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Giorgio Todde
Sindaci imprenditori
2 Novembre 2009
Giorgio Todde
“Quelli del sì a tutto” avrebbero quotidiane dimostrazioni dell’utilità di un salvifico “no ...

“Quelli del sì a tutto” avrebbero quotidiane dimostrazioni dell’utilità di un salvifico “no”. Ma se ne impipano. L’Isola si perde anche perché certi suoi podestà sviluppisti considerano l’attività politica simile a quella immobiliare, e le confondono. Tutt’e due attività lecite, s’intende. Lecite ma in conflitto quando si sommano nella stessa persona.

San Teodoro è un esempio di paese-cantiere edile, dove la politica è tutta concentrata nell’azione incontenibile di costruire. Un territorio governato dall’esaltazione immobiliare che lo ha portato alla perdita di sé. Un luogo sublime, come tanti altri dell’isola, che la “politica del sì” ha trasformato in un funebre grumo di case e gru. I sindaci impresari passeranno alla storia dell’isola come i nostri flagelli antichi, ma avranno ferito a morte i luoghi.

I suoli, considerati come uno strumento per riempire la pancia, immancabilmente ripagano gli scempi, si sa. Villagrande ha avuto i suoi morti perché si costruiva sul greto del fiume. Capoterra, indenne da inondazioni sino agli anni ’60, incoraggia un raccapricciante uso del territorio e per conseguenza subisce lutti e distruzione che restano nella memoria di ognuno, salvo in quella di chi, perduto il senno, continua a costruire.

Chissà quanti sindaci d’impresa amministrano i nostri 380 comuni. Chissà quanti candidati edilizi hanno utilizzato nei comizi l’idea brutale che nel metro cubo è contenuta la felicità eterna. Chissà quanti amministrano e contemporaneamente costruiscono.

Qualcuno ha declamato che lui il Paesaggio lo “deve fabbricare”, un altro che lo “restaura”, un altro ancora che “lo ricostruisce”. Insomma, la politica, grande e piccola, vede come propria bussola non il benessere dei singoli e la protezione del patrimonio naturale che ci è stato consegnato, no. Non il cosiddetto “uomo al centro” del Creato, l’uomo che, proprio perché è al centro, dovrebbe difenderlo questo povero Creato. No. L’ago magnetico è dritto e fisso verso gli affari di pochi, senza cura delle conseguenze, senza la filosofia richiesta quando si ragiona di uomo e paesaggio.

E’ naturale che l’impresa desideri costruire. E talvolta tira calci per farlo. Non è naturale, anzi, così nasce un mostro, che l’impresa diventi contemporaneamente amministrazione e ci governi. Questa è una mescolanza che ci conduce in un territorio grigio e indistinto, dove l’ambiguità può scivolare verso l’illegalità. E le conseguenze sono drammatiche, qualsiasi legge si faccia per proteggere il territorio.

Le casette che si moltiplicano come virus, secondo la primitiva “ideologia”: più mattone, più ricchezza. Il sogno di container carichi di turisti. Le stagioni che si accorciano e gli alberghi che si allungano. Migliaia di case vuote, inutili, brutte, spettrali per undici mesi l’anno. E la risposta a questo orrore è nell’inevitabile e certo “premio di cubatura”, l’elisir per ogni male.

Nessun ragionamento, nessun amore per i luoghi, nessun senso della patria, delle origini. Nessuna memoria, nessuna speranza per una terra così disposta a vendersi e già così venduta per qualche metro cubo. D’altronde come il cane assomiglia al padrone, anche il paesaggio assomiglia a chi lo abita. Una società mediocre produce un paesaggio mediocre, paesi miseri, città brutte, periferie atroci.

Quelli che, a detta loro, “fabbricano, restaurano, ricostruiscono” il Paesaggio, lo costringono con tale violenza che lo perdono. Perdono, accecati da un piccolo guadagno immediato, perfino il vantaggio economico che un paesaggio bello contiene in sé finché è bello. Ci privano, ricoprendo tutto di “bruttezza”, del diritto sacro di godere del Paesaggio e di vivere in armonia.

La scomparsa della spiaggia sublime di San Teodoro, sommersa dal fiume che da millenni porta l’acqua allo stagno, il fiume innocente soffocato dai mattoni e da argini insulsi, sono la rappresentazione perfetta di come i “costruttori” di Paesaggio considerano la terra. Tutto è lì per loro. Ora che hanno sfinito i suoli e le acque il diluvio sommergerà anche loro. Senza arca, però.

La spiaggia di san Teodoro, prima e dopo ... l'incuria

L'articolo è stato pubbòicato oggi anche su la Nuova Sardegna

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