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Galapagos
Tra evasione e corruzione il paese è a pezzi
1 Giugno 2010
I tempi del cavalier B.
Analisi della relazione del Governatore di Bankitalia sulla manovra finanziaria del governo. Su il manifesto, 1° giugno 2010 (m.p.g.)

Galapagos

Come si gestisce una crisi? Draghi non ha dubbi: con la condivisione. E, a proposito della crisi del 1992, a suo giudizio «ben più seria di quella che oggi hanno davanti alcuni paesi europei», ha ricordato che fu varata una manovra enorme, da 95 mila miliardi di lire, ma l'Italia e non chiese alcun aiuto alle istituzioni internazionali e, grazie anche alla svalutazione, riuscì a uscire dal gorgo nel quale stava affogando. Con questa affermazione (la «condivisione») il governatore sembra aver fornito un jolly al governo (soddisfatto della relazione) che accusa l'opposizione di non collaborare. Ma Draghi ribatte: «la crisi ci ha ricordato in forma brutale l'importanza dell'azione comune, della condivisione di obiettivi, politiche, sacrifici», ma anche equità, possiamo aggiungere. Su questo c'è divaricazione, tra le opposizioni e un governo che persegue una politica di classe.

Il governo sostiene: con questa manovra non abbiamo fatto «macelleria sociale», ma Draghi pur lodando il rilancio - tardivo e modesto - dell'azione anti evasione, afferma che sono gli evasori fiscali a fare «macelleria sociale», sottraendo risorse a chi le tasse le paga. Una cifra: tra il 2005 e il 2008 solo con l'evasione dell'Iva sono stati sottratti 30 miliardi di euro l'anno. L'evasione è questione seria e se combattuta seriamente potrebbe fornire risorse per ridurre la pressione fiscale e per rilanciare lo sviluppo, grande assente nella manovra del governo. In questo il giudizio di Draghi è simile a quello di Confindustria e Cgil: loda l'intenzione di ridurre le spese correnti (fortemente aumentate da Berlusconi) ma non vi trova elementi di rilancio dell'economia. In una fase oltretutto pericolosa perché la contemporaneità delle azioni di rientro di molti stati rischia di impaludarsi nelle scarse prospettive di crescita già minata, nei dieci anni precedenti la crisi odierna, da una scarsa crescita della produttività (3% contro il 14 dell'area dell'euro) da un incremento del Pil del 15% contro il 25% dei paesi dell'area, da un tasso di occupazione di 7 punti più basso e da un tasso di disoccupazione molto superiore soprattutto per quanto riguarda giovani e donne (12 punti in più).

E' «naturale» che le ricette di Draghi non portino al socialismo (come auspica Paolo Ferrero, unica voce critica) ma solo a un sistema economico forse meno iniquo. In particolare è deludente l'analisi della crisi. Già nelle «Considerazioni» dello scorso anno era assente; ieri l'amnesia è proseguita: tutto viene ridotto agli eccessi finanziari, a quelli di liquidità a un indebitamente eccessivo delle famiglie Usa, senza spiegare da dove è nato il bisogno di indebitarsi. Non c'è alcun riferimento alla crisi del welfare, alla pessima distribuzione dei redditi, all'esasperata ricerca del profitto con una mostruosa flessibilità.

Belle, invece, le bacchettate alla Lega riguardo alle nomine nelle Fondazioni bancarie nelle quali gli uomini di Bossi vogliono mettere le mani. Sacrosanto il richiamo che le grandi banche devono muoversi sul territorio come banche locali. Un ultima curiosità: la rivalutazione del diritto a fallire sia per le imprese che per gli stati. Ovviamente in un quadro regolamentare diverso. Le regole, però, non le fanno i lavoratori, ma i grandi della terra che dopo aver coperto d'oro le banche ora chiedono sacrifici ai cittadini.

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