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Giorgio Todde
Vincoli
21 Gennaio 2006
Giorgio Todde
La sviluppite – forma malata dello sviluppo - è ...

La sviluppite – forma malata dello sviluppo - è una malattia ben definita ma difficile da curare visto che il malato sviluppitico non sa d’essere malato e fugge dagli accertamenti. La sviluppite, come molte malattie, è democratica e non fa distinzioni. Così colpisce maschi e femmine, ricchi e poveri, individui di destra e di sinistra senza dimenticare quelli di centro.

L’unico farmaco attivo ad oggi – ma è una cura dolorosa come quella di Pinocchio – consiste nella somministrazione di un vincolo al giorno. Però è una cura lunga e alle volte ci vuole un ricovero forzato che però produce, si è visto, buoni risultati. Insomma sono essenziali i vincoli precoci e addirittura anche vincoli preventivi. Ma, alle volte, la malattia resiste alla cura e diventa cronica.

La terra sulla quale camminiamo è tutta ricoperta da vincoli, perfino quella sommersa.

Davanti ad un vincolo, la parte primitiva dello sviluppitico si ribella. Lo sviluppitico non vuole cure, prescrizioni, norme e regole.

Senza regole contro lo sviluppismo si è cercato di vivere nell’isola per molti anni e senza regole la vita sembra a molti più comoda. Ma è solo apparenza, un’illusione da Lucignolo che si prende un piccolo piacere subito e dopo sta male per sempre.

In una forma preoccupante si sono ammalati alcuni nostri borgomastri i quali continuano a considerare il mondo intorno come una cornucopia inesauribile.

E così perseverano nella svendita della loro terra sopra la quale sono nati e camminano, accettano forme di elemosine, continuano a violentare le coste ma non trascurano l’interno.

Balascia, massiccio del Limbàra,è un luogo di bellezza straordinaria. Bene, il sindaco di Oschiri, e la giunta sviluppista che lo sostiene, hanno ceduto una parte del monte - che dovrebbe essere sacro per chi lo abita - ad un’impresa dal nome verdissimo: enel green power. Hanno perfino scomodato il trattato di Kyoto ( ma se ne sono impipati della valutazione d’incidenza ambientale ) e permesso che tonnellate di granito venissero triturate. Hanno sventrato un’enorme superficie al solo scopo di costruire basi di cemento ciclopiche per un numero mostruoso di pale eoliche da installare in uno di luoghi più belli dell’isola. Tutto questo per un contratto di vent’anni. E in cambio hanno ottenuto 40.000 euro l’anno per i primi otto anni e poi 20.000 per gli altri dodici. Inoltre l’1,5 percento del valore dell’energia prodotta ammesso che se ne produca qualche chilowatt. Un’elemosina, appunto. Balascia ha un valore incalcolabile e Oschiri vende un suo pezzo per una manciata di monete. Posti di lavoro? Nessuno. Vantaggi? Solo danni irreversibili e il paesaggio mistico del monte alterato per sempre. Eppure è la loro terra, la stessa che li seppellirà e sotto la quale riposeranno in eterno.

Però le orride pale non sono ancora in piedi. Hanno perforato il monte, questo sì, ma le pale non ci sono ancora perché un tribunale le ha fermate.

Ecco un esempio di sviluppite che può guarire – salvo ricadute - con l’uso delle norme, in giusta posologia e debitamente somministrate. L’energia si può ricavare dal vento, certo, ma secondo le regole.

Le norme inducono alla riflessione e contengono in sé un effetto educativo duraturo che può condurre lo sviluppitico alla coscienza dell’errore. Questo ci auguriamo per il primo cittadino di Oschiri: la guarigione. Allora, risanato, salirà sulla cima del Limbàra, ascolterà il rumore del vento, contemplerà la meraviglia dei graniti del suo monte dopo avere coperto le voragini che ha fatto aprire e scriverà il suo “Infinito”.

La vicenda delle pale eoliche ad Oschiri è solo un esempio, ma è un paradigma.

L’isola, si sa, è assediata da grandi capitali che arrivano da altri mondi e da piccoli capitali locali, forse più affamati dei primi. L’isola è in pericolo per una visione aziendale del mondo, pericolosa nella testa di un popolo come il nostro che arriva dritto da genitori contadini e pastori. Un’idea che prevede un “efficace ed efficiente” sfruttamento del paesaggio.

E pensare che dall’impresa dovrebbe provenire la filosofia di una crescita che dura. Dovrebbe proprio l’impresa pensare uno sviluppo che non si esaurisca nello sfruttamento feroce della terra e delle acque proprio perché l’impresa sa bene che se finisce la propria “riserva” e se la costa diventa un unico lungo albergo vuoto e l’interno un deserto cosparso di pale eoliche e di paesi svuotati, arriverà il momento nel quale la stessa impresa non avrà più nulla da fare. Allora, come si dice, si delocalizzerà. Se ne andrà da altre parti, insomma, e abbandonerà l’isola ad un destino drammatico. Disoccupati, senza scuole, senza trasporti, senza economia e senza nessun futuro.

Proni, poco alfabetizzati, privi di orgoglio e di ragionevolezza, perfino vergognosi delle nostre origini, abbiamo accettato un modello di società a termine, a brevissimo termine. E abbiamo eliminato – con poche eccezioni – la nostra memoria salvo limitarla ad alcuni aspetti, solo apparenti, del passato che duplichiamo in modo artificiale e ossessivo. Noi non siamo quelli che riproduciamo nei nostri depliant.

Non c’è neppure una spiegazione affaristica all’esempio che abbiamo appena fatto, non c’è un guadagno che lo spieghi. Non arricchiscono Oschiri le ventidue pale di Balascia. Ne avrebbe vantaggio di certo la enel green power che ha un nome seducente ma non verdissimo. Si produce un danno che non ha speranza di essere riparato, non si fa bene a nessuno, non si crea neppure lavoro ma soltanto dolore per chi vede la propria terra scomparire dalla vista e dalla memoria. E chi perde il proprio paesaggio - per dolo o per stupidità le conseguenze non mutano - subisce un’amnesia tragica che lo porterà ad un’inevitabile, eterna e spaesata povertà.

Comparso in forma di articolo su La Nuova Sardegna del 14 novembre 2005

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