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Sergio Caldaretti
Vuoti a rendere. Verso il paradigma del “suolo bene comune”
16 Febbraio 2011
Scritti ricevuti
Un percorso convincente per uscire dalla crisi della città partendo da ciò che concretamente possiamo fare insieme. Con postilla

1. Ambiguità del vuoto



Nel tentare una analisi critica delle dinamiche insediative nell’XI Municipio di Roma, correlate alle indicazioni del PRG, ho articolato i “luoghi” di interesse in tre grandi categorie: i luoghi dei “grandi progetti”, i luoghi della solidarietà e del conflitto, i vuoti urbani. Quest’ultima voce non mi convinceva. Ho dovuto allora confrontarmi con questo mio disagio, per capire da dove derivasse. Semplice: derivava dall’aver utilizzato un termine che nasconde un modo distorto di vedere i fatti urbani.

“Vuoto” è un concetto che evidenzia una mancanza, un’assenza. Parliamo di una bottiglia come vuoto per dire che non ha un contenuto: evidenziamo così che manca il requisito fondamentale per cui una bottiglia viene realizzata. Può esserci una bottiglia vuota, certo, ma questa circostanza viene considerata del tutto provvisoria: o la bottiglia si riempie di qualcosa, oppure è “inutile”. In modo analogo si tende a considerare un ambito urbano “vuoto”: lo è perché non ha un contenuto, che invece dovrebbe avere. In questa condizione quell’ambito è inutile, non ha “senso”; unica possibilità per dagli senso è riempirlo (perché a differenza di una bottiglia non si può gettare via, magari nel sacchetto della raccolta differenziata). E va riempito con un contenuto che rappresenta il motivo per cui quell’area esiste: una costruzione, o comunque un qualunque fatto insediativo.

Il paradigma del “vuoto” si applica anche ad altri consolidati termini del lessico urbanistico. Uno dei più frequenti, anche se con diverse declinazioni linguistiche, è quello di area dismessa. Per il Devoto - Oli, dismettere vuol dire “cessare di usare”. Ancora una definizione in negativo, dunque, che sottolinea una condizione anomala rispetto a uno stato “normale”, che è quello di essere utilizzato. Anche in questo caso, attribuire ad un contesto la condizione di area dismessa presuppone che si debba operare per eliminare questa incongruenza, provvedere quindi ad un nuovo utilizzo. Non si può lasciarlo così com’è, quel contesto dismesso, la testimonianza può magari vivere attraverso una permanenza di alcuni segni (gli involucri, a volte gli ambienti interni), ma si ferma lì: “nuove” funzioni, residenziali, culturali, commerciali, di servizio sono destinate a riutilizzare l’area.

Nel continuare l’esplorazione, emerge come una particolare categoria di luoghi sfugga (o meglio, tenti di sfuggire) al paradigma del vuoto: mi riferisco a quelli che in generale vengono definiti spazi pubblici, a quei contesti cioè che sono “vuoti” perché non vi insistono manufatti (intesi come edifici destinati a residenza o a servizi), ma non vengono considerati tali perché viene loro riconosciuto un carattere collettivo, che per rimanere tale richiede l’assenza di edificazioni. La piazza è un tipico esempio, ampiamente trattato nella pubblicistica perché rappresenta uno dei più potenti simboli della città sociale. Ebbene, questa anomalia appare sempre più come un retaggio culturale in dismissione. Il più delle volte le piazze sono diventate parcheggi, hanno cioè assorbito una funzione spuria rispetto al loro significato, perché strettamente “privata”. Ma a questa piegatura si affianca una tendenza molto più devastante in termini sia concettuali che fattivi: la tendenza a “riempire” le piazze con manufatti dotati di funzioni specifiche. Mentre passeggiavo per la meravigliosa Siviglia, sono rimasto assolutamente sconcertato nello scoprire come a Plaza de la Encarnacion si stia realizzando un gigantesco intervento, dall’equivoco nome “Metropol - parasol”, che si inserisce nella sciagurata scia dell’“archistar production” (si tratta, in questo caso, dell’architetto tedesco J. Mayer). La struttura portante è composta da alcuni enormi pilastri a forma di fungo; le loro sommità sono collegate, a trenta metri di altezza, da una copertura in legno a nido d’ape (il “parasol”), destinata ad ospitare un centro commerciale, servizi di ristorazione, uffici turistici ed altre funzioni; una piazza panoramica ed una “promenade” completano l’opera . Non so quanto questa opera possa “esaltare la bellezza di una delle più affascinanti tra le mete culturali di tutta la Spagna” (www.archiportale.com) o quanto possa rappresentare “un luogo di identificazione in grado di ricordare al mondo quanto sia culturalmente ricca la città andalusa” (www.ingegneri.info). La mia impressione è stata di tutt’altro genere, come di una profonda ferita inferta alla città pubblica, una sorta di espropriazione di senso; certo, la piazza magari non era “bella”, poco più che uno slargo nel traffico urbano, ma una cosa è riformulare una piazza, un’altra è negarla. Purtroppo il caso sivigliano non è l’unico; soprattutto nelle città caratterizzate da una “grande storia” e da un’aurea culturale, interventi come quello di Plaza de la Encarnacion si sono diffusi con una progressione geometrica (un esempio per tutti, la nuova “Ara pacis” a Roma).

