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Alberto Ferrigolo
Rivoluzione liberale. Così l'imprenditore Berlusconi ha fallito
16 Novembre 2011
I tempi del cavalier B.
Come i falso imprebditore è diventato ricco ed è uscito dai guai con i soldi nostri. Il manifesto,16 novembre 2011

L'ex premier è stato sempre protetto, assistito e garantito dal potere pubblico. Gli è mancato un amministratore delegato per governare l'impresa-Stato. Come Mario Monti. Tra '89 e '91 il «biennio in rosso» di Fininvest: debiti triplicati a dispetto del dumping pubblicitario. E nel '93 il maxifinanziamento di Goldman Sachs. Poi la «discesa in campo». E le cose migliorano

C'era da aspettarselo. Alla prima vera e grande prova del fuoco da imprenditore, investito della guida del Paese e chiamato a risolverne la crisi, Silvio Berlusconi ha fallito l'obiettivo. A cominciare dal principale: il debito.

Il motivo del suo fallimento è semplice: non è un imprenditore vero. O meglio, imprenditore lo è, ma lo è sempre stato in modo assistito, protetto, garantito. Per prima cosa dal vecchio Potere politico alla cui ombra, negli anni Ottanta, è nato, cresciuto e s'è pasciuto. Ottenendo leggi, decreti e sentenze per le sue televisioni fino all'approvazione della legge Mammì del 5 agosto 1990, che ha fotografato il duopolio esistente (Rai-Fininvest), ingessandolo, e garantendo alla reti Fininvest la diretta televisiva e il diritto a tre Tg, come la Rai. Un assetto utile per costruirsi il consenso e farsi esso stesso Potere politico. In proprio e a difesa delle sue aziende, dal 1994 ad oggi, dopo la caduta del vecchio Sistema sotto i colpi giudiziari di Tangentopoli.

L'impasse in cui è caduto nei giorni scorsi Berlusconi, da presidente del Consiglio, sulla crisi, sui conti, sulla finanza, è la prova provata del suo essere imprenditore sui generis, bravo solo con l' "aiutino" alle sue aziende. Quelle stesse che, all'apice della crisi, sotto la pressione dello spread e prima delle dimissioni di sabato scorso, sono state oggetto di un vertice rapidissimo tra lui, i figli, il presidente Mediaset Confalonieri e l'avvocato Ghedini, non appena s'è capito che il governo vacillava, la maggioranza smottava e molti deputati traghettavano verso il Centro. Allora il suo primo pensiero è andato alle proprietà.

Forse Berlusconi, in questi anni e nell'ultima ora, avrebbe dovuto avere al suo fianco, più che un ministro dell'Economia, un Amministratore delegato vero che lo guidasse, consigliasse, indirizzasse. Come quel Franco Tatò che a metà degli anni Novanta prese in mano la Fininvest, rigirò l'azienda come un calzino, risanandola, e preparando il terreno a quella collocazione in Borsa del Biscione da Berlusconi sempre osteggiata: «Che cosa ci vado a fare in Borsa? I soldi per la mia crescita me li procuro con gli utili. Se andassi in Borsa, certo, raccoglierei altri soldi, ma non saprei cosa farne, come investirli. Avrei solo un sacco di grane e basta». Invece, come un colpo di spugna, l'operazione cancellò tutti i debiti, creando il presupposto per il futuro successo aziendale.

Già, perché agli inizi degli anni Novanta, Silvio Berlusconi era pieno di "buffi": 1.242 miliardi nel 1987 e 3.469 l'anno successivo. Tre volte tanto. E un utile netto calato del 26%, dai 245,9 miliardi dell'87 ai 181,8 dell'88 secondo la classificazione di R&S, ovvero la summa dei bilanci delle società italiane annualmente pubblicata da Mediobanca. Il tutto a dispetto di un fatturato che nel periodo è invece letteralmente esploso, passando dai 2.631,2 miliardi dell'87 ai 6.048 miliardi di lire dell'anno successivo.

Certo, alla data di metà gennaio 1991, quando gli indici del "biennio in rosso" della Fininvest diventano pubblici, va calcolato che Berlusconi per rafforzare le proprie posizioni in Mondadori, appena strappata a Carlo De Benedetti, Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari con una sentenza che si saprà poi esser stata "comprata", frutto della corruzione di un giudice, ha speso nel corso del 1989 circa 950 milioni, per altro non calcolati nel R&S del 1990. Dal punto di vista industriale e imprenditoriale, una situazione fallimentare. Quasi da libri in tribunale. Ciò che mette fortemente in discussione la figura imprenditoriale dell'allora Sua Emittenza.

