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Lucia Tozzi
Una inondazione di progetti a Rotterdam
22 Maggio 2006
Articoli del 2005
La biennale di architettura di Rotterdam è stata dedicata al rapporto tra acqua e terra. Questa corrispondenza è stata pubblicata da il manifesto del 22 giugno 2005, con qualche taglio.

Di fronte a un titolo come The Flood (L’inondazione), per di più a distanza di pochi mesi dallo tsunami, chiunque sarebbe legittimato ad aspettarsi una mostra di catastrofi alla Virilio, densa di immagini terrificanti e sostenuta dal più dionisiaco antipositivismo. La 2ª biennale di architettura di Rotterdam (27/5/2005-26/6/2005, Las Palmas, Wilhelminapier 66-68, 27/5/2005-4/9/2005, Netherlands Architecture Institute, Museumpark 25) tematizza invece la relazione tra l’acqua e il territorio costruito: l’inondazione non è un evento straordinario e spettacolare, ma un rischio costante che va tenuto sotto controllo attraverso la pianificazione del territorio e del sistema delle acque.

L’Olanda, che più di ogni altro paese ha dovuto porsi questo problema – un quarto della sua superficie, frutto del processo di polderizzazione, si trova sotto il livello del mare – ha elaborato nel corso di secoli tecnologie idrauliche raffinatissime e strategie di intervento sul territorio che hanno garantito un buon equilibrio ambientale. Era l’artificialità assoluta di questo paesaggio strappato alle acque, fatto di linee rette a perdita d’occhio, a esercitare già sui viaggiatori del Grand Tour un fascino insolito, completamente diverso da quello che scaturiva dalle rovine romane o dalle sublimi eruzioni del Vesuvio.I polders erano l’espressione di un approccio collettivo, lungimirante e processuale alle questioni territoriali, fiducioso nella capacità di non farsi travolgere («Eppure la gente dorme in questo paese», annotava Diderot). Si trattava di un modello culturale al tempo stesso più democratico e più efficace rispetto all’ideologia delle grandi opere, destinate inevitabilmente a sconvolgere interi ecosistemi.

L’operazione messa in piedi dal curatore della biennale, Adriaan Geuze, architetto paesaggista del gruppo West 8, consiste nel legare questa tradizione olandese alle sfide mondiali del futuro (innalzamento del livello degli oceani, consumo del suolo, crescita smisurata del fabbisogno abitativo) attraverso cinque mostre: Polders, Three Bays, Water Cities, Flow, Mare Nostrum. Le prime due sono una ricostruzione storica delle bonifiche olandesi e dell’evoluzione delle baie di Amsterdam, Venezia e Tokyo, mentre Water Cities espone decine di modelli delle città d’acqua di tutto il mondo in ordine cronologico – porti commerciali, cittadelle militari, le utopie di Archigram e Constant, fino alle sterminate distese di container di Shanghai e alle isole a forma di palma di Dubai per turisti di lusso.

In questa biennale sui generis, che invece della solita carrellata di star dell’architettura mette in mostra idee e problemi, gli unici progetti esposti si trovano nell’ultima sezione delle città, New Dutch Water Cities, e in Flow. Alcuni di questi tendono ad assecondare il carattere effimero dei territori modellati dalle acque, come Catamaran city di Spacegroup, un «nuovo tipo di spazio pubblico» appoggiato a una sottile striscia di sabbia che compare occasionalmente al largo di Goeree. Oppure sono pensati per sfruttare, letteralmente, l’acqua: è il caso del WAVEgarden di Yusuke Obuchi, una centrale elettrica in forma di membrana galleggiante, composta da 1734 elementi che mossi dalle onde generano energia, o del notissimo Lifescape di James Corner (Field Operations), un piano che in 25 anni convertirà la più grande discarica del mondo, Fresh Kills a Staten Island (quella di Underworld di Don DeLillo), in un parco pieno di laghi e zone umide grande tre volte il Central Park.

Fin qui la pars construens. La destruens è un attacco serrato contro la logica dello sprawl, dell’occupazione indiscriminata del suolo in nome di uno sviluppo spesso controproducente, come nella Los Angeles descritta da Mike Davis (nel 1995 Adriaan Geuze aveva polemicamente ricoperto il pavimento dell’NAI con ottocentomila casette in scala, contro un piano governativo che prevedeva la costruzione di centomila abitazioni l’anno). Ma anche, e soprattutto, contro l’abbandono di quell’insieme di pratiche e competenze incrociate, architettoniche e ingegneristiche, che avevano reso possibile il modello olandese: «Negli anni Settanta – scrive Geuze – è emersa una generazione di professionistiche ha tentato di porre bruscamente fine a secoli di bonifica e all’ambizione di una pianificazione nazionale […] Fortunatamente questi baby-boomers si stanno avvicinando alla pensione».

In Mare Nostrum, una riflessione fortemente critica sulle conseguenze sociali e urbanistiche del turismo di massa, diciassette curatori stranieri hanno svolto una ricerca sullo sviluppo costiero dei loro paesi. Capitalist Metastasis, curata da Arman Akdogan per la Turchia, insiste sulla cattiva qualità dell’urbanizzazione indotta dal turismo e dal fenomeno in crescita dell’immigrazione permanente dai paesi nordeuropei: i servizi vengono stornati a favore dei turisti, i prezzi delle abitazioni aumentano, le risorse naturali vengono consumate e le città sformate. Manuel Gausa si interroga su come far evolvere quell’uniforme marketscape che si estende dalla Catalogna all’Andalusia. Un team di architetti croati cerca di liberarsi dell’eterna impasse del pensiero orientato al turismo – costruire alberghi e villaggi o lasciare il territorio vergine per attrarre più gente – ed elabora dei progetti finalizzati alla democratizzazione del paese.

La spettacolare massa di dati al centro della sala è ancora più eloquente: decifrandoli si viene a sapere, tra l’altro, che il 70% del denaro prodotto dal turismo in Thailandia viene incassato dalle multinazionali estere; che un turista consuma ogni giorno 15 volte più acqua di un cittadino di Zanzibar; che con l’acqua necessaria a un campo da golf in Malaysia si possono irrigare i campi di cento fattorie. Un vero affare.

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