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Ettore Alessia; Livini Gallione
Trema la lobby del cemento. In bilico insieme alla Moratti un piano da settanta miliardi
26 Maggio 2011
Milano
Gira e rigira si torna sempre al medesimo punto: Milano capitale del mattone, sopra ogni cosa. Mandiamoli a casa. La Repubblica, 26 maggio 2011 (f.b.)

MILANO - «Salvate il soldato Pgt». La lobby del cemento lombarda è sul piede di guerra. Il suo alleato di ferro, Letizia Moratti, barcolla. E con lei rischia di andare in fumo l’affare del secolo per il claudicante partito del mattone meneghino: il Piano di Governo del territorio (Pgt). Il libro mastro destinato a cambiare il volto di Milano approvato, in zona Cesarini, dalla giunta uscente. Il business è da sogno: 18 milioni di metri cubi di nuove costruzioni entro il 2030. Quasi 160 nuovi Pirelloni che, uno sopra l’altro, formerebbero una torre di 20 chilometri. «Il provvedimento più importante del mandato», dice il sindaco uscente. Valore 70 miliardi. Una montagna d’oro che la variabile Pisapia rischia di far svanire nel nulla e che ha convinto le associazioni di settore a lanciare un "mayday" bipartisan: «Rivolgiamo un pressante invito – ha scritto l’Assimpredil – perché il Pgt entri in vigore immediatamente e senza modifiche».

«Siamo preoccupati», ha detto ieri il presidente dei costruttori milanesi Claudio De Albertis nell’incontro convocato d’urgenza con i due candidati: «Con noi il Pgt sarà legge a giugno – l’ha rassicurato Moratti –. Bloccarlo vuol dire bloccare la città per quattro anni e perdere centinaia di migliaia di posti di lavoro». L’architetto Stefano Boeri ha spiegato invece i piani di Pisapia: «Non vogliamo cancellare il Pgt, ma ne vanno rivisti alcuni punti sostanziali. Faremo una variante nel più breve tempo possibile: si può».

I timori degli immobiliaristi meneghini sono comprensibili. L’asse di ferro con il sindaco ha dato negli ultimi anni ottimi risultati. E il via libera al super-piano sarebbe la ciliegina sulla torta, nata tra l’altro da un’esigenza reale della città: Milano è senza piano regolatore dal 1980 e la sua mappa è un puzzle riscritto da allora solo dalla burocrazia degli uffici comunali. Zero progetti. Nessuna regia. Una svolta, insomma, serviva. Peccato però che dal cilindro di Moratti sia uscita la medicina sbagliata, destinata a curare non i guai urbanistici della metropoli ma quelli «delle lobby di immobiliaristi che tengono in ostaggio il sindaco», come dice senza troppi giri di parole la cognata Milly.

Il diavolo, più che nei dettagli, è nei presupposti. «Dobbiamo ridensificare la città» è il mantra di Carlo Masseroli, assessore ciellino e padre nobile del piano. Obiettivo: portare la popolazione da 1,3 a 1,7 milioni. Il Comune ha individuato 26 aree (tra cui cinque caserme e sette scali ferroviari) destinate a cambiare volto. E per far spazio ai nuovi milanesi, ha rivisto i coefficienti di edificabilità in vista di una colata di cemento che è oro zecchino per le casse asfittiche degli immobiliaristi meneghini.

Prendiamo via Stephenson, zona Nord, dove svettano semi-vuote cinque torri del gruppo Ligresti. Qui sorgerà la Defènse di casa nostra. Cinquanta grattacieli nuovi di zecca, resi possibili da un indice volumetrico da anti-doping di 2,7 (sotto il 5,4 della gemella parigina, si difende Masseroli). Destinati – ça va sans dire – a rilanciare le quotazioni delle cattedrali nel deserto dell’ingegnere di Paternò. Sono edifici che servono davvero? Il problema è proprio qui. «Milano ha perso 500mila abitanti dal 1980», calcola il sociologo Guido Martinotti. Invertire la tendenza è difficile. A meno di non pescare tra i cultori delle polveri sottili, uno dei pochi campi in cui la città non ha nulla da invidiare al resto d’Europa. Di più: la regione Lombardia stimava in 325mila i vani residenziali sfitti in provincia nel 2009. E a Milano ci sono 900mila metri quadri di uffici vuoti. Come dire trenta Pirelloni.

Oltre alla pioggia di cemento, l’altro regalo agli immobiliaristi si nasconde dietro la famigerata "perequazione". Nel mondo capovolto del sindaco, il concetto si declina così: «Il Pgt ha salvato il Parco Sud». Vero. Ma come? Regalando a Ligresti – che da anni comprava cascine nel parco a prezzi stracciati – la possibilità di cederle al Comune in cambio di ricchi volumi di edificabilità da utilizzare in altre aree.

Moratti respinge le critiche: il Pgt, spiega, garantisce flessibilità. Azzerando ogni regola sulle destinazioni d’uso e sui limiti di edificabilità, come accusano tra gli altri Gae Aulenti, Giulia Maria Crespi, Marco Vitale e Guido Rossi. Il piano, continua il sindaco, crea 30mila case a prezzi calmierati e aree verdi pari a 120 volte il Parco Sempione. Peccato che il cemento sia pronto per essere gettato. Mentre dei 14 miliardi necessari per i servizi ne mancano all’appello, ammette il Pgt, ben 9.

La lobby del cemento attende ora l’esito del ballottaggio con il fiato sospeso. A farle compagnia ci sono i proprietari dei magazzini di via Airaghi trasformati in appartamenti. Tra cui Gabriele, figlio del sindaco, e la sua Bat-casa. Anche loro, come tutti i 5mila "furbetti del loft" meneghini, potranno condonare. Grazie al provvidenziale colpo di spugna del Pgt.

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