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Terre (pubbliche) ai giovani
21 Agosto 2009
Articoli del 2009
Tutte le strade sono buone per privatizzare ciò che è pubblico. Un articolo di Enrico Pugliese e un’intervista di Tommaso De Francesco ad Antonio Onorati. Il manifesto, 21 agosto 2009

Il Senatur e Tremonti hanno fatto l'uovo

di Enrico Pugliese

Tra le esternazioni estive dell'on Bossi, quella relativa al recupero produttivo di terreni agricoli male utilizzati affidandoli a giovani imprenditori appare come una delle più sensate. E il coro di apprezzamenti è stato vasto e unanime: ha visto, oltre che la Confidustria, anche il principale giornale di opposizione al governo, la Repubblica. Sulle pagine di quel giornale (rispettivamente lunedì 17 e martedì 18) un amichevole duetto di Carlo Petrini di Slow Food e del ministro dell'agricoltura Zaia esponente della Lega, ha mostrato i grandi vantaggi, le prospettive e - perché no? - i rischi connessi all'inziativa. Con chiaro e netto orientamento di classe, Petrini ha raccomandato con enfasi, tra l'altro, di semplificare la modulistica necessaria per accedere ai benefici dell'iniziativa. Insomma, l'idea è buona, si tratta gestirla al meglio. E il ministro ha prontamente ringraziato

D'altra parte la proposta di Bossi è un po' come l'uovo di Colombo: ci sono le terre male utilizzate, ci sono i giovani pronti a farle fruttare con grande risparmio per lo stato, allora perché non dare ai giovani una opportunità? Poi si tratta di terre demaniali: un anacronismo. O no?

Forse no. Pur riconoscendo un certo radicamento populista (che poi è l'altra faccia della xenofobia) della Lega, a me la cosa puzza un po' di bruciato. È dall'epoca delle ultime leggi eversive della feudalità (un paio di secoli addietro) che le terre demaniali hanno fatto gola ai privati, i quali in generale se ne sono appropriati con la frode o con la violenza. Lo stesso è avvenuto con i beni della mano morta espropriati a ordini religiosi e diventati di proprietà pubblica dopo l'Unità d'Italia.

Le terre dello stato e dei demani comunali se le sono accaparrate prima i galantuomini, poi, quando hanno potuto, anche strati piccolo borghesi. E a volte ce l'ha fatta pure qualche contadino ricco. Ricordo da ragazzo «le terre della comuna» a Montalto delle quali si era appropriato uno che di soprannome veniva detto 'U jngu' (il giovane toro) o, forse, i suoi antenati. Ora a privatizzare i beni pubblici ci pensano Bossi, Zaia e Tremonti.

Questa storica ingiustizia di classe, questa usurpazione, fu oggetto di lotta e di una polemica della sinistra (e nella sinistra). Era un chiodo fisso di Paolo Cinanni che ancora negli anni settanta pubblicava un libro importante per spiegare l'attualità del problema e l'esigenza di intervento dello stato. Non se ne fece nulla. Alle terre usurpate (questo è il termine tecnico) si aggiungono quelle ancora di effettiva proprietà demaniale, ma che sono già in mano a privati con vecchi contratti di affitto a canori irrisori per pascoli che in realtà sono sterminate stalle per bufale all'aperto dove il mangime (prodotto nelle produzioni estensive di mais e cereali) viene portato giornalmente a tonnellate. E si tratta di allevatori vecchi e giovani.

La questione delle terre demaniali venne portata all'attenzione del pubblico e della politica negli anni Settanta dal movimento di lotta per l'occupazione giovanile. Con la loro carica di illusioni e di speranze i giovani alla ricerca di un lavoro (e di un lavoro possibilmente diverso) costruirono cooperative, occuparono terre e le ebbero in concessione, ne presero anche in affitto e tentarono di viverci lavorando etc. Non andò benissimo. Ma fu un movimento importante e qualcuno imparò un mestiere Non è qui il caso di parlarne, salvo per ricordare che allora erano i giovani e non i ministri a chiedere che le terre, pubbliche e private, incolte o malcoltivate, venissero messe a profitto.

L'on Bossi ha parlato anche di spreco del danaro pubblico. E a ragione. Ma questo, per quel che ne so, riguarda soprattutto le grandi aziende private. Nel perverso meccanismo di sostegno alle aziende agricole si possono ricevere (e si ricevono) in maniera del tutto legale contributi per terreni che non si coltivano affatto.

