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Marco D'Eramo
Un anno vissuto pericolosamente
4 Novembre 2009
Articoli del 2009
Articolato bilancio del primo anno di Presidenza Obama. Da il manifesto, 4 novembrew 2009 (m.p.g.)

Ieri mattina splendeva un sole freddo su Grant Park, in riva al lago Michigan, un vero e proprio mare interno: quasi zero gradi sotto un cielo terso spazzato dal vento. In questo parco, un anno fa, il 4 novembre 2008, Barack Obama aveva celebrato la sua vittoria di fronte a una folla immensa tra la cui esultanza quasi incredula mi ero aggirato per cogliere l'irripetibilità del momento storico. A mezzogiorno di ieri invece gli attivisti di Chicago hanno chiamato a una manifestazione proprio per l'anniversario di quell'elezione. Quanto diversi i due raduni: l'uno, un anno fa, immenso, oceanico in una notte quasi calda, brulicante di umanità; l'altro sparuto, in una mattina fredda, nel centro città semivuoto durante le ore di ufficio. Ma anche lo stato d'animo è opposto. Un anno fa l'aspettativa, persino eccessiva, dell'«ora è tutto possibile», e insieme la fierezza di avere vinto. Adesso invece una prudenza ansiosa, l'urgenza di criticare e di spingere dal basso, frenata dalla volontà di non indebolire il presidente, di non mettergli i bastoni tra le ruote.

Colpiva ieri la cautela dei manifestanti, proprio perché questi militanti sono il nucleo duro del «popolo di Obama», di quelle centinaia di migliaia di attivisti la cui dedizione aveva reso possibile la vittoria del primo presidente nero della storia Usa. Un anno è periodo troppo breve per tracciare il bilancio di una presidenza, ma i tempi della politica americana sono così frenetici che già oggi i candidati stanno decidendo le strategie da adottare per le elezioni di metà mandato ( mid term ) che si terranno tra un anno esatto e che rinnoveranno la totalità della Camera dei deputati e un terzo del Senato. Per ora, il presidente ha una maggioranza comoda alla Camera e una netta (anche se non a prova di ostruzionismo) al Senato. Ma se i cittadini non saranno convinti da questo primo anno, i democratici potrebbero andare in minoranza al Congresso, rendendo così impraticabile qualunque riforma auspicata da Obama.

È il dramma della politica Usa: le elezioni non finiscono mai, visto che subito dopo quelle di mid term già incombono le primarie per le presidenziali del 2012. La domanda che ieri inquietava i dimostranti era: Obama ha davvero voltato pagina rispetto all'America di Bush? Sta davvero iniziando una nuova stagione per gli Stati uniti? Malgrado le inquietudini dei militanti Usa, la risposta è positiva, anche se con qualche cautela e alcune riserve. Il bilancio di questo primo anno di Obama va infatti articolato su diversi piani.

La dimensione simbolica Il primo, e decisivo, terreno su cui Obama ha davvero voltato pagina, è quello simbolico . Non si sottolineerà mai abbastanza quale rivoluzione mentale sia stata l'elezione di un presidente afroamericano in una paese in cui il razzismo è ancora fortissimo, anche quando è sotterraneo. Non solo: l'annuncio della chiusura di Guantanamo, la fine del programma di extraordinary renditions (rapimento e deportazione clandestina dei sospetti terroristi in paesi che praticano la tortura) sono stati il segnale più chiaro di un nuovo modo di concepire il ruolo della potenza americana. Il discorso al Cairo sui rapporti con l'Islam ha gettato alle ortiche ogni riferimento alla disgraziata idea dello «scontro di civiltà», all'atmosfera da «nuova crociata» che era invalsa sotto George Bush jr. Il metodo con cui in aprile e settembre Obama ha condotto i summit dei G20 a Londra e a Pittsburgh, ha reintrodotto nelle trattative internazionali quel multilateralismo tanto disprezzato da Dick Cheney. Né va sottovalutata, dal punto di vista simbolico, la sovraesposizione mediatica del presidente che si è posto sempre sotto i riflettori, sempre usando (e i critici dicono abusando) del suo carisma.

Anche in questo Obama ha voltato pagina, spendendo a piene mani il suo capitale politico. Di questo protagonismo e di questa svolta simbolica, il riconoscimento più sensazionale (e meno atteso) è stato il premio Nobel per la pace di cui è stato insignito a ottobre. La dimensione simbolica e la manovra economica sono i due terreni che hanno monopolizzato il primi tre mesi di presidenza. In quel periodo Obama si è spinto il più lontano possibile in tutti i campi in cui poteva procedere a titolo personale, a colpi di decreti ( presidential orders ), in cui non doveva dipendere da un'elusiva maggioranza al Senato: perché, se è vero che i democratici dispongono di 59 seggi su 100, è anche vero che almeno 6 dei loro senatori si situano più a destra di Attila, veri e propri reazionari in politica economica e sociale (come si vede sul terreno della riforma sanitaria).

