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Guido Carandini
Socialismo ecologico e Partito democratico
6 Marzo 2007
Articoli del 2007
Un riformista serio suggerisce le riforme che il Partito democratico dovrebbe promuovere. Speriamo che gli diano retta. Da la Repubblica del 3 marzo 2007.

Caro direttore, qualche giorno fa, in una sezione Ds del centro di Roma, si è svolta una discussione fra gli iscritti sul tema del Partito democratico, e la senatrice Anna Finocchiaro ha svolto un ottimo intervento, ben calibrato fra ragione e passione, a favore della mozione Fassino e dunque della necessità del nuovo Partito democratico. Sul merito della quale concordo anche se (come ho scritto su la Repubblica del 12 febbraio) quella mozione purtroppo non la argomenta in modo sufficientemente concreto. Ma l´analisi della Finocchiaro è stata particolarmente efficace in riferimento al fatto che i Ds, per contare nel Paese (col loro attuale 17%) e per contribuire alla stabilità del governo in un sistema bipolare, devono obbligatoriamente riunire le proprie forze riformiste a quelle di altri partiti e di altre tradizioni culturali, confrontandosi con esse senza per questo perdere il carattere particolare che il loro passato - e la stessa provenienza dal Pci - attribuisce al loro riformismo socialista. E’ a questo proposito che vorrei aggiungere qualche riflessione come contributo alla discussione sul futuro Pd.

Incomincio con un ricordo personale. Nei tardi anni ‘70 sono entrato alla Camera, eletto nelle liste del Pci, insieme a due economisti di chiara fama: Luigi Spaventa e Claudio Napoleoni, eletti fra gli Indipendenti di sinistra. Era l’epoca in cui ancora si discuteva animatamente sulle varie forme di socialismo come un correttivo o, addirittura, una possibile alternativa del capitalismo. Fu nel corso di una chiacchierata su quel tema con Spaventa e Napoleoni che il primo se ne uscì con questa memorabile battuta: "Ma prima di parlare di fuoriuscita dal capitalismo, non sarebbe opportuno da noi riuscire ad attuarlo?". Era una domanda, niente affatto retorica in un paese che aveva conservato tracce del suo passato corporativismo fascista nel forte clientelismo e nepotismo del suo sistema politico ed economico.

Ancora oggi però - anche se di fuoriuscite non pare proprio più serio ragionare - quei vecchi vizi non li abbiamo perduti, sebbene proprio di essi il capitalismo (se "attuato") avrebbe dovuto sbarazzarci imponendoci un benefico salto nella modernità. Ma poi è successo di peggio: non solo corporazioni, clientele e consorterie famigliari (anche criminali) hanno continuato a prosperare, ma di "elementi di socialismo", come si diceva allora, non si parla proprio più. I motivi di questo silenzio piatto forse sono basati su quest’unico assunto: poiché il capitalismo ha stravinto, non è certo più tempo di occuparsi né di esso né, tanto meno, del socialismo.

Immersi come siamo nel capitalismo "globale" - americano-europeo-indo-cino-asiatico - la maggior parte dei politici è sempre più portata a considerarlo come un fenomeno puramente "naturale", al quale quindi non resta che adattarsi. Anche gli economisti hanno smesso di indagarlo come, al contrario, un fenomeno politico-sociale, che ha avuto una lunga evoluzione storica e che ha gradi di sviluppo diversi e caratteristiche disuguali nelle diverse aree del mondo che ha conquistato. E tanto meno essi si curano ormai di analizzare i modi specifici in cui ha realizzato in passato, e realizza oggi, il suo vero e unico scopo che è l’accumulazione del capitale.

Ma ammesso che, in ragione della sua lunghissima durata storica, il capitalismo potesse essere considerato un fenomeno "quasi naturale", allora l’analogia più corretta sarebbe quella con gli attuali mutamenti climatici potenzialmente disastrosi. Perché quei mutamenti li abbiamo creati proprio noi umani con le emissioni di carbonio nell’atmosfera, che sono la diretta conseguenza di più di un secolo di crescita esponenziale della produzione industriale e dei consumi di massa, oltre che dell’esplosione demografica che, nello stesso periodo, ha quadruplicato la popolazione mondiale. E se dunque è vero che il capitalismo ha stravinto sul falso socialismo che è stata la tragica stagione comunista, è stato proprio il suo prevalere che ha diffuso a livello globale i modelli di accumulazione della ricchezza che hanno generato un elevato benessere per una parte dell’umanità, ma al costo dell’impoverimento di un’altra parte e dell’indigenza di un’altra ancora. Oltre che, ora ce ne accorgiamo, anche un folle sfruttamento delle limitate risorse dell’ambiente in cui tutti viviamo.

Questa è la ragione per la quale, preso atto che il socialismo non può più essere una alternativa secca del capitalismo come nella vecchia ipotesi rivoluzionaria, si deve tornare a considerarlo in senso riformista come un progetto di correzione della rotta del capitalismo, per realizzare una società meno lacerata da ingiustizie e meno avvelenata da sprechi. Esattamente come si prevede oggi di dover fare per il fenomeno dell’inquinamento dell’ambiente. Ne consegue che le divisioni fra destra e sinistra devono mutare anch’esse, perché devono oggi vertere sulla netta contrapposizione fra un cieco liberismo affaristico e un consumismo dissipatore da un lato, e dall’altro un "socialismo ecologico" nel suo significato più ampio di fede nella possibilità di proteggere e migliorare l’ambiente sia umano che naturale.

Un socialismo, perciò, che deve perseguire sicuramente i suoi obbiettivi di solidarietà nei confronti delle classi più deboli, di difesa del diritto al lavoro, di contrasto alle forme più odiose di privilegio da un lato e di sfruttamento dall’altro, e via discorrendo, in continuità con la tradizione socialdemocratica alla quale anche il Pci aveva dato il suo contributo. Ma oggi ci sono altri obiettivi ancora più vitali per le nostre società che esigono una riforma del capitalismo, per raggiungere la quale è assolutamente necessario che si uniscano in uno sforzo comune tutti i movimenti riformatori, dai socialdemocratici ai liberali, dai cattolici ai laici. Proprio ciò che si intende fare col nuovo Partito democratico.

Se questo è il nuovo senso e significato del socialismo, allora ritorna di attualità il "quesito Spaventa". Ma sì, proprio quello posto trent’anni fa dall’amico economista che oggi, attualizzato, dovrebbe suonare così: "Ma per parlare di socialismo non sarebbe necessario sapere come è fatto il capitalismo col quale si dovrebbe confrontare?". Per raggiungere questo "sapere" è allora indispensabile tornare prima di tutto a indagare la storia del capitalismo, rivisitando le sue tappe, e riflettere sulle sue continuità e sulle sue grandi trasformazioni. Ritornare cioè a una critica del presente combattendo una specie di analfabetismo di ritorno in tema di analisi sociale: un altro compito per il futuro Pd.

Penso che il socialismo come fede in un nuovo grande progetto ecologico potrebbe essere un richiamo per i giovani che cercano disperatamente, e non trovano per ora, una buona ragione per interessarsi ai riti vegliardi della nostra politica.

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