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Una crisi difficile
7 Agosto 2010
Articoli del 2010
Rischi per la democrazia a causa dello snaturamento (bipartisan) del Parlamento, e rischi per la società a causa delle prospettive della politique politicienne. Andrea Manzella (la Repubblica) e Alberto Burgio (il manifesto), 7 agosto 2010

la Repubblica

Chi vuole cancellare il Parlamento

di Andrea Manzella

Ci sono in giro grossi (e interessati) equivoci. Che ogni crisi parlamentare debba avere fatalmente una soluzione elettorale. Che ogni dissenso nella maggioranza parlamentare «uscita – come si dice – dalle urne» debba necessariamente portare allo scioglimento delle Camere. Che ogni "diverso" esercizio delle funzioni di rappresentanza parlamentare (quella che la Costituzione vuole «senza vincolo di mandato») rientri nella negativa retorica del "ribaltone"(o del tradimento).

Sono equivoci che hanno radice in un diffuso quanto perverso "credo" illiberale: la scomparsa del Parlamento. La cancellazione delle assemblee parlamentari come luogo di rappresentanza effettiva e concreta della società nazionale. Con la connessa illusione che questa società sia pietrificata e immutabile con il flash del momento elettorale. E che il governo allora eletto ne sia l’unico legittimo rappresentante.

La società cambia, invece, ogni giorno. Non a caso il mito di Proteo domina, da qualche millennio, la politica. Quali ne siano i difetti e gli eccessi (e ce ne sono tanti) il Parlamento, per la sua stessa struttura, non recide mai il cordone ombelicale che lo lega alla mobile società che rappresenta: anche per le sue spinte al mutamento. Perfino nei peggiori suoi momenti, il Parlamento non è mai del tutto auto-referenziale. È sempre il «porticato tra le istituzioni e la società civile», come lo definì, fulmineamente, Hegel.

Non è la stessa cosa per il governo, con le sue separatezze istituzionali. Se l’intermediazione parlamentare viene meno o entra in sofferenza, la diversa volontà governativa non può prevalere come decisione finale. La logica delle democrazie non è fatta di plebisciti, di acclamazioni e di elezioni a comando: fuori della loro periodizzazione costituzionale. Dove non è stato finora così, si sta cambiando. La coalizione liberal-conservatrice in Gran Bretagna ha proposto a Westminster la durata fissa delle legislature: a meno che non ci sia una decisione dei due terzi dei Comuni per lo scioglimento anticipato oppure si constati la impossibilità di formare un governo entro quattordici giorni da un voto di sfiducia.

Ma allora perché, invece, da noi viene così degradata questa funzione di bilanciere del Parlamento? Perché la bandiera dell’elettoralismo è continuamente agitata contro il parlamentarismo? Vi concorrono due false opinioni.

La prima è quella di chi ritiene che l’elettore vota solo per darsi un governo e non anche per darsi un Parlamento. È una tesi rinvigorita dagli artifici contenuti nell’attuale sistema elettorale per creare comunque una maggioranza parlamentare; dalla personalizzazione (per legge) delle coalizioni in campo; dal meccanismo di nomina dei singoli parlamentari (senza vera scelta degli elettori). E, tuttavia, la tesi non sta in piedi. Vi è certo l’esigenza, fondamentale per ogni vitale democrazia, di darsi un governo che governi. Vi è certo la giusta, perdurante necessità popolare di rendere chiara e semplice la politica con scelte bipolari ragionevoli. Ma questi due bisogni democratici non sono in contrasto con la necessità di un vero Parlamento.

Perché il diritto al Parlamento è anche - e forse innanzitutto - il diritto degli elettori che non hanno votato per il vincitore: il diritto all’opposizione. Ma c’è pure il diritto di tutti gli elettori ad avere un governo: anche quando il sistema elettorale, per quanto forzato esso sia, non dia la maggioranza ad una delle forze in campo. Allora è il meccanismo naturale della democrazia che spinge a cercare nel Parlamento le intese e i compromessi possibili tra le rappresentanze di parti fino a ieri contrapposte. Il Parlamento come garanzia di funzionamento della stessa democrazia. È accaduto, appena ieri, in Germania, in Gran Bretagna. L’idea del "voto unico", del Parlamento come ruota di scorta del governo "eletto" è una idea profondamente sbagliata. Non solo perché contro la nostra Costituzione scritta ma perché non corrisponde a come vanno realmente le cose del mondo. Perfino quando vi è un presidente direttamente eletto come in Francia, tutte le ultime riforme costituzionali sono state nel senso di un rafforzamento di istituti e prerogative parlamentari.

La seconda tesi è di chi ritiene che il patto di coalizione elettorale sia immodificabile in Parlamento, a meno che non si voglia ritornare alle urne. Anche qui è evidente l’errore. La realtà dei fatti dice invece che pietrificati nelle loro specifiche funzioni di collante di cartelli elettorali, sono semmai proprio gli accordi di coalizione. Molto spesso: "buoni per vincere, non per governare". Spetta, invece, precisamente a Parlamento e governo rendere politicamente e giuridicamente praticabili quegli accordi.

