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Luciano Loris; Gallino Campetti
Marchionne vince, lavoro e democrazia perdono
25 Dicembre 2010
Articoli del 2010
Schiacciato il lavoro, cacciato il dissenso: Marchionne completa l'Italia di Berlusconi riportando la lotta di classe al XIX sec. Due articoli sull'ukase Mirafiori dal manifesto e la Repubblica, 24 dicembre 2010

il manifesto

Anno I d. C. Trionfa la libertà d'impresa

di Loris Campetti

Un altro mondo è possibile, anzi inevitabile nella nuova era. L'anno I d.C. (dopo Cristo) nasce dal cervello di Marchionne per sottrazione rispetto all'era precedente, quando il lavoratore era qualcosa di più di un'appendice della macchina, aveva una sua autonomia, i suoi diritti. La globalizzazione ha cambiato tutto, la competizione detta le nuove regole in una corsa forsennata al ribasso. Il sindacato deve trasformarsi in cane da guardia dell'azienda: prima sottoscrive i diktat del sovrano e poi li impone alla «manovalanza» e punisce chi trasgredisce, lasciando così libero il sovrano di saltabeccare da un oceano all'altro alla ricerca dello stato più prodigo, del sindacato più complice, della classe operaia più debole e ricattabile.

«Oggi qui domani dove sarò»..., cantava Patty Pravo. L'unica libertà riconosciuta nell'anno I d.C. sarà quella dell'impresa.

Il piatto è servito agli operai di Mirafiori. Ci teneva che fosse la pietanza di Pomigliano riscaldata e invece è ancora più piccante, amara e indigesta. Nel nuovo accordo separato siglato ieri da Fim, Uilm, Fismic-Sida e Ugl si sancisce il diritto del padrone a definire quali diritti sul lavoro possano essere conservati e quali no e a decidere quali sindacati abbiano diritto di vita nelle sue aziende. Se la Fiom non firma la sua condanna a morte non avrà più diritti sindacali, non potrà presentare candidati alle Rsu, anche se rappresenta la maggioranza dei dipendenti.

Si va oltre la sospensione del diritto di sciopero, si sospendono i diritti democratici. Con la vergognosa firma di ieri la Fiat si colloca fuori dall'industria, fuori dal contratto nazionale di lavoro. Insomma, si colloca fuori dalla democrazia e dalla Costituzione repubblicana. Ogni fabbrica avrà il suo contratto, i suoi sindacati gialli, le sue regole. E siccome la Fiat ha 111 anni fa scuola in Italia, partirà una gara imitativa da parte di molte imprese.

Sono matti se pensano di ridurre i lavoratori a schiavi, matti e autolesionisti. Sono degli illusi se pensano di poter mettere la Fiom fuorilegge perché la Fiom è il sindacato più rappresentativo dei metalmeccanici.

Adesso Marchionne in versione John Wayne pretende anche che i lavoratori di Mirafiori vadano a votare sì, vuole vederli piegati mentre mettono la croce sopra i loro diritti e cancellano la possibilità di eleggere i propri rappresentanti consegnando alla Fiat il potere di decidere qual è il sindacato più servile. Marchionne dice che si accontenta del 51 per cento di sì per non scappare con macchine e investimenti in Serbia, Polonia, Usa, Messico o dove la globalizzazione lo porterà.

Che altro serve alla Cgil per decidere che è arrivata l'ora di proclamare lo sciopero generale? Che altro serve all'opposizione per rendersi finalmente conto che in Italia non c'è solo un nemico della democrazia ma ce ne sono almeno due?



La Repubblica

L’America a Torino

di Luciano Gallino



L’accordo per la nuova società che gestirà Mirafiori segna una brutta svolta nelle relazioni industriali in Italia. Esclude la Fiom, che sin dagli anni del dopoguerra è stato il sindacato di maggior peso nel grande stabilimento torinese.

