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Urbanistica Liquida
6 Febbraio 2012
Milano
Una singolare jam session di progettazione partecipata fa intravedere nuove idee di città. Annachiara Sacchi e Elisabetta Soglio, Corriere della Sera Milano, 6 febbraio 2012 (f.b.)

I «canali-boulevard» di Stendhal e l'orrore del Manzoni: «Onda impura»

di Annachiara Sacchi

Certo, il paesaggio non doveva essere niente male. Una «quasi» Venezia con ponti, scorci romantici, vedute mozzafiato — e qualche prova si ha alle Gallerie d'Italia, con le opere di Giuseppe Canella e Angelo Inganni (mirabile una veduta di via San Marco). Ma la Milano dei Navigli — progettati da Leonardo, amati da Stendhal che li definiva boulevard, rimpianti, vagheggiati, sognati dai cittadini del XXI secolo — non era tutto questo splendore. Alessandro Manzoni si lamentava delle acque stagnanti (le chiamava «onda impura») e pure Filippo Turati detestava quel «gorgo viscido chiazzato e putrido». Qualcosa, mentre la città aumentava il numero dei suoi abitanti e celebrava la modernità, andava fatto. Il fascismo scelse la via più semplice: interrare tutto.

Il 6 marzo 1929 presero il via i lavori per coprire la cerchia dei Navigli, l'ultimo barcone che trasportava le bobine di carta fu scaricato sotto il Corriere della Sera il 15 marzo di quell'anno. Milano non avrebbe più avuto una circle line navigabile — forse un po' puzzolente e piena di topi e zanzare — quella che Luca Beltrami, il «salvatore» del Castello Sforzesco, cercò di difendere fino all'ultimo. In compenso, guadagnò una circonvallazione interna. Addio alla città di Leonardo, al primo canale navigabile del mondo. Fu proprio il genio di Vinci, prima di arrivare a Milano nel 1482, a scrivere a Ludovico il Moro dicendogli di sapere «condurre acque da un loco a un altro», sfruttando il fossato difensivo costruito tra il 1157 e il 1158 e quella «bella, ricca e fertile pianura» descritta da Bonvesin de la Riva nel XIII secolo «tra due mirabili fiumi equidistanti, il Ticino e l'Adda».

Dimostrò tutto il suo talento, Leonardo. E durante il suo primo soggiorno milanese (tra il 1482 e il 1489) disegnò una pianta della città in cui viene indicata la necessità di prolungare il Naviglio della Martesana fino alla «cerchia». Il suo pallino, però, rimase il Naviglio Grande, realizzato tra la metà del XII e del XIII secolo: «Vale 50 ducati d'oro, rende 125 mila ducati l'anno, è lungo 40 miglia e largo braccia 20». Un sistema redditizio. Altri ingegneri, dopo la morte di Leonardo, proseguirono nel disegnare la Milano dell'acqua. Il Naviglio di Paderno, finanziato da Francesco I, fu progettato nella seconda metà del '500 e terminato nel 1777 dall'amministrazione austriaca, mentre il Naviglio Pavese fu concluso nel 1819.

Milano porto fluviale. Utile fino al boom delle ferrovie e del trasporto su strada, gestibile finché le condizioni igieniche della città non diventarono drammatiche. Forse, nel 1929, non c'era altra soluzione se non la chiusura di quei canali. Ma da allora, sotto il cemento e il traffico, le acque «soffocate» dall'asfalto non hanno mai smesso di farsi sentire. E di suscitare dibattiti e divisioni, nostalgie e rimpianti.

Un'Expo per «riscoprire» i Navigli

di Elisabetta Soglio

Milano? Una città d'acqua. Expo rispolvera una vocazione antica e si capisce perché scatti l'applauso quando Umberto Veronesi lancia la proposta: «Dovremmo scoprire i Navigli». Sul palco del Teatro Dal Verme si parla della Milano di ieri, grazie a ricordi di milanesi d'eccezione, e di quella che diventerà con Expo 2015. Della Darsena che verrà risistemata, delle vie d'acqua e del nuovo percorso ciclabile che collegherà la città alla zona dell'esposizione, creando un «anello verde-azzurro» che dalle dighe del Panperduto al Villoresi e al Naviglio, porterà acqua e cultura: un finanziamento di 175 milioni, la più consistente eredità dell'evento.

Veronesi, che propone anche di chiudere il centro alle auto, insiste sul fatto che «l'acqua toglierebbe aridità alla nostra città e renderebbe meno aridi anche i nostri cuori». Gli fa eco Fedele Confalonieri, che oltre ai Navigli scoperti fa una petizione al sindaco: «Sul Naviglio in questi giorni d'inverno tanti anni fa vedevi la nebbia che saliva ed era una grande poesia».

Poi c'è Umberto Eco, che ammonisce: «Stiamo rischiando di perdere il senso dell'acqua» e Luca Doninelli a ricordare che «Milano porta la memoria dell'acqua anche nei suoi palazzi e nei suoi paesaggi». Fra gli uni e gli altri, le immagini e gli interventi dei commissari Roberto Formigoni e Giuliano Pisapia e dell'ad di Expo, Giuseppe Sala, raccontano cosa resterà dopo il 2015.

Lungo il percorso si potranno ammirare le bellezze del territorio: da Villa Arconati («Che 40 anni fa era uno dei luoghi più belli d'Europa», sospira Philippe Daverio) a Cascina Merlata. Gualtiero Marchesi propone il piatto per Expo: «Toglierò la foglia d'oro e lascerò un bel risotto giallo». «Milano è un modo per trovare la convivenza delle diversità», spiega Salvatore Veca dissertando con Piergaetano Marchetti, che si rivolge ai giovani: «Usate sempre la ragione e seguitela». Lo spettacolo al Dal Verme serve per parlare di Expo: «Mi aspetto — è l'auspicio di Livia Pomodoro — che la città si mobiliti per dimostrare che Milano può essere simbolo di una rinascita di tutto il nostro Paese».

Il dibattito sui Navigli, intanto, è aperto. E il consigliere regionale udc, Enrico Marcora, propone: «Invece di costruire un nuovo canale per unire la città al sedime di Expo è meglio investire quei soldi per riaprire i Navigli milanesi, là dove possibile».

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