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Tre editoriali sulla giornata di Vicenza
18 Febbraio 2007
Articoli del 2007
Commenti dopo la grande giornata di Vicenza: uno dal di dentro (Gabriele Polo, il manifesto), uno pieno di raziocinio (Barbara Spinelli, la Stampa), e uno molto “moderato” (Eugenio Scalfari, la Repubblica), il 18 febbraio 2007

La Stampa

Barbara Spinelli, La nostra grande coalizione

E’stato un corteo molto volitivo e imponente, contro l’estensione della base di Vicenza, e a dispetto di tante previsioni è stato pacifico. Non hanno avuto peso i terroristi e l’enorme rumore sollevato dal loro arresto, nonostante qualche striscione ne chiedesse la liberazione. La disciplina dei dimostranti non è stata inquinata dai titoli dei quotidiani (giustamente la Jena ha scritto, su La Stampa, che i più preoccupati eravamo noi giornalisti: «Se non succede niente, sai che palle»).

Questa manifestazione contro l’ampliamento della base, si è cercato di caricarla di significati che poco hanno a vedere con le questioni reali legate agli avamposti: con l’utilità delle basi che la Nato installò ai tempi d’una guerra fredda ormai finita, con i rapporti italo-americani che ne disciplinano l’ubicazione.

E con l’uso che in futuro sarà fatto di esse, tenuto conto che gli Usa stanno perdendo una guerra cruciale in Iraq e che la loro forza ha cessato d’esser sinonimo di egemonia globale. Il fastidio provato dalle popolazioni locali e da parte delle sinistre (ma anche da studiosi non estremi come Sergio Romano) non è senza rapporto con queste evoluzioni, cui andrebbe aggiunto il disastro del Cermis nel 1998: 20 morti, e nessun responsabile Usa che pagò. E non è senza rapporto con una sconfitta americana che dall’Iraq rischia d’estendersi all’Afghanistan, dove i talebani hanno ripreso metà del Paese e si preparano a nuove offensive, costringendo gli occidentali a operazioni militari preventive inizialmente non concordate.

Estrapolata da queste realtà, la manifestazione è stata trasformata prima in un referendum tra antiamericani e filoamericani, poi c’è stato chi l’ha accostata all’arresto di nuovi brigatisti, alle difficoltà di un sindacato infiltrato da terroristi, infine al centro sinistra che alberga forze che hanno forti legami con no-Tav e no-global, pacifisti e centri sociali. I toni assai allarmati di Amato o Rutelli hanno contribuito a creare connessioni che per ora esistono solo negli opuscoli neo-brigatisti.

Resta il mistero d’un terrorismo che in Italia non scema, non si chiude come è accaduto in Germania. Un terrorismo che certo non riesce a sedurre come negli Anni 70, ma che del brigatismo coltiva pur sempre l’ambizione a far proseliti. L’ambizione di chi apparteneva alla cosiddetta Seconda Posizione delle Br, e che nel 1984 prese le distanze dalle «derive militariste e soggettiviste» del gruppo Lioce (è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare firmata da Salvini), indica proprio questo: per divenire influente, la setta oggi smascherata aveva bisogno di agire dove si usa coltivare rivendicazionismi (fabbriche, sindacato) e di educare propri iniziati. Quest’ambizione altrove si è spenta. In Germania, Stato e magistratura s’apprestano a sospendere pene o a graziare gli ultimi terroristi. Nel gennaio 2005 fu addirittura allestita a Berlino un’esposizione sull’Autunno della Repubblica. Gli atti di clemenza giudiziaria avvengono indipendentemente dal pentimento pubblico dei terroristi, confermando che lo Stato di diritto funziona quando la giustizia non è determinata solo dalla voce delle vittime ma dalle regole che essa dà a se stessa. Ci fu un giorno in Germania - il 20 aprile 1998 - in cui la Rote Armee Fraktion ufficialmente si sciolse. In un comunicato annunciò: «Oggi finisce il nostro progetto. La guerriglia urbana che s’incarnò nella Raf è ormai storia». Non così in Italia, dove l’auto-scioglimento è mancato e dove tutti ancora son chiamati a vigilare. Anche il sindacato, che contrariamente a quel che dice Epifani può «ricever lezioni» come qualsiasi organismo della società civile.

