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WSF2007. Nairobi, quarto giorno
24 Gennaio 2007
Articoli del 2007
Con l'editoriale di Flavio Lotti inizia la serie degli articoli che il manifesto (24 gennaio 2007) dedica al Word Social Forum di Nairobi, con articoli di Cinzia Gubbini, Shaka e Cristina Formica. In calce un singolare intervento di Emma Bonino, dal Nord del mondo

Lettera a Prodi da Nairobi

Flavio Lotti

Caro Presidente Prodi, le scrivo da Nairobi, nel cuore dell'Africa, seduto accanto a due milioni e cinquecentomila persone che in questa città sono costrette a sopravvivere e a morire miseramente con in tasca meno di un dollaro al giorno. Li ho incontrati a Kibera, la più grande baraccopoli dell'Africa, da dove è partita la Marcia per la pace che ha aperto i lavori del Forum Sociale Mondiale. Camminando insieme a loro, dal quartiere più povero a quello più ricco di Nairobi, ho avvertito un profondo disagio per le ingiustizie che continuano ad uccidere ogni minuto centinaia di bambini e bambine, donne e uomini innocenti. Questa mattina li ho incontrati nuovamente a Korogocho, la discarica di Nairobi, dove si è svolta la prima assemblea del Forum sociale mondiale: un'assemblea eucaristica carica di preoccupazioni, di gioia e di speranza.

Caro Presidente, vista da qui a Nairobi, la base militare che gli Stati uniti intendono costruire a Vicenza appare un insulto a tutte queste persone private della dignità e di ogni diritto, straziate dalla fame e dalle peggiori malattie, violentate e abusate, ignorate e abbandonate dal mondo. Immersi in questa miseria, la costruzione di una nuova base di guerra è un inaccettabile spreco di denaro pubblico. E le cose inaccettabili non possono essere accettate. Di chiunque sia quel denaro, sono soldi sottratti alla lotta alla povertà.

Cosa dobbiamo dire ai ragazzi e alle ragazzi che, forse per la prima volta, sono usciti dalle loro baracche per marciare al nostro fianco chiedendo giustizia, diritti umani, pace? Cosa dobbiamo dire quando ci chiederanno perché l'Italia ha deciso di appoggiare la costruzione di questa nuova base? Perché signor Presidente? Quale nobile motivo ha spinto il suo Governo ad assumere una decisione così importante? Quanti aiuti umanitari partiranno dalla nuova base di Vicenza? Quante vite umane riusciremo a salvare grazie a questa nuova infrastruttura strategica?

Si dice che gli impegni internazionali si debbono mantenere. Ma allora... perché l'Italia mantiene sempre gli impegni militari con il governo Usa e non rispetta gli impegni contro la povertà che il governo si è assunto con l'Onu e tutti gli altri governi del mondo, come gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio?

Come faremo a spiegare che anche quest'anno dovranno cavarsela da soli perché l'Italia ha stanziato per la cooperazione internazionale solo una piccola somma incapace persino di toglierci da quell'angusta posizione che ci identifica come il paese più avaro dell'occidente? Quest'anno non c'erano soldi per salvare la loro vita. Non ce n'erano neanche l'anno scorso. Com'è possibile allora che ogni anno il nostro bilancio militare segni un nuovo record?

Tra qualche settimana forse qualcuno di loro forse sbarcherà a Lampedusa e diventerà immediatamente clandestino da rinchiudere in un Centro di permanenza temporanea in attesa di essere espulso. Altri moriranno lungo la strada. Caro Presidente, cosa possiamo dire a questa gente? Sono qui al nostro fianco. Hanno fame e sete ma non c'è né cibo né acqua. Ne hanno bisogno ora. Domani per alcuni sarà già troppo tardi. Vorrebbero vivere in pace ma, ad ogni istante, sono vittime di una violenza inconcepibile. Non c'è nessun esercito in grado di proteggerli. Sono qui al nostro fianco, signor Presidente. Cosa gli dobbiamo dire? In queste situazioni anche il silenzio uccide.