Ancora un esempio, anche se di natura diversa, riguarda l’ambito di Potzdamer Platz a Berlino. Di natura diversa perché in quel contesto una piazza c’era stata; ma, come è noto, prima i bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, poi la spartizione della città tra i “vincitori”, infine la realizzazione del muro avevano creato un’ampia area di circa 12 ettari abbandonata e desolata. Una vera e propria “terra nullius”. Questo intenso significato sociale avrebbe meritato maggiore considerazione, ma l’ansia di dimenticare e la retorica dei fasti della “modernità” (naturalmente guidati dagli enormi interessi economici in gioco) hanno determinato tutt’altro esito. Come al solito il massiccio intervento, coordinato e progettato dalle più acclamate archistar della storia contemporanea, ha sollevato ammirazione e meraviglia; a me è sembrato invece che, ancora una volta, si sia persa una buona occasione per interpretare la città e il suo “senso” attraverso la collettività che la produce e la abita.

Concludo il discorso sul vuoto accennando ad un’altra categoria, che peraltro richiederebbe una trattazione specifica che va al di là dei limiti di questo scritto. Mi riferisco alle aree non edificate che siamo soliti definire come “aree agricole”, “aree non urbanizzate” e con altre definizioni analoghe. Per questo tipo di ambiti sarebbe necessaria un’articolazione tassonomica, perché in effetti le condizioni in cui possono trovarsi sono molteplici. Pur senza entrare nel merito, si può facilmente affermare che almeno una parte di queste condizioni viene di fatto considerata alla stregua di un “vuoto urbano”; tanto che, nel lessico urbanistico del novecento, sono state coniate espressioni come “aree di attesa”, “aree cuscinetto”, “aree urbanizzabili”, e così via. Vuoti quindi incomprensibili se non associati ad una istanza di mutare questo loro anomalo carattere attraverso un intervento insediativo.

Il paradigma del vuoto è dunque espressione di una specifica visione dell’insediamento, che ha come sua regola primaria l’edificazione di ogni centimetro quadro, e sopporta di malavoglia alcune indispensabili eccezioni; una visione, neanche a dirlo, permeata dall’obiettivo della rendita e del profitto. Questo paradigma orienta pesantemente la cultura e la pratica del governo del territorio, e si esprime nelle politiche, nei piani, nei progetti, spesso con l’adesione di professionisti “di marca” che danno lustro all’equivoca tensione verso la “modernità”.

Allora, se si vuol contrastare questa visione, non dobbiamo più utilizzare il termine “vuoto urbano”. Dobbiamo trovare un altro modo per rappresentare quelle realtà, per dare loro un senso. Per questo, ci si deve ancorare ad un diverso paradigma. Un paradigma che espunga dal concetto di suolo (o di territorio, è lo stesso) l’associazione con il “valore di mercato”. In fondo, si dice “vuoto urbano” perché quel suolo, in quanto non investito da un fatto insediativo, non esprime la sua funzione di produttore di profitto o di rendita. Ecco il problema.