È là che sta il vero spreco. C'è una spinta alla concentrazione che riguarda in maniera particolare le aziende zootecniche, che è l'effetto della PAC, della politica agricola comunitaria spesso sostenuta nei suoi aspetti peggiori dall'Italia. I compagni di Piadena hanno parlato sul manifesto degli orrori della produzione zootecnica su vasta scala e dei disastri ambientali che ad essa spesso si accompagnano. Queste problematiche non sono entrate affatto nel dibattito di questi giorni.

Eppure si sono sprecati paroloni. Federico Orlando alla lettura commento dei giornali su Rai Tre ha parlato di Riforma Agraria. A sinistra si è pensato che per una volta Bossi ha preso una iniziativa che avremmo dovuto prendere noi. Ma non è proprio così. Nel vuoto politico lasciato dalla crisi delle tradizionali organizzazioni degli agricoltori (a partire dal poderoso blocco di potere rappresentato dall'intreccio DC-Coldiretti) è facile inserirsi con proposte populiste e corporative. Ma non so ora i contadini poveri part-time, i semi-proletari agricoli (come si diceva una volta), del Mezzogiorno ( e non solo del Mezzogiorno) avranno nulla da guadagnare dalla proposta di Bossi. E comunque non sembrano esserne al corrente. Con buona pace di Federico Orlando, alla base delle riforme agrarie ci sono le mobilitazioni dei contadini, non le trovate dei ministri.

A rifletterci, più che di un uovo di Colombo forse si tratta di un uovo di Tremonti, come la proposta della privatizzazione delle spiagge.

«Terra e illibertà»

di Tommaso Di Francesco

Antonio Onorati «Problema vero, ma la Lega pensa solo al Nord. E sbaglia sul demanio»

Ad Antonio Onorati, esperto di politiche agricole internazionali - è stato docente universitario presso l'Instituto agronomico d'Algeri e segretario generale del «Comitato italiano per la Fao», e inoltre lui stesso agricoltore, abbiamo rivolto alcune domande sulla cosiddetta «provocazione» estiva di Bossi che in realtà rivela un terreno di intervento specifico del governo che già prevede in finanziaria la voce «terra ai giovani» e un «militante» già schierato nel ministro leghista dell'agricoltura Zaia, pronto a veicolare verso l'agricoltura del Nord i fondi interfnazionali dell'Unione europea previsti allo scopo. Il tutto sempre dentro una ideologia da piccola patria padana ma dentro una sorta di «rimascimento agricolo», per un nuovo «comunitarismo socialisteggiante e prealpino» in difesa e a protezione dei settori sociali sconvolti dai processi della globalizzazione.

Come rispondi alla proposta di Bossi di dare le «terre demaniali ai giovani» e a quella del suo ministro Zaia che lancia il «Rinascimento agricolo»?

Di certo non possono essere considerate alla stregua degli altri «lanci estivi» perché la Lega, con capacità, identifica un problema - quello della crisi dell'agricoltura nazionale ­ e lo riconduce ad un'area di privilegio e consenso e lo trasforma in programma politico. In agricoltura questo è più facile visto che la sinistra, cosiddetta, da oltre un ventennio insegue l'idea che l'agricoltura è un problema e non una risorsa per il paese. In Italia, come in gran parte dei paesi europei, l'accesso alla terra per i contadini è di fatto impossibile e dagli anni novanta in poi assistiamo ad un processo tremendo di espulsione dalla terra con una enorme riduzione del numero delle aziende e del numero degli addetti.(cfr. « Un'agricoltura senza agricoltori»). Con il risultato di una forte concentrazione delle terre agricole in un numero ristretto di aziende. In Italia le aziende con taglia superiore ai 50 ettari coltivano il 40% delle terre ma sono solo il 2,38% delle aziende. Le aziende con taglia inferiore ai 5 ettari coltivano il 15,6% della SAU ma sono il 77.4% del numero totale delle aziende. Le aziende con taglia inferiore ai 2 ettari coltivano solo il 6% della terra e rappresentano la metà del numero totale delle aziende. Con queste dimensioni nessun giovane può iniziare un'attività agricola anche perché esiste un doppio mercato della terra, un falso prezzo «agricolo» ed un vero prezzo, in media 10 volte superiore, di vendita. Per effetto dell'accaparramento di una parte consistente del supporto della Unione Europea (PAC), per l'acquisizione di terreni da parte delle aziende agricole o da parte di investitori extrasettore che era avvenuta a partire dal 2000, non deve sorprendere se «...la crescita maggiore (della dimensione economica) si verifica nelle regioni del Nord (+20,3%), seguite da quelle del Mezzogiorno (+9,3%) e del Centro (+7,7%)». Confermando così il detto «piove sul bagnato», poiché le regioni del Nord stanno trascinando verso di sé - producendo così un forte processo di concentrazione - alcune delle attività agricole con maggior valore (allevamenti ) e di più semplice industrializzazione, senza peraltro arrestare la forte mortalità delle aziende. Infatti ad oggi la creazione di nuove aziende agricole ­ forse non piacerà al ministro Zaia - è un fenomeno scarsamente significativo nel centro e nord Italia, mentre è molto forte nel Mezzogiorno, a testimonianza che in quella parte d'Italia l'attività agricola continua ad esercitare una forte funzione sociale (occupazione e reddito) e che il modello agricolo lì perseguito ha degli elementi di originalità rispetto al resto del paese, elementi che andrebbero compresi a fondo.