Flavio Lotti è Coordinatore della Tavola della Pace

AAA, fittasi baracche negli slum di Nairobi

Cinzia Gubbini

Fare a piedi la strada che separa Korogocho dallo stadio Kazarani, dove si sta svolgendo il primo social forum mondiale in Africa, è istruttivo: prima di tutto si scopre che lo slum dista solo quattro km dalla sede del forum, anche se tutti in salita. In secondo luogo si possono incontrare le persone che vanno e vengono dal centro, e che magari si sono spinte fino allo stadio, per partecipare o almeno dare un'occhiata alle decine di stand e alle centinaia di seminari che vanno avanti da quattro giorni. Ci sono un signore con le scarpe laccate, un gruppo di ragazzini che giocano a far rotolare i copertoni, una donna velata, un'altra vestita di stracci, un anziano con la barba curata, un diciassettenne che ascolta musica con le cuffie, parla un buon inglese ed è appena tornato dal forum.

Perché per quanto baraccopoli come quelle di Korogocho o di Kibera, rispettivamente la seconda e la prima di Nairobi, siano i posti più poveri, marginalizzati e disumani della città, a viverci sono soprattutto kenyani, cittadini che lavorano e pagano le tasse. Si calcola che il 65% della popolazione viva in uno slum. Ovviamente, appena la situazione economica lo consente chiunque scappa da qui. Nelle baracche in lamiera e nelle poche case costruite in mattoni non ci sono servizi igienici, non c'e acqua corrente, manca la corrente elettrica anche se poco lontano c'è una piccola centrale e si possono vedere gli elettrodotti che portano l'elettricità chissà dove.

Il fatto è che Korogocho - il cui nome nella lingua degli Agikuyu significa «immondizia» - è nata intorno al 1950 ma è ancora considerata dal governo kenyano un insediamento abusivo, che sorge su un terreno demaniale: dunque non esiste alcun obbligo per lo stato a fornire servizi, compresi ospedali e scuole. Tutti gli istituti scolastici che ci sono nello slum, come la St. John's School dei comboniani, non rilasciano titoli riconosciuti dallo stato. Eppure, anche se può sembrare incredibile, la gente che vive qui paga l'affitto e non è proprietaria neanche del pezzo di lamiera che ha sopra la testa. A costruire le baracche, infatti, sono dei privati, perlopiù proprietari terrieri che gestiscono questo business. L'offerta è finanche diversificata: le catapecchie sono la maggior parte, ma qua e là c'è anche qualche palazzetto fatto in mattoni. Una baracca costa tra i 300 e i 500 scellini al mese, un appartamento 1.500. Bisogna considerare che non è frequente, per chi svolge un lavoro umile, guadagnare 500 scellini al mese, cioè cinque euro, e che c'è molta gente che guadagna invece meno di un dollaro. Anche per questo motivo nello slum si vende di tutto: corpi, droga, armi, oltre ai più ordinari oggetti di consumo. Tutta merce esposta nei banchi allestiti proprio di fronte alla porta di casa, intorno ai quali si incontrano capre e galline che beccano la terra - l'asfalto non c'è - impastata con centinaia di buste di plastica che galleggiano anche dentro al fiumiciattolo, intorno al quale ci sono gli stessi meravigliosi alberi che si possono ammirare al Safari Park, uno degli alberghi più esclusivi di Nairobi, anch'esso distante pochi chilometri da Korogocho.

