurale!

Al consumo di suolo è dedicata un'intera cartella, una sessione della Scuola di eddyburg, un libro e una legge

Implicito, finché la Costituzione era rispettata, era quello che poi fu definito il “ principio di sussidiarietà” (alla Jacques Delors, non alla Umberto Bossi; nella cultura europea, non nella subcultura “padana”): a ciascun livello di governo spettano le decisioni in merito a ciò che a quel livello meglio può essere governato. Poiché i livelli storici (lo Stato e i Comuni) non erano ritenuti sufficienti, nel 1948 si introdussero, tra l’uno e gli altri, le Regioni. Se queste furono costituite solo nel 1970 ciò fu per vicende politiche contingenti (tale appare oggi la declinazione italiana della guerra fredda!), non a una modificazione delle scelte di fondo.

Dopo il 1970 la politica si rese conto di ciò che gli esperti da qualche anno avevano già compreso: i fenomeni territoriali richiedevano, tra Regione e Comune, un livello intermedio. La discussione, la ricerca e la sperimentazione impegnarono due decenni: trovarono soluzione concorde nel 1990: Stato, Regione, Provincia e Comune avevano competenza per ciò che a quel livello si amministrava meglio, con un equilibrio nei poteri e nelle procedure che trovarono applicazioni esemplari in numerose leggi: da quella per la casa del 1971 a quella sull’ordinamento dei poteri locali del 1990.

In questa stessa logica si inserì con saggezza la “legge Galasso” del 1985: riprendendo in salsa democratica l’intuizione di John Ruskin (“il paesaggio è il volto amato della Patria”) e di Benedetto Croce (“il paesaggio è la rappresentazione materiale e visibile della Patria”), individuò e tutelò ope legis i lineamenti fondamentali del paesaggio della nazione, quelli percepibili a quella scala, e affidò alla pianificazione ordinaria o specialistica alle scale sottordinate quella che la Corte costituzionale definì “l’assidua riconsiderazione del territorio nazionale”: la individuazione a scala via via più ravvicinata, delle qualità da tutelare.

Questo equilibrio si è rotto: nelle nuove norme, gabbate per “riforme”, e nei comportamenti politici e amministrativi. Si può dire (riprendendo un’antica battuta di Giulio Carlo Argan) che oggi “l’Italia è diventata un gigantesco campo di decentramento”: almeno per quanto riguarda il territorio e il suo governo. E oggi il panorama è a macchia di leopardo, con una pericolosa prevalenza dei localismi.

C’è della luce. Così, in Sardegna Renato Soru difende con energia la responsabilità della Regione nell’avere l’ultima parola nella tutela degli elementi rilevanti a quella scala, contro le demagogie localistica di destra e di sinistra. Così, la Corte costituzionale ammonisce la Regione Toscana e ricorda che non tutto si può delegare ai comuni, perchè “l'impronta unitaria della pianificazione paesaggistica […] è assunta a valore imprescindibile, non derogabile dal legislatore regionale” e perchè “il paesaggio va rispettato come valore primario, attraverso un indirizzo unitario che superi la pluralità degli interventi delle amministrazioni locali”.

Ma altrove l’ombra è fitta. In quanti luoghi italiani (quelli della cultura, della politica, dell’amministrazione) si tende a ridurre le competenze regionali all’esortazione programmatoria e quelle della provincia al mero coordinamento a posteriori delle decisioni comunali? In quante sedi si sproloquia sulla “equi-ordinazione” degli strumenti di pianificazione di competenza dei diversi livelli istituzionali, per dire che un piano comunale può tranquillamente disattendere e contrastare la decisione di un piano regionale o provinciale? O si afferma che, addirittura, la pianificazione d’area vasta e quella strutturale non devono, per l’amor di Dio, essere precettive e regolative, ma solo esortative e “d’indirizzo” (lo ripete spesso lo stesso presidente onorario dell’INU, Giuseppe Campos Venuti)?

Bisogna riconoscere che un contributo importante all’affermarsi di simili posizioni (e pratiche) lo hanno dato le infauste modifiche al titolo V della Costituzione, improvvidamente e furbescamente varate dal centro-sinistra. La furberia era quella di tagliar l’erba sotto i piedi a Umberto Bossi: ma il diavolo insegna a fare le pentole, non i coperchi.

Dopo aver battuto le perverse ”riforme” costituzionali del centrodestra bisognerà ricominciare a ragionare sul serio, a partire dal tema proposto dal direttore del Giornale di architettura che ho citato all’inizio: “il superamento di autonomie locali oggi controproducenti”, la ricostituzione di un equilibrio tra i poteri pubblici fondato sulla ragione e sull’efficacia, e non sulla demagogia.

Sulla sentenza costituzionale n.182 del 20 aprile – 5 maggio 2006

Ricordiamo gli eventi. Il comune di Ravello adotta, dopo anni di inadempienza, un PRG che prevede, sulle pendici ai piedi delle famose ville storiche, un auditorium. Il Tribunale amministrativo regionale boccia il PRG perché il Piano urbanistico territoriale (PUT), approvato dalla Regione con legge 35 del 1987 in base alla legge Galasso, non consente costruzioni di quella specie. Il comune, restando sprovvisto di PRG, adotta procedure straordinarie (conferenza dei servizi) e ottiene il consenso della Regione, della Provincia e della locale Sovrintendenza su un progetto di auditorium, redatto dagli uffici comunali sulla base di schizzi e maquettes dell’architetto brasiliano. L’operazione viene accompagnata da un grande battage pubblicitario, con il quale si tenta di tacitare le critiche sulla legittimità e sulla sostanza del previsto intervento. Italia Nostra ricorre al TAR il quale, esaminando nel merito la questione di legittimità, emette una sentenza con cui accoglie il ricorso e argomenta ampiamente l’illegittimità sostanziale degli atti con cui si è approvato il progetto. Il “governatore” Bassolino incita subito il sindaco di Ravello a insistere. E infatti il sindaco ricorre al Consiglio di Stato contro la sentenza del TAR.

