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Sriram Khé
Si fa quello che si insegna?
11 Dicembre 2005
Articoli del 2004
L’acquisto di una casa in un quartiere New Urbanist a Eugene, Oregon, si trasforma in una lezione pratica sulla linea che separa le discussioni accademiche dalle scelte di vita personali. Dal sito di discussione urbanistica Planetizen, 27 settembre 2004 (fb)

Titolo originale: Practice What You Teach?Traduzione di Fabrizio Bottini

Anni fa, da studente specializzando alla University of Southern California, avevo apprezzato una presentazione di un professore esterno sul problema dei senza casa nelle città, e il ruolo della pubblica amministrazione. Così, nonostante fossi piuttosto consapevole dell’essere nuovo agli Stati Uniti, andai a trovarlo in ufficio per discutere l’argomento in modo più approfondito, e chiedergli come poteva conciliare i problemi quotidiani degli homeless con la sua personale agiatezza, visto che questa agiatezza era tanto strettamente legata alle ricerche e conferenze sui senza casa. Mi rispose che spetta al singolo individuo tracciare la linea che separa la vita personale dai problemi sociali.

In un certo senso, la risposta di quel professore è il problema etico e filosofico con cui mi sto misurando fin da studente: come posso tracciare una linea di separazione fra i problemi sociali e la mia vita? Essendo cresciuto in India, mi sono sempre sentito impacciato e a disagio quando innaffiavamo il nostro giardino, e persone senza casa se ne stavano fuori dallo steccato sperando di raccogliere una o due ciotole di acqua. Mangiare caramelle alla stazione mentre bambini denutriti chiedevano l’elemosina per mangiare, era un altro evento che provocava sensi di colpa.

Ripensando a queste cose, trovo piuttosto divertente il fatto di aver creduto di trovare risposte a domande del genere nell’università. Sono passati molti anni da quando ho preso il mio dottorato, e ora come professore abitualmente tengo lezione, discuto, faccio ricerca su problemi sociali. Non solo devo ancora trovare risposte chiare a tutto, ma continuano anche a spuntare nuove domande, e sto ancora cercando quella “linea”.

L’ultima di queste domande è venuta da quando grazie ai nostri nuovi lavori io e mia moglie abbiamo comprato casa e ci siamo trasferiti da Bakersfield, California, a Eugene, Oegon. Comprare quella casa a Eugene si è trasformato in una magnifica lezione pratica sulla linea che separa il dibattito accademico sul New Urbanism e la mia vita personale.

Il nuovo urbanesimo raccoglie i modi di pianificare e realizzare quartieri urbani che promuovano un senso comunitario. Questo significa che, per esempio, i garages per le auto stiano dietro le case in modo che si de-enfatizzi l’uso dell’automobile e i quartieri siano più facilmente percorribili a piedi. Fino al luglio scorso, la mia esposizione al new urbanism avveniva attraverso le pubblicazioni di tipo giornalistico e professionale. In quanto esperto di trasporti, seguivo con attenzione problemi come lo sprawl urbano, o la smart growth, o la “LosAngelizzazione” delle zone urbane. Come professore universitario, insegnavo geografia urbana e pianificazione, discutendo con gli studenti gli stessi temi.

Ma le discussioni sul new urbanism non erano che esercizi accademici. Nello stesso modo in cui sono completamente separato, che so, dalla povertà in Etiopia o dal problema delle nanotecnologie, ero egualmente separato – a livello personale – dallo sprawl urbano e dal new urbanism. A dire il vero, qualche volta mi davo anche una pacca sulla spalla complimentandomi per quanto ero un osservatore obiettivo, per quanto stavo lavorando bene portando avanti una discussione equilibrata all’interno dei corsi. Poi mi sono impegnato attivamente con alcune organizzazioni locali che tentavano di partecipare alle decisioni urbanistiche a Bekerfield, Califirnia, e le ricerche che ne sono seguite hanno aumentato la mia comprensione dei problemi, ma i risultati erano ancora solo il frutto di un lavoro teorico.

Quindi, nel momento in cui abbiamo visto per la prima volta la casa che poi abbiamo comprato, io e mia moglie non ne sapevamo niente. Non che non fosse spaziosa; i poco meno di 200 metri quadrati erano paragonabili ai qualcosa più di 200 della vecchia casa di Bakersfield. Ma la casa del vicino era troppo vicina, e l’ingresso ai garages dietro le case era in comune. Le strade erano strette, solo due corsie. Praticamente non c’era spazio per il giardino: la casa sta su un lotto che non arriva a 500 metri quadri! In altre parole, casa e quartiere erano più o meno come gli esempi che si trovano su un manuale di new urbanism, e la cosa mi stava creando dei problemi.

Ad ogni modo, mia moglie ed io siamo tornati a vederla, quella casa, tentando di immaginarci lì dentro: sarebbe stato gradevole, sentire i vicini tanto vicini? Quanto sarebbe stato comodo, starsene seduti sulla veranda e scambiarci più di un cenno di saluto? Avremmo perso il senso di privacy? È abbastanza interessante, perché sono le stesse questioni che discutiamo con gli studenti a lezione, e che sollevano le critiche al new urbanism, sostenendo che i consumatori non accetteranno questo tipo di abitazioni.

Beh, comunque, anche se non ci siamo liberati del tutto dall’incertezza, abbiamo comprato la casa, che sta vicino al fiume Willamette: una bella differenza col quasi asciutto Kern, che passava da Bakersfield. Nel settembre 2003, abbiamo chiuso il contratto, e insieme a mia moglie (e al cane, ovviamente) ci siamo trasferiti nella nuova casa. È passato quasi un anno da allora, e non potremmo stare meglio.

Dopo due trimestri accademici, da quando avevamo comprato la casa, la scorsa primavera, lo sprawl e l’urbanistica erano due degli argomenti che trattavo al corso di geografia urbana. Ma stavolta, grazie all’esperienza personale col new urbanism innescata dalla nuova abitazione, ho dovuto accertarmi di essere davvero un osservatore obiettivo e di discutere tutti gli aspetti del problema senza mostrare preferenze personali. Verso la fine delle discussioni, ho iniziato a chiedermi se per la prima volta non avessi trovato davvero il punto dove tracciare quella magica linea, fra la vita accademica e le decisioni personali.

Ero piuttosto emozionato, e un tantino orgoglioso di questa sensazione di vittoria, fino a quando Katie dalla prima fila (naturalmente!) mi ha chiesto: “L’altro giorno io e Francesca stavamo parlando di lei, dottor Khé. Come mai non guida una piccola auto, ma una trangugia benzina come la Jeep Cherokee?”.

Per un attimo, mi è sembrato che la domanda di Katie mi avesse rispedito al punto da cui ero partito, studente, tentando di tracciare la linea che separa la discussione teorica e la vita personale. Ma la lunga pausa estiva mi ha aiutato a riconoscere che gli ardui dilemmi non finiscono mai; semplicemente cambiano forma, dai senza casa, al new urbanism, a qualcos’altro. E forse la vita accademica significa proprio questo continuo tentativo di tracciare la linea che separa le cose che insegno dalla mia vita.

Qui il sito Planetizen, con l'originale e moltissimo altro (fb)

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