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Barbara Spinelli
Verità manifeste e nascoste
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
Le verità e le ambiguità dei governi sulle due sponde dell'Atlantico a proposito dell'omicidio di Calipari. Da la Stampa del 1° maggio 2005

Si parla con tanta solenne insistenza di verità e dignità, a proposito della morte di Calipari il 4 marzo scorso a Baghdad, che qualche dubbio finisce con l’affacciarsi alla mente. È come quando si fa appello con enfasi ripetitiva e ostentata al patriottismo, o all’italianità, o all’onore e ad altre somme virtù. A partire dal momento in cui proliferano nervosamente in tutti i discorsi pubblici, le parole si svuotano di senso sino a divenire forme che celano l’autentica sostanza.

I gesti sono maestosi e apparentemente limpidi, ma nascondono in realtà comportamenti equivoci, malintesi che non si confessano, certezze che capricciosamente mutano a seconda dei bisogni politici o ideologici. Si esibiscono esagerate passioni, ma dietro di esse c’è qualcosa che assomiglia non al vero, ma piuttosto a un accumularsi di bugie ammantate di rettitudine.

È come se un mondo parallelo e fatto di bisbigli coabitasse a fianco del mondo visibile e rumoroso dove vengono pubblicamente rappresentati il sacrificio di Nicola Calipari e il ferimento di Giuliana Sgrena. Come se esistesse un altro vocabolario, un altro contesto, un’altra evidenza non detta, al di là delle due verità contrastanti su cui si son messi d’accordo, venerdì, gli italiani e gli americani presenti nella commissione d’inchiesta congiunta sull’uccisione di Calipari.

Nel mondo delle verità proclamate e visibili c’è quel che dice con grande orgoglio la classe governante italiana, a propria difesa, e anche quel che dice di sé l’amministrazione statunitense, non meno orgogliosamente sicura delle proprie evidenze («Due ragioni non fanno due torti. Sono due ragioni», scrive Giuseppe D’Avanzo su la Repubblica). Gli italiani sostengono che l’automobile di Calipari subì un attacco amico che non aveva giustificazioni, visto che il veicolo andava a velocità moderata e che non fu dato il preavviso.

Gli americani affermano invece che la Toyota Corolla correva veloce e che il preavviso vi fu. All’ultimo momento il Pentagono ha addirittura fornito una prova: alcune foto scattate da un satellite, che certificano l’eccessiva velocità dell’automobile (96 chilometri orari). I soldati non avrebbero potuto far altro che sparare, visto che in Iraq sono in guerra e che in guerra simili incidenti sono ricorrenti se non normali. Sono a tal punto normali che i militari dei posti di blocco obbediscono a regole d’ingaggio non restrittive, ma adattate a queste pretese normalità belliche.

La verità manifesta degli italiani è un’altra e ha anch’essa la sua ragion d’essere. I soldati Usa e i loro superiori sapevano della missione dei servizi italiani, anche se Washington nega, e forse sapevano anche che nell’auto c’erano due agenti del Sismi e la Sgrena liberata. La sparatoria dunque è stata una colpa, che è ben più di un errore: in realtà è un crimine di cui i vertici politici e l’esercito Usa devono assumersi apertamente la responsabilità, soprattutto verso uno Stato che a parole considerano come alleato particolarmente fidato, e particolarmente prezioso.

Da molti punti di vista la versione italiana appare più verosimile, ed è un segnale di grande correttezza quello che il governo Berlusconi ha trasmesso: con l’America resta l’alleanza di sempre, ma questo non significa che alle amministrazioni statunitensi tutto sia permesso, compresi l’arbitrio e l’insulto e il crimine. Inoltre l’Italia ha patito più volte di questa vocazione americana al «tutto è permesso»: l’assoluzione dei piloti che uccisero 20 persone nella sciagura del Cermis, nel 1998, è un episodio che ha reso edotti governanti di sinistra come di destra.

La verità parallela e fatta di sussurri non contraddice tutti questi fatti e non scredita l’intransigenza manifestata infine da Berlusconi, ma dice cose meno limpide, più complicate e forse più vere sulla condotta dei dirigenti italiani come di quelli americani. Gli americani, innanzitutto, sostengono cose chiare e pensano cose torbide, a proposito delle cosiddette regole d’ingaggio cui debbono obbedire i soldati e i loro superiori. Tali regole sono ovviamente più elastiche in epoche di guerra che di pace.

Ma è vero anche che le norme e prescrizioni si son rivelate arbitrarie sino a svanire, per chi in America aveva il compito di impartirle e seguirle: la conferma è venuta non solo dal caso Calipari, ma, prima ancora, dalla facilità con cui si è deciso di torturare prigionieri a Abu Ghraib, in Afghanistan, a Guantanamo. La vicenda del Cermis, inoltre, testimonia che quel che vale in guerra si produce anche in pace. Tutto è veramente permesso, a una superpotenza che troppe volte spadroneggia anziché guidare, furoreggia invece di far politica.

