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Oliver Tickell
Sotto la Cintura
22 Maggio 2006
Articoli del 2005
I 50 anni delle "Green Belts" britanniche. Con parecchi problemi. The Guardian, 27 luglio 2005 (f.b.)

Titolo originale: Below the belt– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Le “ green belts” di campagna che circondano le grandi città d’Inghilterra celebreranno qualcosa la prossima settimana: il loro 50° compleanno. Fu il 3 agosto 1955 che Duncan Sandys, ministro conservatore per l’Housing dell’epoca, pubblicò la circolare 42/1955, che consentiva alle amministrazioni locali di tutto il paese di circondare le città di terreni inviolabili per i costruttori.

Molti faranno un salto all’idea, ma 50 anni dopo le green belts sono più che mai sottoposte a pressione con università, comuni, aeroporti, costruttori di abitazioni, club sportivi e altri che tentano di occuparle.

Il vice primo ministro, John Prescott, ripete che sono al sicuro. Esponendo le politiche governative il 5 febbraio 2003, aveva detto: “Oggi, posso garantire al parlamento di mantenere o aumentare i terreni di green belt in tutte le regioni di Inghilterra”.

Ma il suo impegno non era quello che sembrava. Per prima cosa, quasi tutte le nuove green belts sono in zone del nord Inghilterra dove non esiste quasi pressione edificatoria. Secondo, come Tony McNulty, allora responsabile per la rigenerazione allo Office of the Deputy Prime Minister (ODPM) disse ai Comuni il 26 marzo 2003: “Se le amministrazioni locali decidono di cambiare la destinazione da green belt, ci aspettiamo che l’organismo di pianificazione regionale collabori con esse per trovare nuove aree, per assicurare che la quantità totale in ciascuna regione sia mantenuta o aumentata ... L’idea di permanenza non è mai stata un elemento guida [della Planning Policy Guidance 2]”. In altre parole, si può costruire sopra le attuali green belts se una superficie almeno uguale di terreni viene destinata allo stesso scopo altro ve nella regione.

Questa nuova non-permanenza delle green belts è sin troppo evidente, dice Henry Oliver, responsabile per l’urbanistica per la Campaign to Protect Rural England (CPRE). Il governo ha consentito 162 insediamenti su green belt dal 1997 al 2003, sacrificando oltre 1.000 ettari di queste superfici a usi residenziali fra il 2000 e il 2003.

Le minacce in corso abbondano. A Tyne and Wear, 30 ettari di green belt sono stati destinati ad area di allenamento per la squadra di rugby dei Newcastle Falcons. Il consiglio municipale di York vuole consentire alla locale università di ampliarsi su 120 ettari di fascia verde, con parcheggi per 1,500 auto e un business park.

Una seconda pista di atterraggio a Gatwick si prenderebbe 250 ettari. A Oxford, l’amministrazione sta progettando migliaia di case in zona green belt a est della città. E i confini delle fasce verdi sono radicalmente in corso di modifica in tre “aree di sviluppo” ufficiali: il Thames Gateway, Milton Keynes-sud Midlands, e Londra-Peterborough. “Le politiche del governo hanno trasformato le cinture verdi in fasce elastiche, che si stiracchiano per consentire più costruzioni” dice Mark Prisk, deputato conservatore per Hertford e Stortford. “L’essenza della green belt è il suo essere permanente e specifica per l’area. Una volta dichiarata deve restarlo, per sempre”.

Prisk è preoccupato per i progetti di costruire 6.000 case in zone green belt del suo collegio. Ma è allarmato anche per l’assalto a livello nazionale. Il 13 luglio ha presentato un progetto di legge personale sulle fasce verdi. “Il mio progetto tenta di recuperare la specificità del sito, e assicurare che i confini delle zone di green belt siano chiari e permanenti. È possibile destinare altre superfici, se necessario, ma questo non deve consentire che quelle originarie perdano la tutela” dice. “Stiamo attenti ai parchi urbani, ma trascuriamo i terreni di green belt ai margini delle città, che sono altrettanto importanti. È un’enorme e preziosa risorsa, di cui dovremmo fare un uso più positivo”.

Il CPRE concorda. “Molti proprietari rendono deliberatamente i propri terreni destinati a green belt il più possibile poco attraenti e interessanti: intensificano l’agricoltura, eliminano caratteri come siepi o specchi d’acqua, per scoraggiare il pubblico dall’usarle”, dice Oliver.

La sua opinione si basa sull’esperienza di lavoro nell’amministrazione di Knowsley, vicino a Liverpool. “Questa deliberata trascuratezza aumenta anche il livello di ‘speranza’; la possibilità che un giorno il proprietario possa costruire realizzando enormi profitti”.

Oltre a chiedere maggior tutela, Oliver propone che il Department for Environment, Food and Rural Affairs (Defra) offra incentivi ai coltivatori della green belt per il ripristino di paesaggi, protezione della fauna, migliore accessibilità al pubblico. “Il fattore più importante e dimenticato, è che queste fasce di campagna sono le più vicine a dove abita la gente. Visitare e passeggiare per la campagna è in cima all’idea britannica di tempo libero, e qui c’è tutta la campagna che milioni di persone possono raggiungere senza salire in macchina. Dobbiamo usare di più questi spazi”.

Anche la produzione locale di alimenti può essere un fattore chiave per le green belts, sostiene Simon Fairlie, esponente di The Land is Ours. “In tutto l’entusiasmo per negozi, mercatini e così via, sembra che si sia dimenticato un aspetto: dove si coltivano i cibi locali? È una domanda che si risponde da sola: nella campagna che circonda le conurbazioni”.

Sono idee fortemente sostenute dalla Town and Country Planning Association. “Le green belts oggi dovrebbero essere concepite come eco belts, in modo che la terra attorno alle città diventi area per tutta una serie di funzioni ambientali e sostenibili, come le piccole produzioni di cibi biologici, boschi comunitari, programmi di compostaggio, impianti di energia eolica e piccole centrali a biomassa”, recita l’ultimo documento programmatico sull’argomento.

È davvero una nuova prospettiva per le green belts: ma in questi tempi di crisi, a 50 anni dall’istituzione, chi la sosterrà?

Nota: qui il testo originale al sito del Guardian ; sulle polemiche per le green belts, su Eddyburg anche una dichiarazione ufficiale governativa dal Planning Portal ; di seguito, scaricabile direttamente il "Green Belt Policy Statement" (2003) della TCPA citato nel testo (f.b.)

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