Quello della plastica è un problema serio. L'unica conseguenza positiva è che questi appezzamenti sono talmente inquinati che difficilmente il governo troverà qualcuno a cui venderli. Ciò non difende però gli abitanti degli slum - a Nairobi ce ne sono più di 200 - dalle demolizioni. Solo in questi giorni di forum ce ne sono state tre, anche se nessuno allo stadio Kazarani se n'è accorto. A raccontarlo è Daniele Moschetti, il padre comboniano che ha raccolto il testimone di Alex Zanotelli, che ha vissuto per ben 12 anni a Korogocho. L'occasione è stata uno dei tredici seminari disseminati negli slum per cercare di decentrare un po' i lavori del forum. A Korogocho, in una piccola arena che si trova nel centro culturale dei comboniani, si parlava di diritto alla casa e alla terra: ospiti d'onore, oltre a Zanotelli che ormai vive a Napoli da quattro anni ma che viene accolto dagli abitanti della baraccopoli come una specie di capofamiglia emigrato all'estero, gli attivisti sudamericani della campagna No evictions, «Basta sfratti», e il teologo della liberazione brasiliano Marcello Barros. «Qui in Kenya il diritto alla casa e alla terra è un problema essenziale: l'80% delle persone vive nel 5% della terra, in una situazione insostenibile», dice Moschetti. Barros ricorda che quando un dominatore vuole conquistare un paese, la prima cosa che fa è prendere la terra, come hanno fatto i colonialisti in America Latina e in Africa.

La storia degli slum di Nairobi è proprio questa: quando gli inglesi fondarono la città, prima come deposito della ferrovia da Mombasa a Kampala, poi come sede del protettorato, i neri non potevano entrare nel centro. E così nacquero i primi slum, che sono diventati la risposta abitativa, dopo l'indipendenza, dei lavoratori che scappavano dalle campagne - distrutte dalle politiche di aggiustamento strutturale - per cercare lavoro in città. Oggi negli slum arrivano anche i migranti, ad esempio da Tanzania e Uganda, o rifugiati politici come i somali.

Alla fine del seminario padre Zanotelli celebra una cerimonia di benedizione della terra in cui coinvolge i ragazzini dello slum, alcuni dei quali avevano passato tutto il tempo dell'incontro a sniffare glup, colla. Tutti, mano nella mano, intonano «We shall overcome». L'azione dei comboniani è uno dei fattori che hanno stimolato una qualche organizzazione politica nelle baraccopoli. Veri e propri movimenti sociali non esistono, ma nel 2004 la protesta degli abitanti ha fermato l'espulsione di 300 mila persone. Oggi la rete Kutoka chiede prima di tutto che sia concesso maggiore spazio vitale agli abitanti e che la terra diventi comunitaria. Ma ci sono anche gli adolescenti, che barcamenandosi tra comboniani, ong e una vera volontà di autonomia, si muovono: al Social forum sono stati loro a mettere in piedi la protesta contro il prezzo di ingresso e il costo del cibo.

Backstage

L'esercito, il torturatore e chi rapina Indymedia

Shaka *

Changamoto za mkutano wa Nairobi (le sfide del forum di Nairobi). Si può discutere di cosa significhi essere di sinistra oggi senza interloquire con i governi di sinistra e la classe lavoratrice? Secondo l'organizzazione non governativa brasiliana Ibase, sì. In un seminario che si è tenuto domenica scorsa, si è riusciti a parlare di sinistra senza menzionare neanche una volta la parola working class e citando curiosamente solo tre dei nove paesi sudamericani che hanno oggi un governo progressista. Ignorando i governi di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Cuba, Ecuador, Nicaragua, Uruguay e Venezuela i relatori si sono inavvertitamente esposti a una delle critiche più comuni al Word social forum: l'incapacità di connettersi attivamente al mondo reale della politica. Nelle loro discussioni, i relatori si sono lanciati in una vigorosa discussione sulla vecchia e la nuova sinistra: nonostante il riconoscimento dei valori della sinistra tradizionale e della loro importanza per la nuova sinistra e i movimenti, le sfide che guardano in avanti non possono non partire dall'analisi della sconfitta globale del comunismo avvenuta lo scorso secolo con la caduta del muro di Berlino. Circa 100 persone erano presenti alla discussione, tra loro nessun africano.