2. Un diverso paradigma: “suolo bene comune”



Si può partire, per questo, dall’invertire l’ottica. Per contrastare il principio che assegna ad ogni superficie una potenzialità insediativa, dobbiamo affermare che queste aree non sono “vuote”, ma sono brani di terra (anche se magari sono coperti da uno strato di asfalto o di pavimentazione), residuo prezioso di uno “stato primario” che costituisce più in generale l’essenza di ogni metro quadrato di suolo. Coprirlo con un fatto insediativo costituisce un’alterazione di una “condizione naturale”, è dunque un’azione modificatrice che può essere accettata solo se adeguatamente motivata, e non da ragioni speculative. Se mi si consente il gioco di parole, la natura del suolo proviene dalla natura.

Ma la questione non si ferma qui. I luoghi si definiscono anche attraverso il contenuto sociale che viene loro attribuito. Un contenuto che deriva dalle memorie individuali e collettive sedimentate, ma che può formarsi e consolidarsi anche attraverso una esplorazione cosciente dell’immagine che un luogo suscita in termini di “prospettiva di futuro”. Se chiedo (come mi è capitato di fare più volte) ad un abitante di Garbatella cosa dovrebbe diventare una parte di “terra” che si insinua tra un edificio a otto piani ed un altro simile, non mi risponderà mai “questo è un vuoto, occorre riempirlo di edifici”. Magari mi dirà: “caro mio, qui trent’anni fa ce stavano le pecore, er pastore era amico de mi’ padre, e quarche vorta ce dava er formaggio che faceva proprio lui, dentro ‘na baracca che stava proprio llà, vedi? Certo, ar giorno d’oggi nun se po’ pretenne de facce pascola’ le pecore, però sarebbe bello, nun crede?”. Certo, sarebbe bello; ma perché no?

Allora, cominciamo intanto dal cambiare lessico. Come definire questi ambiti? Non è facile trovare un termine che non riproponga, magari in modo più velato, il punto di vista del “vuoto”. A questa ambiguità vanno incontro ipotesi come “area libera”, oppure “area inedificabile”, o ancora “area indisponibile”; ognuno di essi richiama in qualche modo (magari per opposizione) una visione del suolo come contenitore di edificazione: libera perché non occupata, inedificabile perché lì non si può costruire, indisponibile perché non è concesso averla a disposizione per realizzarvi qualcosa. Così non se ne esce fuori. Ci vuole un riferimento che abbia un deciso valore programmatico, che mostri cioè l’istanza di un radicale superamento di questa visione “in negativo”. Una proposta semplice è attribuire a questi luoghi la qualifica di “suolo comune”. Questa ipotesi risponde ad un duplice obiettivo: sottolineare la loro essenza concreta, fattiva, che il termine suolo immediatamente richiama; mettere in campo, con l’appellativo comune, un paradigma troppo a lungo espulso dall’immaginario collettivo ma che suscita oggi una sempre maggiore attenzione.

Risolta provvisoriamente la questione terminologica, possiamo ora proporre una strategia d’azione che, considerata la complessità del tema, deve necessariamente essere scandita nei modi e nei tempi. Propongo la seguente articolazione, impostata seguendo un criterio di priorità.

A) Costituzione di “Reti di coordinamento locale per il suolo comune”

Il primo traguardo operativo da raggiungere è la costituzione di aggregazioni di soggetti collettivi della società civile e della sfera politica, singoli cittadini, “professionisti” (urbanisti, avvocati, economisti, ecc.). Potremmo definire queste aggregazioni “Reti di coordinamento locale per il suolo comune”. Queste reti dovrebbero aggregarsi in relazione agli specifici contesti urbani/territoriali di cui si prenderebbero cura: nei singoli municipi o quartieri delle grandi città, in piccoli centri, in contesti non urbani.

