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Paolo Berdini
Sul Pincio muore la città veltroniana
12 Settembre 2008
Articoli del 2008
Tre lezioni da una vicenda conclusa bene. Voltare pagina, ma stare attenti. Liberazione, 12 settembre 2008

La cancellazione del progetto della realizzazione del parcheggio del Pincio da parte dell’amministrazione comunale romana è una notizia straordinaria. Ha vinto la Roma migliore e potremo godere nuovamente della terrazza sovrastante piazza del Popolo senza che uno dei peggiori scempi a cui si voleva perpetrare alla nostra città lo deturpasse per sempre. Da questa vicenda si possono trarre tre lezioni generali e un’attenzione per il futuro di Roma.

Lungo le recinzione del cantiere che ha tentato di sfigurare la meravigliosa terrazza si legge che la decisione era stata presa sulla base dell’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3543 del 2006. Un riferimento oscuro che in realtà si riferisce al provvedimento con cui Romano Prodi aveva fornito all’allora sindaco Veltroni poteri speciali in materia di traffico. La città soffoca quotidianamente in un gigantesco ingorgo e la soluzione prescelta, senza alcun confronto con il consiglio comunale e la città grazie ai poteri speciali, era quella di sfigurare uno dei luoghi più belli del mondo per ricavarne 720 posti auto.

E siccome al ridicolo non c’è più fine, qualche giorno fa lo stesso Veltroni -eroicamente immolatosi nella difesa del Pincio- sulle pagine di Repubblica affermava che la principale urgenza di Roma era quella di costruire un piano per i parcheggi. Era proprio lui, sulla base dell’ordinanza Prodi, ad avere pieni poteri per realizzare quel piano dei parcheggi. Non l’ha fatto quando era sindaco e ora traccia la linea della nuova amministrazione di destra a cui ha regalato il governo della città! Bisognerebbe che qualche anima caritatevole lo avvertisse di non insistere. La prima lezione da trarre dalla vicenda è che bisogna farla finita con le scorciatoie istituzionali. Il futuro delle città deve tornare ai consigli comunali e ai cittadini. I pieni poteri ad personam, i commissari straordinari e i famigerati accordi di programma hanno dimostrato che servono soltanto a consentire ignobili speculazioni.

Seconda lezione. Quando lo scorso anno ci mobilitammo contro quella decisione governo, regione, provincia di Roma e capitale erano amministrate dal centro sinistra. In altri tempi sarebbe stata una garanzia di libera dialettica. Ai nostri giorni non è bastato che l’appello contro il parcheggio fosse firmato da personalità della cultura come da Desideria Pisolini Dall’Onda, Salvatore Settis, Italo Insolera eLuitpold Frommel, solo per citare alcuni delle decine di firmatari. A parte Liberazione e il manifesto, sugli altri quotidiani non è uscita una riga. Un controllo ferreo dell’informazione non consentiva il libero dispiegarsi di una normale dialettica che –sempre auspicabile- assumeva per la rilevante delicatezza del luogo il significato quasi di obbligo morale. Oggi il vaso di Pandora si è aperto. Dello scandalo del Pincio se ne parla su Le Monde e sulla stampa nazionale. In queste condizioni la nostra ragionevole posizione si è affermata. Dobbiamo oggettivamente ringraziare un sindaco che non ripudia il ventennio fascista perché a sinistra si è voluta azzerare ogni elemento critico. La seconda lezione da trarre dalla vicenda è dunque che a sinistra bisognerà chiudere per sempre una pagina umiliante in cui si è confuso il proprio ruolo con l’obbligo valido per tutti di “obbedir tacendo”. Si pensi che Roberto Morassut, ex assessore all’urbanistica di Roma, ha denunciato alla magistratura Report per l’impeccabile servizio sull’urbanistica romana. Un deputato Pd, come la società immobiliare negli anni ’60 contro l’Espresso, cerca di far tacere la Gabanelli e Mondani.

Terza lezione. I luoghi simbolici di ogni città vanno rispettati. A nessuna persona sensata verrebbe in mente di costruire un parcheggio sotto piazza San Pietro. Siamo invece arrivati ad un tale livello di corruzione delle coscienze che da noi si voleva scavare sotto il Pincio, mentre a Milano si scava davanti a Sant’Ambrogio e a Fiesole si devasta una delle piazze storiche più belle d’Italia. Il problema è che con l’impressionante silenzio della sinistra si è affermata in questi anni una concezione economicista delle città e dei beni comuni. Viene prima lo sviluppo, viene prima l’economia e le città si devono adeguare. Non era mai accaduto nella storia e conseguentemente è a rischio l’identità di tutte le nostre meravigliose città. A Torino, è solo un esempio tra tanti, si vorrebbe mutare per sempre, creando qualche grattacielo, lo storico disegno urbano soltanto perché –così si afferma- farebbe bene all’economia. L’interesse di alcuni potentissimi gruppi finanziari prevale sulla storia, sulla ragione della tutela, sugli interessi di tutti. Questa posizione culturale è congeniale della destra neoliberista. Ma quando queste stessa supina accondiscendenza verso le false ragioni dell’economia (in realtà si farebbe presto a dimostrare che si tratta sempre di speculazioni fondiarie) viene sostenuta dalla sinistra si comprende perché stiamo vivendo una sconfitta storica. La terza lezione è dunque che la sinistra ricostruisca un suo autonomo pensiero critico sulle città che metta al primo posto gli interessi generali. Si potrebbe iniziare da pochi passi dal defunto parcheggio del Pincio, dove un ettaro di villa Borghese, la prima villa pubblica aperta alla cittadinanza romana è stata recintata e affidata a un gruppo imprenditoriale che gestisce la casina Valadier. Questi benemeriti “imprenditori” non hanno trovato di meglio che contrattare i costi del restauro con la possibilità di aumentare il numero dei tavolini del ristorante. L’amministrazione di centro sinistra di Roma ha accettato con entusiasmo. Così il popolo delle stock option può pranzare a contatto con gli eroi dell’Italia mentre villa Borghese versa in degrado spaventoso. Non c’è una città dell’Europa civile che compie simili misfatti. E’ ora di revocare la concessione.

Infine l’attenzione al futuro di Roma. Oggi i quotidiani parlano della volontà di compensare il compianto parcheggio del Pincio con l’allargamento dell’offerta del vicino parcheggio del galoppatoio. Nel merito occorrerà comprendere se questo allargamento peggiorerà ancora lo stato di villa Borghese. E a scorrere le indiscrezioni della stampa non c’è da stare allegri. Sembra che si voglia realizzare un magnifico tunnel tra il parcheggio del Galoppatoio e piazza del Popolo. Un’idea geniale, degna di Chicco Testa. Si potrebbe tracciarne uno simmetrico dall’altro lato e farlo uscire proprio davanti alla storica “breccia” da cui le truppe piemontesi entrarono a Roma. Un magnifico tunnel che rappresenterebbe bene la modernità stracciona di un paese che non vuole liberarsi, unico in Europa, del predominio della speculazione fondiaria. Di un paese che non ha ancora capito che sono la storia e la natura a dover guidare le trasformazioni delle città e non viceversa. Proprio nel paese in cui esiste il più grande giacimento culturale del mondo. Lasciato in pace il Pincio, occorrerà lasciare in pace anche la piazza del Pop

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