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Renato Nicolini
Sulle macerie del Bel Paese
28 Marzo 2009
Articoli del 2009
Se a destra si sente qualche scricchiolìo, l'incapacità delle opposizioni “a comprendere il senso politico degli avvenimenti” porta acqua al mulino di B. Il manifesto, 28 marzo 2009

Si è a lungo sottostimata la forza del populismo di Berlusconi, ma proprio adesso non la sopravvaluterei. L'impero di Berlusconi (e il suo stesso appeal politico...) si basa su una merce molto sensibile alla crisi finanziaria, la pubblicità. Qualche scricchiolio lo rivelano le dichiarazioni dei redditi del Principale (come lo chiama Ciarrapico) e della sua azienda di famiglia... Ragionerei sul passaggio di Fiorello a Sky - e sull'improvvisa maleducazione di Mediaset con Mike Bongiorno (suo ex candidato senatore a vita) - almeno con la stessa attenzione che molti dedicano all'Isola dei famosi e al Grande fratello...

La terra bruciata a sinistra (fuori e dentro il Pd) sembra però aver prodotto una conseguenza molto pericolosa: l'incapacità a comprendere il senso politico degli avvenimenti. E' avvenuto con il mistero del grande spazio dedicato da Repubblica alla proposta di Baricco di chiudere i teatri per rafforzare la tv (derubricata da Giovanna Melandri, neo responsabile del Pd per la cultura, in un'«intelligente provocazione»). Intelligente da quale punto di vista? Quello degli editori che cominciano (Fandango e Repubblica/Espresso compresi) a avvertire le conseguenze della crisi della pubblicità, e vorrebbero sostituire le entrate perse, senza il coraggio di dirlo esplicitamente, con iniezioni di denaro pubblico? (cominciando - come i manzoniani polli di Renzo - a beccare il più debole tra i compagni...). Qualcosa di simile era già avvenuto con le sparate estive di Tremonti, Gelmini e Brunetta «contro il '68», poi trasformate in tagli mortali ai bilanci di università e la scuola pubblica, come per punirle delle riforme mai fatte dopo il '68... E' avvenuto con il mite Bondi che non protesta per i tagli al bilancio del suo ministero, non pensa certo a bandire concorsi per rinforzare l'organico tecnico scientifico di quelle che un tempo erano l'orgoglio d'Italia, le Sopraintendenze, nomina il presidente del Casinò di Campione direttore generale per la valorizzazione dei beni culturali, accetta lo sfregio alla dignità professionale di tutti gli archeologi d'Italia del doppio movimento che vuole portare - per meriti (?) acquisiti nell'immondizia - Bertolaso a commissario dell'area archeologica centrale di Roma (quella di Petroselli e Cederna) e realizzare nell'agro romano uno squallido parco a tema della Roma antica (che certo ha duemila anni di svantaggio nei confronti della modernità di Disneyland...). Sta avvenendo con una Rai sempre più integrata al controllo del governo (dallo staff della Presidenza del consiglio alla Direzione generale...) e all'idea di tv generalista privata alla Mediaset. Qui non si parla solo di teatri, di scuola, di beni culturali. Si parla del valore che deve avere il pubblico (inteso come valori condivisi, libertà di espressione, di dissenso e di conflitto...). Cioè di quello che è il sale di ogni concezione pubblica della vita associata: l'autonomia della cultura, il rifiuto di subordinare l'interesse pubblico alla bassa cucina dell'(effimera...) convenienza politica.