Proprio ieri alcuni dati mostravano che si moltiplicano i segnali di ripresa (produzione industriale in crescita, profitti boom per la Ford, costruzione di nuove case in salita), anche se bisogna andarci cauti perché questi dati sono pompati dalla necessaria ricostituzione degli stock che erano stati svuotati e dagli incentivi al consumo, che presto o tardi s'interromperanno. Qualunque sia però il giudizio sulla manovra di Obama, un risultato positivo è certo: ha interrotto la spirale discendente che stava portando il mondo in uno spaventoso baratro economico. Le vittorie incerte Il rovescio della medaglia è che questo risultato è stato conseguito concedendo tutto e di più ai banchieri e alla finanza di Wall street, senza chiedere in cambio nulla, condonando tutte le loro malefatte, socializzando le perdite accettando che i profitti continuino a essere privatizzati. E soprattutto lasciando il mercato del lavoro in una situazione disastrata.

Obama e i suoi consiglieri sono rimasti prigionieri dell'idea liberista che, per far ripartire l'economia, bisogna finanziare i ricchi e sgravare i miliardari: da qui la rabbia di tanta sinistra Usa che si è sentita tradita dalla munificenza con cui la presidenza Obama ha ricoperto d'oro le banche mentre ha solo tamponato il disagio sociale: ma senza il pacchetto obamiano, metà degli insegnanti Usa sarebbero oggi per strada. La disoccupazione resta il nodo su cui l'anno prossimo gli elettori giudicheranno la sua presidenza: senza segnali di ripresa del mercato del lavoro, il disincanto si farà sentire. D'altronde solo un errore prospettico aveva permesso di non cogliere il vistoso appoggio fornito da Wall street alla candidatura di Obama. Più in generale, la sinistra Usa rimprovera a Obama il suo desiderio di piacere a tutti, di farsi accettare da tutti, la sua sincera aspirazione a un mondo bipartisan , e quindi la sua riluttanza ad andare allo scontro. Un desiderio niente affatto ricambiato dai repubblicani o dalla finanza che interpretano lo spirito bipartisan come pura remissività. Da quest'ansia per il consenso a ogni costo nascono tutti i problemi della politica obamiana.

Una qualche riforma sanitaria vedrà probabilmente la luce, ma a prezzo di una formulazione che tutti prevedono abborracciata e costosa: anche qui si tratta di vedere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Già il fatto che una riforma sarà approvata è un risultato storico, dopo che da più di mezzo secolo tanti presidenti ci hanno provato invano. La sua formulazione ibrida e pasticciata può indicare però un'occasione persa. Per restare alla politica interna, anche sul tema dell'immigrazione Obama paga lo scotto del piede in due staffe, per cui non riesce a portare avanti la regolarizzazione dei clandestini, mentre deve rassicurare la frange xenofobe dell'elettorato punendo gli imprenditori che assumono immigrati in nero. Così Obama si sta alienando i latinos che costituiscono una delle fette più importanti del suo elettorato, senza per altro lenire l'ostilità dei conservatori che pretendono leggi leghiste. L'incapacità di andare allo scontro fa sì che in gran parte della politica estera la svolta sia rimasta più simbolica che reale, con la notevole eccezione dei rapporti con la Russia (con l'abbandono dello scudo spaziale in Europa orientale), e dell'America latina (con il netto miglioramento del clima con il Venezuela di Chavez e la Cuba di Raul Castro). Il discorso del Cairo non ha prodotto nulla sul conflitto israelo-palestinese su cui anzi si assiste a una progressiva acquiescenza di Washington alle tesi oltranziste del governo di destra di Netanyahu. E naturalmente su tutta l'area pesa l'incognita dell'escalation in Afghanistan: a tutt'oggi non è ancora chiaro se Obama avrà la forza di opporsi ai desiderata dei suoi generali che chiedono l'invio di altri 40.000 soldati, o se, per tenere buoni tutti, accetterà di mandare rinforzi, anche se non tutti quelli richiesti.

A un compromesso ci è già arrivato con i servizi segreti quando ha in pratica messo in cantina l'idea di abrogare il Patriot Act, la legge liberticida approvata l'indomani dell'11 settembre 2001, e quando ha rimandato alle calende greche l'idea di chiudere le altre prigioni clandestine, come quella di Bhgram in Afghanistan (Guantanamo invece pare proprio che sarà chiusa). Insomma, su tutti i punti su cui dovremo valutare la presidenza Obama il risultato è incerto: la partita è ancora aperta su disoccupazione, immigrazione, pace in Medio oriente, disimpegno da Iraq e Afghanistan (in Iraq sono destinati a restare più di 50.000 soldati dopo il «ritiro totale» del 2011). L'unico equivoco definitivamente chiarito è quello in cui era caduta la sinistra mondiale che aveva investito Obama di attese messianiche, addirittura rivoluzionarie, quasi che gli Usa avessero eletto un presidente antiamericano, una sorta di Gorbaciov statunitense che distruggesse dall'interno il suo impero. Ma a differenza che in Urss, negli Usa un siffatto leader verrebbe cancellato subito, con uno scandalo o una pallottola. E in realtà lo scopo più volte dichiarato di Obama è di rafforzare la potenza Usa, di fare in modo che anche il XXI sia un «secolo americano».

Solo che aspira a «un impero del bene», crede sinceramente che il modello americano possa portare pace prosperità al mondo. Ambisce a essere il leader del capitalismo buono. Più di questo non gli si può, anzi è sbagliato chiedere, ed è già tanto se riuscirà a realizzare almeno una parte del suo progetto.

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