«I suoi debiti sono grandi - scriveva The Economist a metà marzo 1992 -, la sua prepotenza più grande ed egli potrebbe aver sfiorato i limiti della legge». Era il periodo in cui 21 editori, in rappresentanza di 44 quotidiani italiani ed esteri, avevano denunciato il patròn della Fininvest al Garante per l'editoria di «abuso di posizione dominante» nel settore della pubblicità. E anche di dumping, vendendo pubblicità sottocosto per mettere nei guai i concorrenti, Rai, piccole emittenti, carta stampata. Lui di sé già allora diceva: «Sono il più bravo».

Però l'imprenditore, perfetto conoscitore delle «catene azionarie degli altri», al quale l'ingresso in Borsa fa schifo perché costretto a dividere con "il mercato" le azioni, «mentre io qui, invece, controllo il 100 per cento di ogni telecamera, di ogni spezzone di film che sta in archivio», il 6 maggio 1993 - a soli pochi mesi dalla decisione di "scendere in campo" - è costretto a confessare ai massimi dirigenti del suo gruppo riuniti in una tradizionale cena: «Voi sapete che a me non è mai piaciuto avere soci nella Fininvest, ma oggi devo dire che un socio purtroppo l'abbiamo, e al 40%: si tratta delle banche». Ed è costretto a cercare altra liquidità negoziando un maxi-finanziamento a Londra con la Goldman Sachs e attraverso qualche cessione. Operazioni comunque complesse se i profitti sono in calo e i debiti in crescita.

Il 5 ottobre 1993 Silvio Berlusconi corre ai ripari, fa un passo indietro (il primo di una serie), rinuncia ad occuparsi di tutto e nomina un Ad del gruppo. E sceglie come plenipotenziario Franco Tatò, soprannominato "kaiser Franz" per quel suo rigore tedesco, l'ossessione per i numeri e anche per essere un gran tagliatore di teste. Del resto gli ultimi dati di Mediobanca hanno quantificato debiti per la Fininvest nel '92 per complessivi 7.140 miliardi. Al "dottore" non è andata proprio giù che se ne sia parlato sui giornali. Tanto da querelare Giovanni Valentini, che su la Repubblica del 9 marzo 1994 gli attribuisce «un'esposizione a breve verso le banche di 8.561 miliardi». Falso, tuona Fedele Confalonieri sulle stesse colonne, «tale esposizione ammonta a 2.081 miliardi». Che non sono proprio noccioline.

Addirittura il 3 febbraio 1994, a pochi mesi dalle elezioni, viene fuori che «il Cavaliere non paga». Non paga le sue star, non salda le fatture, tiene in ballo centinaia di creditori che da tempo non vedono da lui nemmeno una lira, i dipendenti delle ditte che forniscono servizi in appalto, persino i doppiatori dei film e delle soap. Ancora a marzo The Economist scrive: «Silvio Berlusconi spera di diventare il prossimo primo ministro italiano e propone di applicare il suo acume per gli affari al risanamento dell'Italia» ma «la grande similitudine tra la Fininvest e il Tesoro italiano è che entrambi sono impantanati nei debiti». E mai similitudine fu più profetica, solo che 17 anni dopo l'Italia è nel fango e le sue aziende sull'Olimpo.

Intanto la "cura tedesca" di kaiser Franz è fatta di tagli e alla fine porta al raddrizzamento dei conti. Per tutto il '93 e il '94 riduce personale (1.356 unità tra il '93 e il '94), contraddicendo quello stesso Berlusconi che si vanta: «Noi non abbiamo mai licenziato nessuno». Ma perché proprio Tatò, per altro manager con vaghe simpatie di centro-sinistra? È l'unico su piazza in grado di poter rimettere in sesto l'azienda. Mentre il futuro leader politico già si professa «vittima di uno Stato crudele», sempre «col cappello in mano», tartassato dalle tasse e vittima «di una campagna denigratoria» che lo vuole distruggere, di leggi inique pensate da un Parlamento nemico degli imprenditori» (e la discesa la sta già preparando).

Poi c'è la conquista di Palazzo Chigi e le offerte bluff di Murdoch. Lo squalo si presenta ad Arcore con un assegno e poi chiede a Berlusconi di diventare suo socio. Quindi l'accordo siglato con l'arabo Al-Waalid Bin Talal Bin Abdulziz Al Saudi, principe arabo interessato a comprare una quota di Mediaset. L'aumento di capitale, la famiglia Berlusconi che mette liquidi nell'azienda, l'arrivo del gruppo sudafricano Rupert e del tedesco Kirch. Tanto denaro in cambio di poco. E senza risolvere il conflitto di interessi, di cui si occupano "quattro saggi", giuristi-amici chiamati direttamente dal presidente del Consiglio, naturalmente senza risolverlo.

