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Fabrizio Bottini
Senza welfare c’è solo speculazione
5 Gennaio 2011
Articoli del 2008
Il molto discutibile e discusso processo di revisione degli strumenti di controllo pubblico sul territorio in Gran Bretagna. Urbanistica e grandi opere. Dal settimanale Carta, n. 25, 2008

Qui in Italia l’unica volta che l’urbanistica in quanto tale ha “bucato” sui media risale ai primissimi anni ’60, quando l’astro nascente della Democrazia Cristiana Fiorentino Sullo si giocò il potenzialmente luminoso futuro col tentativo fallito di riformare la legge sui piani regolatori.

In Gran Bretagna, dal XIX secolo culla di tutte le innovazioni sulla città e il territorio, l’argomento è popolare al punto di scaldare gli animi e provocare titoloni di prima pagina. Ed è anche giusto sia così, visto che le decisioni sullo spazio che abitiamo, urbano o rurale che sia, hanno enormi impatti non solo sul portafoglio di qualche speculatore, ma anche e soprattutto sulla qualità della vita, dell’ambiente, e in fondo della democrazia.

Non a caso una delle parole che ricorrono maggiormente nel dibattito (in parlamento e fuori) sul nuovo progetto di legge sulle trasformazioni del territorio, è accountability: chi risponde a chi, nelle decisioni sulle infrastrutture, le grandi opere, la conversione da un uso all’altro delle superfici urbane e rurali?

Tutto comincia nel 2005, quando due pezzi da ’90 del New Labour con altissime responsabilità di governo (John Prescott, vicepresidente con delega al territorio, Gordon Brown, Cancelliere dello Scacchiere) chiedono all’economista Kate Barker “di esaminare come … politiche e procedure di pianificazione territoriale possano favorire una crescita economica e produzione di ricchezza …”. La versione finale del rapporto Barker è resa pubblica alla fine del 2006, e inizia, a partire dalle sue raccomandazioni (ovviamente orientate alla massima efficienza, rapidità, efficace delle decisioni di trasformazione) il percorso politico che porta alla revisione della legge urbanistica, a circa sessant’anni dal Town and Country Planning Act 1947, dove nel pieno della ricostruzione dopo le bombe naziste il parlamento a maggioranza laburista metteva le basi per uno sviluppo territoriale fortemente orientato dall’iniziativa pubblica. Era l’epoca delle new town, spinte anche dalla paura dell’ecatombe atomica ma che iniziavano un processo di riordino dell’intero territorio metropolitano nazionale, e la parola planning diventava il simbolo di una presenza costante dello stato nella vita del cittadino, nel quadro generale del welfare.

Ora ci sono le eco-town, nuove città “sostenibili” molto volute da Gordon Brown, ma che ben riassumono con le reazioni negative suscitate tutte le perplessità sulla nuova idea di urbanistica economicamente efficiente: non sembrano affatto “eco” perché vanno ad occupare ettari di ottime terre agricole, a volte anche fette di quella greenbelt rurale tanto cara ai cittadini britannici amanti del paesaggio tradizionale; scavalcano le popolazioni locali e le amministrazioni che si sono democraticamente elette, con procedure centralizzate di decisione sui siti e approvazione dei progetti; come se non bastasse, tutta l’operazione sembra costruita in una logica di rapporto diretto e privilegiato fra il grande business immobiliare-energetico e qualche alto papavero governativo.

Anche la riforma del sistema urbanistico, nella scia efficientista indicata dall’economista Kate Barker, tenderebbe ad esempio a indebolire l’intangibilità delle grandi greenbelt, le fasce di spazio aperto intermetropolitano di ispirazione biblica, riprese a fine ‘800 dal movimento della Città Giardino e istituzionalizzate fra le due guerre, ma che ora sono considerate possibili localizzazioni per i milioni di nuove case programmate dal governo da qui al 2020. E, dicono i critici, è abbastanza ridicolo parlare di lotta al cambiamento climatico con un’edilizia energeticamente efficiente, se poi quegli edifici “ecologici” ricoprono di cemento e asfalto la terra che dovrebbero salvare …

Altro oggetto del contendere è la Commissione speciale per le grandi opere strategiche (già approvata in parlamento), che istituisce un percorso parallelo di autorizzazioni per aeroporti, centrali energetiche, autostrade ecc. Per evitare l’ostruzionismo egoista e piccolo borghese dei soliti nimby che impediscono lo sviluppo per non rinunciare al panorama dal portico di casa, dicono i sostenitori. Per levare dai piedi la partecipazione locale, e imporre un modello decisionista autoritario, dicono gli ambientalisti e i rappresentanti delle amministrazioni comunali.

Il giornalista specializzato del Guardian Peter Hetherington un anno fa scriveva delle linee generali del progetto di legge: “ Non abbiate paura. Il governo non sembra voler distruggere il sistema di pianificazione urbanistica britannico così come dura da sessant’anni”. Ma restano forti dubbi, anche in parlamento. Da un certo punto di vista verrebbe da dire: fortunati loro!

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