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“Sovracomunalità in crisi: perchè?”
25 Settembre 2006
Lettere e Interventi
Massimiliano Pellerino

Caro Eddyburg, innanzitutto mi presento: sono un fresco laureato dell'Università di Torino (della Facoltà di Scienze Politiche). Avrei bisogno di una rapida consulenza su un progetto di studio e ricerca (che parla sostanzialmente di governance territoriale e istituzionali locali), da presentare per un bando di concorso, su cui sto lavorando. Ora vengo al dunque e le sottopongo quattro punti che ho cercato di sintetizzare:

1. Parto da una considerazione. Nell'ambito della dimensione sovracomunale, o meglio di area vasta di livello intermedio, mi pare si possa riscontrare, in Italia, una diffusa difficoltà a fare sistema. Certo, ci sono dei territori storici che fanno della propria capacità di proporsi in termini di attore collettivo un vero e proprio marchio di fabbrica: vedi i territori a forte configurazione distrettuale, istituzionalizzati anche con le normative sui distretti, che spesso successivamente hanno addirittura conquistato lo "status" di provincia (Prato, il Biellese, il Fermano, ecc...). Ma si tratta di esempi isolati. I risultati, fatti di luci ed ombre, che hanno contraddistinto e contraddistinguono l'esperienza dei Patti territoriali sono probabilmente un esempio pratico di quanto detto. Inoltre, entrando nell'ottica delle dimensioni provinciali, troviamo i casi delle costruzioni provinciali più ampie, dove possono sorgere difficoltà quando si parla di sviluppo locale o di interrelazioni territoriali.

La mia domanda è: questa visione è plausibile o è frutto di mie illusioni? Concludo il punto dicendo che in diversi Piani territoriali di coordinamento provinciale (uno su tutti, quello della Provincia di Torino) ho rilevato chiari riferimenti alle difficoltà i interrelazione tra Comuni, sia in termini di interrelazioni urbanistiche che di interrelazioni territoriali.

2. A proposito delle interrelazioni sovracomunali di carattere urbanistico, nel suo libro lei parla di piano regolatore intercomunale: ma quanta applicazione ha avuto in Italia questo strumento? Per quel che risulta a me davvero poco.

3. In generale, riallacciandomi al primo punto, mi pare di poter aggiungere che in Italia c’è poca propensione all'innovazione istituzionale. Esiste una certa tendenza a discutere (e discorrere) di riforme, magari di più o meno competenze da assegnare a questo o quel livello di governo, ma raramente si prende in considerazione il ruolo effettivo che si vuole dare ai governi locali, se valga la pena tenerli in vita come adesso, con dei ritagli rigidi che risalgono per gran parte all'epoca napoleonica e che costituiscono un importante elemento di path dependency, o se invece magari non sia meglio discutere di innovazioni da portare, iniziando dall'introduzione di un carattere maggiormente flessibile. Condivide? Le esperienze francesi, quali ad esempio le Communautés des Communes e .le Communautés d'Agglomération, possono essere considerate un buon esempio di innovazione istituzionale?

4. In conclusione, ovviamente ancora in relazione ai temi sopra accennati, ho notato una recente affermazione di Carlo Olmo (direi molto interessante), pubblicata all'interno di un editoriale del Giornale dell'Architettura, che lei ha ripreso sul suo sito: una sorta di invito al "superamento di autonomie locali oggi controproducenti: cosa intende(te)

Le rispondo alle quattro domande.

1. "Natura di cose altro non è che nascimento di esse",diceva Gian Battista Vico. Credo che la radice di ciò che lei individua sia nell'esasperato campanilismo cui la nostra storia ci ha condotto, oltre che nella debolezza dei "governi" sovracomunali. Credo che gli studi storici potrebbero aiutare molto a comprendere perché in certe aree si siano costruiti e permangano legami intercomunali forti.

I problemi però sono due. Da un lato, la debolezza dei governi "di area vasta", dall'altro lato, le resistenze all'autoaggregazione dei comuni. C'è un passaggio molto bello nell'articolo di Lunghini che ho inserito in eddyburg, dove parla dei danno che la concorrenzialità tra nazioni provoca. Credo che lo stesso ragionamento si possa fare per i comuni.

Comunque, credo che lei ponga l'accento si una questione molto seria e di grande attualità. A mio parere la proliferazione delle province, il loro indebolimento anche a causa di politiche regionali distorte, il mancato respiro politico che ha avuto l'attuazione di quella ottima legge che,per questi aspetti, era la 142/1990 debbano indurre a una riflessione seria. Nella quale non si getti il bambino con l'acqua sporca, ma si ragioni seriamente e razionalmente su ciò che è successo e ciò che non è successo.

Forse quello che a molti di noi appare come un'aberrazione,il proliferare di nuove province,è l'espressione del consolidarsi di "identità locali sovracomunali" che andrebbe colto e incoraggiato, magari in altri modi. Mi piacerebbe aprire la riflessione su eddyburg, e magari lo faremo. Ma bisogna in ogni caso partire dal percorso che è stato compiuto dagli anni 60 alla 142/1990: questa è stata il meditato punto d'arrivo di un'ampia sperimentazione,e aveva ragioni profonde che devono essere mantenute. Soprattutto tre: i problemi di governo del territorio richiedono,per essere affrontati correttamente, una dimensione locale superiore al comune; l'autorità di governo del territorio deve essere elettiva di primo grado (altrimenti ogni membro ne rappresenta solo una parte, e la lite tra le parti prevale su tutto); è necessaria una volontà politica centrale (il governo nazionale, i partiti) moltoforte e determinata, che sappia spendersi su questioni di merito e non solo di potere di parte.

2. La risposta alla seconda domanda è molto semplice: nessun piano intercomunale ha mai concluso il suo iter.

3. Per l'Italia direi che manca soprattutto la continuità nelle convinzioni politiche. Il significato della 142/1990 è stato dimenticato, da parte della politica, il giorno successivo all'approvazione: non è perciò mai diventata un traguardo politico, un impegno forte. Ugual fine avrebbe qualunque altra riforma della riforma.

Da questo punto di vista (e non tanto da quello delle specifiche forme istituzionali) il confronto con la Francia può essere interessante. So che in Francia si è partiti da un fortissimo centralismo, e che l'autorità centrale ha ancora un potere molto penetrante. So che c’è una direzione di marcia verso l'aggregazione dei comuni in aggreghazioni più vaste che prosegue da decenni, con costanza, intelligenza e risorse. E poi, c'è un'amministrazione molto efficiente e potente, che dirige ancor più di quanto facciano gli eletti. I quali a loro volta vengono molto spesso dalla pubblica amministrazione, forse più che dalle "libere professioni" (è una ipotesi non supportata da dati). C’è indubbiamente durata, efficacia e potenza all'amministrazione pubblica.

4. Per conto mio sono per il principio di sussidiarietà: quello “in salsa europea", non alla Bossi-Bassanini, per intenderci. Non "tutto ilpotere al livello pi basso", ma ogni decisione al livello che meglio può assumerla nell'interesse generale. Mi sembra che oggi, per riprendere un'antica espressione di Giulio Carlo Argan (quando divenne Sindaco di Roma) "l'Italia stia diventando un immenso campo di decentramento". E i prezzi si pagano: vedi le mille Monticchiello!

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