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Dopo il contratto Mirafiori e la cacciata di chi non condivide
30 Dicembre 2010
Articoli del 2010
Questo gruppo di scritti del manifesto (30 dicembre 2010) potrebbe intitolarsi: dalla politica della fabbrica alla fabbrica della politica. Articoli di L. Campetti, U. Mattei, R. Della Seta, P. Di Siena. In calce il link all’associazione Lavoro e libertà

Loris Campetti, La Fiat mobilita la dignità operaia

Ugo Mattei, Fassino non è il nostro candidato

Roberto Della Seta, Pd, è ora di decidere cosa fare da grandi

Piero Di Siena, Le primarie e le alleanze possibili

SCIOPERO GENERALE

La Fiom mobilita la dignità operaia

di Loris Campetti

Il referendum è uno strumento democratico in cui le persone possono dire la loro su un tema che li riguardi direttamente. Imporre lo strumento del voto perché si accetti di non poter votare mai più, non è un paradosso o un ossimoro, è un gigantesco imbroglio, che si trasforma in un odioso ricatto nel momento in cui la formulazione del quesito referendario suona così: accetti di rinunciare ai tuoi diritti, compreso quello di ammalarti, scioperare, persino mangiare se la domanda di automobili dovesse schizzare in alto, eleggere i tuoi rappresentanti sindacali, in cambio della salvezza del posto di lavoro?

Siamo a Mirafiori, Pianeta Italia, fabbrica Chrysler perché la Fiat nei fatti non esiste più, salvo essere trasformata in uno spezzatino di newco da mettere sul mercato qualora a Marchionne i soldi da restituire a Barack Obama non dovessero bastare. Cosa dovrebbe dire la Fiom, se non che questo referendum, frutto di un accordo separato, è illegittimo e dunque i metalmeccanici della Cgil non possono riconoscerne la validità? Cosa dovrebbe fare la Fiom, se non indire per il 28 gennaio uno sciopero generale di tutta la categoria in difesa della democrazia, della Costituzione repubblicana, del contratto nazionale e dello Statuto dei lavoratori? Semmai, con questi chiari di luna, con un governo della deregulation liberista, con la diseguaglianza che cresce insieme alla povertà, bisognerebbe chiedersi come mai non sia l'intera Cgil a chiedere al paese di fermarsi.

Ieri si è riunito uno dei pochi organismi dirigenti democratici sopravvissuti alla berlusconizzazione (o marchionizzazione) del nostro paese, opposizioni e sindacati compresi: il Comitato centrale della Fiom. Una sede in cui la scelta degli operai iscritti è legge, una sede in cui quando una risoluzione del Comitato centrale non fosse in consonanza con il popolo lavoratore, verrebbe cambiata la risoluzione e non il popolo. È stato deciso lo sciopero generale con 102 voti a favore e i 29 astenuti della minoranza Fiom che fa riferimento alle posizioni della segretaria della Cgil Susanna Camusso. Gli astenuti, guidati da Fausto Durante, sostengono che la Fiom dovrebbe comunque accettare l'esito del referendum imposto dall'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne. Peccato che così si legittimerebbe un voto su diritti indisponibili, cosa che non avrebbe precedenti nella storia della Cgil. I militanti della Fiom dello stabilimento torinese costituiranno un comitato per il No, ribadendo che un'eventuale vittoria dei Sì non verrebbe riconosciuta perché non è consentito mettere al voto diritti costituzionali indisponibili, non trattabili.

Il 28 gennaio, quando i metalmeccanici incroceranno le braccia per non piegare la schiena, si terranno manifestazioni in tutte le città italiane ma già dall'inizio di gennaio si organizzeranno presidi, iniziative, tende nei centri delle città per coinvolgere la popolazione. Il segretario generale Maurizio Landini si è rivolto a tutti i soggetti, i movimenti, gli intellettuali, gli studenti, i precari che il 16 ottobre hanno manifestato a Roma al fianco della Fiom, per invitarli a partecipare alle proteste. Non è vero che la Fiom è sola. Non è vero che è minoritaria nelle fabbriche, come testimoniano l'aumento degli iscritti e la crescita dei consensi e dei delegati in tutte le aziende in cui si è votato per rinnovare le Rsu (250 nel 2010). Non sarà proprio per questo, per la sua irriducibile adesione a leggi, norme, Costituzione, per il suo rapporto di mandato con chi rappresenta, che è diventata inaccettabile per la Fiat, e via via per una fetta crescente di padronato? Non sarà per questo che non si riesce più a indire un referendum sugli accordi sindacali, con l'eccezione di quelli anticostituzionali imposti da Marchionne?