Il piano casa di Berlusconi è fatto della stessa sostanza dell'attacco alla cultura e alla formazione scolastica pubblica. La soffitta in cui si vuole riporre il concetto di pubblico accoglierà anche lo spazio pubblico. In questa logica, diventa inutile non solo il lavoro degli urbanisti, ma l'idea di città su cui l'urbanistica si fonda. Scompare il progetto dello spazio pubblico, il diritto di edificare nasce dalla proprietà della casa e si riduce alla casa, che si può ampliare dal 20 al 35 %, in modo di soddisfare nella propria abitazione le necessità che prima erano affidate allo spazio pubblico. Chi già ha avrà di più, e chi non ha nulla non avrà nulla. L'essere si trasforma in avere. «L'italiano produce da sé la propria casa, come la lumaca dal proprio mantello», scriveva - profeticamente nel 1900 la rivista La casa. Eduardo De Filippo invece scriveva, nel clima della Resistenza, in Napoli milionaria, che «... la casa era nu poco tutta la città». Berlusconi avrà forse pensato a Napoleone, al Barone Haussmann e alla trasformazione di Parigi. Qualcuno si sarà dimenticato di informarlo che si trattava di Napoleone III, che Victor Hugo aveva ribattezzato «il piccolo»... Quello che è in gioco non va visto con gli occhiali degli architetti e delle loro insoddisfazioni e polemiche... E' piuttosto una tappa nello smantellamento di quell'egemonia culturale della sinistra di cui parlano Bondi e Cicchitto... Il suo valore simbolico è confermato dal fatto che dal punto di vista tecnico ancora non esiste, cambia forma ogni giorno, riflettendo la tensione proteiforme di Berlusconi a intercettare gli umori del pubblico... Anche se, pur in questa forma labile, uno dei suoi elementi - la liberalizzazione delle destinazioni d'uso - è immediatamente pericoloso... Di quanti teatri (e ex cinema) si sta già progettando la trasformazione in luoghi del commercio... E quanti altri luoghi urbani e superstiti botteghe artigiane sono destinati a seguire la sorte di Campo de' Fiori... E che possibilità avremo di tutelare il moderno? Cos'altro siamo destinati a perdere dopo il Velodromo e le Torri di Cesare Ligini? Perché seguire Berlusconi «sulla sua cattiva strada», quando la sinistra (anche nella sua attuale forma rabberciata) potrebbe rivendicare un diritto di primogenitura sulla rottamazione (ho svolto ricerche in merito per la regione Calabria fin dal 2000...) o su quei terrain vague - che non sono né città né campagna, ma appartengono alla forma concreta della metropoli, ben lontana dalle utopie (penso alla rivista Gomorra di Massimo Ilardi, che purtroppo ha concluso le sue uscite...)?

Nella discussione in corso tra regioni e governo può pesare anche l'autonomia del pensiero tecnico e scientifico... A condizione di gridare prima forte che il Re è nudo e che compiti seri come ricreare le condizioni di una vita civile negli orrori dell'abusivismo e dell'infiltrazione mafiosa e camorristica negli appalti (Roberto Saviano) non possono essere affidatI al fai da te degli italiani, e a una smisurata estensione dei diritti edificatori. Di rivendicare, contro il pressapochismo, i diritti dell'autonomia e del progetto. Chi ben comincia, non chi comincia con la testa nel sacco, è a metà dell'opera (da tre settimane stiamo cantando il coro dell'Aida, Partiam partiamo...) Una volta concessi in via prioritaria i diritti edificatori a tutti i proprietari in quanto tali, senza nessuna condizione, che possibilità di contrattazione avrebbero le istituzioni, dalle regioni ai comuni? La posta in gioco non sono le due stanze in più nelle villette, ma la sostanza dell'identità italiana, di quello che per la qualità del suo paesaggio, delle sue città e della sua vita era chiamato il Bel Paese.

C'è una filiera economica che parte dall'edilizia, ma può anche essere distrutta - penso al turismo - dalla cattiva edilizia. Un'arma potente e eccezionale come un premio del 35%, che potrebbe essere usata per liberare le coste dagli abusi (in Calabria ne abbiamo censiti quasi 5000...) trasferendo in altri luoghi la cubatura, o per riqualificare le periferie, non può essere sprecata sparando a salve, per distrarre gli italiani dai nodi straordinariamente complicati di questa crisi...

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