In tutto questo la retorica del "ribaltone" (il termine che Giovannino Guareschi genialmente inventò: ma per quel 25 luglio...) non c’entra proprio. Non c’entra per il Parlamento che fa il dovere suo. E non c’entra neppure per il governo che si rimpasta o aggiusta il suo programma originario. Siamo nella normale prassi delle democrazie: che vale (dovrebbe valere) per la "prima", per la "seconda" e per ogni Repubblica che sarà dato agli italiani di vivere (sempre, ovviamente, che sia una Repubblica).

il manifesto

Cacciamo Berlusconi ma non teniamoci il berlusconismo

di Alberto Burgio

A Berlusconi che minaccia la fine anticipata della legislatura il Pd risponde con un argomento formalmente ineccepibile: la nostra è una repubblica parlamentare, il presidente del Consiglio non decide dell'esito finale della crisi. Peccato che in questi vent'anni tutte le forze politiche oggi in parlamento abbiano fatto a gara nello svuotare la Costituzione alla quale adesso ci si richiama.

Perché nessuno insorge quando i ministri in carica ripetono che gli elettori hanno eletto questo governo? Perché il nostro paese - unico al mondo - regola da due decenni la propria vita politica (e non solo quella, come dimostra la sistematica violazione dell'art. 11) in base a una Costituzione che non c'è, considerando eversore chi cerca di applicare quella vigente (il presidente Scalfaro fu messo alla gogna per avere avallato la soluzione parlamentare della crisi del primo governo Berlusconi).

L'orgia di decreti-legge e voti di fiducia sui maxi-emendamenti non è un'esclusiva della destra, in questi vent'anni anche i governi di centrosinistra hanno contribuito a declassare le Camere a organi di ratifica. Lo stesso dicasi per le riforme elettorali in senso maggioritario che hanno causato la personalizzazione della politica, la deriva populistica e lo squilibrio di potere a vantaggio dell'esecutivo che Berlusconi sfrutta mettendo a rischio la tenuta del sistema democratico.

Veniamo così al nocciolo del conflitto che in questi giorni divide i partiti: se il governo cade, si deve votare subito o è meglio cambiare prima la legge elettorale? Anche in questo caso sulla posizione del Pd, formalmente impeccabile (la legge è pessima, quanto prima la si cambia, tanto meglio è) pesa un non-detto grande come una casa. A sostegno della proposta di votare al più presto non militano soltanto considerazioni di ordine politico (in materia elettorale nello stesso Pd c'è chi difende il bipolarismo, chi sogna il bipartitismo e chi tornerebbe volentieri al proporzionale) e urgenti ragioni di carattere sociale (la devastazione dei diritti e delle condizioni materiali di vita e di lavoro di milioni di persone, prodotta non già dalla crisi economica, ma dalla sua gestione reazionaria ad opera di un ministro dell'economia che qualcuno, anche nel Pd, vedrebbe con favore alla guida di un governo «di transizione»). A questi dati di fatto si aggiunge un tema su cui non per caso si preferisce sorvolare.

Non risulta che chi in questi giorni mette in cima all'agenda politica la modifica della legge elettorale si interroghi criticamente sulla principale finalità che ha presieduto alle riforme elettorali susseguitesi a partire dai primi anni Novanta. La retorica della governabilità è servita a privare di influenza i settori sociali (a cominciare dal lavoro dipendente) destinati a pagare il prezzo della modernizzazione neoliberista. In vista di questo risultato hanno operato tutte le forze politiche bipolariste, essendo il bipolarismo nient'altro che un sistema dell'alternanza tra opzioni moderate concordi sui fondamentali della politica sociale ed economica (oltre che sulla politica estera).

Oggi siamo alla bancarotta della seconda repubblica. Intanto, nel giro di vent'anni, siamo diventati il paese più ingiusto e diseguale d'Europa. Il paese che registra l'attacco più brutale ai diritti e alle condizioni del lavoro. Il paese meno libero nell'informazione e più privatizzato non soltanto sul piano economico, ma anche sul terreno del welfare e dei beni comuni. E stiamo per battere il record anche per ciò che riguarda la scuola, l'università e la ricerca. Anche per queste ragioni gran parte del paese non va più a votare. Ma di tutto ciò non vi è traccia nelle preoccupazioni di quanti reclamano a gran voce una nuova legge elettorale. Al contrario. Invece di prendere atto dell'implosione di un sistema oligarchico, lo si vorrebbe blindare, utilizzando nuovamente l'ingegneria istituzionale a suon di vincoli e di sbarramenti.

In una battuta, l'idea è allontanare Berlusconi per tenersi stretti i risultati del berlusconismo. Contro questo progetto la sinistra deve tornare alla lotta, ritrovando al più presto unità e chiarezza di intenti. Settembre è vicino e vi è un solo modo per impedire che la crisi politica si chiuda rafforzando le posizioni di chi opera per preservare lo status quo: ridare voce al conflitto, chiamare alla mobilitazione i settori sociali più colpiti dalle politiche neoliberiste a cominciare dai lavoratori ricattati dal padronato, dai giovani destinati a un futuro di precarietà e povertà, e dal popolo dei beni comuni. Se vi è chi continua a concepire la politica come un'arma puntata contro la società, la società può salvarsi soltanto tornando padrona della politica.

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