Maurizio Landini è un signore, oltre che un operaio. Il segretario della Fiom, ai giornalisti che gli chiedono un giudizio sul Pd che non esprime giudizi o ne esprime troppi e opposti, e sull'aspirante sindaco di Torino Piero Fassino che ha detto «se fossi un operaio di Mirafiori voterei sì», non risponde in torinese va' a travaje', barbun. Risponde invece: «Chi dice che voterebbe sì dovrebbe provare a vedere il mondo dal punto di vista di chi lavora alla catena di montaggio, a cui si riducono le pause, si sposta o si toglie la mensa, si impone di lavorare su turni di 10 ore più una di straordinario, gli si toglie il diritto allo sciopero e alla malattia, per portare a casa, se gli va molto bene e non è in cassa integrazione, 1.300 euro al mese». Del resto, se l'opposizione politica italiana avesse provato a vedere il mondo dal punto di vista degli operai, se non avesse cancellato dall'agenda il lavoro e i lavoratori, forse le vicende politiche italiane sarebbero andate diversamente.

A chi difende il metodo Marchionne perché «salva il lavoro», i tanti intervenuti alla riunione del Comitato centrale hanno risposto raccontando quel che l'accordo comporta. Per esempio, non solo è negato a chi non firma il diritto a esercitare fare sinindacato, fino a non poter presentare candidati alle elezioni per le Rsu; nell'accordo separato firmato da Fim, Uilm, Fismic (sindacato giallo, già Sida), persino Ugl (ex sindacato fascista Cisnal) e addirittura il neopromosso soggetto sindacale «Associazione dei capi e quadri», si impedisce agli operai di votare, le Rsu non esistono più. Si ritorna alle Rsa (rappresentanze sindacali d'azienda), con quote pariteche tra i sindacati firmatari che nominano direttamente i loro terminali in fabbrica, 15 a organizzazione. Ma quale cecità ha spinto la Fim a firmare un'oscenità del genere? Qualora la Newco Chrysler-Fiat in futuro volesse liberarsi anche di Fim e Uilm potrebbe farle far fuori dagli altri tre «sindacati». «Si arriverà alla compravendita, con tanti Scilipoti in tuta blu», commenta il responsabile per il settore auto della Fiom, Giorgio Airaudo.

Mentre il gruppo dirigente Fiom votava lo sciopero generale, i compagni di merenda (Fim, Uilm, ecc.) firmavano con la Fiat il nuovo contratto di lavoro per Pomigliano. Val la pena di considerare che il falò dei diritti, da Napoli a Torino, avviene mentre i salari del lavoratori vengono e verranno falcidiati dalla cassa integrazione. A Mirafiori dei nuovi modelli (promessi) legati agli investimenti (promessi ) di 1 miliardo di euro si parlerà tra più di un anno, sempre che la Fiat esisterà ancora. I modelli previsti sono un suv e una jeep, ma i motori verranno da Oltreoceano, là dove le vetture saranno in gran parte commercializzate. È l'automobile a chilometro zero. Anche a Pomigliano il lavoro per costruire la nuova Panda tolta ai polacchi di Tychy inizierà chissà quando nel 2012 (intanto la Fiat minaccia i polacchi che fanno qualche timida resistenza di trasferire la produzione in Serbia). Tra Mirafiori e Pomigliano gli investimenti annunciati ammontano a 1,7 miliardi, a fronte dei 20 promessi. Dei 32 nuovi modelli per l'Italia nel quinquennio già 16 sono volati all'estero, degli altri nulla si sa, perché Marchionne il suo piano è disposto a discuterlo solo con se stesso. Dunque, dietro il falò dei diritti potrebbe nascondersi un gigantesco paccotto. Vaglielo a spiegare a D'Alema, Fassino, Chiamparino: se 11 ore, vi sembran poche...

