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Bruno Gravagnuolo
Un'Italia malata
27 Febbraio 2009
Articoli del 2009
Nell’intervista al filosofo Giulio Giorello, un commento sulla società italiana e sulla sinistra che stenta a costruire una seria opposizione. Da l’Unità, 27 febbraio 2009 (m.p.g.)

A parole in Italia siamo tutti liberali. Quel che invece è egemone da noi è un comunitarismo d’accatto, e uno statalismo corporativo. Con la destra e la Lega in prima linea e la sinistra purtroppo afona e divisa. A cominciare dalla laicità». Conversazione polemica con un torrente in piena quella con Giulio Giorello, filosofo della scienza, da marxista già allievo di Ludovico Geymonat, milanese, classe 1945. Oggi libertario impenitente e di sinistra: tra Popper, Feyerabend e Stuart Mill. Ma senza tenerezze per destra e sinistra. Alla destra «statalista» Giorello imputa assenza di senso dello stato e integralismo strumentale. E alla sinistra? Divisioni, debolezze laiche, identità fragile.

Nonché incapacità di cavalcare le vere questioni del paese. Che nell’ordine per Giorello sono: «precarietà del lavoro, disservizi, degrado urbano e scuola a pezzi». E però, per lo studioso, tutto ruota attorno alla questione per lui fondamentale. La laicità. Cartina di tornasole di tutte le insufficienze del paese. Quasi un dna malato, che impedisce all’Italia di essere una nazione, e di avere un baricentro civile. Vediamo.

Professor Giorello, da un’inchiesta Swg emerge che il 62% degli italiani nei grandi centri teme crisi economica e precarietà del lavoro. Solo il 24% è in ansia per l’immigrazione. Pochissimi credono alle ronde. E il 37% lamenta inefficienze e crisi della giustizia. La destra al governo ci racconta favole?

«Se il sondaggio è attendibile, ne vien fuori un ritratto del paese molto significativo. E cioè che il malessere attuale poggia su tre fattori. L’insicurezza economica e la precarietà del lavoro. Le inefficienze dei servizi, molto più gravi di certe violenze. Infine il degrado dell’ambiente, non solo dei beni culturali, ma in rapporto alla buona vivibilità dei centri urbani, del tutto degradati e insicuri. Sono tre parametri molto più veri del cosiddetto rischio immigrazione, tema gonfiato ad arte e che genera paradossi e doppi binari. Se un italiano violenta una romena, nessuno se ne accorge. Se un romeno violenta un’italiana, allora è un’emergenza nazionale».

A suo avviso anche i dilemmi della «sacralità della vita» e del testamento biologico generano ansie artificiali?

«Questione delicata, da chiarire bene. Premesso che non ho nulla contro il sacro, reputo bizzarro definire sacro ciò che ci piace. Ed empio quel che non rientra nella nostra scala di valori. Qui non parliamo del sacro in un quadro antropologico o religioso, ma siamo di fronte a slogan ideologici, che qualcuno erige a verità scientifiche. Basterebbe leggere quel che scrive uno scienziato serio come Edoardo Boncinelli, per capire che la “sacralità della vita” non è altro che una retorica per poter prevaricare le libere scelte di coscienza di cittadini e cittadine. E prevaricatrici sono alcune istituzioni e agenzie politiche, impegnate a comprimere la libertà individuale, sia che si parli di interruzione di gravidanza, che di testamento biologico. Non è che questi temi di per sé siano ansiogeni, o fonte di precarietà esistenziale. La verità è che c’è chi li rende tali e li usa in tal senso. E il discorso concerne purtroppo sia la destra e che la sinistra, cioè persone dell’uno o dell’altro schieramento. Le quali ogni volta che arriva un messaggio dal Vaticano, corrono a genuflettersi. Sì, anche nel fronte progressista ci sono raggruppamenti - come i teodem- che su questo fanno a gara con la destra, fino a bloccare l’intero Pd. Condivido perciò l’insofferenza intelligente di Veronesi, che non ha esitato a denunciare la debolezza profonda dei democratici».

Intravede tentazioni confessionali e autoritarie trasversali in tutto questo?

«Sì, le intravedo eccome. E all’insegna di una matrice ben precisa: un certo cattolicesimo italiano. Che fa riferimento a una struttura autoritaria e gerarchica, “derivata” dallo Spirito Santo, e da chi in suo nome prescrive credenze e stili di vita. Non sto polemizzando col dogma dell’infallibilità del Papa in materia squisitamente religiosa. Denuncio un autoritarismo piramidale più generale di tipo religioso, e con pretese civili».

La sponda più immediata di questa tendenza è però senza dubbio la destra al governo...

«Certo, e ciò che mi colpisce a riguardo è la totale mancanza di senso dello stato nella nostra destra, per nulla una destra seria come quella francese. Nondimeno - insisto - anche a sinistra c’è acquiescenza. E non è solo la Binetti ad essere zelante, ma ahimè anche altri, e provenienti da altre storie. Penso alle molte cautele di tanti ex Ds. Quanto ai cattolici progressisti, gente stimabilissima, sono in una condizione difficile. Schiacciati come sono dal clericalismo da un lato, e da cautele di ogni tipo dall’altro».

Non la persuade la netta posizione d’esordio di Franceschini sulla libertà bioetica di scelta?

«Massimo rispetto. Franceschini conosce bene il clericalismo italiano e le sue abitudini. E fa di tutto, generosamente, per contrastarli. Ma mi chiedo: ce la farà? Non c’è solo Franceschini nel Pd, un partito dentro il quale se ne sentono di tutti i colori. Tipo: la vita appartiene alla collettività. L’ultima che ho sentito dire, da una teodem. No, davvero è ora di riscoprire Gramsci e il suo vigore logico nei Quaderni del carcere. Quando mostrava a quali compromessi inaccettabili ci ha condotti la Questione vaticana, ad esempio con il Concordato fascista, purtroppo reinserito da Togliatti all’art. 7 della Costituzione italiana. Attenzione però. Un conto è la burocrazia dello spirito vaticana, altro il ruolo dei cattolici democratici, che in Italia e altrove si sono battuti per i diritti civili e per una società aperta. Franceschini, che mi è molto simpatico, appartiene a questa schiera».

La liquidazione congiunta, tramite fusione, del cattolicesimo democratico e dell’eredità del movimento operaio, non ha aggravato le cose da un punto di vista laico e politico più generale?

«Sì, e da entrambi i punti di vista. Le proprie tradizioni infatti si revisionano, si riesaminano. Ma non si svendono acriticamente. E sarebbe stato bene farlo anche rispetto al Pci, misurando con più attenzione luci e o ombre. Per far emergere il capitale spendibile di una gloriosa tradizione, e sostituire ciò che era inaccettabile. Penso ad esempio ai torti di Togliatti, dalle posizioni sull’Urss al Concordato. Bene, è mancato quel che invece c’è stato nelle grandi socialdemocrazie europee, che si sono lacerate, hanno vissuto aspre lotte interne. Ma alla fine hanno fatto i conti con la loro tradizione, senza liquidazioni sommarie. Ecco, anche per questo deficit interno al post-comunismo, il Pd non può che essere e risultare un’amalgama confuso. Con tutto ciò che ne consegue per l’identità e la forza dell’opposizione».

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