Ma vi sono altre peculiarità italiane. Altrove, il risentimento anti-sistema si esprime piuttosto nel voto protestatario, a vantaggio di partiti che volutamente vivono ai margini. Le classi popolari colpite dalla crisi del lavoro danno oggi la preferenza a partiti anti-sistema come quello di Le Pen in Francia, o alle sinistre trotzkiste e no-global. In Germania (soprattutto nelle regioni orientali) il favore va a ex comunisti o neonazisti. Unico caso in Europa, l’Italia è il Paese in cui le sinistre che tradizionalmente erano contro il sistema sono entrate - volendo e non volendo - nel governo. Hanno deciso di assumersi responsabilità che nessun partito analogo ha preso su di sé, nel continente. Rifondazione e comunisti di Diliberto stanno ripetendo l’esperienza fatta decenni fa da socialdemocratici, Verdi e Pci in Germania e Italia. Prodi e il suo governo hanno quest’importantissima funzione pilota, in Europa: condurre tali forze, profondamente anticapitaliste, dall’etica della convinzione all’etica della responsabilità. Condurle come fece Brandt agli albori del terrorismo, quando un’inflessibile legalità si combinava con quella che il leader socialdemocratico chiamava, respingendo allarmismi e consigliando l’«ascolto critico e autocritico» degli scontenti, «la calma pacatezza (ruhige Gelassenheit) dello Stato di diritto». Insistendo sulla parola compromesso, nell’intervista a Gigi Riva sull’Espresso, il presidente della Camera Bertinotti conferma un’analoga scommessa.

L’inedita presenza nel governo di queste forze non spiega certo il nuovo terrorismo, formatosi in precedenza, ma potrebbe inasprirlo come in passato la socialdemocrazia governante inasprì la contestazione sino a generare la Rote Armee Fraktion. Al tempo stesso, è una presenza che aiuta a prosciugare l’acqua dentro cui il terrorismo nuota. Proprio perché son capaci di mediare, e sanno come addomesticare, le sinistre radicali che affiancano Prodi sono preziose: nessun analista intelligente, negli Anni 70 in Germania, avrebbe detto che i socialdemocratici dovevano uscire dal governo perché i terroristi erano un danno collaterale della coalizione Brandt-Scheel. Tanto più che non sono marginali, i mali sociali che generano scontento e anche violenza. Paradossalmente sono mali ancor più acuti di quanto lo fossero negli Anni 70.

In Francia la precarietà e la sensazione di esser perdenti radicali (un termine coniato dallo scrittore Enzensberger) spiega l’adesione spettacolare delle classi popolari a Le Pen. Gli studiosi Philippe Guilbert e Alain Mergier parlano di «discensore sociale» - di vasto declassamento delle classi medie e popolari - che ha demolito il vecchio ascensore sociale. In una recente intervista, il socialdemocratico Horst Herold, capo della polizia criminale tedesca durante il terrorismo, si è domandato come mai, «proprio oggi che le condizioni denunciate dalla Raf sembrano attuali» («aumentano i fattori d’insicurezza sociale, si avverano perfino le analisi di Ulrike Meinhof sull’imperialismo americano») non esista in Germania il terrorismo. La domanda è pertinente, e l’esperienza italiana aiuta a rispondere. La Germania ha sviluppato una capacità immunitaria, ma ha partiti estremisti che neppure sognano di andare al governo.

L’uscita dall’anomalia berlusconiana ha dato vita a un’alleanza di forze estremamente disparate, e chi anela a grandi coalizioni per fronteggiare economia e politica estera deve ammetterlo: la Grande Coalizione già c’è, vede Mastella accanto a sinistre radicali. Oggi queste sinistre hanno un’eccezionale opportunità: uomini come il ministro Ferrero o il sottosegretario Cento possono divenire i Cohn-Bendit e gli Joschka Fischer del futuro italiano, appoggiandosi alla calma pacatezza di Prodi. Hanno già tentato molto, in pochi mesi: hanno accettato il rigore economico, consentito a un’operazione militare in Libano, accolto i limiti alla sovranità che l’Europa impone. Hanno accettato che il Brandt della Grande Coalizione non sia un marxista ma un cattolico riformista. Può darsi che la scommessa fallisca. Ma che di una forte scommessa si tratti non c’è dubbio: forse quel che la sinistra radicale concede pesa ancor più di quel che provvisoriamente ottiene. Fin da ora comunque essa dà la propria disponibilità a incanalare le proteste, ascoltandole. Giovanni Russo Spena (Rifondazione) ha detto, polemizzando con l’allarme del ministro dell’Interno: «Non si rendono conto che proprio noi cerchiamo di colmare il distacco che separa una parte dell’elettorato di centrosinistra da questo governo». Bertinotti consiglia l’apprendimento del compromesso. Ma per superare la nuova emergenza, sarà utile che anche i moderati l’apprendano.