Sarà uno scontro durissimo quello di Mirafiori, una fabbrica imprevedibile e ingovernabile per tutti, abitata da operai con un'età media di 47 anni, incattiviti, in rotta di collisione con la politica e gran parte dei sindacati, in attesa di una sola cosa: la pensione. Persone consumate dalla fatica e dalle delusioni, stufe, pronte a fischiare quasi chiunque si avvicini alla loro fabbrica perché si sentono abbandonate e tradite. Persone con una dignità, però. L'esito del referendum è tutt'altro che scontato.



SINISTRA PRO-MARCHIONNE

Fassino non è il nostro candidato

di Ugo Mattei

Piero Fassino, se fosse un operaio, voterebbe sì al referendum di Mirafiori. In questo segue Marchionne e i cosiddetti «poteri forti», quella borghesia collinare che da quindici anni gestisce con arroganza e insipienza il Comune di Torino disastrandone le finanze (il supersindaco Chiamparino lascerà un buco di 5 miliardi) e svendendone il territorio per far cassa.

L'ex segretario dei Ds e aspirante primo cittadino per il centrosinistra ha anche affermato la settimana scorsa che, se fosse sindaco di Torino, venderebbe le quote delle partecipate comunali.

CONTINUA|PAGINA3 In questo promette di dar seguito alle alzate di ingegno dell'attuale sindaco che, per eccesso di zelo e ansia da naufragio annunciato, in piena campagna referendaria, cerca di anticipare gli effetti del Decreto Ronchi. Il Comune sta privatizzando tram e spazzatura e trasferendo a Iren (cioè a Genova) per un piatto di lenticchie la Smat, municipalizzata dell'acqua. Le banche hanno lasciato la Mole per la Madonnina. I beni pubblici per il capoluogo ligure. E si fa un gran parlare di continuità con la giunta Chiamparino!

Qualche mese fa mi ha telefonato l'ambasciatore boliviano per chiedermi che stesse succedendo alla sinistra in Italia. Fassino, responsabile esteri del Pd, aveva invitato a rappresentare la Bolivia a un convegno romano del suo partito la figlia di Paz Estenssoro, ex presidente neoliberista di La Paz. All'ambasciatore Elmer che protestava per questo assurdo sgarbo Fassino ha spiegato che Morales, il campione dei beni comuni, è un dittatore. Nemmeno Bush si era spinto a tanto.

A fine gennaio sotto la Mole dovrebbero tenersi le primarie di coalizione che a Roma cercano di far saltare sapendo che se Vendola sceglie un buon candidato ci sarà il Pisapia 2. Bisogna lavorare perché la consultazione popolare si tramuti in un referendum per votare anche qui sì come farebbe Fassino a Mirafiori e come speriamo a giugno facciano gli italiani sull'acqua. Sì al rinvio al mittente romano dell'ex segretario dei Ds. Fassino è il solo candidato del centrosinistra con serie probabilità di perdere. Possibile che la sconfitta di Rutelli a Roma non abbia insegnato nulla?

PENSIERO UNICO

Pd, è ora di decidere cosa fare da grandi

Roberto Della Seta

Non è un nuovo fascismo il vero spettro evocato dal diktat di Marchionne su Mirafiori, e ancora di più l'accoglienza osannante che ha ricevuto da tanti autorevoli «riformisti». È un pericolo meno esplicito ma per questo più insidioso, perchè non produce automaticamente anticorpi.

È la riedizione in salsa italiana del pensiero unico, uscito con le ossa rotta da un decennio di contestazioni altermondialiste, e oggi ridotto in pezzi dal tunnel della recessione che ha smentito drammaticamente le «magnifiche sorti e progressive» della globalizzazione. Che il pensiero unico cerchi proprio in Italia una sua rivincita è forse il segno che siamo un paese periferico, marginale, in ritardo sui tempi della storia. O più probabilmente è la prova del provincialismo, della povertà culturale delle nostre classi dirigenti.

