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Raffaele Lungarella
Un piano galeotto
3 Gennaio 2009
Scritti ricevuti
Nel piano casa del governo norme inique per gli immigrati: “l’esercito industriale di riserva” costretto ad una flessibilità a senso unico. Uno scritto per eddyburg, 3 gennaio 2009 (m.p.g.)

Il piano casa del governo subordina la possibilità per gli immigrati di ottenere una casa realizzata con contributi pubblici o un’agevolazione pubblica sull’affitto ad una duratura anzianità di residenza in Italia. Siamo di fronte ad una proposta che crea iniquità e ostacola le esigenze dell’economia di mobilità territoriale di quell’esercito industriale di riserva costituito dagli immigrati. Nessuno se ne lamenta. E, mentre si dimenticano le proteste di Adam Smith contro il decreto emanato nel 1662 da re Carlo II d’Inghilterra che di fatto proibiva ai poveri forestieri di spostarsi alla ricerca di assistenze e lavoro, per spiegare queste nuove norme del governo si deve ritornare a Thomas Malthus.

Il piano galeotto

A tre secoli e mezzo dalla sua emanazione in Inghilterra, si è aperto, in Italia, uno spiraglio per evocare lo spettro dell’ Act of Settlement and Removal, che ai poveri viandanti inglesi sbarrava l’ingresso nei villaggi e nei paesi in cui si recavano alla ricerca di una possibilità di sopravvivenza e li condannava all’indigenza e a una vita di stenti in quelli di partenza.

Il sistema della Poor Law (nel cui contesto quel provvedimento si inseriva) affidava i poveri all’aiuto “statale” delle parrocchie, allora anche strutture amministrative del regno. I poveri cercavano di spostarsi da una parrocchia all’altra alla ricerca di aiuto, ma tutte li scacciavano per timore di doverli assistere, caricando di tasse i contribuenti della parrocchia che accoglieva i forestieri nuovi arrivati. Per governare gli spostamenti dei poveri viene, allora, emanato l’ Act. Con esso formalmente non si impedisce ai poveri di trasferirsi “nelle parrocchie in cui maggiori sono le possibilità di trovare una reale assistenza”, ma per non essere rispedito nella parrocchia di provenienza il povero, entro 40 giorni dall’arrivo nella nuova, doveva procurarsi “una tenuta del valore [non] inferiore a 10 sterline”. Evidentemente il possesso di una cifra (allora) così considerevole avrebbe reso del tutto superfluo cercare una nuova sistemazione.

La barriera dell’anzianità di residenza

Con il piano casa (articolo11, legge 133/2008) il governo propone di incrementare l’offerta di abitazioni destinate “prioritariamente a prima casa” anche per gli immigrati (extracomunitari) regolari a basso reddito, purché “residenti da almeno dieci anni nel territorio nazionale ovvero da almeno cinque anni nella medesima regione”. La barriera dell’anzianità di residenza, può rendere problematico, per gli immigrati, anche continuare ad ottenere il contributo del cosiddetto fondo sociale per l’affitto (ex articolo 11 della legge 431/1998, di riforma dei contratti di locazione). Le nuove norme prevedono, infatti, che le risorse statali del fondo, siano ripartite tra le regioni sulla base di “requisiti minimi necessari per beneficiare dei contributi [che] devono prevedere per gli immigrati il possesso del certificato storico di residenza da almeno dieci anni nel territorio nazionale ovvero da almeno cinque anni nella medesima regione”. Le Regioni non sembrano, quindi, formalmente obbligate ad escludere dai contributi gli immigrati che non hanno l’anzianità di residenza richiesta, ma nei fatti sono tutte disincentivate dal non farlo. Quelle di esse che ammettono al fondo anche gli immigrati con anzianità di residenza minore di quella prevista dalla legge, rischiano di dovere finanziare i relativi contributi sui loro bilanci, senza poterne chiedere il “rimborso” allo Stato.

Adam Smith dimenticato

Questa proposta del governo può essere criticata sia sul piano dell’equità, sia su quello della sua efficacia e degli effetti che essa può produrre. Stupisce molto, perciò, la scarsa (se non la mancanza di) attenzione ad essa riservata da parte delle forze politiche progressiste. E meraviglia anche il silenzio di quelli che, nelle elaborazioni teoriche come nei comportamenti pratici, si ispirano a posizioni liberiste, i quali hanno, evidentemente dimenticato, o ignorano, la posizione assunta da Adam Smith sulle le leggi inglesi sul domicilio, che ostacolavano la mobilità territoriale, e, almeno potenzialmente, sociale dei poveri.

