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Nadia Luciano; Urbinati Gallino
Una società di arroganti padroni e di arrendevoli servi
24 Agosto 2008
Articoli del 2008
Intolleranza e autoritarismo da un lato, docilità dall’altro: due aspetti concorrenti del declino sociale dell’Italia di oggi in due articoli su la Repubblica del 20 agosto 2008

Perdere il posto per una denuncia

di Luciano Gallino

Evidentemente la tolleranza zero fa tendenza, ben al di là della questione sicurezza, anche se qualche connessione sussiste. O meglio esprime una tendenza. Un’impiegata è assente ingiustificata per un giorno da un ufficio della Pubblica Amministrazione? Rischia il licenziamento in tronco. Fanno timbrare il cartellino da un collega per guadagnare cinque minuti dopo aver fatto due ore di straordinario, senza alcun danno per l’azienda? Licenziati tutti.

Un macchinista si permette di dire, a fronte di palesi inconvenienti tecnici verificatisi su alcuni treni, che occorre approfondire le indagini e aumentare le attenzioni in tema di sicurezza ferroviaria? Licenziato in tronco per la seconda volta in due anni. Questi sono episodi recenti. Ma è noto che negli ultimi mesi i licenziamenti attuati o minacciati per motivi disciplinari, che tempo addietro avrebbero motivato al massimo una penalità pecuniaria o una breve sospensione, si sono moltiplicati anche in imprese private.

La stessa tendenza alla tolleranza zero estesa a settori ben lontani dall’ordine pubblico, dopo avere investito a valanga quest’ultimo come se fosse in gioco l’esistenza del Paese, si esprime anche in altri modi. Ad esempio nei tanti divieti, sostenuti da pesanti multe, che numerosi sindaci si sono inventati, o hanno rispolverato, non appena dotati di nuovi poteri dal ministro dell’Interno. Vietato mangiare e bere in prossimità di monumenti ed edifici storici, dormire sulle panchine, sdraiarsi sull’erba nei parchi, fumare anche in luoghi aperti, scambiarsi effusioni magari innocenti. Comportamenti spesso sgradevoli, certo, così come quelli richiamati sopra sono azioni non corrette. Ma questi come quelli richiederebbero, in luogo di tolleranza zero, licenziamenti e ammende, interventi quali discussioni, educazione, trattative, analisi dei problemi sottostanti, differenti modelli organizzativi, visioni larghe dei problemi di una convivenza civile.

Quel che preoccupa in genere nell’inclinazione alla tolleranza zero avanzante in settori sempre più larghi della società italiana, e ancor più dovrebbe preoccupare l’opposizione, è la sua derivazione da due processi sociali che si completano e si eccitano a vicenda. Il punto di partenza è che il governo in carica ha una manifesta vocazione autoritaria. Lo è nel senso di presentarsi come un governo dichiaratamente decisionista. Dà a intendere di sapere quali sono i veri problemi del paese, anzi del popolo, e procede, o comunque riesce a dar intendere di procedere, per la strada che si è luminosamente tracciata, senza riguardo per gli sparuti – ai suoi occhi – gruppi sociali che dovessero pensarla diversamente.

In realtà questo governo non farebbe molta strada, se non lo sorreggessero processi concomitanti di imitazione e fiancheggiamento da parte degli strati della società che hanno potere e denaro, e forme diffuse di conformismo e deferenza di gran parte degli strati che non hanno né l’uno né l’altro, ma sono inclini a credere che ciò che viene dall’alto può giovare a tutti. Sentendo profumo di autoritarismo, coloro che stanno in alto inclinano a imitarlo ed a tradurlo in forme adeguate alle proprie esigenze e interessi. Coloro che stanno per contro piuttosto in basso in maggioranza si conformano perché nella tolleranza zero applicata al lavoro o alle folle urbane sentono confermati i propri giudizi, pregiudizi e rancori. Ben vengano, ai loro occhi, i licenziamenti dei dipendenti pubblici e delle ferrovie o, perché no, della scuola o delle Asl o di qualsiasi impresa privata – purché non tocchi a loro.