Contraddizioni

Di contraddizioni al forum di Nairobi ce ne sono parecchie. Si potrebbe cominciare da quelle sulla sicurezza. L'apparato messo a disposizione dei partecipanti è sicuramente imponente: guardie private, polizia, verso sera anche l'esercito (armato). Il grado di potere è direttamente proporzionale alla lunghezza del sempre presente manganello e tutti gli accessi ai punti «sensibili» sono sorvegliati con occhi di falco. Eppure verso le 18 di lunedì tre persone armate sono potute salire all'ultimo piano dello stadio e rubare tutto il materiale di Indymedia. La lista dei furti è peraltro abbastanza elevata. In termini di sicurezza poi, c'è da dire che l'unico grande punto di ristoro del forum è di proprietà personale del ministro della Sicurezza nazionale, tanto noto torturatore da meritarsi il nomignolo di Kimendero, «lo spezzatore di ossa».

Buon appetito

Un panino e una birra costano quanto dieci giorni di reddito medio di una famiglia povera di Nairobi (circa dieci dollari). Dopo il lauto pasto, gli attenti altermondialisti non esitano a seminare plastica e carta tutt'intorno, di fretta per non perdere l'ultimo seminario sull'ecosostenibilità dell'ambiente.

Cosa c'è

La sinistra giovanile, la Caritas, Vittorio Agnoletto, i bonghi (in abbondanza), i ballerini, l'artigianato locale, i sandali, gli infiltrati del governo tunisino, tanta buona volontà, un sole che spacca le pietre, le suore, i francescani, qualche parlamentare, qualche ministro (o vice), qualche ladruncolo, le magliette di Ho Chi Min, le apparecchiature cinesi.

Cosa non c'è

I microfoni, le sedie, il programma, i traduttori, internet (poco), la carta igienica, una comunicazione efficace, Bertinotti, i disobbedienti, Radio Popolare, i trasporti gratuiti, la certezza dei luoghi dove si tengono gli incontri, le zanzare, i cestini della spazzatura, una visione comune del Forum.

* Lettera22

E al forum alternativo parlano i «cittadini»

Cristina Formica

Il giorno prima dell'apertura del Wsf, nel parcheggio del Kenyatta conference centre si è svolta una manifestazione di protesta contro il comitato organizzatore keniano. Quindici donne e uomini con cartelli scritti a mano che invitavano i partecipanti al Social forum a recarsi agli incontri organizzati dall'associazione Citizen assembly. A chi li osservava, i manifestanti davano un fiocchetto bianco, simbolo della lotta dei poveri del Kenya a una vita più giusta. Il luogo degli incontri era il Jevanjee Garden, che si trova ai limiti del centro di Nairobi, tra le università: siamo al confine con gli slum, quando la città diventa baraccopoli. Il Citizen social forum si è svolto tra il 21 e il 23 gennaio, ma gli organizzatori tengono a precisare che la loro iniziativa è interna al più grande Social forum mondiale.

Citizen assembly appare una rete civica: Shamsia, uno degli organizzatori, spiega che il loro network nasce nel 2005 e lavora solo in Kenya, ma ora stanno cominciando a collegarsi anche con reti europee. Lavorano sulla mobilitazione popolare perché i keniani possano maggiormente incidere sulla vita politica nazionale e abbiano più potere e consapevolezza. Assembly citizen ha 10 gruppi nazionali che si riuniscono regolarmente una volta al mese, le assemblee sono libere alla partecipazione popolare. Ogni gruppo decide il tema su cui impegnarsi, che è sempre legato al territorio e ai problemi reali delle persone.

Il programma svolto al Citizen forum center era tutto incentrato sul Kenya: dibattiti dalla mattina al primo pomeriggio sulla democrazia, la pace e la giustizia, i giovani, i diritti delle minoranze. L'ultimo giorno dei lavori è stato riservato ai temi dell'aids, delle relazioni tra i diversi gruppi etnici keniani e del debito estero. Quest'ultimo è al centro delle discussioni sia qui che al social forum, dramma comune per il sud del mondo: mentre il 56% della popolazione keniana vive miseramente, 112 miliardi di scellini devono essere ripagati alle istituzioni internazionali, per un debito senza fine che ha il drammatico risultato di distogliere fondi dall'educazione, dalla sanità e dal miglioramento delle condizioni di vita dei keniani.