Ma se non si vuol mettere mano ai processi di concentrazione delle buone terre in poche aziende di grandi dimensioni sempre più industrializzate, perché si promettono ai giovani che vogliono tornare in agricoltura le terre demaniali? Che terre sono?

Intanto si sa che terre sono e non c'è bisogno di fare una nuova indagine, basta prendere il censimento dell'agricoltura, comune per comune, e rilevare la voce «forme giuridiche - Ente pubblico ­ Stato, regione, provincia, comune e comunità montana». Una parte di queste terre sono coperte da diritti di uso civico che fino ad oggi ­ con grande difficoltà ­ ne hanno preservato l'uso agricolo (spesso per allevamenti bradi), un'altra parte sono di scarsa o cattiva qualità agricola, una parte effettivamente possono essere messe in valore per attività agricole di qualità ma necessitano comunque di supporto per potervi riavviare attività agricole tali da dare reddito. E soprattutto spesso mancano di tutte quelle condizioni che possano rendere la vita di giovani che si istallano accettabile (strade, scuole rurali chiuse da questo governo, sanità, comunicazione, accesso al mercato locale, etc). Chi metterà le risorse necessarie? Chi giudicherà «i buoni progetti»? Chi avrà il privilegio di ricevere le terre demaniali? E a che titolo: uso, concessione, affitto, proprietà? Ci sarà una nuova Opera Nazionale Combattenti alla base del Rinascimento Agricolo? C'è puzza di uso spregiudicato del potere, di privilegi, di diseguaglianze e di illibertà.

L'attenzione all'agricoltura è una novità tutta italiana o un affetto delle crisi globali attuali, tra cui quella agricola è forse la più pericolosa visto che è difficile confrontarsi con un miliardo di affamati?

Nessuna novità. Perfino il governo britannico, che due anni fa aveva sostenuto che «all'Europa non serve una sua agricoltura» oggi lancia un piano di «rivitalizzazione» della sua agricoltura. E negli Usa dopo oltre mezzo secolo di leggi di sostegno finanziario all'agroindustria, il presidente Obama mette nel suo programma elettorale un riferimento forte all'agricoltura, in particolare quella familiare ­ perché negli Stati uniti quasi non esiste più, tanto è stata massacrata proprio dall'intervento federale - che deve produrre per nutrire meglio gli americani. Occorre riconoscere però che il ministro Zaia e la Lega con il loro costante riferimento alla territorialità delle produzioni riescono a far dimenticare altre iniziative prese dai governi di cui fanno parte che hanno già dato i loro effetti rendendo sempre più difficile la sopravvivenza delle piccole e medie aziende familiari, come quella di aver liberalizzato il mercato delle quote latte togliendo la «riserva regionale» (una specie di protezione per evitare che la produzione di una regione si sposti altrove dove c'è chi può ricomprarsi il diritto a produrre), con il risultato che in tutte le regioni c'è stata un'ecatombe di stalle che sarà impossibile riaprire. Anche con le terre demaniali a disposizione.

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