Eccoci adesso alla decisione del Consiglio di Stato, Quarta sezione. Leggetela, è straordinaria. Affronta una questione “preliminare”: se il ricorso di Italia Nostra sia stato spedito agli indirizzi giusti. Argomenta (con ammirevole ricchezza di dottrina) che, stante la natura dalla “conferenza dei servizi” che aveva approvato il progetto, il ricorso avrebbe dovuto essere inviato anche al Ministero dei beni e delle attività culturali, rappresentato nella conferenza dei servizi dal Sovrintendente di Salerno e Avellino. Ciò non è avvenuto. Ergo, non vale la pena di esaminare il merito della questione. Non vale la pena di valutare se sia stata commessa una, o due, o tre illegittimità. C’è un errore d’indirizzo, quindi tutto il resto non vale. Quindi, dopo il “preliminare” niente.

Tana libera tutti, si diceva da bambini. Tutti liberi di non rispettare la legge: se un’opera “è bella”, se un’opera è “firmata”, allora si può fare; anche se una legge e un piano hanno stabilito che lì, in quel posto, meglio non costruire nulla, meglio non aumentare il traffico già intasato (che ha già “obbligato” a scempi stradali su una delle coste più preziose del mondo).

Abbiamo sentito dire più volte che non sempre i tribunali hanno ragione, che non sempre la sentenza che manda libero un imputato equivale a riconoscerne la non colpevolezza: ricordate la sentenza per Andreotti? Ricordate la sentenza per Berlusconi? Una volta si valutavano le cose non solo sulle forme, ma anche nel merito. È stata la stampa a insegnarcelo: dai tempi del Mondo di Mario Pannunzio, al quale il gruppo Espresso si richiama. Oggi questa regola si applica solo quando si tratta di criticare gli avversari politici? I nemici del territorio, quelli che calpestano il sistema di regole mediante il quale ci si propone, bene o male, di tutelarne le qualità, non hanno avversari: godono di amplissime complicità, a destra e a sinistra. Bipartisan.

L'immagine rappresenta la falsa prospettiva di Palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato: E' tratta dal sito www.giustizia-amministrativa; potete vederla ingrandita cliccando qui

Si parla di due iniziative, che appaiono culturalmente e politicamente coerenti e tra loro connesse. Una proposta di legge regionale d’iniziativa popolare, promossa da Legambiente e da alcuni docenti del Politecnico; il Piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp), di cui è responsabile l’assessore provinciale al territorio, il verde Pietro Mezzi.

Sia la proposta di legge che il Ptcp hanno al loro centro l’impegno a ridurre il consumo di suolo. Pietro Mezzi, dopo aver fornito dati allarmanti sul consumo di suolo nel territorio provinciale, dichiara che il nuovo piano si pone l’obiettivo di contrastarlo ponendo un limite all’urbanizzazione, disegnando una rete ecologica provinciale, individuando le aree destinate all’attività agricola. Enfasi giustamente posta su un problema indubbiamente centrale, temi pragmatici correttamente enunciati: ma bisognerà verificare quale efficacia avranno le scelte del piano provinciale sulle pianificazioni comunali, e come il limite al consumo di suolo sarà territorialmente articolato (per evitare che restino immutate le previsioni dei piani pregressi nelle zone in cui il limite è già superato, e che nelle altre il limite, più alto della situazione attuale, non spinga ad accentuare le spinte all’edificazione).

La stessa ispirazione muove la proposta legislativa, della quale abbiamo per ora solo informazioni giornalistiche. Essa si muove certamente nella direzione giusta: quella di contenere il consumo di suolo e di accompagnare ogni nuova edificazione dall’attrezzatura di una adeguata quantità di verde pubblico. Il meccanismo proposto (che ha conquistato il ministro Pecoraro Scanio, intenzionato a proporlo a livello nazionale) è la “compensazione ecologica preventiva”. Per dirla con Giovanni Caudo, “il passo è nella direzione giusta, ma bisogna capire se la testa lo segue”. Se si abbandona lo slogan e si passa alla concretezza della disciplina sorgono numerosi problemi.

Il primo. La cessione di aree non può essere l’unica regola da stabilire. Occorre preliminarmente stabilire che cosa si deve costruire, dove, per chi, a quali prezzi dell’immobile realizzato. È quello che una volta si chiamava “calcolo del fabbisogno”, e che oggi dovrebbe certamente assumere un significato quantitativo e qualitativo più ampio, dovendosi arricchire di valutazioni e decisioni relative all’uso finale del bene realizzato. Se non si parte da qui si rischia di fare come il PRG di Roma, che concede edificabilità a go go a condizione che un po’ d’area venga utilizzata per spazi pubblici.

Il secondo. Quali aree devono essere destinate perennemente alla natura o all’uso pubblico, chi le sceglie? Se per ogni intervento è l’operatore che cede una parte dell’area in cui interviene allora non c’è nulla di nuovo: è la prassi generalizzata fin dal 1967 con la lottizzazione convenzionata, e poi dal 1977 con gli oneri di urbanizzazione (uno strumento che è stato dissolto da dissennate politiche regionali e comunali). Se è l’operatore che sceglie l’area da conferire alla collettività, allora non c’è il rischio, ma la certezza che saranno “sacrificate” le aree più marginali, dissestate, inutili. Se invece, come sarebbe ragionevole, le aree sono scelte tra quelle che la collettività, con un piano (magari definito a livello sovracomunale) individua come le più idonee dal punto di vista delle loro caratteristiche proprie e da quello della loro collocazione in un disegno coerente del territorio, allora con quali meccanismi si può ottenere il trasferimento alla collettività?