Tra le molte cose insensate che ha detto Marx, ce n’è una che gode di singolare popolarità: «La storia si ripete sempre due volte: la prima in tragedia la seconda in farsa». Solo chi crede in una storia chiusa alle sorprese e alla libertà, in ineluttabile ascesa o discesa, può aderire a simile stupidaggine. Per chi la sta vivendo, la storia non è mai farsa: è sempre seria o tragica, mai ridicola o caricaturale. Essa appare farsa alle vecchie generazioni, che credono di essere più intelligenti ed eroicamente tragiche di figli e nipoti. Già capire questo, già scoprire che si può esser prigionieri delle parole violente come anche delle parole stupide, può aiutare a interpretare il tempo che viviamo.

il manifesto

Gabriele Polo, Lezione politica

I fantasmi gettati addosso alla manifestazione di Vicenza si sono dissolti in una giornata festosa e determinata. Era ampiamente prevedibile: il popolo della pace - che le guerre non sono riuscite a cancellare - insieme a migliaia di donne e uomini che in quella città si oppongono a una nuova base militare, hanno dato una lezione politica.

Gli unici che non lo avevano previsto sono proprio quelli - gran parte dei media e dei professionisti della politica - che per mestiere avrebbero dovuto saperlo meglio di chiunque altro. La loro è una miopia preoccupante. Ora dovrebbero riflettere, pensare almeno un secondo prima di rilasciare una dichiarazione televisiva o scrivere una riga di giornale.

L'evocata emergenza ha sortito l'effetto opposto a quello voluto: l'auspicata fuga da una manifestazione descritta come un pericolo si è rovesciata in un grande abbraccio collettivo a Vicenza e ai suoi abitanti. Un affetto che ha voluto premiare la resistenza di una comunità alla violenza commessa nei suoi confronti. Un abbraccio che lancia un messaggio chiaro: la contestata base è un paradigma politico attorno cui si gioca il futuro di questo governo.

In primo luogo perché mette in discussione il decisivo nodo delle relazioni internazionali: la giornata di ieri ha dimostrato una volta di più come l'elettorato che ha permesso lo sfratto di Berlusconi da palazzo Chigi chiede all'attuale governo di sfrattare dalla propria pratica ogni politica di guerra, in tutte le sue forme, dirette e indirette: se per far questo è necessario - come è necessario - mettere in discussione le attuali alleanze, non bisogna temere di farlo.

In secondo luogo, la giornata di ieri mette in discussione il rapporto tra l'Unione e la sua base elettorale. A partire da una «piccola» questione di metodo: l'incapacità di ascolto che l'esecutivo ha dimostrato - fin dalla sordità dimostrata da Prodi con il suo annuncio - se confermata nei prossimi giorni segnerebbe qualcosa di più di un distacco, porterebbe a una grave rottura.

«Solo gli imbecilli non cambiano idea», recitava uno dei tanti striscioni vicentini di ieri.

A sentire le prime reazioni di Prodi («il governo non cambia programma») o di Parisi e Fassino («ridurre al massimo l'impatto ambientale») c'è da temere che la stupidità sia in progressiva crescita: pensare di «ridurre il danno» e «l'impatto sui vicentini» - una base più piccola? fatta un po' più in là? qualche marine in meno? - palesa solo la difficoltà di un governo che controvoglia accenna un piccolo passo indietro, ampiamente insufficiente rispetto alla rilevanza del nodo-Vicenza. Un riformismo minore, un po' ridicolo. Ma anche un'offesa per i tanti che ieri sono scesi in piazza.

la Repubblica

Eugenio Scalfari, Pacifismo pluralista in salsa vicentina

Cinquanta, ottanta, centomila? Qualcuno degli organizzatori, ad un certo punto del corteo, si è lasciato andare ad una stima-record: 200 mila presenze alla manifestazione vicentina. Francamente esagerato, ma certo erano tantissimi. Anche i vicentini erano molti, ma quelli venuti da fuori molti di più. E la sinistra radicale più numerosa di quella riformista.

Violenze nessuna. Qualche cartello (presto rimosso) in favore dei "compagni che sbagliano", cioè degli arrestati in odore di terrorismo.

Insomma un corteo pluralista quanto altri mai, perché in quei sei chilometri della circonvallazione di Vicenza si giocavano contemporaneamente molte partite. Vediamo quali.

