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Jenner Meletti
"Una casa non basta, ridateci la città"
2 Marzo 2010
Terremoto all'Aquila
Cronaca della protesta degli aquilani contro i ghetti delle new town e per il recupero del loro centro storico. Da la Repubblica, 1° marzo 2010 (m.p.g.)

"Mi sembra - si legge ancora sul cartello - di essere in una clinica. Non vedo l'ora di uscire, di riavere la mia vita". "Noi dentro, le macerie fuori", è lo slogan di Lidia Carlomagno. "Per la prima volta - dice - riusciamo a fare vedere che i cittadini dell'Aquila esistono e alzano la voce. Ci hanno sparpagliato nelle new town e negli hotel al mare. Per undici mesi non abbiamo contato nulla. Gli altri decidevano e noi dovevamo pure ringraziare. Da oggi tutto cambia". Sono davvero tanti, questi nuovi scariolanti, arrivati non per scavare bonifiche ma per portare via le macerie dalle loro case. Carriole che diventano i simboli di protesta, quasi di rivolta contro chi per quasi un anno non ha capito che i terremotati erano prima di tutto cittadini.

Terza domenica in centro, e stavolta i corsi Federico II e Vittorio Emanuele sono pieni come quando l'Aquila non era spezzata e dopo mezzogiorno finiva la Messa grande in Duomo. Nell'unico bar del centro, i Fratelli Nurzia, non si riesce ad entrare. Ci sono i Comitati ma ci sono anche gli aquilani arrivati dalle new town e dagli hotel del mare. "Abbiamo preso una sola macchina - racconta Gianfranco Scaramella, sfollato ad Alba Adriatica - per dividere le spese. Per la prima volta, oggi, ho visto la gente sorridere". Si può sorridere davvero perché non si vedono solo macerie. C'è una doppia catena umana che parte dalla piazza del Duomo e arriva fino a quella del Comune. Da qui partono i secchi pieni e arrivano quelli vuoti, portati da migliaia di mani. In mezzo, come in passerella, le carriole con i rifiuti già separati: legni e tegole, pianelle e carta, lavatrici.

È una catena umana che ricorda il dolore delle prime ore, quando le pietre passavano di mano in mano per liberare i feriti. Tre bambini, Valerio, Gloria e Sofia, hanno portato le carrioline e i secchielli da spiaggia e con le facce serie serie trasportano via due pietre e un sasso. "È la prima volta - dice la loro mamma, Francesca Orzieri - che tornano qui dove sono nati. Noi adesso abitiamo nelle Case di Sant'Antonio, sessanta metri quadrati. Abbiamo un tetto. Punto. Non c'è un bar, un chiosco, un'edicola. Per qualsiasi cosa devi salire sull'auto. Cosa vuol dire non avere il centro? Si immagini Venezia che non è più Venezia ma solo Mestre. E noi che abbiamo le Case per tanti saremmo anche i fortunati. Ma se sei qui vuol dire che la tua casa è distrutta".

"Fuori gli sciacalli / dalla città". "In piazza devo andare / la mia città / devo liberare", gridano i ragazzi del comitato 3.32. Quelli di "Un centro storico da salvare" raccolgono firme (2800 in tre ore) per chiedere una "tassa di scopo" e trovare i soldi necessari per ricostruire l'Aquila. "Non hanno fatto nulla per mesi - dice Eugenio Carlomagno - e adesso si meravigliano della nostra protesta. Abbiamo rifatto i conti: con interventi nei tempi giusti, oggi un 30-40% degli abitanti del centro potrebbe essere tornato a casa. Adesso le imprese si accapigliano per fare i lavori futuri: ci sono ditte piccole che si sono fatte assegnare 36 puntellamenti, tecnici che per le case B e C si sono assicurati 200 progetti. Come faranno a prepararli?".

C'erano solo gli applausi, un tempo, per il presidente del Consiglio e i suoi uomini presenti ad ogni inaugurazione. Ora l'aria sembra cambiata. "Anche chi ha trovato un tetto antisismico - dice Antonietta Centofanti, portavoce del comitato Vittime casa dello studente - non sopporta più che il centro dove c'è la sua casa continui ad essere blindato. E poi ci sono state le telefonate e le risate dei palazzinari. C'è stato uno scatto di orgoglio. Sul sito del Pdl hanno scritto che noi aquilani siamo ingrati e piagnoni perché dopo tutto quello che è stato fatto ci permettiamo di protestare. Noi ringraziamo i volontari e diciamo che - per le cose che ha costruito - lo Stato ha fatto solo il proprio dovere. I nuovi appartamenti non sono "le casette di Berlusconi": sono stati costruiti dallo Stato con i soldi di chi paga le tasse".

Va avanti per ore, la catena umana. In testa tanti hanno un cappello fatto con un giornale, come i muratori, e la scritta: "L'Aquila rinasce dalle sue macerie". "Finora la protesta non era esplosa - racconta Lina Calandra, ricercatrice alla facoltà di Lettere - perché eravamo piegati dai lutti e dalla perdita di lavoro. E poi siamo stati divisi: chi nelle new town, chi mandato al mare, chi alla ricerca di un lavoro in altre province... Ora i nodi vengono al pettine perché anche i più "fortunati", quelli mandati nei nuovi villaggi antisismici, non vedono un bambino giocare fuori con altri bambini, non un anziano parlare con altri anziani".

Ci sono abbracci fra chi non si rivedeva da mesi, c'è la gioia di vedere i bambini correre attorno alla fontana nel pezzo libero di piazza Duomo. "Ci siamo arrabbiati - dice Paolo S. - perché da mesi sentiamo parlare di ricostruzione e invece qui non si è ricostruito nulla. Il centro sta collassando. Sono arrivati tardi alla manifestazione perché via XX Settembre è stata chiusa per pericolo di frana". "Io qui in centro avevo un bar - racconta Monica A. - e voglio riaprirlo proprio lì dov'era. Non voglio un container in periferia. Se ce ne andiamo noi, il nostro centro sarà occupato dagli speculatori". In piazza Duomo due drappi neri annunciano per il Venerdì Santo la "Solenne processione del Cristo morto". In corso Federico ci sono i cartelloni del film: "Gli amici del bar Margherita". Ma il Venerdì Santo è quello di un anno fa, il film era programmato il 6 aprile 2009. A L'Aquila si vive come in una macchina del tempo. Per fortuna ci sono Valerio, Gloria e Sofia che ridono contenti perché hanno rifatto il giro e hanno portato fuori altre due pietre e un sasso.

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