Come si comprende dalle due questioni che abbiamo evocato il tema non riguarda solo le politiche ambientali ma, più compiutamente, quelle territoriali, e in primo luogo quella urbanistica. Speriamo che il testo della proposta di legge dia una risposta positiva alle domande che abbiamo posto, altrimenti avrebbero buon gioco quanti vorrebbero utilizzarne l’annunciato dispositivo per lottizzare qualche parco già previsto. Speriamo che la linea di lavoro indicata dalle due iniziative cui ci riferiamo non trovi ostacoli nell’ambito dell’attuale maggioranza, e non sia significativa la inaspettata presa di distanza del presidente della Provincia. E speriamo, soprattutto, che la testa guardi nella stessa direzione in cui si muovono i primi passi.

In un mondo in cui l’oggetto trionfa sul contesto, lo slogan prevale sulla concretezza del dato, l’annuncio sostituisce l’evento, occorre che siano chiari a tutti, e soprattutto a chi governa, la complessità delle questioni, i nessi che legano i diversi aspetti dei problemi, gli ostacoli che si frappongono tra le intenzioni enunciate e la realtà. Non per rinunciare alle buone ispirazioni e agli obiettivi giusti, ma per tradurre le prime in fatti concreti e per raggiungere i secondi.

L'articolo di eddyburg sul n. 38 di Carta sarà sulla homepage sabato 27.10; è comunque raggiungibile qui fin d'ora. Per gli argomenti di cui si tratta nell'eddytoriale si vedano in particolarei risultati dell’indagine sui consumi di suolo fatta per la Provincia, e le informazioni riportate dalla stampa questi giorni.

L'immagine è la campagna lombarda raffigurata da Carlo Carrà

Come si argomenta nella relazione che accompagna l’articolato (entrambi i testi sono scaricabili in calce), il ”governo del territorio” è concetto e campo molto vasto. Comprende materie che sono attribuite dalla Costituzione a enti diversi. Una legge che regoli l'insieme dell'argomento richiederà un lavoro di lunga lena, che non può non avere la sua premessa in un diligente lavoro di enucleazione dei principi desumibili dalla ricchissima legislazione vigente. Non a caso le leggi regionali in materia, anch’esse usurpando in qualche misura l’espressione “governo del territorio”, concernono il campo - più limitato ma indubbiamente decisivo – della pianificazione del territorio urbano ed extraurbano. A definire “principi” relativamente a questo campo è dedicato il testo che proponiamo.

È un testo snello, essenziale, scritto cercando di adoperare un linguaggio chiaro ma anche giuridicamente corretto. Non è comunque questo che soprattutto ci interessa, quanto il contenuto: le riaffermazioni che in esso si fanno di principi consolidati nella giurisprudenza costituzionale, le novità che si formulano tenendo conto delle nuove esigenze ed esperienze maturate.

Due principi sono alla base dell’intero articolato e ne ispirano i contenuti e i procedimenti: il territorio e la sue risorse sono un patrimonio comune, di cui le autorità pubbliche sono garanti e custodi; la titolarità della pianificazione del territorio compete esclusivamente alle pubbliche autorità democraticamente elette e rappresentative della cittadinanza.

Tra le riaffermazioni e il consolidamento di principi già presenti nel quadro legislativo italiano, segnaliamo l’assunzione della pianificazione come metodo generale per il governo delle trasformazioni territoriali (principio peraltro contraddetto nell’azione amministrativa e nella legislazione recente), l’onerosità per l’operatore immobiliare delle opere necessarie per la trasformazione urbanistica, la non indennizzabilità dei vincoli di tutela dell’identità culturale e dell’integrità fisica del territorio.

Particolare evidenza tra le novità, introdotte anche mutuando elementi dalle legislazioni regionali più recenti, assume una decisa opzione per la riduzione di quello sciagurato fenomeno, contrastato negli ultimi anni da tutti i governi europei, consistente nell’abnorme consumo di suolo, motivato unicamente dall’esigenza di accrescere il valore di scambio di privati patrimoni immobiliari. Accanto a questi, si segnalano: nuove norme per la tutela ope legis degli insediamenti storici, per effetto dell’essere individuati dagli strumenti di pianificazione, purché d’intesa con la competente Soprintendenza; l’affermazione del diritto alla città e all’abitare, riprendendo e consolidando il diritto alla presenza di determinate quantità di spazi pubblici e d’uso pubblico ma aggiungendo, tra l’altro, i diritti fondamentali all’abitazione, ai servizi, alla mobilità, al godimento sociale delle risorse territoriali ed ambientali e del patrimonio culturale; l’obbligo per gli enti pubblici di acquisire antro un termine perentorio gli immobili assoggettati dai piani a vincoli di tipo espropriativo; infine (last but not least) la formazione partecipata degli strumenti di pianificazione.

A quest’ultimo proposito si ritiene che la partecipazione della società alle scelte di governo non sia un problema dell’urbanistica, ma della democrazia, della vitalità dei suoi istituti, della loro capacità di rinnovarsi. Certo è comunque che le scelte sul territorio hanno particolare rilevanza sia dal punto di vista dei poteri che da quello dei diritti dei cittadini. Procedure aperte, trasparenti, attente all’ascolto e alla proposta, rendiconti puntuali, chiarezza negli atti a partire dalla condivisione delle basi conoscitive e dalla evidenza nella rappresentazione delle scelte – possono essere valido aiuto, che la legge può contribuire a determinare, per l’espressione dei diritti democratici. Anche a tal fine, oltre che per adempiere a un obbligo formale,si è introdotta nella proposta il recepimento della normativa europea in materia di valutazione ambientale strategica, per le parte in cui riguarda i procedimenti di formazione e i contenuti della pianificazione delle città e dei territori.

