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Fabrizio Bottini
Urbano: aggettivo maschile singolare
18 Febbraio 2010
Scritti ricevuti
Le nostre piccole "rivolte delle banlieu" dovrebbero suscitare meno discussioni sui massimi sistemi, e più riflessioni sulle politiche urbane

Nella valanga di commenti sulla rivolta tascabile della banlieu milanese (che poi per collocazione fisica si chiamerebbe inner city) abbondano come prevedibile i riferimenti alle grandi categorie dello spirito. A destra come a sinistra, che si voglia dare la colpa di tutto, morto compreso, ai soliti comunisti e preti troppo solidali, oppure alla politica razzista e identitario-reazionaria dei leghisti e dintorni, gli argomenti sollevati finiscono prima o poi per evocare ciascuno a modo suo le medesime immagini. Che sono, prendendo un po’ alla rinfusa, quelle del sistema globalizzato di sfruttamento, dei flussi migratori indotti da guerre o fame, della legalità, delle regole, dei diritti, e chi più ne ha più ne metta.

Io volevo cercare di abbassare un po’ lo sguardo, come nella vecchia canzonetta della Bertè, quella che diceva “Più vicino ai marciapiedi, dove è vero quel che vedi”. E ci ho provato in quell’articolo intitolato MEGALOPOLI IN FIAMME? Che sosteneva più o meno questa tesi: le politiche urbane della destra, a volte invidiate o inconsapevolmente scimmiottate anche da certo centrosinistra, non solo hanno avuto un ruolo centrale nel costruire le premesse per il morto e i disordini di via Padova a Milano, ma ne stanno preparando un po’ ovunque, di casi del genere. Il meccanismo è quello classico che ben riassume ad esempio sul Corriere di oggi 16 febbraio un editoriale di Angelo Panebianco: “I ghetti si formano perché l'afflusso di immigrati spinge le persone che temono un deprezzamento eccessivo della loro proprietà a vendere. E quando il deprezzamento è compiuto, il quartiere si riempie di immigrati poveri”. Schematico, ma ineccepibile.

Molto meno ineccepibile l’atteggiamento di certe amministrazioni, che specie nelle grandi città non riescono a capire una cosa che parrebbe evidente: i ghetti a poco a poco stanno diventando le enclave borghesi di chi ancora abita in certi quartieri, via via circondati dal nuovo marasma urbanistico-sociale. Fatto di terziarizzazione, dismissione, chiazze di gentrification, e soprattutto della nuova e fluttuante marmellata dove si mescolano etnie, attività, classi sociali. Una marmellata che potrebbe essere fisiologicamente abbastanza omogenea, ma che la latitanza di politiche adeguate (sociali, urbanistiche, culturali, di animazione ecc.) comprime per nuclei separati sempre più incarogniti, dove solo un po’ di volontariato e tanta improvvisata buona volontà di solito riescono a mantenere un precario equilibrio. In via Padova era troppo precario, e da troppo tempo.

Forse qualcuno si ricorderà quando, cinque o sei anni fa, nella fascia sud dell’area metropolitana milanese un altro omicidio assurdo a Rozzano scatenò una polemica nazionale. La colpa, tuonavano i media allineati a destra ( e non solo) era tutta delle periferie anonime progettate dagli architetti razionalisti sui modelli di una ideologia spaziale totalitaria, sponsorizzata dalla sinistra e pagata coi soldi del contribuente. E allora, giù fendenti contro lo Zen di Palermo, o le Vele di Scampìa, o il mitico steccone del Corviale a Roma, solo per citare i progetti più famigerati. A parte certi eccessi e faziosità, in effetti quelle critiche non erano del tutto campate per aria. Però, come si replicò abbastanza presto da sinistra, per capire davvero la questione bisognava andare “Più vicino ai marciapiedi, dove è vero quel che vedi”.