In Inghilterra, scriveva Smith, quasi 250 anni fa, al contrario che “in tutti gli altri paesi dove non esistono difficoltà di ottenere un domicilio […], è spesso più difficile per un povero passare il confine artificiale di un distretto parrocchiale che un braccio di mare o una catena di alte montagne”( Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Mondadori, Milano, 1977, vol. I, p. 141). E poiché i limiti posti dagli spostamenti da un luogo ad un altro costituivano un ostacolo all’occupazione dei poveri, che “in un paese civile provvedono a se stessi e all’enorme lusso dei loro signori” ( La ricchezza delle nazioni. Abbozzo, Boringhieri, Torino, 1969 p. 18), e quindi allo sviluppo e all’accrescimento della ricchezza nazionale, egli chiedeva “la revoca delle leggi dei domicili, in modo che un operaio povero, quando perde un’occupazione in un mestiere o in un luogo, possa cercarne un’altra in un altro mestiere o in un altro luogo, senza il timore di un’azione legale o di rinvio al precedente domicilio” ( Indagine vol. II, p. 459).

La restrizione del mercato dell’affitto

L’applicazione delle norme introdotte dal piano casa lascia libertà di movimento da una Regione all’altra, senza che essi vedano ridursi le possibilità di assegnazione di una casa pubblica o di ottenere il contributo del fondo sociale, solo agli immigrati che sono in Italia da molto tempo, i quali, essendosi stabilizzati in qualche posto, sono, probabilmente, i meno disposti a spostarsi. Penalizzano quelli regolarizzati di più recente arrivo, certamente i più disposti alla mobilità territoriale per inseguire la dinamica geografica della domanda di lavoro. È questa componente dell’immigrazione ad assolvere oggi il ruolo di quello che Marx chiamò l’esercito industriale di riserva, “grandi masse di uomini […] spostabili improvvisamente nei punti decisivi”, cioè nei settori e nelle aree in cui la produzione necessità di braccia in un determinato momento. Non è difficile vedere la contraddizione tra la rivendicazione di un mercato del lavoro flessibile e di lavoratori disposti alla mobilità territoriale, da un lato, e, dall’altro, il restringimento delle possibilità di ottenere una casa in affitto proprio per la componente della forza lavoro più disposta alla mobilità.

La netta prevalenza, che caratterizza la situazione italiana rispetto a quella di altri paesi, della quota di famiglie che vive in abitazioni in proprietà su quella che vive in affitto, è ritenuta un fattore di svantaggio, poiché la scarsità di alloggi per la locazione ostacola la mobilità del lavoro ed impedisce alle aree del paese ad elevato sviluppo o in crescita di attrarre i lavoratori di cui necessitano. Sorprende, allora, che, tra quelli che si lamentano di questa ristrettezza strutturale del mercato dell’affitto, nessuno abbia fatto rilevare come il piano casa quel mercato lo restringa ulteriormente per via legale.

Ritorno a Malthus

Le esigenze politico-elettorali sembrano prevalere su quelle economiche: per accrescere i propri voti o per non perderli, è diffusa tra (quasi tutti) i partiti la convinzione che occorra riequilibrare l’azione dello stato sociale, indirizzandone gli interventi un po’ più verso gli italiani e un po’ meno verso gli stranieri. Quello della casa non è l’unico settore nel quale si interviene per rimettere ordine. Ma accrescere la difficoltà per gli immigrati di procurarsi una casa asseconda in maniera più palpabile le attese degli italiani e ha una forza di dissuasione per lo straniero più potente di eventuali interventi in altri settori.

L’aveva ben compreso Thomas Malthus, fiero avversario delle leggi inglesi sui poveri, di cui rivendicava l’abolizione totale (differentemente da Smith, contrario alle leggi sul domicilio), ritenendole responsabili della povertà che avrebbero dovuto eliminare. Constatando che esse non facevano crescere i matrimoni (e conseguentemente la popolazione) nella misura in cui egli si aspettava, agli inizi del diciannovesimo secolo scriveva: “Ho pochi dubbi che la causa specifica di questo effetto inatteso delle leggi sui poveri debba essere ricercata nella difficoltà di procurarsi le abitazioni. [….] È molto probabile che se la difficoltà costituita dalla carenza di case fosse rimossa, vedremmo presto la proporzione di poveri accrescersi in misura molto più grande di quella che si è mai finora verificata” ( Lettera a Samuel Whitbread a proposito della sua proposta di riforma delle leggi sui poveri in Popolazione e povertà, Editori riuniti, Roma, 199 8).

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