Affidando queste proposte alla buona volontà dei legislatori, ci auguriamo che esse diano un contributo per la costruzione, nella città e nel territorio, non di una congerie di valorizzazioni immobiliari e di conseguenti diversificate degradazioni ambientali, sociali e culturali, ma della casa comune della società italiana dei futuri decenni.

A prima vista, appare un paradosso. Ma come, gli ambientalisti predicano la necessità di incentivare le energie alternative, e poi protestano quando finalmente si cerca di passare dalle parole ai fatti! Così hanno scritto Valentini, Manfellotto e tanti altri bravi giornalisti. Così pensa una parte consistente, forse maggioritaria, dell’opinione pubblica, e perfino qualche componente dell’ambientalismo. Tanto è vero che Massimo Serafini e Mario Agostinelli (persone del cui giudizio mi fido) hanno invitato Vendola a ripensare al suo decreto di moratoria agli impianti eolici in Puglia e ad adottare soluzioni più soft. Cerchiamo di ragionare, senza schierarci: o meglio, prima di schierarci, per comprendere se ci si debba schierare o no, e da quale parte.

Le ragioni di chi difende le energie alternative, utilizzatrici di risorse rinnovabili, sono fuori di ogni dubbio. Ma ogni energia, anche alternativa, ha bisogno che venga realizzata una “interfaccia”, un apparecchio o un complesso di apparecchi che trasformi la sorgente di energia in energia accumulabile, trasmissibile, consumabile. E ogni energia, anche alternativa, provoca trasformazioni del territorio: modeste o cospicue, in parti del territorio più o meno dotate di qualità e di fragilità.

Ora il fatto è che tra le proposte degli ambientalisti e la loro pratica traduzione in opere si inserisce, di fatto, un solo soggetto: l’industria, senza alcuna guida, senza alcun indirizzo, senza alcuna definizione delle prestazioni richieste e delle condizioni da rispettare. Manca, insomma il governo: il government, l’autorità pubblica garante dell’interesse generale. E l’industria, miope per definizione (è guidata esclusivamente dalla ricerca del profitto, in assenza del quale fallisce), produce oggetti progettati con l’unica finalità di produrre il massimo di energia al costo più basso.

Va bene questo? Non va bene: lo dimostra la documentazione raccolta da Carlo Ripa di Meana e dal suo Consiglio nazionale per il paesaggio, e la ricca letteratura in proposito che è stata prodotta in Europa e negli USA. Non va bene soprattutto in Italia, dove il paesaggio costituisce la maggiore ricchezza della nazione, e una delle maggiori fonti di reddito per il futuro (oltre all’intelligenza, la quale peraltro comincia anch’essa a scarseggiare): e dove le amplissime piantagioni di impianti eolici (produttori di quote molto modeste di energia) stanno trasformando in modo irreversibile delicatissimi paesaggi degli Appennini, spesso “protetti” da provvedimenti europei, nazionali o regionali.

Domandiamoci allora – visto che per di più siamo in una fase di definizione dei programmi elettorali – che cosa un governo lungimirante ed efficace dovrebbe fare.

In primo luogo, dovrebbe elaborare un piano energetico nazionale, nel quale si stabilisca, in relazione alle risorse energetiche disponibili e alle loro concrete capacità d’impiego, quali impiegare e per quale quota: e questo è un compito del tutto tradizionale, che qualunque mediocre governo in una società moderna adempie come normale amministrazione. È ragionevole che in Italia dal 1988 non si sia fatto un Piano energetico, e che (peggio ancora) con la riforma del titolo V delle Costituzione la materia sia stata attribuita alle 20 regioni? È ragionevole che si sia avviata una iniziativa per la diffusione massiccia dell’eolico, senza neppure prima verificare – per esempio – se nella concreta situazione paesaggistica e meteorologica della penisola sia più conveniente l’eolico o il solare?

In secondo luogo, il governo dovrebbe definire le prestazioni richieste agli impianti relativi a ciascun tipo di energia. Per far questo sarebbe ovviamente necessario un potenziale di ricerca applicata direttamente gestito dallo Stato, con la massima autonomia rispetto all’industria. Sarebbe necessario definire (da parte dello Stato e delle Regioni) le caratteristiche dei progetti di impianti in relazione alle collocazioni possibili nei nostri territori, con un’attenzione particolare ai paesaggi urbani e a quelli territoriali. Sarebbe necessario definire le caratteristiche dei siti capaci di ospitare gli impianti e le altre infrastrutture necessarie per la loro gestione, le modalità mediante le quali gli strumenti della pianificazione territoriale e urbana debbano decidere le specifiche localizzazioni e le regole della loro attivazione. E su tutto ciò, sulla rigorosa applicazione delle regole definite e degli strumenti individuati, occorrerebbe esercitare controllo e monitoraggio.

Sono giuste, allora, le critiche alla opposizione degli ambientalisti a interventi devastanti? Finché chi governa non avrà fatto il suo dovere, la mia opinione è che gli ambientalisti, poiché non governano, abbiano il dovere di proporre e di denunciare: non è a loro che spettano i compromessi. E chi governa, nell’incertezza derivante dall’assenza delle condizioni indispensabili per agire, ha ragione se applica il principio di precauzione: provvida perciò la moratoria, e il contemporaneo avvio di un’iniziativa che consenta di decidere a ragion veduta, di scegliere con piena cognizione di causa. Per governare, e per non essere governati dai poteri forti.