Un segno? Alla radio e nelle lettere ai giornali, nei giorni scorsi le dichiarazioni favorevoli al licenziamento dei ferrovieri, come nelle settimane precedenti quelle consenzienti con le draconiane misure del ministro della Funzione Pubblica per far rigare finalmente diritto gli impiegati della PA, hanno largamente prevalso, per enfasi e forse anche per numero, su quelle che provavano a dire che forse si era esagerato. La stessa sorprendente mitezza con cui la maggioranza degli esponenti sindacali ha accolto i provvedimenti delle Ferrovie, come altri interventi del governo già annunciati o attuati in tema di politiche del lavoro, mostra quanto la deferenza nei confronti del potere possa fare presa.

Siamo ovviamente soltanto agli inizi, ai prodromi di una involuzione sociale e politica. È la fase in cui si potrebbe arrestarla e avviarne le spinte in altre direzioni. Ma ci vorrebbero capacità di analisi e di immaginazione politica che al momento non è dato scorgere da dove potrebbero venire. Per intanto l’opposizione dovrebbe rendersi conto di un fatto. Il persistente e aggravantesi disagio materiale delle classi lavoratrici, il popolo dei 1.000 euro al mese, nonché le paure che angosciano le classi medie di fronte alla constatazione che i figli non proseguiranno in quella che fu la loro ascesa sociale, che la loro stessa posizione sociale è a rischio, non è materia destinata prima o poi ad alimentare movimenti politici di sinistra o di centro-sinistra. È materia ottima per la destra. Tende a costituire uno dei due pilastri di quella che si sta profilando come una tolleranza zero a trecentosessanta gradi. La destra lo ha capito benissimo, e per questo si adopera a incanalare disagi, rancori e paure in tale direzione.

L’Italia docile che ha perso dissenso

di Nadia Urbinati

Sarebbe utile interrogarsi sulla docilità, una qualità che ben rappresenta l’Italia di oggi. Chi detiene il potere politico non è naturalmente amico del dissenso e di chi lo esercita, nemmeno quando al potere vi giunge per vie democratiche e la sua azione di governo è limitata da lacci costituzionali. Grazie al liberalismo, che del potere ha una visione giustamente diffidente e pessimista, le società moderne sono riuscite a imbrigliare le tendenze tiranniche e dispotiche di governi e governanti e infine a eliminare l’uso della violenza dalla politica. Diceva Tocqueville che il diritto e le costituzioni hanno reso la politica dolce perché hanno fatto posto al dissenso. I diritti che tutelano la nostra libertà individuale, non solo quella che ci consente di possedere cose materiali ma anche quella che ci rende sovrani sul nostro corpo e la nostra mente, sono un baluardo imprescindibile contro il potere, anche legittimo. Per questa ragione, una società libera è l’opposto di una società docile. Ma le cose sono più complicate di come se le immagina la teoria.

Una società libera ha bisogno del dissenso. Anzi è desiderabile che la diversità di opinioni vi si manifesti e si esprima liberamente perché è grazie a questa diversità che il gioco politico può svolgersi e le maggioranze alternarsi. Ma la cultura dei diritti può purtroppo stimolare anche una diversa attitudine: può indurre i cittadini ad abituarsi a perseguire il godimento dei loro diritti individuali disinteressandosi a quanto avviene nella sfera politica, salvo recarsi alle urne nei tempi stabiliti. La società democratica può facilitare la formazione di una società docile perché indifferente alla partecipazione politica.