Anche a Jevanjee Garden la soluzione per i keniani è quella di non pagare più. Tutte le proposte che l'Onu fa per risolvere le ingiustizie mondiali sono da respingere, a partire dagli Obiettivi del millennio, che per i keniani sono falliti e inutili. Per non parlare delle politiche degli accordi tra Unione europea e paesi africani, e che provocano disastri per i mercati africani.

Odindo è il fondatore di una delle associazioni legate a Citizen network, Hakijamii, che si occupa della questione agraria. A suo parere il ruolo del colonialismo britannico nella creazione delle discriminazioni in Kenya è stato determinante: la proprietà della terra era in mano a gruppi economici stranieri che hanno costretto l'agricoltura keniana a monoculture come il tè e il caffè e che non hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita dei keniani. Un problema molto sentito è oggi la discriminazione delle donne: sebbene siano loro a coltivare la terra e garantire la sopravvivenza delle comunità, esse non sono proprietarie, dipendendo in questo modo dai mariti e dai fratelli.

«Tutti a New York a giugno». Un forum nel cuore dell'impero

ci.gu.

Si terrà ad Atlanta a partire dal 27 giugno. Il primo Social forum statunitense è praticamente già realtà, e qui a Nairobi si guarda a quell'appuntamento con speranza e entusiasmo. Praticamente dopo aver «espugnato» l'Africa, che per i tantissimi problemi organizzativi sembrava un'impresa impossibile, gli Stati uniti rappresentano la tappa successiva nel tentativo di esportare il forum nel «cuore» dei probelmi. E certamente la politica degli Usa e di Bush è uno di quei cuori. A organizzare l'«evento» è la Grassroot global justice network, una rete che raccoglie più di 80 associazioni e che si occupa di difendere i diritti della working class. «L'idea è nata al Social forum di Caracas, avevamo un tendone nel centro della città, eravamo molto visibili, e in tanti si sono avvicinati per incoraggiarci, soprattutto i latinoamericani, dicevano che un Social forum negli Usa è indispensabile - spiega Stephen Bartlett - così prima abbiamo provato con un forum regionale che si è svolto ad aprile in North Carolina, poi abbiamo iniziato a costruire il forum nazionale». La vittoria dei Democratici al Congresso, dice Bartlett, non ha influenzato minimamente la voglia di dare questa spallata: «La vittoria dei Democratici cambia gli equilibri nel paese. Ma il nostro problema è un altro: la consapevolezza che la democrazia in America è a rischio. La gente è contraria alla politica di Bush, ma è impossibile farsi ascoltare. Organizziamo il forum soprattutto per il bene degli Usa». A Nairobi qualcuno ha fatto notare che sarà molto complicato raggiungere gli States: «E' una preoccupazione seria - dice Bartlett - nel mio paese vige lo stato di polizia, ottenere i visti sarà durissima. Ma noi faremo il possibile per assicurare una partecipazione ampia».

Rischi e pericoli di un'Africa no global

Emma Bonino *

Cari direttori, ho letto con interesse - e una buona dose di inquietudine - l'opinione di Vittorio Agnoletto (il manifesto 20 gennaio) sugli Accordi di partenariato economico (Epa) in corso di negoziato fra l'Unione europea ed i Paesi africani. Mi inquieto non tanto per il grido d'allarme lanciato da Agnoletto, quanto per l'approssimazione nel trattare una materia delicata e complessa, e per la rappresentazione caricaturale dell'operato del mio Ministero.

