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Joel Kotkin
Suburbio è bello
22 Maggio 2006
Articoli del 2005
“Architetti, ambientalisti e urbanisti dovrebbero impegnare le loro energie – invece di disprezzare e condannare – ai suburbi americani”. Così suona l'occhiello originale di questa abbastanza superficiale raccolta di "buon senso comune" da Architecture, 12 gennaio 2005 (f.b.)

Titolo originale: Protest – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini Per la gran parte degli ultimi cinquant’anni, gli urbanisti, i pianificatori, gli ambientalisti si sono scagliati contro la suburbanizzazione e l’odiata tendenza allo “ sprawl” fuori dai vecchi centri urbani. Augurandosela, alcuni hanno predetto l’imminente dannazione delle fasce più esterne, a partire dalla crisi energetica degli anni Settanta. I più rabbiosi oppositori di oggi allo sprawl, come lo studioso James Howard Kunstler, vedono questo come il momento “di uscire da suburbia sin che si può”, profetizzando il declino di questo tanto detestato simbolo della american way of life. Altri si concentrano su quello che chiamano il “ boom” di mercato residenziale nelle zone interne urbane, pronosticando una enorme ondata di giovani alternativi, coppie senza figli e altre figure sociali gradite, che sosterranno i costruttori nel trasformare d’incanto le zone urbane dell’America media in piccole Manhattan.Ma in realtà, sia le ipotesi di declino suburbano che quelle di un grosso revival dei centri sono andate deluse. Dal 1950, il 93% di tutta la crescita metropolitana ha avuto luogo nei sobborghi. Cosa più importante, queste tendenza è proseguita negli anni della crisi e, nonostante la crescita dei centri, non mostra concreti segnali di attenuazione.

Il motivo principale di questo trionfo non sta nella “cospirazione” delle grosse compagnie petrolifere o dei costruttori di autostrade, spesso citata dagli eco-attivisti, ma nel semplice desiderio della gente comune (non solo in America, ma nella maggior parte dei paesi ricchi) di possedere un pezzo di terra, per quanto piccolo, dove sia possibile vivere in relativa comodità e pace. Rispecchia quanto l’urbanista Edgardo Contini, italiano immigrato a Los Angeles, negli anni Sessanta chiamava “aspirazione universale”.Questa aspirazione non ha tanto eliminato il centro urbano tradizionale, quanto circoscritto di parecchio la sua rilevanza. In alcune città, come Chicago, mantiene parecchia vitalità ed importanza economica. E nella maggior parte delle altre ad ogni modo non è collassato nel guscio vuoto di quanto era un tempo (vengono in mente St. Louis, Cleveland, o Buffalo) mentre alcune come Boston e San Francisco, si sono reinventate come centri effimeri di divertimento e servizi per una utenza in massima parte di élite di tipo post-economico.I fatti, qualche volta, possono essere un ottimo balsamo per le delusioni. Negli ultimi quindici anni, in alcune località si è assistito a un piccolo ma positivo aumento dei residenti in centro, ma, se lo si considera come quota di tutte le nuove case nel paese, resta minuscolo. In realtà, tutta la crescita prevista di recente per i trenta maggiori centri città degli USA fino al 2010, assomma a meno di metà di quella suburbana della sola area metropolitana di Seattle negli anni Novanta. E nonostante tutto il recente discutere sugli incrementi residenziali del centro di Houston, le cifre delle autorizzazioni rilasciate mostrano come nell’intero anello centrale (che va ben oltre il solo centro) esse siano il 6% del totale della città, e una minuscola frazione se paragonata agli anelli suburbani esterni.

A partire dal 2000, questa tendenza sembra accelerare, secondo il demografo della Brookings Institution, William H. Frey. Molte città considerate anticipatrici di un futuro urbano a maggiore densità (San Francisco, Chicago, Minneapolis) hanno di fatto perso popolazione nei primi ani del nuovo millennio, dopo gli aumenti degli anni Novanta. Si spera che questo declino si invertirà nei prossimi anni, ma anche le previsioni più ottimistiche per le aree interne mostrano cifre di crescita non paragonabili con quelle per le periferieSecondo molti urbanisti, l’ascesa di suburbia suona la campana a morto per la città. Ma se pure la città tradizionale ha perso la precedente assoluta priorità, ha ancora molto da insegnare al suburbio. Lo sprawl ha dato alla gente, alle famiglie, una strategia di adattamento alle disfunzioni urbane (governi contrari all’impresa, scuole ingestibili, mancanza di verde), ma non ha sempre risposto adeguatamente ad altri problemi, soprattutto riguardo al bisogno di comunità, identità, spazi sacri, e un più stretto rapporto fra vita domestica e posti di lavoro.Creare un futuro suburbano migliore è una nobile (e potenzialmente profittevole) aspirazione. Suburbia sta maturando ed evolvendo in tutta l’America, come si può vedere nelle rivitalizzazioni dei centri terziari suburbani come Naperville, Illinois, o nel nuovi “villaggi suburbani” in corso di costruzione nella Fort Bend County nell’area di Houston, o nella Santa Clarita Valley in California. È una rinascita che si può vedere nelle manifestazioni artistiche della Gwinnett County, Georgia, nella costruzione di nuove sorprendenti chiese, moschee, sinagoghe e altri templi nelle vaste periferie.Questo importante lavoro farà molto per definire la città moderna del ventunesimo secolo, e tentare di rispondere alle sfide poste dai primi visionari di suburbia – uomini come Ebenezer Howard o H.G. Wells – che videro nello spostamento vero le periferie l’occasione di una “nuova civiltà”. È un programma che merita le energie creative di architetti, ambientalisti e pianificatori, non disprezzo e condanna.

Nota: qui il testo originale sul sito di Architecture ; le politiche publiche, per esempio in Gran Bretagna, sembrano fortunatamente non tener conto di questi richiami ai loro pensatori nazionali, come racconta l'articolo del RICS sugli incrementi di densità residenziale che abbiamo proposto su Eddyburg (f.b.)

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