Ma cos'è in sostanza il pensiero unico? È l'idea che i problemi della società, quelli economici e non solo, possono essere affrontati in un solo modo razionale, il modo deciso dall'establishment, e che chi si oppone sia un conservatore, un nemico del progresso. Nel caso in questione, il pensiero unico asserisce che la Fiat per restare in Italia ha bisogno che le garanzie, le libertà e le tutele sociali e sindacali delle sue fabbriche vengano ridotte, avvicinate a quelle dei paesi emergenti. I lavoratori e i sindacati dissenzienti non vanno semplicemente ignorati: vanno cancellati. E chi non è d'accordo con la ricetta, chi per esempio sostiene che le difficoltà competitive della Fiat nascono anche e molto dalla bassa qualità dei prodotti, da troppo scarso impegno nell'innovazione (per esempio in quella cosidetta ecologica), non è semplicemente qualcuno che ha un'opinione diversa sul futuro: è uno che il futuro lo rifiuta.

Più in generale - che si parli di lavoro, di immigrazione, di tasse, di ambiente - il pensiero unico applica sempre un analogo criterio. Un criterio a pensarci bene assai poco laico e assai poco liberale: nega che un problema possa essere affrontato seguendo strade diverse, diverse per contenuti sociali e valoriali, ma dotate tutte di una loro razionalità, e invece teorizza che la soluzione ragionevole sia una sola - quella che peraltro mette di meno in discussione l'ordine e i poteri costituiti - che tutte le altre soluzioni siano irrazionali e regressive.

Ora, che il pensiero unico piaccia e faccia comodo alla destra è del tutto sensato. La destra non ha mai sognato né promesso di cambiare il mondo. Ciò che colpisce è che, come si è visto in questi giorni, piaccia moltissimo a numerosi esponenti della sinistra: per esempio a parecchi di quei tipici post-comunisti nostrani che passano gli anni ma continuano a sentirsi perennemente in dovere dimostrarsi redenti da qualunque suggestione ideologica (come se ideologia pessima e tragica di cui sono stati un tempo sostenitori consigli oggi di lasciare da parte persino gli ideali). La verità è che il pensiero unico toglie senso alla politica, che vive del confronto e talvolta del conflitto tra opinioni diversamente razionali, fondate su valori e nozioni del bene e del giusto differenti; ed è la morte della sinistra e del riformismo, che sono fatti per proporre e per cercare di costruire soluzioni più giuste e avanzate ai problemi sociali.

Senza una critica radicale del pensiero unico, non può esserci vero riformismo: e allora non è un caso che l'unica sinistra che in Europa e nel mondo si dimostra capace di crescere nei consensi sia quella ecologista, per sua natura eretica e culturalmente sovversiva e al tempo stesso estranea alle gabbie ideologiche del Novecento, queste sì sepolte dalla storia. Chi sa che non tocchi proprio a Marchionne, suo malgrado, costringere il Pd a decidere davvero cosa vuol essere da grande: se un partito moderato o riformista. La differenza, checchè ne dicano in molti, è notevole, il dibattito di questi giorni sulla vicenda Fiat la fa apparire abissale.

*Parlamentare del Partito democratico



SINISTRA

Le primarie e le alleanze possibili

di Piero di Siena

Non vedo necessariamente una contraddizione tra il fatto che il centrosinistra in senso proprio (per intenderci una coalizione di forze che va da Rifondazione al Pd, passando per Sel e Idv) scelga la propria leadership e l'indirizzo politico generale a cui ispirare la propria azione tramite le primarie e l'esigenza di aprire un confronto con la nuova aggregazione di centrodestra che fa capo a Casini, Rutelli e Fini, al fine di isolare l'attuale maggioranza di governo il cui disegno eversivo e autoritario è ormai sotto gli occhi di tutti.