Il disegno è di Pablo Picasso, "Don Quijote y Sancho Panza", 1955

La questione delle rendite è un argomento scottante, sotto molti punti di vista e da moltissimi anni: sia per i territori, le città, i paesaggi, il loro assetto, le condizioni di vita degli abitanti, la permanenza (meglio, la scomparsa) delle qualità e delle testimonianze in essi sedimentate, sia per l’economia del nostro paese. La quota della ricchezza del paese che va alla rendita è sottratta ai salari e ai profitti, quindi riduce la possibilità di utilizzare i maggiori salari per allargare i consumi, e quella di reinvestire il profitto nel processo produttivo applicandovi ricerca e innovazione. A partire dagli anni sessanta del secolo scorso, accanto al drenaggio di ricchezza provocato dalla rendita immobiliare (contro la quale non a caso si era scagliato un predecessore di Luca di Montezemolo, l’avvocato Gianni Agnelli) si è via via accresciuto quello provocato dal largo investimento nelle rendite finanziarie.

Oggi rendite finanziarie e rendite immobiliari sono strettamente intrecciate, e pesano fortissimamente sul nostro paese. Lo avevano compreso gli estensori del programma di governo della formazione “Uniti per l’Ulivo”: il documento sulla cui base gli elettori sono stati chiamati a votare alle ultime elezioni politiche e l’Unione ha riportato la vittoria. In quel programma, infatti, si legge che tra “le cause del declino che investe il sistema paese” vi è “un sistema fiscale che penalizza il reddito di impresa rispetto alla rendita finanziaria”, si accusa il governo di centrodestra di aver “ favorito un’abnorme crescita delle rendita immobiliare”, si constata che “si è realizzato un drammatico impoverimento del potere d’acquisto dei redditi medio-bassi” mentre “è stato riconosciuto un vantaggio fiscale alla rendita piuttosto che ai redditi prodotti dalle imprese”, ci si impegna ad “attuare una nuova politica della concorrenza che miri”, tra l’altro, a “ridurre le rendite e la convenienza all’impiego di capitali nei settori che le alimentano tali rendite (immobiliare, autostrade, ecc.)”.

Le citazioni potrebbero proseguire, ma sembra chiaro che, sulla perniciosità del peso assunto delle rendite finanziaria e immobiliare, e sulla conseguente necessità di liberarne le altre forme di reddito, le valutazioni e le intenzioni fossero esplicite. Eppure, oggi, alla proposta di rendere efficaci gli impegni assunti, si reagisce - da parte degli stessi autori di quegli impegni programmatici - con timidezza, prendendo le distanze da chi quegli impegni dichiara di voler tradurre in atti di governo, e senza ribattere con la necessaria energia agli esponenti di quel capitalismo straccione, iperprotetto, pronto ad approfittare di ogni smagliatura del sistema degli accertamenti fiscali e di ogni occasione per socializzare perdite e privatizzare risorse pubbliche, generatore delle iniziative arrembanti dei “capitani coraggiosi” dediti all’assalto dei galeoni delle grandi banche e dei grandi giornali con i proventi dei raggiri finanziari.

Forse, per comprendere le ragioni di un simile atteggiamento, converrà ripercorrere l’amara esperienza del ministro democristiano Fiorentino Sullo e il saggio dedicato da Valentino Parlato al “blocco edilizio”. Forse l’Italia (il suo popolo, i suoi elettori, il suo sistema economico) sono così intrisi dalla rendita e dalla concezione individualistica della proprietà che i governanti avveduti sono costretti a recitare, con la Zerlina del Don Giovanni, “vorrei… e non vorrei, mi trema un poco il cor”.

“Lavoro” è un termine che esprime un valore profondo, primario, fondativo della nostra società. Per la nostra Costituzione (la difendiamo abbastanza?) il lavoro è il fondamento della Repubblica italiana. E in effetti, in modo diverso e con alleanze di classe diverse, le grandi forze che fondarono la Repubblica esprimevano tutte il mondo del lavoro: dal PCI e il PSI, alla DC, ai “partiti laici”.

La corrente di pensiero che, nella sua analisi e nella sua azione, ha posto come centrale il lavoro dell’uomo è comunque indubbiamente la marxista. E allora vale la pena di ricordare il modo in cui Marx lo definiva: “l'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d'un uomo, e che egli mette in movimento ogni volta che produce valori d'uso [corsivo mio] di qualsiasi genere”. E ancora: “In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l'uomo e la natura, nel quale l'uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi dei materiali della natura in forma usabile per la propria vita”.

Riflettere sul significato del lavoro dell’uomo nei contesti nei quali viviamo (dal governo nascituro dell’on. Prodi alla crisi planetaria) porta a sottolineare due connotazioni dei nostri tempi, l’una di carattere tattico e relativa al breve-medio periodo, l’altra di carattere strategico e relativa allungo periodo. Da esse scaturiscono due necessità dell’azione politica e di quella culturale: necessità certamente distinte, ma che sarebbe delittuoso separare.

Da un lato, è evidente che nell’attuale situazione italiana, così come questa si è determinata per colpa sia della destra che delle debolezze del centro-sinistra, il lavoro ha perso la centralità che la Costituzione gli assegnava. Lo rivelano l’espansione del precariato e la sua assunzione come “fattore di modernizzazione”, l’indebolimento dei sindacati dei lavoratori, lo squilibrio tra la tassazione dei redditi da lavoro e quella dei redditi finanziari, nonché, per riferirci a un tema centrale per queste pagine, la prevalenza della rendita (remunerazione della proprietà) sul salario (remunerazione del lavoro) e del profitto (remunerazione dell’attività imprenditiva secondo una scuola, il frutto stesso del lavoro secondo un’altra). Un programma di governo che volesse ripristinare il rispetto della Costituzione su ciò che costituisce il fondamento della Repubblica dovrebbe assumere perciò come centrale la questione del lavoro, in tutte le articolazioni ora enunciate.