L'iniziativa europea di negoziare accordi di partenariato economico con i paesi dell'Africa, Caraibi e Pacifico (Acp), conseguenti agli Accordi di Cotonou del 2000, ha una ragione e una scadenza precisa. A norma dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), è necessario per l'Unione europea concludere accordi di libero scambio con questi paesi entro la fine del 2007, data in cui scadrà la deroga che ci consente di praticare a vantaggio dei Paesi Acp condizioni tariffarie preferenziali rispetto a quelle che l'Ue applica a tutti gli altri membri dell'Omc (inclusi altri paesi in via di sviluppo, che reclamano da tempo contro questa «discriminazione fra poveri»).

L'esperienza dei vari accordi precedenti tra Ue e Paesi Acp (in particolare gli Accordi Lomé) mostra che questi ultimi non ne hanno tratto grande giovamento per la loro crescita economica. E' tempo di cambiare registro, e di rendere questi paesi più partecipi dei ritmi e dei meccanismi dell'economia globale. E' innegabile che il passato coloniale e anche certi atteggiamenti spregiudicati sul piano dello sfruttamento delle risorse (non solo degli occidentali: cinesi e indiani fanno la loro parte) abbiano concorso a penalizzare le prospettive di sviluppo dell'Africa sub-sahariana, ma non per questo mi sento di condividere l'analisi di Agnoletto.

L'Africa non è oggi una vittima della globalizzazione selvaggia. Ha ereditato, come tutti, la sua quota di problemi e rischi globali: ambiente, pandemie, terrorismo. Ma soffre, al contrario, di rimanere ai margini di quasi tutti i processi globalizzanti: che si tratti dell'economia, della tecnologia, della diffusione delle conoscenze, della ricerca, della governance, spesso della democrazia e dello stato di diritto. Ad essere seri, quasi l'intero continente è oggi no global, nel senso che accusa un ritardo crescente, secondo tutti gli indicatori mondiali, anche rispetto agli altri paesi in via di sviluppo. Se questo trend continua, come sembra auspicare Agnoletto, c'è poco da stare allegri. Il processo di globalizzazione è destinato a continuare e ad incidere pesantemente sui tassi di crescita e di sviluppo - che ci piaccia o meno.

Gli «Epa» sono un tentativo di affrontare il problema del sottosviluppo con un approccio diverso. Sono accordi che sostengono fortemente l'integrazione regionale all'interno delle aree dell'Africa, Caraibi e Pacifico: ciò dovrebbe costituire per i paesi di piccola dimensione un impulso aggiuntivo alla crescita.

Il nostro governo - non solo un ministro liberista, né solo il mio dicastero - sostiene la strategia della Commissione europea, volta a concludere entro quest'anno gli «Epa» con le sei aree regionali interessate. In qualche caso - si pensi all'Africa orientale e ai drammi che la scuotono, dal Darfur alla Somalia - si tratta di un obiettivo probabilmente non realizzabile. Ed è un peccato.

Gli «Epa» non hanno intenti predatori, né fanno astrazione della differenza di sviluppo delle parti contraenti. Il mandato negoziale prevede infatti un adeguato sostegno finanziario ai Paesi Acp, che fa seguito al meccanismo dei Fondi europei di sviluppo ampiamente sperimentato nel corso degli ultimi decenni. Parte di questo sostegno può essere utilizzato per recuperare l'erosione finanziaria conseguente all'eliminazione dei dazi, che sarà retta da un meccanismo asimmetrico, e avrà luogo solo alla fine di un congruo periodo di adattamento.

Agnoletto ha ovviamente pieno diritto a coltivare e esprimere opinioni divergenti da quelle dell'Unione europea e del governo. Può anche, se lo ritiene opportuno, versare il contributo della sua preziosa esperienza no global alla causa di un ipotetico movimento pan-africano che ha «nell'opposizione agli Epa l'obiettivo principale di questa stagione di lotta».

Per quanto mi riguarda, auspico soprattutto che il dibattito sui problemi e le prospettive del continente africano rimanga serio e non demagogico. E che le energie disponibili per lottare a favore dell'Africa e degli africani trovino una causa migliore di quella dell'«opposizione agli Epa».

* Ministro del commercio internazionale e per le Politiche europee

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