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Maria Cristina Fabrizio; Gibelli Bottini
Vendola, Schwarzenegger e Pisapia
20 Novembre 2010
Scritti ricevuti
«L’unica cosa fondamentale è, senza rinunciare alle radici, pensare a cose molto pratiche, in grado di coinvolgere i cittadini e farli tornare a sperare». Scritto per eddyburg, 19 novembre 2010

Colpisce lo stupore con cui i giornali hanno riferito del governatore delle Puglie in visita in California, dove è stato fotografato in compagnia della granitica massa di Terminator Schwarzenegger: che ci sarà mai in comune fra questi due, oltre all’evanescente titolo, appunto, di Governatore? Oltretutto uno ex leader della quinta potenza mondiale, l’altro al secondo mandato nell’assai più modesto Tacco dello Stivale? Restiamo alle parole, a partire da quella più improbabile: Terminator. Che vuol dire, anche, linea d’ombra, passaggio dal buio alla luce, dal freddo al caldo, da una condizione a un’altra. E qui forse si comincia a capire meglio cosa ci azzeccano quei due: in una logica di mondi contrapposti, propongono ciascuno a modo suo una prospettiva trasversale. Partiamo da Schwarzenegger. Un po’ come successo da noi con Berlusconi, all’inizio non lo prendevano molto sul serio il mister muscolo, ex attore d’azione, anche dopo che si era fatto eleggere alla massima carica in California. Ma poi sono arrivate diverse sorprese: alcune positive.

Di governatori repubblicani anomali se ne sono già visti negli Stati Uniti: si pensi ad esempio al governatore dell’Oregon Tom McCall che fece passare nel 1973 una “legge urbanistica” (Senate Bill 100) che nulla aveva da invidiare alle migliori leggi urbanistiche europee dell’epoca, arricchendola anzi di contenuti molto avanzati in materia di tutela delle risorse ambientali e di pianificazione partecipata. E’ grazie a lui se la fascia costiera, una delle più belle che si affacciano sul Pacifico, è stata resa completamente inedificabile. L’anomalia repubblicana di Terminator sta nell’aver affrontato con lungimiranza la lotta al cambiamento climatico. Gran parte dello schieramento conservatore-petroliero ha strepitato di un complotto comunista contro lo sviluppo; lui ci ha visto (insieme al più lungimirante venture capital) un’occasione. Da sviluppare con azioni politiche coerenti: incentivi alle imprese che innovano, leggi che scoraggiano certi investimenti e ne sostengono altri, azioni correttive nel modo di operare della pubblica amministrazione; ma anche una nuova sensibilità per il costo collettivo e sociale dello sprawl.

Un bell’esempio di quest’ultima attenzione lo troviamo nel Senate Bill 375 del 2008: a partire da obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti, si arriva (e questo gli interessi penalizzati l’hanno intuito subito con vero terrore) a mettere in dubbio la legittimità dell’American Dream, ossia del diritto inalienabile ad accaparrarsi privatamente quante più risorse ambientali e territoriali possibili, a spese della collettività. Naturalmente questa definizione è di parte: ma come altro chiamare il modello a tutt’oggi in vigore, secondo cui il denaro del contribuente finanzia le politiche pubbliche di sostegno alla raffinazione di petrolio, alla costruzione di autostrade, i crediti agevolati all’edilizia monofamiliare per una popolazione esclusivamente WASP in aree remote?

Il vero sogno americano era sognarsi che tutto questo fosse gratis. Con il Senate Bill 375 in pratica i fondi pubblici destinati ai trasporti verranno erogati con priorità alle aree metropolitane (ne sono state individuate 18 MPO – Metropolitan Planning Organization) che sono sollecitate a predisporre programmi di pianificazione coerenti con gli obiettivi ambientali. Ossia, appunto, in collisione con l’American Dream, perché si dovranno progettare quartieri compatti, strade urbane e fruibili a piedi, servizi, attività economiche e commercio integrati alla residenza, tutto coordinato con una rete di trasporti collettivi e mobilità dolce. Niente “di sinistra” forse, ma migliore gestione di risorse scarse e maggiore lungimiranza. Al di là degli strali dei destrorsi più o meno interessati, dai petrolieri al Tea Party, Schwarzenegger era e resta una persona con riferimenti conservatori, di destra, ma che cerca con vario successo di superare quel Terminator, quella linea d’ombra novecentesca che divide per schieramenti ideologici e, spesso, per miopia preconcetta.

