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Stefano Bucci
Solo la bellezza può riscattare le città
11 Giugno 2008
Articoli del 2008
Negli articoli di Stefano Bucci dal Corriere della Sera, 19 marzo 2008, alcune riflessioni sull’estetica delle città come elemento di democratizzazione urbana (m.p.g.)

Solo la bellezza può riscattare le città

Al centro dell'affresco del Buongoverno, nel Palazzo dei Priori di Siena, Ambrogio Lorenzetti (1285-1348) aveva dipinto una scuola mentre come «cuore della città reale» aveva immaginato, proprio davanti al Duomo, l'immenso Ospedale della Scala. Una ragione per quella scuola e quell'ospedale sparati così in primo piano c'è. Perché quella rappresentata da Ambrogio Lorenzetti non vuole essere soltanto una realtà estetica ma anche sociale: fin dai primi secoli dell'Anno Mille, tutti i cittadini della civitas avevano avuto, accanto ai loro doveri alla partecipazione attiva e alla sua difesa, alcuni diritti inviolabili come l'accesso all'istruzione elementare con tanto di maestro (la scuola) e all'assistenza sanitaria con tanto di medico (l'ospedale).

Strade, piazze, portici, ponti come simbolo delle nostre libertà e dei nostri diritti. Una città «bella » analizzata non soltanto come un'opera d'arte ma anche come «ambiente ecologico per la sua democrazia, dove i suoi cittadini si possono sentirsi intimamente tali ». Sono alcuni dei tasselli del mosaico messo insieme da Marco Romano nel suo nuovo libro ( La città come opera d'arte, Einaudi, pp. 120): «L'idea di bellezza proposta ad esempio dal Rinascimento — spiega Romano che è stato docente di Estetica delle città a Venezia, Palermo, Genova, Milano nonché autore sempre per Einaudi di una Estetica della città europea — non voleva soddisfare solo l'esigenza dello spirito ma aveva anche l'ambizione di sfidare il tempo offrendo una prospettiva di eternità nella quale si potessero radicare le nostre speranze terrene». Per questo, quando si trattava di «estetica delle città» l'idea di eternità doveva superare necessariamente i confini della semplice forma per legarsi «alla trasformazione di ogni individuo in un effettivo elemento della civitas, in una persona socialmente riconosciuta».

L'invito è dunque quello di guardare l'evoluzione della città europea da mille anni a questa parte per pensare e progettare la città di oggi. Avvicinando Calatrava e Ammannati, la Biblioteca Malatestiana di Cesena e il Beaubourg, la locanda della Posta di Senigallia a l'«Unite d'habitation» di Le Corbusier ma allo stesso tempo allontanandosi da ogni nostalgia tradizionalista (alla Léon Krier per intenderci). In questa riscoperta del valore sociale della bellezza c'è, per Romano, la ricetta per superare l'attuale crisi delle nostre città. Come aveva, a suo tempo, fatto la Firenze mercantile aprendo i cantieri delle nuove mura arnolfiane e del Duomo quando era ancora in lotta contro le famiglie dell'oligarchia; come aveva fatto Siena «disegnando » Piazza del Campo quando ormai la sua potenza finanziaria e militare era avviata verso un irrimediabile declino; come avevano fatto, in tempi più recenti, i cittadini di Bilbao reagendo al loro tramonto industriale affidando a Frank 0. Gehry il progetto per la nuova «filiale » del Guggenheim.

Tommaso Moro nella sua Utopia voleva non soltanto che tutti gli abitanti avessero i medesimi compiti, il medesimo lavoro, i medesimi cibi, i medesimi vestiti ma anche che avessero «le medesime case a tre piani». Quest'idea di democratizzazione estetica dell'architettura può rivelarsi utile anche ai nostri giorni. Che vedono banlieu e periferie trasformati in luoghi di degrado «non perché lontane materialmente dal centro, ma perché i loro abitanti sono privi di qualsiasi riconoscimento di appartenenza, sono una galassia asserragliata in un ghetto dove si perde l'idea stessa di democrazia». Dunque risanare (anche esteticamente) quelle periferie vuol dire avviare il loro riscatto sociale. Non a caso, d'altra parte, Voltaire chiedeva nel Settecento un nuovo piano regolatore che restituisse a nuova vita i quartieri più bui di Parigi. E lo voleva addirittura scolpito nel marmo, esposto nell'atrio del palazzo municipale, trasformato in una testimonianza perenne del «glorioso» futuro delle città.

«Idea colta, ma anacronistica Servono scuole e biblioteche»

Le risposte di Stefano Boeri e Francesco Dal Co

Sergio Fajardo, sindaco di Medellin e probabile prossimo presidente della Colombia, in quattro anni ha letteralmente ribaltato la città. E lo ha fatto solo con l'architettura: scuole, biblioteche, funivie e altre «strutture » destinate alla collettività che (insieme all'aumento del numero dei poliziotti di quartiere) hanno di fatto dimezzato gli omicidi della seconda città della Colombia, tristemente famosa in quanto a lungo capitale mondiale del narcotraffico.

Per Stefano Boeri, direttore di «Abitare» e protagonista con Fajardo del simposio su «La dimensione politica dell'architettura» organizzato dalla Fondazione Targetti e dalla Fondazione «Corriere della Sera» svoltosi ieri a Firenze, il modello per migliorare la qualità di vita delle città è proprio quello indicato da Fajardo: «Non credo che abbellire la città serva necessariamente a renderla anche più vivibile — dice Boeri —. È una visione che definirei molto colta ma anche molto anacronistica, legata a una realtà imposta da pochi soggetti». Secondo Boeri, dunque, «l'idea della città come opera d'arte globale non aiuta a cancellare diseguaglianze che oltretutto non possono più essere localizzate soltanto nelle periferie ma in quelle che io chiamo le anti-città, vere e proprie zone franche nel centro di città come Bari, Genova e Napoli».

Sulla stessa linea anche Francesco Dal Co, professore di Storia dell'architettura all'Università di Venezia: «L'idea di ispirarsi a una bellezza antica per migliorare la qualità delle nostre città mi fa venire in mente i turisti che amano la Cupola del Brunelleschi senza però sapere che nel Quattrocento, all'ombra di quella bellissima cupola, la gente viveva al massimo trentadue anni. O a chi si entusiasma davanti alla Reggia di Katsura in Giappone senza rendersi conto che è impossibile viverci ». Per Dal Co, d'altra parte, «non tutte le architetture antiche che sono sopravvissute fino a noi sono necessariamente anche belle». Il suo modello? «La periferia di Berlino disegnata negli Anni Venti da Mies van der Rohe, una periferia certo bellissima e oggi assai ambita dall'élite degli intellettuali, ma dove quello che conta non è tanto la visione estetica quanto la misura del vivere, l'idea che ogni singolo spazio rispecchi fedelmente la tipologia delle persone che ci vivono, e questo non è certo soltanto una questione di bellezza».

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