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Luciano Gallino
Sfidare la Cina esportando diritti
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
Oggi la saggezza non sta né dalla parte di David Ricardo nè da quella di Umberto Bossi (dove del resto mai era stata). Da la Repubblica del 11 marzo 2005

Se dovessimo dar retta a Ricardo per regolare l’ economia italiana e quella mondiale, come propongono alcuni economisti e le maggiori organizzazioni internazionali, non dovremmo esitare un istante: constatato che i cinesi ormai producono merci nel settore del tessile e abbigliamento a un costo assai più basso dell’ Italia, questa dovrebbe uscire di corsa da tale settore, e cercare di occupare i lavoratori che così perdono il posto nella produzione di merci che alla Cina convenga comprare. In questo modo sia l’ Italia che la Cina ne trarrebbero vantaggio. Mentre cercare di fermare alla dogana di Gioia Tauro, o di Genova, le merci cinesi nuocerebbe ad ambedue le economie.

Ricardo aveva forse ragione quando suggeriva - nel 1817 - ai portoghesi di comprare panno in Inghilterra, dove lo producevano a minor prezzo, ed agli inglesi di acquistare vino in Portogallo invece che farselo in casa. Purtroppo, trasferita ai giorni nostri, e applicata alle relazioni commerciali Italia-Cina, la sua teoria dei "costi comparati" presenta vari inconvenienti. Il costo del lavoro in Cina è 20-25 volte inferiore a quello italiano. Nelle manifatture delle principali zone industriali il salario medio cinese è di circa 1.200 euro l’ anno, e gli orari molto lunghi; quello italiano si aggira sui 1.200 euro al mese, guadagnato con orari più umani. Inoltre i prelievi obbligatori per l’ assistenza e la previdenza raddoppiano il costo del lavoro in Italia, mentre poco aggiungono in Cina, dove il comunismo capitalista ha soppresso quel che esisteva del vecchio stato sociale, e si è ben guardato dallo svilupparne uno nuovo. Dal che deriva la disuguaglianza indicata. Quanto basta per dire, tra l’ altro, che i cinesi non stanno affatto facendo del dumping, che significa vendere in massa prodotti sottocosto; vendono a prezzi bassi perché i loro costi sono bassissimi.

Di fronte a simili disparità, forse nemmeno Ricardo avrebbe consigliato ai portoghesi di fabbricare vino e comprare panno, e agli inglesi di fare il contrario. Né il problema si chiude con le disuguaglianze salariali. Va infatti notato che anche se volessimo procedere con lo scenario socialmente intollerabile di qualche centinaio di migliaia di lavoratori disoccupati per mesi o per anni, in attesa di essere gradualmente rioccupati in settori più produttivi, in realtà noi non sappiamo più quali prodotti di massa potrebbero oggi interessare alla Cina. I prodotti di massa se li fabbricano sul posto, pure quelli con contenuti tecnologici elevati. In altre parole il trasferimento di grandi quantità di manodopera dal tessile ad altri settori, oltre ad essere impraticabile, sposterebbe soltanto il problema un po’ più a lato, o a un tempo un poco più lontano.

Allora, dazi italiani sulle merci cinesi? Prima di soffermarsi su questa domanda, bisognerebbe formulare altre risposte. Cominciando dal notare che alle migliaia di imprese europee e americane operanti in Cina i bassi salari e le cattive condizioni di lavoro delle zone industriali, che diventano pessime nelle zone franche di lavorazione ed esportazione dove lavorano per loro trenta milioni di persone, in fondo vanno benissimo. Infatti permettono di fare grandi profitti. E vanno bene anche a noi come consumatori, perché senza il lavoro di giovani donne pagato due dollari al giorno, nelle zone franche, noi non avremmo il piacere di comprarci, ad esempio, un PC superdotato per meno di mille euro. Bisognerebbe quindi chiedere alle imprese in questione se non sarebbero disposte a pagare salari un po’ più elevati nelle tante fabbriche cinesi che a loro, in una forma o nell’ altra, fanno capo, come sussidiarie o fornitrici; e magari a permettere addirittura l’ ingresso nelle fabbriche di rappresentanze sindacali. Mentre ciascuno di noi, come consumatore, potrebbe magari ragionare sul fatto che se si pagassero un po’ di più i prodotti che attraverso molte vie vengono dalla Cina, favorendo l’ aumento dei salari in quella parte del globo, si difenderebbero meglio i posti di lavoro da questa parte del medesimo.

Nel caso che le imprese europee fossero disposte a concedere qualcosa in merito ai salari che pagano e alle condizioni di lavoro che offrono in Cina, l’ Italia, o meglio la Ue, sarebbero in una posizione migliore per discutere con i cinesi dei tanti aspetti dei rapporti commerciali che non si esauriscono nel rapporto prezzo/qualità delle merci. Oggi si parla molto di investitori socialmente responsabili, quelli che acquistano azioni di un’ impresa soltanto se essa soddisfa determinati parametri sotto il profilo economico, sociale e ambientale. Sembra difficile negare che i paesi Ue, non in ordine sparso ma con un disegno collettivo, peserebbero di più nella regolazione del commercio mondiale se cominciassero ad agire come partners commerciali socialmente responsabili. Capaci di chiedere alla Cina - o all’ India, o ad altri - il rispetto di diritti umani, sociali, sindacali nell’ industria dei loro paesi. E capaci di chiederlo in modo non ipocrita perché le loro imprese per prime si sono adoperate a rispettare quei diritti non solo in patria, ma anche nelle zone dell’ Asia sud-orientale da cui importano fiumi di materie prime, semilavorati, componenti e prodotti finiti.

E i dazi sui tessili, e perché no sulle mele o i giocattoli provenienti dalla Cina? Per avanzare una simile proposta bisogna veramente non avere alcuna idea di come è organizzata oggi la produzione nel mondo di qualsiasi manufatto, tramite infinite catene transnazionali di creazione del valore. Le merci che, colpite da pesanti oneri doganali, non sbarcherebbero più a Gioia Tauro o a Genova, arriverebbero da Tarvisio o dal Sempione. Senza pagare dazio, perché porterebbero un’ etichetta europea o magari americana. Al confronto, per quanto al momento possa apparire utopistica, è molto più concreta l’ idea di discutere con i cinesi, a livello Ue, di salari, diritti dei lavoratori e condizioni di lavoro. Senza però pretendere di chiedere a loro di introdurre quei mutamenti che tante imprese europee operanti in Cina finora si sono ben guardate dall’ attuare.

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