Un altro esempio di Repubblicano anomalo lo troviamo sulla costa orientale: a New York dove il sindaco Michael Bloomberg ormai da diversi anni porta avanti il suo PLANYC 2030 per la sostenibilità ambientale. Da noi magari si parla solo della pedonalizzazione parziale di Broadway, o del pur interessante e innovativo recupero a parco della ferrovia sopraelevata della High Line, ma le politiche urbane che coerentemente questo piano innesca sono molto altro. E vanno dall’integrazione a rete delle iniziative alimentari-sociali (gli incentivi urbanistici per nuovi negozi nei quartieri poveri, gli orti urbani, i tetti verdi), al sostegno per le produzioni e sperimentazioni energetiche locali, alla mobilità dolce, alla straordinaria serie di azioni di rezoning intraprese dall’ufficio urbanistica: il Planning Department diretto dalla signora Amanda Burden con prospettive che ricordano le teorie di Jane Jacobs. E neppure Bloomberg lo si può “accusare” di essere anche solo lontanamente di sinistra. Un esempio: la liquidazione di tanto patrimonio di edilizia residenziale pubblica, dalla messa sul mercato di veri gioielli del Novecento come Stuyvesant Town (sinora destinato a ceti medi come insegnanti ecc.), a meccanismi che ben conosciamo anche noi come i cicli di riscatto degli alloggi popolari, che di fatto sottraggono potenzialità e strategia all’investimento e alla pianificazione (*).

Tornando dalle nostre parti, vediamo quello che è successo e sta ancora succedendo a Milano, con le incombenti elezioni del sindaco che si mescolano alle convulse vicende nazionali sia a destra che a sinistra. La linea d’ombra, il Terminator, i candidati alle primarie milanesi hanno cercato di superarla subito, dichiarandosi a vario titolo indipendenti da partiti e schieramenti. Con varie sfumature, e magari anche contraddizioni: le appartenenze, visibili e meno visibili, sono lì e prima o poi saltano fuori. Ma il senso era: proviamo a entrare nel merito delle questioni. Non pare proprio che siano stati aiutati in questo percorso, almeno dal vivo della campagna per le primarie a oggi. Salvo forse in quello che poteva apparire l’esatto contrario: la comparsata sostegno a Pisapia di Nichi Vendola, dove nonostante il tipo di pubblico assai schierato il tentativo era proprio di uscire dallo schema. Come invece non è avvenuto per nulla col candidato “ufficiale” del Pd, Stefano Boeri, il cui insuccesso è stato in gran parte determinato dalla invadenza del suo sponsor.

Qual è il problema, a nostro modo di vedere? Si può partire da quanto è sotto gli occhi di tutti: una città, Milano, ridotta al lumicino sul versante sociale, ambientale, urbanistico; avulsa da qualsiasi riflessione strategica con la sua area metropolitana, ormai libero territorio di caccia per i grandi interessi in settori parassitari, finanza ed edilizia in testa. Per non parlare degli aspetti anche formalmente criminali ormai organicamente alleati in questa “città dei veleni”.

Ma la domanda che oggi ci poniamo con crescente preoccupazione è: come se ne esce?

Sicuramente non recuperando il sedicente “meglio” del bel tempo che fu, che a Milano è assai difficile da rintracciare. Allo stesso modo, non può valere la sola opzione “prima di tutto mandiamoli a casa”, ma neppure pensare che tutto si risolva mettendo in campo la solita accoppiata alternativa di governo & buone intenzioni.

Si parla spesso di puntare al centro, senza poi capire esattamente di cosa si tratti. Per qualcuno, in positivo e in negativo, è solo tirare a campare, o peggio cambiare qualche faccia o slogan perché nulla cambi. Invece, ciascuno a modo suo, Schwarzenegger, Vendola, Bloomberg, Pisapia (gli americani con solide radici a destra, gli italiani a sinistra) propongono un percorso, di coinvolgimento di chi ci sta in un progetto innovativo, coerente, responsabile, e soprattutto fuori da schieramenti e alleanze prefissati a priori.

Vendola e Pisapia per ora hanno un problema in più: i tantissimi che in buona fede stanno tirando loro la giacchetta, ricordando che c’è il partito, la linea, e via con la lista di tutto ciò che è “fondamentale”. Mentre invece l’unica cosa fondamentale è, senza rinunciare alle radici, che anzi rafforzano la proposta, pensare a cose molto pratiche, in grado queste sì di coinvolgere i cittadini: di far loro aprire gli occhi e di farli tornare a sperare.

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