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Vittorio Gregotti
Successo mediatico e tradizione antica
11 Giugno 2008
Altre città italiane
L’architettura contemporanea e i suoi limiti culturali e urbanistici: una voce in un dibattito tutt’altro che accademico. Dal Corriere della Sera, 5 maggio 2008 (m.p.g.)

Gli architetti dovrebbero essere più attenti quando citano, per giustificare (fondare sarebbe vocabolo troppo impegnativo) le proprie scelte estetiche e le proprie inutili bizzarrie, il pensiero filosofico dell'ultimo secolo parlando a caso di nihilismo o di decostruzionismo: quest'ultimo vocabolo in particolare, sono convinto, ha suscitato grande interesse per via del riferimento alla costruzione ed all'idea di differenza ma nello stesso tempo con una scarsa capacità di comprensione della filosofia francese degli anni Settanta.

Purtroppo il dibattito intorno alle diverse teorie e fondamenti della cultura architettonica è, da qualche decennio, andato in frantumi e utilizzato sovente da parte degli architetti in modo autopromozionale, che riduce spesso i principi a slogan pubblicitari. Né bisogna dimenticare che è mutato il posto che gli architetti occupano nell'immaginario sociale (ma è anche mutata la natura della loro professione) un luogo che si è spostato verso quella categoria di successo a cui appartengono stilisti della moda, designer, parrucchieri o i protagonisti del mondo mediatico. All'equilibrio antico tra pensare, costruire e figurare l'ultimo termine ha preso il sopravvento, sospinto soprattutto dal vento del mercato e del consumo.

Altrettanto prudenti dovrebbero essere gli architetti nelle imitazioni che estetizzano i risultati delle tecnoscienze, o quelli dei metodi di altre pratiche artistiche (compresa la narrativa), tutte cose di grande interesse in cui il dialogo è però utile e possibile solo a partire dalle differenti specificità.

In queste condizioni di incertezze e confusioni è del tutto naturale che tornino a farsi sentire le vecchie resistenze conservatrici che erano state prodotte più di mezzo secolo or sono, certo con altra robustezza teorica (si vedano i celebri testi di Hans Sedlmayr) resistenze giustificate anche dal ripetitivo trasbordare nei nostri anni dei progetti e delle realizzazioni verso il grottesco, sino al limite della caricatura.

Tutto questo tenendo conto che gli esiti, sovente contraddittori, delle teorie urbane proposte dal razionalismo quali la divisione delle aree per funzioni sono state sottoposte a critica positiva da più di trent'anni, senza per questo contraddire gli ideali del progetto moderno.

Ciò che oggi non dove essere sottovalutato è anche il successo di pubblico, certamente indotto anche dalle comunicazioni mediatiche, al di là degli interessi pubblici e privati, intorno al valore di immagine di marca che viene attribuito all'edificio, in quanto oggetto ingrandito; naturalmente nel totale disprezzo per il disegno urbano e per la dialettica con il contesto che è uno degli argomenti più diffusi in questo tipo di architettura post-postmoderna.

Al di là del riferimento stilistico, prima alla storia in senso del tutto generico poi ai linguaggi dell'avanguardia (compresi i procedimenti di bricolage) ampiamente riutilizzati e la cui unica novità è il rovesciamento del senso oppositivo che li caratterizzava, è infatti proprio l'ideologia della postmodernità come cultura del tardo capitalismo (interpretata dagli architetti) che descrive appieno le ragioni della attuale scrittura architettonica di successo, compresa la progressiva disgregazione di una cultura antica capace di immaginare alternative. Si tratta cioè, per quanto riguarda la maggior parte dell'architettura di successo mediatico dei nostri anni, di una forma di rispecchiamento realista dei valori, dei comportamenti e dei desideri della nostra condizione postsociale. E non è cosa da poco.

Attuare di fronte a tutto questo una resistenza critica capace di proposte civili è difficile ma anche indispensabile, se vogliamo continuare il nostro compito di costruire poeticamente; tutto questo senza alcun interesse per inutili ritorni al passato, ma anche senza dimenticare che il terreno della storia è quello su cui camminiamo e costruiamo: anche se non ci dice nulla sul cammino da prendere per immaginare, per l'architettura e per la società, possibilità altre.

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