Ma accanto e dietro questo aspetto del problema del lavoro un altro se ne pone, che ne costituisce in qualche modo la prospettiva e lo scenario. La concezione del lavoro che ancor oggi nutre il pensiero economico e l’organizzazione sociale è quella propria del sistema capitalistico: il lavoro socialmente ed economicamente riconosciuto è quello finalizzato, direttamente o indirettamente, alla produzione di merci. Se Marx, nel brano sopra citato, riferiva il lavoro alla produzione di valor d’uso, oggi per il calcolo economico, e per la stessa considerazione sociale, l’unico valore che è rimasto è il valore di scambio. I beni (siano essi oggetti o servizi) cui la produzione è finalizzata sono solo quelli riducibili a merce, e in tanto sono considerati in quanto sono ridotti a merce. Ciò che conta non è la loro utilità ai fini dello sviluppo dell’uomo e dell’umanità, ma la loro capacità di essere acquistati da un consumatore.

È morto qualche giorno fa John Kenneth Galbraith. Fu lui che, nel lontano 1958, coniò per primo il termine “società opulenta” (affluent society). Con questa espressione si designa appunto una società nella quale la produzione ha perso qualunque profondo connotato umano, ed è finalizzata esclusivamente a vendere, in misura via via crescente, merci via via più lontane da ogni reale utilità per l’uomo. Sembra che un lavoro finalizzato esclusivamente alla produzione crescente di merci superflue (spesso per di più dannose) non possa essere considerato durevole. Il ragionamento sul lavoro e la rivendicazione della sua necessaria centralità si deve perciò connettere a quello attorno ai limiti dello sviluppo (di questo sviluppo, basato sulla riduzione dei beni a merci, sull’orgogliosa negazione dei limiti posti dal pianeta, sulla perdita di ogni finalità propriamente umana), al nuovo imperativo della “decrescita”, al pieno riconoscimento economico e sociale dei valori d’uso - e delle qualità culturali,ambientali, storiche del territorio.

Il discorso di Fausto Bertinotti

Scritti sulla "decrescita" nella cartella Il nostro pianeta

Ricordo che l’articolo di Valentini è stato generato dall’attacco di Legambiente a Italia Nostra, accusata di privilegiare il NO, e si è inserito nel dibattito, molto aspro, che ne è conseguito, i cui elementi più significativi sono raccolti nella cartella Polemiche di questo sito. È stato un dibattito lacerante, che ha fatto del male all’ambientalismo italiano: ma potrà fargli del bene, se aiuterà a chiarire alcune cose che mi sembrano palesemente confuse.

Cominciamo dalle parole, e cominciamo da una parola che si è talmente logorata nell’uso da diventare di per sé priva di qualsiasi connotazione, tanto che sempre più spesso viene qualificata da un attributo: la parola “sostenibile”. In parziale dissenso, su questo punto, da Tullio De Mauro e da quanti privilegiano le mutazioni impresse dall’uso, sono convinto che vale anche per le parole ciò che Giovan Battista Vico attribuiva a tutte le cose, quando affermava che “natura di cose altro non è che nascimento di esse”. Allora ricordo che quel termine, attribuito all’altro termine terribilmente equivoco di “sviluppo”, nacque quando si cominciò a comprendere che ritenere possibile uno sviluppo indefinito in un mondo limitato è una follia, e si definì sostenibilità in un modo di governare l’esistenza del genere umano sul pianeta tale da non consumare risorse che non siano sostituibili.

Se questo è il significato del termine “sostenibile”, allora sembra a me che esso possa essere attribuito agli oggetti che posseggano entrambe queste caratteristiche: di essere “risorse”, ossia beni utili all’umanità attuale e futura, e di essere “non sostituibili” nelle quantità necessarie. Se scaviamo un poco più a fondo scopriamo che queste risorse possono essere suddivise in due grandi categorie: quelle che sono “uniche”, nel senso che sono caratterizzate da una tale individualità da non poter essere sostituite da nessun’altra simile, e quelle invece che possono essere sostituite da altre che svolgano, per l’umanità di oggi e di domani, il medesimo ruolo. Per esemplificare le prime, un’opera d’arte, un paesaggio, un centro storico; per esemplificare le seconde, l’energia, l’acqua.

L’ambientalismo, anche in Italia, è nato e si è sviluppato in reazione al trend sempre più veloce di distruzione senza sostituzione delle risorse dell’uno e dell’altro tipo (e potrebbe anzi essere un utile esercizio verificare se le differenti organizzazioni ambientaliste, e le loro politiche, riflettano le differenze tra i diversi tipi di risorse di cui privilegiano la difesa). Talchè parlare di un ambientalismo che debba diventare “sostenibile” non significa solo incorrere in un’ossimoro, ma dire una bestialità. Dispiace che la velocità polemica della penna abbia indotto in errore anche Valentini.

Ora l’ambientalismo agisce in un mondo nel quale le fortissime regole generali, che determinano le azioni della società e dei suoi multiformi meccanismi, sono ancora non solo condizionate, ma pesantemente dominate (nell’economia, nella politica, nella cultura) proprio da quella visione distruttrice e idiota dello sviluppo che ne determina l’insostenibilità. Se è così, allora la missione di ogni ambientalismo decente non può essere che la difesa a oltranza di ogni risorsa che minacci di essere soppressa senza che ne sia garantita (non promessa, non dichiarata possibile: garantita) la sostituzione (non la sostituibilità: la sostituzione).

Chiedere all’ambientalismo di negoziare, di accettare compromessi, di ratificare “depeggioramenti” e mitigazioni significa attribuire all’ambientalismo un potere che non ha né deve avere, e togliergli l’unico potere cui non può rinunciare: denunciare ognuno dei passi sbagliati che vengono compiuti, dai pochi che governano il mondo, nello sperimentato cammino improvvidamente percorso dal mondo e dalle sue parti verso la perdita d’ogni identità e, all’orizzonte, della sua stessa vita.