Anzitutto la partita dei pacifisti senza se e senza ma, per i quali anche la bandiera dell’Onu non conta un fico secco come giustificazione e motivazione delle missioni militari. Quel tipo di pacifisti c’era a Vicenza; diciamo quelli personificati da Dario Fo e Franca Rame. Ma il pacifismo del 2007 non è più quello che nel 2002 riempì le piazze di tutta Europa, da Madrid e Barcellona a Londra, a Berlino, ad Amsterdam, a Bruxelles, a Stoccolma, a Roma, Milano, Napoli, arrivando a cifre percentuali di oltre il 90 per cento nei sondaggi d’opinione europei.

Quello era un pacifismo mirato e il suo bersaglio era la guerra preventiva di Bush in Iraq che infatti si è rivelata una catastrofe e trasformata in un pantano. Era un pacifismo saggio con una meta realistica e concreta.

Quello di oggi è piuttosto utopico e generico. Non vuole l’allargamento della base americana a Vicenza e forse ha dalla sua buonissime ragioni per non volerlo, ma si è mescolato con un altro tipo di pacifismo che ha colto la base Usa più come un pretesto che come un vero obiettivo.

Si ispira piuttosto al vecchio slogan ideologico "yankees go home", americani fuor dalle balle. Possiamo organizzare cento cortei in altrettante città italiane, ma se quello fosse lo slogan credo che non raccoglierebbe più del 10 per cento dei consensi e forse molto meno.

Da questo punto di vista la manifestazione di ieri sarebbe stata assai più significativa se a farla fossero stati i soli vicentini. La trasferta pacifista ha in qualche modo manipolato Vicenza e messo in seconda fila il dissenso civico sulla questione della base. Certo, il governo dovrà rivedere alcune modalità urbanistiche e negoziarle. Ma non credo che andrà oltre questo.

Un’altra partita era quella tra sinistra radicale e riformisti. Giordano e Diliberto (tra l’altro in competizione tra loro per vedere chi meglio rappresenta la sinistra-doc) escono rafforzati dalla gita vicentina?

Con Giordano personalmente mi trovo d’accordo su molte cose. Apprezzo anche la funzione di filtro e di raccordo che quelle formazioni politiche esercitano nei vari movimenti contestativi ai quali cercano di fornire un "fumus" di rappresentanza parlamentare e addirittura governativa.

Ma onestamente debbo dire che nel corteo vicentino erano più ospiti che padroni di casa. Non c’era nessun padrone di casa in quella manifestazione. Neppure Epifani che pure aveva mobilitato una parte cospicua della sua organizzazione. Ma niente a che vedere con i Trentin e i Lama di piazza San Giovanni e i Cofferati del Circo Massimo e non parlo del numero delle presenze ma della compattezza degli animi e della chiarezza degli obiettivi.

Ieri si dimostrava contro la base americana ma anche contro la presenza militare italiana in Afghanistan. Il vecchio slogan "dimmi con chi vai e ti dirò chi sei" ieri era inapplicabile. L’ex sindaco democristiano di Vicenza e attuale capogruppo regionale dell’Ulivo, Achille Variati, ha qualche cosa a che fare con Franca Rame e con i centri sociali più scalmanati? E Franca Rame ha a che fare con Di Pietro il cui partito l’ha fatta eleggere al Senato? O con i leghisti "celoduristi" che pure erano presenti nel corteo? Il segretario della Fiom si sentiva a suo agio con Epifani e il segretario della Cgil era in armonia con i Cobas che marciavano alla testa del corteo dei "duri"?

Troppe partite si sono intrecciate ieri a Vicenza, con la conseguenza che non ne è stata portata a termine quasi nessuna. Salvo quella del questore che si era impegnato a tutelare l’ordine pubblico in una situazione di particolare difficoltà e c’è pienamente riuscito.

Il questore di Vicenza, i millecinquecento uomini ai suoi ordini, i vigili urbani del Comune e, a Roma, il ministro dell’Interno hanno vinto la loro difficile partita insieme al servizio d’ordine della Cgil e alla compostezza delle decine di migliaia dei partecipanti.

Quanto a Prodi, ne esce paradossalmente rafforzato. Rifondazione che mobilita la sua gente pacifista e che tra una settimana voterà il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan è la prova che Prodi è inaffondabile, governa e non galleggia. Sembra un paradosso ma non lo è. Da Vicenza questo è tutto ed è parecchio.

* * *

Però la città del Palladio per chi ha la mia età richiama anche un altro genere di ricordi, di nuovo tornati di rilevante attualità. Parlo della grande provincia bianca, feudo negli anni Cinquanta-Settanta della Dc, delle diocesi più potenti, delle cooperative bianche, delle banche popolari, d’un predominio organizzativo e culturale saldissimo.

