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Loris Campetti
Tute al chiodo
26 Febbraio 2010
Articoli del 2010
Uno sguardo alla realtà, dietro la politica dei partiti. Il manifesto, 23 febbraio 2010

È possibile che in una città distrutta dal terremoto gli artigiani che dovrebbero avere un ruolo centrale nella ricostruzione siano costretti a mettere in cassa integrazione i loro dipendenti? Se lo chiedeva Riccardo Iacona nella straordinaria puntata di Presa diretta su L'Aquila di domenica sera. In realtà, L'Aquila è una rappresentazione fedele di un'Italia senza progetto, lasciata precipitare nella crisi. Invece di ricostruire un futuro si distruggono risorse, storie, prospettive. L'occupazione va in frantumi come la casa dello studente del capoluogo abruzzese. Senza uno straccio di politica economica e industriale del governo, che forse sogna un'Italia fondata sul turismo, frane permettendo. Siamo di nuovo a «italiani maccaroni».

Da ieri 30 mila operai della Fiat – tutti i dipendenti diretti dell'auto con la fortuna di accedere agli ammortizzatori sociali, mentre molti di più nell'indotto non ce l’hanno e stanno per diventare disoccupati, o lo sono già – sono in cassa integrazione. Tutti a casa, ma non siamo nel film di Comencini e la guerra è appena iniziata. La Fiat non ha ripensamenti, manda a dire John Elkann che studia da presidente della più importante industria italiana (italiana si fa per dire). Chiudere Termini Imerese, disboscare un po' dovunque nei vari stabilimenti italiani. E se le tute blu protestano, come nella fabbrica dimotori di Pratola Serra, il Lingotto invoca, e ottiene, le «liberatorie» cariche di polizia.

Fiat, e ancora: Merloni, Alcoa, Eutelia, Glaxo... La lista dei disastri industriali e della ricerca sarebbe lunghissima da compilare. La politica latita o raglia a Sanremo e le imprese fanno quel che vogliono. Le multinazionali fuggono, dalla Glaxo che cancella centinaia di ricercatori, all'Alcoa che vuole affogare nel mar di Sardegna e nella Laguna veneta migliaia di operai. La Thyssen Krupp, che smantellando impianti e sicurezza a Torino ha provocato una delle peggiori stragi della storia industriale italiana, oggi ricatta i dipendenti sopravvissuti dai quali pretende la rinuncia ad azioni legali in cambio non del posto, naturalmente, ma della cassa integrazione. Parlare di leggi del mercato, in casi come questi, e non di immoralità, è intollerabile. Il fatto è che l'immoralità, nel paese di Berlusconi, non fa più scandalo.

Operai negli stadi, operai nel tempio della musica. Meglio lì che sui tetti, per carità. Nulla da dire su chi le prova tutte per rivendicare visibilità e solidarietà, molto da dire su chi si libera la coscienza con un applauso in platea o sulle curve, o un invito sul palco. Nella strategia del governo c'è il logoramento della resistenza operaia, alternando promesse da mercante e manganellate, mentre si lavora alla dismissione del sistema Italia. L'opposizione parlamentare starebbe anche con chi lavora, non lesina dichiarazioni di vicinanza verso chi perde il lavoro, ma in questo periodo è molto impegnata nella preparazione delle liste elettorali. Deve fare attenzione, però, a non tirare troppo la corda. Se non altro per non perdere essa stessa, insieme a chi non rappresenta più, il lavoro.

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