Lo può fare perché e fino a quando i diritti essenziali sono protetti per la grande maggioranza e non si danno quindi ragioni di dissenso. Sono le minoranze il vero problema (o, per l’opposto, la salvezza) delle società democratiche mature, perché sono loro a esprimere dissenso, a rivendicare spazi di azione che non sono in sintonia con quelli della maggioranza – se poi queste minoranze sono per giunta culturali e etniche, non semplicemente di opinione, allora decidere di non ascoltarle e perfino di reprimerle e perseguitarle può non essere visto dall’opinione generale come un problema di violazione di diritti. La società docile non è una società che ha rinunciato ai diritti o che non è più liberale. È invece una società nella quale la maggioranza è soddisfatta del proprio grado di libertà e dei propri diritti e trova fastidioso che ci siano minoranze non domate, non silenziose e omologate, che facciano richieste che non collimano con le proprie (come nel caso di una minoranza religiosa che chiede che il diritto di culto sia rispettato anche quando il culto è diverso da quello della maggioranza). Società democratica docile, dunque, e per questo autoritaria e paternalista.

La docilità è una qualità che si predica degli animali non degli uomini; è un obiettivo che i domatori si prefiggono quando cercano di abituare un animale a fare meccanicamente determinate cose. Al moto della mano del padrone il cane sa quel che deve fare e lo fa. Docilità significa non avere una diversa opinione di come pensare e che cosa fare rispetto all’opinione preponderante; significa accettare pacificamente quello che il padrone di turno, per esempio l’opinione generale di una più o meno larga maggioranza, crede, ritiene e vuole. Sono ancora una volta i liberali che ci hanno fatto conoscere questo lato inquietante del potere moderno.

Un lato che si è mostrato quando il potere è riuscito ad avvalersi di strumenti nuovi; strumenti che si sono presto rivelati congeniali a un potere che si serve delle parole e delle opinioni per restare in sella, che può rinunciare alla violenza sui corpi perché si radica nell’anima dei suoi sudditi, se così si può dire. Mentre gli antichi tiranni e monarchi assoluti usavano la tortura e le punizioni esemplari nelle pubbliche piazze, il moderno potere fondato sull’opinione non ha più bisogno di usare la violenza diretta (e se la usa, si guarda bene dal farlo in pubblico); usa invece una specie di addomesticamento che produce, come scriveva Mill, una forma di "passiva imbecillità". I cittadini docili assomigliano a una massa di spettatori: in silenzio ad ascoltare e, semmai, giudicare alla fine dello spettacolo con applausi o fischi.

La politica come spettacolo non assomiglia a un agone ma a una sala cinematografica. Il dissenso, la virtù forse più importante in una democrazia che si regge sull’opinione mediatica, è tacciato di generare destabilizzazione, offeso e denigrato. Il buon cittadino non dissente, ma segue, accetta e opera con solerte consenso. Una voce fuori del coro è castigata come fosse un’istigazione al terrore; un’opinione che contesta quella della maggioranza è additata come segno di disfattismo.

Questa Italia assomiglia a una grande caserma, docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra o di sinistra la musica non sembra purtroppo cambiare: addomesticati a pensare in un modo che pare essere diventato naturale come l’aria che respiriamo, vogliamo che i sindaci si facciano caporali e accettiamo di buon grado che ci riempiano la vita quotidiana di divieti e consigli (sulle spiagge della riviera romagnola due volte al giorno da un altoparlante fastidioso le autorità ci fanno l’elenco di tutte le cose che non dobbiamo fare per il nostro bene e se "teniamo alla nostra salute"). Come bambini, siamo fatti oggetto della cura da parte di chi ci amministra, e come bambini ben addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il peso del potere.

È come se dopo anni di allenamento televisivo siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che in condizione di spontanea libertà sarebbe semplicemente un insopportabile giogo.

La cultura della docilità non pare risparmiare nessuno, nemmeno coloro che per ruolo istituzionale dovrebbero esercitare il dissenso. Commissioni bipartisan nascono ogni giorno; servono ad abituarci a pensare che l’opposizione deve saper essere funzionale alla maggioranza, diventare un’opposizione gradita alla maggioranza. Un’opposizione che semplicemente si oppone e critica e dissente pare un male da estirpare, il segno di una società non perfettamente doc

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