Però da 3.469 miliardi il "rosso Fininvest" nel 1995 passa a soli 78 miliardi... E poco prima di Natale ben 7 istituti di credito guidati dall'Imi si apprestano a diventare azionisti della holding che raggruppa gli interessi televisivi e pubblicitari di Silvio Berlusconi. Avrebbero fatto lo stesso se si fosse trattato semplicemente del "dottor" Silvio Berlusconi e non anche del presidente del Consiglio?

Non è un caso, infatti, che nell'annunciare gli sviluppi dell'operazione bancaria, il vicedirettore generale dell'Imi, Vittorio Serafino, sia costretto a difendersi accanitamente da coloro che accusano il suo istituto «di prestarsi ad un'operazione dai connotati confusi»: le banche pubbliche, o ex pubbliche, ma comunque condizionate dal potere politico, aiutano Berlusconi a salvarsi dalla bancarotta per disegni che poco hanno a che spartire con i principi dell'economia.

È il 31 dicembre 1995, Capodanno. Giuseppe Turani, firma economica de la Repubblica, si chiede: «A voi che cosa ha portato Gesù Bambino per Natale? Un nuovo impianto hi-fi? Un tv color? Un telefonino cellulare? Un Rolex (magari d'oro e platino)? Una Ferrari rossa fiammante? Qualunque cosa abbiate ricevuto, c'è almeno un italiano a cui è andata di sicuro molto meglio: Silvio Berlusconi. A lui Gesù Bambino e Babbo Natale hanno portato 370 miliardi di lire in cambio del 5,5% di Mediaset». A portarglieli sono stati banchieri pubblici, di quelli seri, abito scuro, camicia bianca, panciotto grigio. Per Fininvest 370 miliardi di debiti in meno.

Già il 3 aprile 1996, le aziende di Berlusconi fanno più utili e meno debiti. Il 15 e 16 luglio Berlusconi quota le tv e rastrella denaro alla Borsa. E già il 21 settembre può annunciare di aver abbattuto l'indebitamento. Il 23 ottobre la società di Cologno Monzese raddoppia addirittura gli utili. Il 13 giugno 1997 si calcola che i mezzi finanziari del gruppo ammontino a 1.000 miliardi di lire e che il braccio operativo dell'azienda (la Soparfi, Società di partecipazioni finanziarie) si trovi in Lussemburgo. E il 2 luglio dello stesso anno il Cavaliere, o chi per lui, può annunciare che «la Fininvest ha azzerato i debiti». Il collocamento in Borsa di Mediolanum e Fininvest ha fatto affluire nelle casse del gruppo poco meno di 5.000 miliardi di capitali freschi. «In Mediaset stat virtus» ironizzano gli opinionisti di mezzo mondo.

Di mezzo ci sono però anche il fallimento francese della tentata conquista de La Cinq, il profondo rosso della Standa (acquisita da Gardini e già Montedison, rivenduta dopo qualche anno), la cessione della maggioranza di Mondadori e la vendita a Ennio Doris di Fininvest Italia per fare cassa, il pessimo andamento delle attività assicurative, di Banca Mediolanum, della finanziaria Programma Italia. Un andazzo altalenante. Chiari e scuri, luci e ombre.

Per pareggiare i conti con l'Europa a Silvio Berlusconi Giulio Tremonti non è bastato. Perché ciò che succede in Italia non può accadere in Europa. Non è bastato nascondere la crisi come si fa con la polvere sotto il tappeto. Solo in Italia può attecchire la favola dell'imprenditore fuori dalla Casta che s'è fatto da sé. La verità è che per anni ha sfruttato la politica altrui e poi usato a fondo la propria. Un imprenditore di Stato. Che in casa propria può vivere solo grazie alla furbizia italica, i trucchi e le tante connivenze.

In fondo, alla fine, più che lo spread, i vertici di famiglia, l'assedio delle opposizioni, le pressioni del Colle, il mal di pancia dei suoi, quel che ha contato di più per Silvio Berlusconi è stato il consiglio di Ennio Doris che, occhio agli indici e ai listini di Borsa, gli ha detto: «Presidente, se qui non ti fai da parte perdi tutto. Il valore delle tue aziende si dissolve, ne vale la pena?».

Alla fine l'amministratore delegato è arrivato: Mario Monti. In fondo, come scriveva il britannico Financial Times il 26 settembre 1993, «tutti i proprietari di mass media in Italia, più o meno apertamente sostengono una causa, questa è proprio la ragione per cui sono diventati proprietari. (...) Lo stesso Berlusconi è sempre stato un animale politico, ed ha costruito il suo impero grazie a una stretta amicizia politica con Bettino Craxi». L'imprenditore che s'è fatto politico per interesse personale non è bastato a se stesso. Nella duplice veste, di imprenditore e politico. E ha dovuto rassegnare le dimissioni senza trovare qualcuno disposto a salvarlo dal suo fallimento.

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