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“Sono liberale, critico la destra”
19 Giugno 2007
Lettere e Interventi
Stefano Moroni

Caro Salzano, ho visto che su eddyburg.it viene riportata una mia intervista ad un giornale appioppandomi nientedimeno che il ruolo di teorico di una certa nuova destra. La cosa un po’ mi sorprende perché il libro che ho scritto e a cui l’intervista fa riferimento ( La città del liberalismo attivo, 2007) aveva tra l’altro l’intenzione di criticare una certa destra e il modo in cui quest’ultima intende il ruolo del diritto e dello stato. Può darsi che nel libro non sia riuscito sino in fondo nell’intento, ma continuo a pensare che appiattire le posizioni liberali (che cerco di sostenere) su quelle di certa destra fa solo il gioco di quest’ultima: e non mi pare un’ottima mossa. In sintesi: esiste una tradizione liberale (classica, continentale) che non coincide con le posizioni di certa destra (e, nemmeno, con quelle di certa sinistra), tradizione che va ovviamente discussa e criticata severamente, ma senza ridurla a ciò che non è e non può essere. Per fare un esempio (centrale anche per l’ambito urbanistico): l’ideale, fondamentale ed imprescindibile per la tradizione liberale, del ‘rule of law’ è per nulla accolto da certa destra e continuamente violato nelle sue pratiche di governo. Sia chiaro: alcune sovrapposizioni qua e là ci sono tra tutte le posizioni in gioco, ma ci sono anche chiari e profondi elementi di divergenza che portano ad idee molto diverse sul ruolo dei soggetti pubblici e privati. Per finire: dubito che molti di coloro che oggi si definiscono neo-liberali (o vengono classificati come neo-liberali) siano liberali nel senso in cui io intenderei il termine.

P.S. Non so se vorrai riportare queste mie brevi righe sul tuo sito e se sarebbe possibile aprire una discussione in proposito (io la troverei interessante; anzi, indispensabile proprio per le questioni urbanistiche); in ogni modo, conoscendoti da tempo, non ho dubbi che prenderai sul serio il problema e mi criticherai come testardo e inguaribile liberale piuttosto che come improbabile paladino di posizioni che per la gran parte non condivido.

Quando scriverò sul tuo libro ne tratterò certamente con un’ampiezza maggiore di quella che ho dedicato alla tua intervista, e a quella di questa breve risposta alla tua lettera. Nell’intervista rilasciata al giornale della famiglia Berlusconi non ho letto critiche a “una certa destra”: ma sono certo che la cialtrona destra italiana che campeggia attorno a Berlusconi e di cui lui è la migliore espressione non incontra i tuoi gusti, sebbene accetti di illustrarne le pagine.

Quando parlo di neoliberismo parlo di qualche altra cosa, che è nota all’analisi politica internazionale di questi anni e che non ha più niente da fare con quella “tradizione liberale (classica, continentale)” cui accenni. Vi si riferisce ad esempio, tanto per rimanere in eddyburg , il libro di David Harvey, Neoliberalism , recensito su queste pagine da Boniburini, e il breve capitolo di Giorgio Ruffolo che abbiamo riportato di recente. Qualcosa di cui l’attuale destra italiana è politicamente al servizio, ma che è ben più grande e più pericolosa. Un sistema di potere “che respinge nettamente l'interferenza dello Stato nel Mercato e riporta in auge un idolo che sembrava distrutto: la fede inconcussa nella sua capacità di autoregolazione” (Ruffolo). Un “progetto di lotta di classe” che “sembra lotta di classe e agisce come lotta di classe”, e il cui “liberalismo” ““significa piena libertà per coloro che non hanno bisogno di vedere accrescere i propri redditi, il proprio tempo libero e la propria sicurezza, e una vera e propria carenza di libertà per la gente che invano potrebbe cercare di fare uso dei propri diritti democratici per trovare protezione dal potere di quanti detengono le proprietà” (Harvey).

È del tutto omogenea a quel liberismo (neoliberalism ) la tesi che sostieni nella tua intervista, che certamente esprime il tuo recente pensiero con la fedeltà di una interpretazione autentica. Quando per esempio affermi che per la città bisogna stabilire “poche regole, le più astratte e generali possibile, che stabiliscano soprattutto che cosa non si deve fare, affinchè non siano lesi i diritti di alcuno” mentre il resto deve essere “lasciato alla libera iniziativa dei cittadini e alla benefica, provvidenziale azione del mercato”. E aggiungi: “Non il mercato falsato che conosciamo, ma realmente concorrenziale”: come se la proprietà immobiliare nelle città e nei territori potesse configurare un mercato siffatto!

Del resto, da ogni passo della tua intervista emerge che il tuo mondo è popolato esclusivamente da proprietari immobiliari desiderosi di accrescere la propria ricchezza personale, e la tua città è abitata unicamente da individui chiusi nel bozzolo del loro interesse economico. Questo mondo e questa città sono l’antitesi radicale di quelli che a me interessano, e che la buona urbanistica e la buona politica hanno tentato, e tentano ancora, di costruire. Spesso riuscendovi, come non sembri riuscire a vedere. Ma sono certo che ne riparleremo.

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