L’indifferenza di tanti dirigenti Usa alle regole etiche o di guerra è qualcosa che naturalmente ha effetti sull’atteggiamento dei soldati semplici e degli addetti ai posti di blocco. Se i superiori spregiano le leggi perché non dovrebbero spregiarle i sottoposti? Il disastro politico e morale di Abu Ghraib è una delle chiavi di verità del disastro Calipari.

Ma anche i governanti italiani sono, nel mondo parallelo della verità nascosta, assai più ambigui di quanto pretendano. Lucia Annunziata ha parlato del «modo sbilenco con cui il governo italiano ha deciso di stare nella coalizione», il 15 aprile su questo giornale, e davvero sbilenco è stato il modo non solo d’entrarvi ma di restarvi. Si è gettato in questa guerra rompendo con importanti alleati europei e con la maggioranza del Paese, ha proclamato che allinearsi senza condizioni con Washington era l’unica maniera intellettualmente e politicamente onesta di essere morali e lineari, ma in realtà ha dimostrato di non fidarsi di nessuno, in Iraq: né degli europei, né del comando americano.

Berlusconi non aveva una linea, e non l’ha neppure oggi che s’inalbera in nome della dignità. Si è sempre mosso cercando di ottenere in casa il massimo dei vantaggi politici, e la delusione ora suona un po’ falsa: se gli serviva una svolta filo-Bush imboccava quella strada; se gli serviva pagare riscatti li pagava anche quando Washington era contraria; se oggi gli serve conquistare elettori s’offende con il Pentagono alla maniera di Craxi a Sigonella. E la sinistra guarda senza poter dire molto, essendo stata spesso complice di tali garbugli.

L’unilateralismo giuridico del governo Usa non è una novità, e il presidente del Consiglio lo conosceva prima che prendesse la forma di unilateralismo politico-militare. Il rifiuto che gli americani oppongono al Tribunale Penale Internazionale non è senza rapporti col rifiuto di considerare colpevoli i soldati che hanno colpito Calipari e ferito la Sgrena.

La radicale ambiguità del governo italiano sulla guerra in Iraq è all’origine non solo dei malintesi con Washington, ma purtroppo anche di una catastrofe - quella di Calipari - di cui gli americani sono i colpevoli ma non i soli responsabili. È una guerra, quella in cui siamo impegnati? È una missione umanitaria e di pace, come s’ostina a dire il governo? La risposta a questa domanda non è affatto chiara, nonostante le numerose declamazioni pacifiche. Perché in fondo quel che vogliono i governanti italiani è il gelato caldo, cioè un ibrido logico-politico che non ha bisogno di rispettare il principio di non contraddizione.

Vorremmo avere tutti i vantaggi di una solidarietà militare col comando Usa, e dunque esser protetti in toto da Washington sul teatro bellico, e al tempo stesso comportarci come se i nostri 3000 militari in Iraq s’occupassero in piena autonomia di cose totalmente differenti: di pace e di ordinari sequestri.

Quest’ibrido di scopi e condotte è infine sfociato nel disastro di Calipari. Il quale ha finito con l’essere completamente solo, nella sua impresa di liberazione della Sgrena e nella sua fuga mortale verso l’aeroporto di Baghdad, e col divenire un eroe da molti esaltato, ma da altrettanti abbandonato.

Tragico è il suo eroismo perché tragico era stato l’incarico ricevuto da Roma: operare in una guerra che per noi non è guerra, a fianco di alleati Usa che non sono alleati, fidandosi di loro e non fidandosi. Nell’inchiesta gli italiani hanno detto che gli americani a Baghdad furono avvertiti: 20 minuti prima della sparatoria. Venti minuti possono servire, in tempi di pace. Sono una nullità e anzi un presagio di morte, in tempi di guerra.

Calipari non aveva protezione d’alcun tipo, perché gli americani per poter soccorrere gli alleati avevano bisogno di un coordinamento ferreo, essendo certi di essere in guerra; mentre gli italiani si fingevano estranei a essa, ai suoi tempi e alle sue trappole letali. L’agente del Sismi non poteva credere nel comando Usa ma neppure fidarsi dei propri governanti, pencolanti com’erano tra guerra e non-guerra, tra dipendenza e presunta libertà di manovra, tra dichiarazioni pubbliche e traffici privati, tra interessi della grande politica internazionale e bisogni elettorali.

Forse è questa l’unica verità non del tutto confutabile, e più abissale di quanto avessimo immaginato, dell’eroico sacrificio di Calipari.

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