Inasprisce deliberatamente il conflitto tra i maggiori sindacati nazionali: Fiom-Cgil da una parte, tutti gli altri contro. Divide i sindacati in un momento in cui i lavoratori dipendenti, di fronte alle cifre drammatiche della disoccupazione, della cassa integrazione e del lavoro precario, avrebbero il massimo bisogno di sindacati uniti per poter uscire dalla insicurezza sociale ed economica che li attanaglia. In presenza, per di più, di un governo del tutto inerte di fronte ai costi umani della crisi. Ora che si è chiuso stabilendo che solo i sindacati che lo hanno firmato potranno avere in essa i loro rappresentanti, si può dire che nell’insieme l’accordo su Mirafiori lascia intravvedere un paio di certezze, ed altrettante incognite. Una prima certezza è che l’ad Sergio Marchionne pensa evidentemente di importare in Italia non solo le auto, ma anche le relazioni industriali degli Usa.

Il motivo è chiaro: legislazione e giurisprudenza statunitensi sulle libertà sindacali sono assai più arretrate che in Europa. Al punto che grandi imprese tedesche e francesi, che coltivano in patria relazioni industriali pienamente rispettose di quelle libertà, nelle sussidiarie Usa le violano con la massima disinvoltura. Assumendo crumiri al posto di lavoratori in sciopero, ad esempio, oppure esercitando pressioni inaudite sul singolo lavoratore affinchè non segua le indicazioni del sindacato. Il tutto nel rispetto della sottosviluppata legislazione del luogo. Nel mondo globale non si vede perché, sembra essere il ragionamento di Fiat, le relazioni industriali in Italia non si possano conformare a quel modello.

Inoltre pare ormai certo che l’operazione Fiat-Chrysler non sia affatto destinata a fare di Chrysler la testa di ponte statunitense della Fiat; è piuttosto questa che si accinge a fungere da testa di ponte europea per la Chrysler. Partendo da Mirafiori. Si può infatti convenire che a fronte di una produzione prevista di oltre 250.000 vetture, tre volte quella degli ultimi anni, non si vede che differenza faccia produrre per la maggior parte Jeep Grand Cherokee, magari con la placca Alfa Romeo, piuttosto che qualche successore delle attuali auto del gruppo. Sono sempre posti di lavoro. Ma qui la Fiat si gioca la sopravvivenza come marchio originale. E’ noto che per non sparire sul mercato europeo Fiat deve assolutamente spostarsi sulla fascia medio-alta; si comincia ora a intravvedere che il prezzo potrebbe essere la sua uscita dal rango dei progettisti originali e costruttori che hanno fatto la storia dell’auto.

Le incognite riguardano anzitutto che cosa succederà nelle altre aziende, a cominciare dalla componentistica, visto che il tetto comune del contratto nazionale sembra prossimo a cadere. Le grandi aziende - poche ormai in Italia - possono anche ritenere che il principio "ad ogni azienda il suo contratto" si attagli alle loro esigenze. Ma le piccole e medie? Il contratto nazionale non serve soltanto a proteggere i lavoratori in modo relativamente uniforme. Serve anche a proteggere le aziende dalla proliferazione incontrollata di sigle sindacali, come pure da rivendicazioni interne, magari extra-sindacali, che in assenza di un contratto quadro possono dare agli imprenditori grossi grattacapi.

Un’altra incognita riguarda destino e strategie della Fiom e dei suoi iscritti, in presenza di un’intesa che dal 2012 li esclude dalla newco Mirafiori - salvo un esito diverso del referendum. A Torino sarà assunto solo chi giura di non appartenere alla Fiom? Oppure dovrà nascondere la propria identità sindacale? O, al contrario, dovrà portare un badge che permetta ai capi di distinguerli a vista? Fuori Torino, poi, le cose potrebbero essere anche più complicate. Chi sa se l’ad Fiat si rende conto che in molte aziende meccaniche, comprese quelle che fabbricano componenti, la Fiom è il sindacato di maggioranza; in non pochi casi è l’unico. All’epoca della produzione giusto in tempo, il parabrezza o la sospensione o il disco dei freni che non arrivano perché il fornitore è fermo per una vertenza sindacale, può danneggiare la produttività di Mirafiori molto più che non i 40 minuti di pausa per turno invece di 30, o la pausa mensa a metà turno invece che alla fine. Le grandi strategie sovente naufragano per aver trascurato i dettagli.

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