“L’ambiente al servizio dell’uomo, e naturalmente della donna, non l’uomo e la donna sottomessi all’assolutismo dell’ambiente”. Così Valentini conclude il suo articolo. Ma perché l’ambiente sia al servizio dell’umanità (maschile e femminile, attuale e futura) ne devono essere innanzitutto difese le risorse: quelle risorse, costruite dalla natura e migliorate dall’uomo, che le perversità, gli errori e i limiti dei poteri della politica, dell’economia e della cultura hanno, nei secoli a noi più vicini, sistematicamente distrutto. E d’altra parte, non è forse l’ambiente un valore anche in sé, indipendentemente da ogni sua finalizzazione?

Per adoperare ancora le parole di Giorgio Ruffolo, oggi viviamo “una nuova vulgata neoliberista [che] si afferma sotto forma di quello che potremmo chiamare un determinismo mercatistico”. Abbandonando ogni senso critico e dimenticando la lezione liberista sui limiti del mercato, questo è insomma divenuto la misura non solo del valore di scambio delle merci, ma anche di ogni valore, di ogni azione, di ogni attività dell’uomo e della società.

Questa vulgata non è innocente. Dietro di essa si nasconde una pratica di classe che è stata acutamente indagata. Si tratta del neoliberismo, che non è una forma ammodernata della vecchia concezione dell’economia e della società tipica della società borghese e della sua ideologia, ma qualcosa del tutto nuovo.

Per dirla con uno dei suoi più acuti studiosi, David Harley “il neoliberismo è in primo luogo una teoria delle pratiche di politica economica secondo la quale il benessere dell’uomo può essere perseguito al meglio liberando le risorse e le capacità imprenditoriali dell’individuo all’interno di una struttura istituzionale caratterizzata da forti diritti di proprietà privata, liberi mercati e libero scambio”. Esso è un progetto di ricostruzione del potere delle élite economiche. Lo studioso americano apertamente sostiene (si veda la recensione di Ilaria Boniburini) che si tratta di lotta di classe, perché “sembra lotta di classe e agisce come lotta di classe”, e quindi come tale occorre trattarla.

È a questo scenario che occorre riferirsi quando si sente parlare oggi della necessità di “tener conto del mercato”. Dimenticare che la pianificazione urbanistica è una delle pratiche inventata (dalla società borghese) per risolvere problemi che lo spontaneismo del mercato era incapace di affrontare non è solo grave errore intellettuale. È anche subalternità a un disegno politico che è forse il rischio più grave che corre oggi la democrazia.

Eppure, è quello che succede in Italia a proposito del territorio e del suo governo. Succede ovviamente a Milano, nelle modalità di “governo del territorio” esplicitamente subalterno alle scelte delle grandi società immobiliari, teorizzata da intellettuali provenienti dalla sinistra (Luigi Mazza e Stefano Moroni) e praticata dal ceto politico più omogeneo al neoliberismo. Succede in Toscana, dove l’autorevole ispiratore della politica del territorio della giunta di centrosinistra (Massimo Morisi) ha esplicitamente sostenuto che bisogna fare entrare a pieno titolo il mercato nei processi di piano, non come fenomeno da governare, ma come protagonista, alla pari della mano pubblica, e che la pianificazione deve svolgersi su due “gambe”, tenendo conto delle finalità e delle regolazioni del pubblico e delle finalità e del dinamismo del mercato, poiché solo in tal modo si può garantire sviluppo, modernizzazione e capacità competitive. E succede nel Parlamento nazionale, dove si accetta pressoché unanimemente che le localizzazioni industriali possano avvenire (proposta di legge Capezzone e altri) senza alcuna di quelle verifiche di necessità, di adeguatezza e di coerenza territoriale che solo una corretta pianificazione del territorio può assicurare.

Verrebbe da dire che siamo alle frutta con il nostro Belpaese. Anche perché il “mercato” al quale ci si riferisce quando si parla di governo del territorio non è, in Italia, quello delle imprese, ma quello delle società immobiliari. Non è quello del profitto, ma è quello della rendita. Non è quello della dinamica capitalista, ma è quello del parassitismo proprietario. Ed è un mercato il cui predominio sulla città produce (lo ha dimostrato la storia) segregazione di gruppi sociali, spreco di risorse comuni, disagio delle persone e delle famiglie, penalità al sistema produttivo e infine (tanto per adoperare un altro concetto divenuto idolo delle piazze) ulteriore motivo di perdita di competitività di un sistema già pesantemente degradato e inefficiente.

I valori furono dunque una componente decisiva: non ricostituzione (come in Francia e in Danimarca, in Belgio e in Olanda, in Jugoslavia e in Norvegia) di quelli nazionali calpestati dal nemico invasore, ma costruzione di valori nuovi, fondativi della società nuova che – a partire dalla Liberazione – si cominciava a costruire.

Ricordare oggi, 25 aprile 2006, la liberazione dell’Italia dal nazifascismo suggerisce prepotentemente una necessità di oggi: rimettere i valori al centro dell’attenzione della politica e della società.

Una necessità di oggi. Il risultato elettorale del 9-10 aprile scorso non rivela soltanto che “l’Italia è spaccata in due”: risultato inevitabile d’un sistema maggioritario, come qualche osservatore più lucido ha rilevato. Rivela anche un’incertezza degli elettori, una certa aleatorietà del risultato, una mobilità di parte consistente dell’elettorato che non ci sarebbero se alla base delle scelte di voto ci fossero convincimenti profondi e radicati, e legami stretti tra questi e le proposte delle diverse (delle due) parti politiche.

In assenza di convincimenti profondi e radicati (di valori) è evidente che tendono a prevalere gli interessi differenziati dei gruppi,delle corporazioni, dei segmenti della nostra frammentata società. Tendono a prevalere insomma quei moventi del voto che più facilmente vengono catturati dalle offerte mercantili (bugiarde o meno) degli imbonitori cui è stato lasciato il possesso dei mezzi di comunicazione di massa.

