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“Voglio discutere l’eddytoriale 120”
26 Marzo 2009
Lettere e Interventi
Franco Girardi

L‘Eddytoriale 120 (29/01/2009) rinnova l’attenzione sullo stato delle nostre città, e conclude invitando a diffondere l’articolo nella cerchia dei propri amici. Ho provveduto (quasi intendendolo un dovere), inviandone copia ad amici sociologi, antropologi, economisti, politici consapevoli (di cui c’è qualche traccia) che condividono la nostra attenzione ed apprensione. Ma, oltre a questo, l’editoriale merita un particolare riguardo al suo contenuto, e sollecita ad approfondirne le argomentazioni. Queste sono centrate sul concetto di “spazio pubblico”, che trova la sua evidente e storica manifestazione nella “piazza”, la quale è elemento costitutivo ed espressivo per eccellenza della città. Lo era nella città antica, col foro e l’agorà, lo è ancora nella città moderna borghese, sorta alla fine del medioevo.

La nostra società (che pure si fregia del titolo di borghese) sembra ignorare tutto ciò, e fa di tutto per negare i caratteri propri ed intimi della piazza, ampiamente ricordati nel secondo capoverso dell’editoriale.

A noi urbanisti, primi responsabili, si pone subito un quesito di natura storico-critica circa la responsabilità, che in questa vicenda di deperimento culturale e di degrado, sono da ricercare nei dogmi del “movimento moderno” dei quali è pur fatta la nostre storia più o meno recente. A mio giudizio queste responsabilità ci sono ( ma molto meno di quanto può apparire a prima vista) e comunque contano.

Andiamo avanti. E’ merito di eddyburg farsi paladino di una nuova visione e progetti alternativi, ma ( e qui si pone un secondo e più pratico quesito) è sufficiente diffondere la consapevolezza di questi problemi nella cerchia dei propri amici? O non va tentato di arrivare alle menti (e ai cuori) della infinita moltitudine di coloro che abitano la città moderna, risvegliandone la coscienza (e l’interesse) a esserne “ cittadini”, da meri “ clienti” ai quali si tenta di ridurli?

Mi rendo conto che il quesito è squisitamente politico e va ben oltre la sfera (e i mezzi) della nostra condizione professionale. Ma resta comunque duro e ben evidente; e ne è la prova che sono ancora troppi i cittadini i quali, quando sono chiamati alle urne, si comportano da clienti.

Per tentare ci sono almeno due buoni motivi. Primo, le idee di spazio pubblico, di città, di bene comune non sopportano una diffusione circoscritta, professionale accademica: vogliono un’area vasta ideale. Secondo, i cittadini sono i portatori legittimi di quelle idee; sono i loro naturali attuatori, quando si tratta di dare corpo alle idee. Il principio della “urbanistica partecipata” dovrà seguire a quelli nobili del movimento moderno (ad esempio gli standard urbanistici) e a quelli degenerati della urbanistica “contrattata”.

Il compito è forse immane e la mia può apparire una pretesa ingenua (Vezio de Lucia la direbbe “innocente”). Ma è un compito non impossibile, come tanti altri di cui è piena la storia. Le attuali vicende, che investono il nostro come altri maggiori paesi, e vanno sotto il nome di crisi economica e sono alla radice di crisi morale dei cervelli, postulano questa necessità. Ne vanno intesi i segni palesi e tentate le possibili risposte. Mi sia permesso insistere su queste considerazioni un poco a sentimento, dopo aver provveduto alla dovuta diffusione della visione e dei progetti di eddyburg.

Caro Franco, io non credo di aver invitato a "diffondere l’articolo nella cerchia dei propri amici". Poichè credo - come te - che bisogna lavorare su una platea molto più vasta della cerchia dei nostri amici, sebbene sia certamente da là che si deve cominciare. Dobbiamo perciò, come tu dici, parlare alla "infinita moltitudine di coloro che abitano la città moderna, risvegliandone la coscienza (e l’interesse) a esserne cittadini, da meri clienti ai quali si tenta di ridurli".

Dobbiamo però avere la consapevolezza che esiste oramai un pensiero corrente che è contrario alla pianificazione, e più in generale alla prevalenza dell'interesse pubblico su quello privato nelle questioni che trascendono dal personale e dall'intimo pur costituendone la necessaria cornice. Finchè saremo un gruppetto, o qualche élite, saremo sempre sconfitti e potremo solo recare testimonianza: ciò che è importante ma non basta. Non basta certamente nelle questioni del territorio e della città dove le conseguenze degli errore e dei delitti sono risarcibili solo in tempi lunghissimi, metastorici.

Sono convinto che finchè non si realizzerà di nuovo un incontro tra "gli intellettuali e le masse", per riprendere termini antichi ma sempre validi, gli altri vinceranno sempre. Se si fa attenzione a quello che emerge dai massmedia (al di là della stretta cerchia di quelli di cui leggiamo gli scritti in non più centomila persone) scopriamo che l'ideologia del neoliberalismo (quella che in Italia è arrivata profondamente nella sinistra ai tempi di Lucio Libertini) è diffusa al di là di ogni immaginazione. Quella ideologia, condita in salsa italiana (cioè in un paese dove la rivoluzione borghese è rimasta incompiuta) rende vincente la visione di Berlusconi.

Bisogna allora raccontare come esattamente stanno le cose, spiegare che quello che trasmettono giornali e televisioni (salvo le eccezioni d'élite) è falso, fare controinformazione e spiegare che non è vero che "i vincoli ingessano", che non è vero che le procedure della pianificazione sono lunghe, quando le amministrazioni si comportano (o si comportavano) bene e quando i privati rispettano le regole; e bisogna dimostrare che per l'anarchia e il "fai da te" si pagano prezzi salati.

Ecco, io credo che il nostro obiettivo non possa essere solo quello di dire le cose giuste nel momento giusto, ma di lavorare (con molta fatica, molta pazienza e almeno un pò di speranza) per mettere il nostro sapere a disposizione degli altri: del maggior numero possibile di altri. Hai sentito ieri sera Roberto Saviano? Mi pare che ciò che diceva fosse del tutto su questa linea.

Sono d'accordo con te anche sull'altro punto: la responsabilità della cultura urbanistica razionalista in alcune delle cose che si sono perse a proposito dello spazio pubblico. Riflettevo qualche giorno fa sul fatto che ci si è adoperati più per comprendere, normare e progettare le singole componenti dello spazio pubblico (le scuole, gli ospedali, le chiese, i mercati, i parcheggi, le strade), in relazione alle particolari categorie di utenti che devono servire, che per integrarle in uno spazio non frammentato, non specializzato, ma aperto a tutti: come erano, appunto, le piazze della storia. Eddyburg ha intenzione di lavorare molto su questo argomento, che mi sembra del tutto complementare con l'altro. Al Forum sociale europeo del 2008, nel convegno dedicato alla "città come bene comune" che abbiamo organizzato, un ragazzo greco diceva: "ma come facciamo a organizzarci, a discutere tra noi, a lavorare insieme per comprendere e agire, se non abbiamo spazi pubblici, aperti a tutti, dove riunirci?".

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