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Paola Bonora
Senza bussola a mosca cieca nel mondo
8 Febbraio 2010
Scritti ricevuti
Che significa cancellare la geografia dai saperi degli italiani? Impedire agli uomini di conoscere il mondo, quindi giudicarlo e concorrere a modificarlo. Scritto per eddyburg il 7 febbraio 2010

L’insegnamento della geografia scompare dai programmi scolastici. Dopo averla da tempo marginalizzata e relegata a un ruolo minore sacrificato da altre materie, oggi tagliano quella che reputano un ramo del sapere poco utile. La geografia non rientra insomma tra le competenze che i giovani è opportuno acquisiscano. Decisione allarmante. Non tanto in termini di posizionamento disciplinare all’interno delle classifiche scolastiche o accademiche, che è altro problema, ma per ciò che la geografia può dire ai giovani.

Si tratta infatti della disciplina che insegna a situarsi nel mondo. A comprendere come il mondo funziona, attraverso quali processi, contraddizioni, conflitti. Legge gli effetti di tali dialettiche, spiega la genesi e le dinamiche delle trasformazioni, analizza i modelli di organizzazione degli spazi. Uno sguardo capace insomma di esaminare l’incessante mutevolezza delle correlazioni – economiche, di potere, culturali, antropologiche... – per comprendere i cambiamenti della società in cui si vive. Aiuta di volta in volta a riposizionarsi. A prendere posizione. A essere consapevoli delle molte sfaccettature e interazioni che incorniciano e condizionano la vita.

Le mille questioni che affollano e affliggono il nostro tempo – le guerre, le povertà, i guasti all’ecosistema – rimarranno dunque senza ragioni? Ci accontenteremo che i giovani traggano informazioni e giudizi dalle mistificazioni mediatiche senza offrire bussole di orientamento e decrittazione? Ci arrendiamo senza coordinate critiche alla babele di internet?

Si vuole negare ai ragazzi di comprendere ‘dove’ sono, in che tipo di mondo vivono. Un dove che non è descrittivamente topografico, ma implica coscienza sociale, civile. Per molti versi anche esistenziale se consideriamo l’insieme dei campi relazionali, dai più minuti a quelli più complessi e ci addentriamo nei sentimenti di appartenenza ai luoghi.

Un taglio dei bilanci scolastici che sottende un visione miope della scuola e del ruolo della cultura, intesa come mero repertorio utilitaristico privo di spessore e problematicità. Un approccio che vede la geografia come una sorta di preistorico ‘tom-tom’, e la giudica superata dalle macchinette acefale che conducono al traguardo senza la necessità di percepire l’intorno. Attribuendo in questo modo anche agli uomini identità di automi acefali, pedine bendate da guidare su percorsi prestabiliti, che non sanno valutare e neppure intuire, incapaci di comprendere dinamiche pilotate da altri. Svuotati di consapevolezza, di coscienza. Privi della capacità di confronto e dello spirito critico che ne scaturisce. Alla fine di quel senso civico e della responsabilità sociale che ne derivano.

In questa era di disastri ambientali, crisi economiche, disparità sociali, la geografia, e la sua consapevolezza della matrice antropica dei problemi, è la scienza del disvelamento. Scoperchia le pentole, mette a nudo le responsabilità, facendo conoscere implicitamente denuncia. Una perdita importante nel generale svilimento culturale che questa nostra epoca attraversa.

Anche la geografia ha le proprie responsabilità. Una disciplina antica che non ha saputo mostrare i propri cambiamenti – che ci sono stati e sono importanti. Che ha mantenuto l’apparenza di una vecchia signora un po’ snob, di scarso appeal per sguardi attratti dagli sfavillii delle novità, dalle mode culturali – ma è meglio dire dalle etichette alla moda. Che presa da macerazioni interne (indispensabili quanto infinite e laceranti), ha perso di vista la propria utilità sociale. Anche quando il territorio, la sua complessità, la transcalarità delle correlazioni, erano al centro delle discussioni e degli interessi e la geografia poteva proporsi sulla scena culturale come interprete protagonista. Il metodo geografico può offrire strumenti preziosi di analisi e di progetto alle sensibilità e preoccupazioni per le sorti del pianeta e dei luoghi che lo compongono.

Il territorio e le logiche di relazione spaziale raccontano ciò che noi siamo. Armi formidabili di comprensione. Non rinunciamo a prendere coscienza, non lasciamo il nostro mondo in balia degli eventi senza sapere (e senza tentare di esercitare il nostro potere di controllo).

Paola Bonora è presidente del corso di laurea in Scienze geografiche dell’Università di Bologna

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