Singolare, in proposito, l’atteggiamento del centro-sinistra. La sua propaganda ha lasciato cadere tutti i numerosi spunti polemici (e di convincimento delle coscienze) che potevano essere offerti dalle stesse parole ed azioni dell’avversario. A partire dall’ingiustizia di fondo,dal vero e proprio vulnus dell’ordinamento democratico, costituito dal potere straordinario in mano a uno solo dei contendenti (in codice: il conflitto di interessi), fino a quell’incredibile affermazione dell’ex premier, rivelatrice di un pensiero osceno, secondo il quale sarebbe del tutto evidente che il figlio d’un operaio vale meno del figlio d’un professionista.

Abbiamo dimenticato i principi fondativi della nostra nuova società, nata dalla Resistenza. Non ci siamo sentiti offesi dal loro tradimento, dal loro rovesciamento perfino. Ricordiamoli,così come furono costruiti nelle coscienze e nei sacrifici negli anni difficili della Resistenza e tradotti in principi costituzionalmente garantiti.

Solidarietà, primato del lavoro, subordinazione della proprietà al suo ruolo (al suo dovere) sociale, eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e ai diritti non solo giuridici, sostegno ai più deboli perché possano entrare nel novero dei più forti, privilegio agli interessi della collettività, politica come proposta di un progetto di società più alto di quello dell’antagonista. Infine, ma non è l’ultimo dei valori, difesa dei beni comuni costruiti dal lavoro di tutti: a partire dalle fabbriche strenuamente difese, nel 1943-45 dagli operai perché non erano dei padroni, ma di tutti, fino alla tutela del paesaggio e dei beni storico-artistici come patrimonio della Nazione,nel 1946-48.

È da qui che occorrerebbe partire per conquistare durevolmente il consenso delle cittadinee dei cittadini: dalla riaffermazione orgogliosa di quei principi, dalla loro propaganda tenace e intelligente, dalla loro traduzione in una reale riforma dei codici della convivenza civile (a cominciare dalla demolizione delle norme e delle prassi con essi in contrasto). E scendendo dal generale allo specifico degli interessi di questo sito, vorremmo lavorare per una legge sul governo del territorio che si aprisse con le parole: “le risorse del territorio sono patrimonio comune non negoziabile”. Ma di questo scriveremo un’altra volta.

La notizia vola negli ambienti politici e culturali bolognesi, si diffonde arricchendosi di particolari non controllabili. La decisione di smantellare l’ufficio sarebbe partita qualche mese fa dalla federazione dei DS, e avrebbe colto di sorpresa la Margherita. Ne sarebbero state liete le imprese immobiliari (tra cui quelle potentissime della Lega delle cooperative), i cui interessi non avrebbero potuto espandersi se si fosse consolidata la politica di contenimento del consumo di suolo promossa dal Piano territoriale provinciale. Ridurre il peso dell’ufficio e “burocratizzarlo” avrebbe eliminato un elemento di confronto politico e culturale, rischioso per alcune scelte municipalistiche che starebbe assumendo il governo Cofferati.

Un fatto è certo. Piero Cavalcoli, contro la sua volontà, è estromesso dalla gestione dell’ufficio (il Settore pianificazione territoriale e trasporti) che ha creato e diretto per 15 anni e che aveva avviato una trasformazione radicale dell’assetto del territorio bolognese. Il personale tecnico, raccolto e “allevato” con pazienza e divenuto, nel suo complesso, un modello per l’Italia, ha cominciato a essere dirottato verso altri uffici della provincia o in altre istituzioni. Un’esperienza di pianificazione intelligente, capace di utilizzare tutte le leve dell’intervento pubblico sul territorio, di promuovere la collaborazione tra le amministrazioni comunali fino ad allora divorate dal municipalismo, di tradurre in concrete decisioni amministrative un disegno di riduzione della congestione, di arresto dello sprawl, di protezione effettiva (e non solo a chiacchiere) delle risorse territoriali – un’esperienza unica in Italia e all’avanguardia in Europa - viene ridotta al rango degli uffici delle “vecchie province”: quelle che con la riforma della legge 142/1990 si era tentato di rinnovare ab imis, assumendo quale loro centro la responsabilità della pianificazione territoriale.

Ciò che sta avvenendo a Bologna, ha per l’Italia lo stesso significato che ebbe per la Gran Bretagna della Tatcher lo smantellamento del Greater London Council. È la rivincita degli interessi municipalistici (e in primo luogo dei municipi più grandi) sugli interessi di un’organizzazione equibrata delle risorse territoriali. È la rivincita degli interessi economici di breve periodo, basata sullo sfruttamento immediato della risorsa fondiaria, sugli interessi aperti al lungo periodo della tutela dell’acqua, del paesaggio rurale, della natura. È la rivincita, infine, dalla politique politicienne su una visione strategica, di ampio respiro, dei valori e della vita della comunità

Ma ciò che avviene attorno al bunker nel quale sembra assediato Cofferati, è fonte di grave preoccupazione anche al di là caso del specifico. Perché significa che le forze che aspirano a sostituire Berlusconi nel governo dello Stato patiscono alcune insufficienze gravi di intelligenza politica: la concezione del funzionario pubblico, il civil servant, come figura subalterna al potere (icastica la vignetta di Bucchi), l’incapacità di aprire una discussione di merito su strategie territoriali che non si condividono (e che si preferisce annullare surrettiziamente mediante interventi di mero potere), l’utilizzazione di “linee di comando” tipiche dei peggiori risvolti di quella Prima Repubblica che tutti sembrano deprecare, ma di cui troppi rinnovano i (ne)fasti.

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