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Giovanni Caudo
Un progetto per le Città d’Italia
13 Febbraio 2005
Scritti ricevuti
Il testo della lettera inserita nel sito di Romano Prodi, "per fare in modo che il tema della città e del territorio siano presenti" nel programma di governo.

Le città sono una risorsa importante per la crescita sociale ed economica del nostro paese, eppure non sono più da tempo oggetto di attenzione da parte della politica. La vita materiale di molti cittadini dipende però dalle città, dalla loro efficienza e dalla loro capacità di costruire senso di sicurezza sociale e di progresso. Non è così in molti altri paesi europei. Si può e si deve riportare le città al centro dell’agenda politica e farne un punto essenziale del programma di governo del paese.

Da tempo le città non sono più oggetto di discussione nella politica e tanto meno nei programmi. La sicurezza urbana è il modo, ormai prevalente, con cui le città entrano nei dibattiti, nelle agende della politica (ma ne escono presto, quanti si ricordano ancora oggi delle polemiche estive del 2003 attorno agli omicidi avvenuti nella periferia Milanese, a Rozzano?). Non è così in altri paesi europei e del mondo sviluppato, dove le città sono oggetto di politiche nazionali con connotati strategici con l’obiettivo di concorrere al consolidamento dell’economia nazionale e a rafforzare i margini di crescita della società.

Si può cambiare rotta? Possiamo tornare a guardare le città come a luoghi dell’innovazione e della crescita del paese Italia? La risposta deve essere si, e bisogna fare in modo che la città torni ad essere un tema centrale nel momento in cui ci si appresta a formulare un programma di governo.

I dati positivi sulla crescita del Pil, come dei posti di lavoro, registrati dalle principali città italiane, non bastano e, anzi, ci nascondono una crisi che si trascina, si radicalizza e che modifica strutturalmente il carattere delle città. Il censimento del 2001 fotografa ormai un esodo dalle città verso la periferia che si sposta sempre più lontana (Roma ha perso circa 270 mila residenti). La crescita degli indicatori economici, registrata dalle statistiche, non ci dice nulla su dove vanno a vivere queste persone, su come si spostano, su dove hanno trovato casa, su dove portano i figli a scuola, su dove trovano spazi di socialità e di solidarietà. L’emergenza ambientale registrata nelle grandi città italiane è solo la manifestazione ultima di una sofferenza sociale, di disagi di uomini, di donne, di ragazzi e ragazze, di bambini e anziani. La manifestazione del bisogno di spazi dell’abitare, di possibilità di spostamento, di cultura e di opportunità di socialità. Per questo non basta la tecnologia pulita applicata all’automobile, il problema è di natura diversa.

Qual’è lo stato delle nostre città? L’impossibilità di rispondere a questa domanda è già di per sé un segnale negativo ma anche un compito per il programma di governo. Il cancelliere inglese Gordon Brown, nel novembre del 2000, ha reso pubblico uno studio sullo condizioni delle città inglese segnalando i problemi ancora irrisolti e le nuove prospettive che si aprivano nelle politiche urbane. Nel giugno del 2001, lo stesso governo inglese, ha lanciato un programma nazionale per migliorare le città. Il governo italiano, l’attuale ma anche quello precedente, si è invece attardato su politiche che codificavano strumenti, procedure, metodologie e che non guardavano dentro ai problemi delle città.

Oggi, spostarsi dentro le città è più difficile di ieri, lo si fa più lentamente. Si pone tanta attenzione all’alta velocità ferroviaria senza però porsi l’altro di problema: che se da Firenze a Roma in treno ci si impiegherà poco più di un’ora, ci sono aree, anche centrali, di Roma che, dalla stazione ferroviaria, si raggiungono in un tempo più lungo. Le proteste dei pendolari di questi giorni sono la spia accesa sulla carenza dei treni ma, anche, sulla difficoltà più generale di vivere e lavorare in città. Su quella geografia dinamica che è come un respiro: si entra e si esce, si è accolti e si è espulsi a seconda della condizione sociale.

Oggi a Roma ci sono 17 mila famiglie con un reddito medio basso che devono chiedere il buono casa perché non riescono a far fronte all’affitto. Il 27% di queste sono famiglie di anziani magari composte da una sola persona. A Milano si diffonde sempre di più, tra gli anziani, l’affitto di una camera per integrare il reddito e poter far fronte all’affitto. Quali alternative abitative hanno queste persone? Quali alternative ha una coppia di giovani che cerca casa e che magari gli basterebbe usarne una, non da comprare ma da usare, la casa come bene d’uso, magari in attesa di migliori condizioni economiche?

Solidarietà e partecipazione si stanno diffondendo e attraversano le città non solo più nelle periferie. In molti casi queste forme rappresentano l’unico modo per soddisfare bisogni essenziali: realizzare un parco, costruire un asilo, una casa o una struttura per ospitare gli immigrati. Le esperienze cooperative e del volontariato sono oggi una risorsa importante per rispondere nei contesti urbani ai bisogni primari. Perché, allora, non mettere a punto politiche per aiutare, per consolidare queste pratiche per far si che le città non si scollino, non si separino socialmente in tanti frammenti ma si tengano insieme secondo principi di solidarietà e di economia alternativa.

E’ necessario formulare un nuovo progetto politico di valenza strategica e di interesse nazionale che colga la sfida di collegare lo sviluppo economico e le aree urbane, che si ponga l’obiettivo di migliorare le prestazioni delle città (ambientali e di qualità della vita). Nuovo, perché a differenza del passato oggi le città dispongono di un capitale fisico (spesso pubblico) che può essere oggetto di valorizzazione. In molti casi questo capitale fisico è sprecato, terra di nessuno: lande deserte di asfalto o di rovi. Si potrebbe cominciare da questi terreni e restituirli con politiche pubbliche ad un uso più intenso che incroci i fabbisogni degli abitanti. Ci sono una serie di vantaggi in questa valorizzazione: localizzazioni che hanno valore strategico, domanda di mercato locale, presenza di capitale sociale.

Si può e si deve riformulare un nuovo progetto delle città d’Italia che ripensi a come, in questi ultimi trent’anni, le città sono cresciute ma la città non è ovunque, ciò che vediamo è un territorio abitato, un’area urbana non definita. E’ la campagna che si è fatta metropoli senza passare per la città. Il territorio, indicato come la condizione contemporanea dell’abitare, ha al suo interno interstizi di città, forme minime di città. Ma ciò che abbiamo davanti non è stabile, non è definitivo è, ancora, “disordine, precarietà tanto più grave e pericoloso perché si presenta sotto forma di agio, di meno peggio – mentre tutto, invece, sarebbe ancora da cominciare”. Cominciare a cambiare non dal presente, al quale non apparteniamo, ma dal passato e dall’incognito futuro.

Giovanni Caudo (1964). è ricercatore di urbanistica presso l’Università degli studi “Roma Tre”, dove svolge attività didattica nel corso di laurea e nel dottorato di Politiche territoriali e progetto locale. E’ impegnato in ricerche sulle politiche locali nelle trasformazioni delle città e sulle pratiche di autoorganizzazione comunitaria e di economia solidale nella costruzione dei beni pubblici. Ha pubblicato: Territori d’Europa. (in collaborazione), Alinea Firenze 2004.

La foto è tratta dal sito http://www.comune.napoli.it/napolisociale/citta.jpg

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