B) Indagine sui “vuoti” esistenti

Un secondo passo consiste nel promuovere e svolgere una accurata indagine nei singoli contesti su cui agiscono le Reti di coordinamento, tesa ad individuare i “vuoti urbani” interessati ad una ridefinizione come “suoli comuni”. Ciò comporta:

- individuare i “vuoti”

- inserirli in un’adeguata cartografia di base

- capire chi ne è il proprietario

- individuare le forme di proprietà (demaniale, pubblica, privata, ecc.)

- individuare le forme di gestione (pubblica, privata, mista, ecc.)

descrivere in che condizioni si trovano, con particolare attenzione a distinguere tra aree “non coperte” (ad esempio, acque, aree senza alcuna funzione attiva, giardini, parchi pubblici, ecc.) e aree comunque rese “impermeabili”, cioè coperte per motivi funzionali (piazze, strade, parcheggi e simili, ma anche campi sportivi, ecc.)

- evidenziare le indicazioni normative definite per queste aree dagli strumenti urbanistici. Va qui sottolineato che alcuni ambiti di questo tipo sono stati apparentemente “sottratti” al paradigma dei vuoti perché dichiarati “verde pubblico”, “spazi aperti” o qualcosa del genere; ma anche in questa categoria esistono delle notevoli diversità di situazioni, legate soprattutto al tipo di proprietà ed alle modalità di gestione delle aree. Altri ambiti invece si trovano in una condizione opposta, perché ad essi è stata attribuita dagli strumenti urbanistici una destinazione d’uso diversa, che prevede una qualche forma di “riempimento del vuoto”.

- verificare l’esistenza di progetti approvati o in itinere.

C) Attribuire la qualifica di “suolo comune” alle aree demaniali e di proprietà pubblica

A questo punto, si deve procedere in primo luogo ad azioni tese ad attribuire la qualifica di “suolo comune” alle singole aree demaniali e di proprietà pubblica dove non insistano edificazioni. Vanno però valutate con attenzione le diverse situazioni relative alle condizioni materiali, alle destinazioni d’uso ed alle modalità di gestione delle singole aree.

- per le aree non coperte, deve essere vietato qualunque intervento di edificazione o di impermeabilizzazione; la terra (o l’acqua) deve essere lasciata libera, o resa di nuovo libera se nell’area esiste una qualche forma di copertura artificiale “non funzionale”. Elemento centrale è che le decisioni e le azioni devono essere stabilite a partire dagli abitanti: la terra dovrà essere messa a loro disposizione affinché individuino collegialmente le forme di gestione e di fruizione: ad esempio, impiantare degli orti urbani, realizzare un bosco, un giardino, un vivaio non commerciale, un parco, e così via.

- per le aree rese impermeabili, l’obiettivo è comunque di stabilire il divieto assoluto di edificazione di ogni tipo, fermo restando l’affidare ai cittadini ogni decisione riguardante le modalità e le forme del loro utilizzo.

In entrambi i casi le destinazioni d’uso definite dagli strumenti urbanistici e le condizioni di gestione possono determinare situazioni molto diversificate.

Per le aree non coperte affidate ad una gestione pubblica (giardini pubblici, parchi urbani, ecc.), il passaggio allo status di “suolo comune” non presenta grandi difficoltà (anche se non è da considerarsi così lineare come potrebbe sembrare). Ma possono esistere situazioni di aree demaniali o di proprietà pubblica non coperte che sono destinate dagli strumenti urbanistici ad una qualche funzione che presuppone una loro “copertura”, o comunque un loro utilizzo legato ad interessi privati (un tipico esempio è la concessione a privati delle spiagge). Qui l’azione collettiva dovrà spingere affinché siano modificate la destinazione d’uso e/o le modalità di gestione.