E si capiva che quelle “periferie dei comunisti”, di solito costruite con leggi e governi dalla ferrea anima democristiana, qualche difetto nel manico potevano anche avercelo, ma scendendo dal satellite dell’ideologia schierata si notavano anche altre cose. Ad esempio che ogni tanto quegli spazi non erano tanto anonimi e opprimenti, oppure che i casi di degrado peggiore derivavano dalla realizzazione solo parziale dei progetti. Molti si erano dimenticati, per esempio, che la figura dell’operatore sociale moderno in Italia nasceva (come intenzione) nei primi quartieri popolari del dopoguerra voluti dal ministro Fanfani, proprio per guidare gli inesperti contadini inurbati a nuovi spazi, nuovi rapporti, nuove prospettive. Insomma quelle periferie “sovietiche” in tutto o in parte degradate non erano il prodotto di un modello socio-urbanistico della sinistra, o degli architetti sadici, ma anche, forse soprattutto, dell’opposizione di chi quel modello non lo voleva, e ne aveva sabotato lo spirito.

Ma i ghetti come quello che si è incendiato in via Padova, sono o non sono il prodotto di un modello? La risposta che proponevo nel pezzo di domenica citato all’inizio è:SI. Il modello, dispiegato ormai da lustri a Milano e altrove, e senza risposte alternative neppure culturali adeguate, è quello tanto bene esemplificato dalle realtà anche esplicite del dibattito sul “territorio”. Da un lato la città dei quartieri da decine di migliaia di euro al metro, riproposti ovunque, dall’altro le sacche di attesa, più o meno degradate, all’inesorabile arrivo delle ruspe, semplicemente più o meno dilazionato nel tempo. Sono questi, e soltanto questi, i temi che il dibattito sul nuovo piano regolatore, sulle iniziative dell’Expo 2015, ci propongono. Il tema sociale dell’abitazione emerge solo ed esclusivamente come grimaldello, ad esempio per creare l’ennesima emergenza e dichiarare procedure d’urgenza per costruire dove non si dovrebbe. Una volta costruito, poi magari si deciderà di lasciar decidere al mitico “mercato”. E tanti saluti alle case a prezzi accessibili.

Poi c’è l’altra politica di integrazione, quella del pattugliamento armato dei quartieri. Armi dell’esercito, della polizia, delle ronde più o meno legali e organizzate. Ma anche armi culturali, come l’idea stessa di integrazione a senso unico: siete venuti da “noi” quindi adeguatevi alle “nostre” abitudini. Il che è sostanzialmente una negazione dell’idea stessa di città, luogo dei flussi, dell’innovazione, del conflitto ma anche degli equilibri più avanzati. In sostanza, soprattutto in un’epoca di grandi mobilità come quelle determinate dalla globalizzazione, integrarsi è un percorso che deve coinvolgere tutti, e certi localismi da adoratori della polenta e cotechino, applicati all’amministrazione metropolitana, fanno onestamente piangere.

Tutto, senza nulla togliere ai fatti, ovvero (me l’hanno ricordato i lettori del mio intervento) che c’è un sudamericano che ha accoltellato un nordafricano, che c’è chi con la storia della solidarietà finisce per lasciar troppo correre, e poi che c’è un problema di convivenza, di razzismo ecc. ecc. che non c’entra nulla con certe questioni di quartiere … Tutto bene, e tutti d’accordo (con qualche divergenza, vabé).

Ma che i ghetti, dove succedono queste cose, siano una faccenda “urbana”, lo sanno anche certi sociologi improvvisati da salotto televisivo. E che la destra fascistoide da che mondo è mondo i ghetti li lasci marcire per poi sfruttarli a proprio piacimento (dagli sventratori dei quartieri romani negli anni ’30, a certa cinica politica americana fino ai nostri giorni) è un altro fatto. Mica un’opinione. Il modello Milano ce l’abbiamo davanti, e quei morti e feriti ci vanno a braccetto. Grazie per l’attenzione.

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