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Giorgio Cremaschi
Uccisi dal business della sicurezza
9 Dicembre 2007
Articoli del 2007
Lodovico Poletto e Raphaël ZanottI intervistano il Segretario della FIOM, su la Stampa del 9 dicembre 2007. Con postilla

Troppe competenze - Ogni ufficio verifica un pezzo, con il risultato che alla fine nessuno paga mai - La debolezza delle Rsu «Chi denuncia irregolarità rischia il licenziamento»

TORINO Un numero per comprendere il fenomeno: 774. Da gennaio a settembre in Italia, secondo l’Inail, poco meno di 800 persone sono morte sul lavoro. Perché? «Negli ultimi quindici anni è stato sistematicamente depotenziato il servizio pubblico di vigilanza e controllo della sicurezza sul lavoro» denuncia il segretario della Fiom, Giorgio Cremaschi. Che aggiunge: «In compenso si è costruito un gigantesco meccanismo burocratico attorno alla legge 626, quella che regola la sicurezza sul lavoro. Sulla carta siamo il Paese più sicuro del mondo. Invece è nato un business: corsi, imprese che offrono consulenza e servizi. E dell’organizzazione del lavoro nessuno si occupa: fa da sfondo a tutto questo gran bailamme».

Mille responsabili

Quante persone si occupano di sicurezza nelle aziende? L’ispettorato del lavoro, i tecnici delle Asl, i vigili del fuoco, la Finanza, addirittura la polizia mineraria. Una miriade. Come dire, nessuno. Ma ognuno con competenze diverse. «L’ispettorato si occupa solo della contrattualistica, del rispetto degli orari - spiega Mario Notaro, capo degli ispettori del ministro Damiano -. L’igiene e la sicurezza competono alle Asl. Ma non in tutti i settori. Per esempio a noi resta la titolarità sull’edilizia e sulle ferrovie». Perché? Mistero. Ma così salta il coordinamento. E così, mentre l’ispettorato del lavoro negli ultimi due anni ha aumentato il numero dei propri ispettori di 1400 unità arrivando a fare 200 mila verifiche l’anno, le Asl arrancano.

Il controllo impossibile

A Torino ci sono 30 ispettori per 68.000 aziende. Come dire: ognuno deve vigilare su 2266 aziende. Per controllarle almeno una volta all’anno dovrebbe visitarne 6 al giorno. Domeniche e festivi compresi. «In Italia in totale siamo 1950 per 5 milioni di aziende - dice Vincenzo Di Nucci, presidente dell’Aitep, i tecnici delle Asl -. In tutta la provincia di Messina c’è un solo ispettore. A Vibo Valentia: due. A Verona, polo del legname con 1250 imprese, cinque». Vuol dire che si entra in un’azienda ogni 33 anni. E secondo le camere di commercio la vita media di una ditta è tra i 12 e i 15 anni. «In questi ultimi sei mesi si è parlato molto di lavoro nero - dice Di Nucci -. È giusto, ma contro i morti sul lavoro ci vuole prevenzione».

Il superlavoro in fabbrica

E prevenire vuol dire anche limitare il numero di ore in reparto. «Picchi come quelli alla Thyssen sono un’anomalia assoluta - dice Notaro -. Mai visti in tutta la mia carriera». Succede quando si passa dai 380 dipendenti di giugno ai 200 di oggi sulla base di un accordo sindacale che parlava di un calo delle commesse che, evidentemente, non c’è stato. Risultato: più lavoro straordinario e aumento esponenziale del rischio per gli addetti alla linea. Si poteva evitare con un intervento dei sindacati?

Fragilità

Il leader nazionale della Cgil, Cremaschi, non ha dubbi: «Le rappresentanze sindacali interne alle fabbriche, ed elette dai lavoratori, sono fragili. Lo erano alla Thyssen, lo sono altrove. Se denunciano situazioni anomale, pagano in prima persona. Anche con la perdita del posto di lavoro». Possibile? La cronaca di questi ultimi anni è tempestata di episodi di questo tipo. Dicembre 2006: la MvAgusta di Varese licenzia in tronco un delegato delle Rsu. Motivo? Ha richiesto l’intervento dei tecnici dell’Asl per problemi nel reparto verniciatura. L’azienda ha ravvisato un tentativo di danneggiare l’immagine della società. E parlando di interruzione del rapporto di fiducia lo allontana.

Luglio 2005: sette operai e due delegati della Ilva di Taranto scioperano perché in reparto c’è una perdita d’acqua. Non è un problema da poco per chi ha a che fare con i metalli fusi. Specialmente se è ghisa. Se i due elementi entrano in contatto si generano esplosioni devastanti. In questa azienda, già famosa per gli infortuni, la scoperta di una perdita provoca la ribellione. Lavoro sospeso. Sciopero. Passano due giorni e nei confronti dei protagonisti scatta il licenziamento. «Avevano agito benissimo, avevano difeso la salute dei colleghi. Eppure ecco cos’è accaduto» dice Cremaschi. Che insiste sulla necessità di fermare il lavoro se non ci sono condizioni di sicurezza. Ma con i licenziamenti alla Ilva e alla Mv Agusta com’è finita? Tutti reintegrati, ma solo dopo una battaglia durata mesi.

Postilla

Sfruttamento straordinario del lavoro, smantellamento della pubblica amministrazione, privatizzazione della sicurezza e frammentazione dei controlli, primato della produttività a basso costo (per le imprese) su ogni altra esigenza, riduzione dei diritti dei lavoratori. Non sono questi i connotati del neoliberismo, ideologia dominante e prassi in espansione?

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