Per le aree demaniali o di proprietà pubblica rese impermeabili per motivi funzionali, ci si può trovare più spesso in presenza di interessi privati nella gestione (altro esempio tipico, gli impianti sportivi). In questo caso si possono determinare “resistenze” anche notevoli. Ciò comporta esercitare adeguate forme di pressione sulla sfera politico-istituzionale, ed in primo luogo sulle istituzioni proprietarie e su quelle più “vicine” al territorio (Municipio, Comune, Provincia). Le obiezioni che ci si può aspettare riguardano la necessità dell’istituzione pubblica che detiene quei “beni” di piazzarli nel mercato per recuperare quattrini, perché le finanze pubbliche sono asfittiche e per realizzare l’interesse pubblico si deve arrivare a compromessi con il privato, e così via.

D) Azioni relative alle aree di proprietà privata

Per i “vuoti urbani” di proprietà privata, si deve spingere affinché l’amministrazione pubblica li acquisisca, ma attraverso l’esproprio e non con compromessi speculativi tipo compensazioni. Ritorna la solita obiezione: non ci sono soldi. Ma questa è una risposta “politica”; la carenza di fondi non è una “condizione ineluttabile”, deriva dai princìpi assunti e dalle conseguenti scelte che vengono fatte ai diversi livelli istituzionali, dall’UE al singolo comune. Allora, a questa obiezione si controbatte “politicamente”, su quattro piani.

• Sul piano dei princìpi: i “diritti edificatori”

La critica si deve orientare sul principio dei “diritti edificatori acquisiti”, che rimanda alla più ampia questione della rendita fondiaria ed immobiliare (con le correlazioni sempre più stringenti al campo della speculazione finanziaria). La centralità del mercato nei processi di sviluppo urbano produce una evidente incongruenza: il “valore” viene conferito dal mercato al suolo a seguito di una dinamica evolutiva che è stata generata da una collettività; così, un singolo proprietario si appropria di un valore che lui, come individuo, non ha contribuito minimamente a formare.

• Sul piano dei paradigmi: la “crescita”

E’ da tempo consolidata una visione che, in ogni campo, assume il concetto di “crescita” come paradigma costitutivo e insieme criterio valutativo cruciale nella società contemporanea. Questo trionfo della quantità sulla qualità, dell’avere sull’essere, viene ormai sottoposto ad aspra critica da una parte del pensiero contemporaneo, che non possiamo qui riprendere, se non per attestare la possibilità di un altro modo di vedere le cose.

• Sul piano della programmazione economica: le grandi opere

Si tratta di argomentare sulle modalità seguite dall’amministrazione pubblica nel destinare i fondi a propria disposizione; ad esempio, nello stabilire ingenti impegni di spesa per le “grandi opere”, con i conseguenti spropositati compensi alle archistar o urbastar del momento. Il tema si inquadra peraltro nel campo più generale della finanza pubblica, in riferimento anche alle aporie del “federalismo”.

• Sul piano della gestione urbanistica: gli strumenti di concertazione

La questione riguarda l’utilizzo degli “strumenti di concertazione” tra pubblico e privato, che le istituzioni locali definiscono come irrinunciabili proprio in conseguenza delle difficoltà finanziarie in cui versano: assunto come principio ineluttabile il “diritto edificatorio”, sposato il paradigma della crescita infinita e dichiarata la permanente penuria delle casse, non rimane altra via che concordare con i privati la gestione del territorio, nel tentativo, tanto dichiarato quanto vano, di recuperare una qualche agibilità pubblica in cambio di ampie concessioni alla speculazione. Questo approccio alla città e al territorio va combattuto.

Riconosco che alcune di queste azioni possano apparire “velleitarie”. Credo però che non abbia tanto peso il raggiungere un obiettivo, quanto il percorso che si deve fare per tendere ad esso.

Postilla

Se si vuole trasformare davvero una società insostenibile e un habitat dell'uomo devastante, allora nessuna operatività è possibile se non ha il suo motore in una visione totalmente alternativa, quindi utopistica. Claudio Napoleoni, a chi gli rimprovrava di formulare proposte utopistche, rispondeva: "il fatto è che posti a un livello inferiore i problemi non sono risolubili". Perciò non definirei queste azioni "velleitarie".

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