Solo la pretesa del Pd - perché è la forza più grande - di dare le carte per la partita, tutta aperta, delle future alleanze costituisce un ostacolo a questa prospettiva e rende incompatibili tra loro (come si è visto dopo l'intervista prenatalizia di Bersani) la ricostruzione del centrosinistra e i rapporti con il cosiddetto "terzo polo". Ma i gruppi dirigenti del Pd devono rendersi conto che, nelle condizioni in cui è ridotto il loro partito - ormai diviso su tutto, comprese identità e funzione - è necessario che facciano un passo indietro e ricerchino la legittimazione a essere il perno di ogni possibile coalizione alternativa attraverso un rinnovato pronunciamento democratico dell'elettorato di centrosinistra.

Si facciano dunque il prima possibile le primarie del centrosinistra e poi si apra insieme un confronto con il "terzo polo" che, prima delle alleanze elettorali e della coalizione di governo, abbia per oggetto l'attuazione e la difesa della Costituzione dagli attacchi concentrici di questo governo che cerca di ledere i fondamentali diritti di libertà e di associazione, in mille modi e con mille mezzi, e della parte del padronato che sostiene l'iniziativa di Marchionne di tagliare alla radice ogni forma di relazioni industriali degne di questo nome.

Sarebbe utile che si cercasse un'intesa: su una nuova legge elettorale, ispirata al principio della centralità della rappresentanza rispetto a quello della governabilità, e sulla difesa della libertà d'informazione; sul fatto che di fronte a quello che sta accadendo nel confronto sociale la politica si assuma la responsabilità di definire per legge i criteri della rappresentanza sindacale sui luoghi di lavoro e della validazione dei contratti sottoscritti; sulla rimessa in discussione da parte dell'Italia degli indirizzi attraverso i quali l'Unione europea intende disciplinare il governo dei debiti degli Stati e il complesso delle misure anticrisi. Non c'è bisogno che ci siano le elezioni o si faccia nell'immediato un'alleanza di governo per affrontare almeno i primi due di questi tre obiettivi. Basterebbe una comune azione parlamentare.

Si può obiettare che è irrealistico pensare a una convergenza tra centrosinistra e "terzo polo" intorno a obiettivi di siffatta portata. Ma qualcuno dovrebbe anche dire perché non provarci, a meno che non si pensi che contro Berlusconi e il suo disegno politico sia meglio procedere in ordine sparso. La scelta sarebbe tra la permanente divisione delle forze di opposizione di fronte alla svolta di regime in atto, con il rischio di dare all'opinione pubblica l'impressione che l'attuale maggioranza non abbia alternative, e affrettate convergenze dettate dall'insorgere dell'emergenza politica e istituzionale che assumerebbero inevitabilmente, agli occhi di tanti, un profilo trasformistico.

Tutto ciò naturalmente avrebbe bisogno di una sinistra che dalla sua unità riacquisti l'autorevolezza perduta, una sinistra che sappia con generosità nel suo insieme capitalizzare le speranze e le opportunità che l'iniziativa condotta sin qui da Vendola le offre, che si ricomponga attraverso l'apertura di un circolo virtuoso tra sinistra politica e sinistra sociale, come qualche tempo fa hanno sostenuto sul manifesto Paolo Cacciari e Chiara Giunti, e che la manifestazione della Fiom, quella della Cgil, le lotte degli studenti e dei ricercatori universitari hanno dimostrato essere una possibilità concreta. Ci sarebbe bisogno di una sinistra che, contemporaneamente, abbia l'esatta percezione dei rapporti di forza e se ne faccia carico, che non rinunci a condurre le sue battaglie sull'acqua, sul nucleare, nei tanti conflitti suscitati dalla crisi economica in atto, che appoggi la richiesta di sciopero generale che da più parti viene avanzata alla Cgil, ma cerchi anche ciò che è possibile fare con altri per imprimere un diverso indirizzo al corso delle cose e costruire un'alternativa possibile a Berlusconi e alla sua maggioranza. Prima che sia troppo tardi.

Qui, nel sito di Francesco Garibaldo, il documento dell’associazione Lavoro e libertà e l’indicazione per aderire

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