Di quella lunga fase di egemonia è rimasto assai poco a Vicenza e in tutto il Nordest, salvo un senso di separatezza che ha consentito un forte insediamento della Lega nel triangolo con Verona e Treviso.

Il Veneto rispetto a com’era fino a vent’anni fa si è secolarizzato più rapidamente di qualsiasi altra regione italiana. Se c’è una terra di missione dove l’episcopato dovrebbe cimentare le proprie capacità pastorali è proprio lì, nelle terre venete uscite ormai dalle "dande" di Santa Romana Chiesa alla scoperta del buon vivere, dei piccoli piaceri della provincia italiana e della sua vocazione internazionale.

Qui la Chiesa è ancora massicciamente presente con il suo radicato temporalismo economico ma le coscienze non sono più sotto la sua tutela e la Vandea bianca è scomparsa. Bossi è in declino, il berlusconismo è ancora vigile ma in perdita di velocità. I veneti sono "in ricerca", ma neppure loro sanno dire di che cosa.

Io capisco perché l’episcopato italiano è preoccupato. Lo si comprende bene guardando proprio il Nordest, il miracolo del Nordest con al centro l’impresa, il lavoro, il valore, i segni materiali della ricchezza.

La Chiesa teme che tra ricchezza e laicizzazione del vivere vi sia un rapporto diretto. Per questo pensa di dover aumentare la presa sulle istituzioni pubbliche: non riuscendo più a controllare l’evoluzione del costume, spera di supplire a questa lacuna controllando le leggi.

Quando la Chiesa inclina dalla pastoralità alla temporalità, questo è un segnale di debolezza. L’ala martiniana dell’episcopato italiano ha compreso questo segnale di debolezza e cerca di invertirne il corso che i ruiniani invece spingono avanti con irruenza.

Quando Rosy Bindi dice di amare una Chiesa che parli di Dio coglie il centro della questione. Non è infatti con le norme di leggi che si argina la crisi della famiglia che soffre soprattutto per il fatto d’essersi ridotta ad una coppia o al triangolo di cui il figlio unico rappresenta il punto di riferimento esclusivo.

In società composte da "single" o da famiglie cellulari, la religiosità boccheggia e l’intera Europa diventa per i preti terra di missione. La vera patria della cattolicità si è spostata verso il Sud del mondo, America Latina e Africa. In queste condizioni un Papa tedesco e per di più teologo è stato probabilmente un errore della Chiesa che sembra ormai arroccata in una battaglia di retroguardia guidata dalla parte temporalistica dell’episcopato e da una pattuglia di atei devoti che coltivano obiettivi esclusivamente politici.

Per un laico fa senso assistere ad una fenomenologia così scadente e rivolta all’indietro. Si vorrebbe che la Chiesa parlasse dei valori dello spirito e non fosse dominata da una sorta di ossessione sessuofobica che finisce col discriminare i più deboli: le coppie non abbienti, etero e omosessuali che siano. Le coppie benestanti non hanno bisogno della reversibilità della pensione o dell’assistenza sanitaria o degli alimenti e se ne infischiano dei divieti alla procreazione assistita se necessario vanno all’estero e pagano i medici di tasca propria. C’è un profumo di classismo all’inverso nell’opposizione della Cei ai Dico.

Ma la cosa più singolare l’ha detta appena ieri Benedetto XVI denunciando la pressione di potenti "lobbies" che vorrebbero ridurre al silenzio la voce della Chiesa. Incredibile. La Cei del cardinal Ruini si sta muovendo da anni come la più potente delle "lobbies" e il Papa protesta contro supposti gruppi di pressione che vorrebbero confiscarne il diritto ad esprimersi.

Chi sarebbero questi lobbisti? Oscar Luigi Scalfaro? Il vescovo Plotti? Il cardinal Silvestrini? Il cardinal Tettamanzi? Pietro Scoppola? I giornali di cultura laica?

Infine: si dice Oltretevere che le prescrizioni della Cei ai parlamentari sulle modalità della legislazione non costituiscono ingerenze e quindi non c’è ragione di chiamare in causa il Concordato.

Ebbene, quali sono dunque le ingerenze ipoteticamente definibili come tali? Può qualche cattolicante in servizio permanente effettivo darcene un esempio? Oppure dobbiamo pensare che qualunque cosa faccia e dica la Cei, non esiste mai ingerenza nei confronti dello Stato mentre ovviamente il reciproco non è vero?

Coraggio: a noi basta un solo esempio tanto per poter fissare un limite sia pur piccolo all’attivismo illimitato del Vaticano nei confronti di uno Stato definito sovrano purché si rassegni ad essere etero diretto dal Papa e dai vescovi da lui nominati.

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