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Vittorio Emiliani
Se l’Italia diventa il paese delle frane
31 Gennaio 2009
Articoli del 2009
ll dissesto attuale del territorio calabro ha alcune cause: incuria, cementificazione selvaggia e un colpevole: l’uomo. Da l’Unità, 31 gennaio 2009 (m.p.g.)

Un inverno nevoso e fortemente piovoso, è vero. Ma il Paese smotta a valle perché è già ampiamente dissestato e franoso, oltre che sismico. “Uno sfasciume pendulo sul mare”, così il grande meridionalista Giustino Fortunato definiva la Calabria un secolo fa. Purtroppo siamo sempre lì. Anzi peggio perché il cemento, per lo più abusivo, ha investito montagne e colline dissestandole fino alla costa, irriconoscibile ed esposta a diffuse erosioni. Nel 2006 si segnalavano in Calabria oltre 9.400 movimenti franosi, estesi per 822 Kmq. Bloccate dalle frane le poche arterie strategiche, tutta la regione si ferma.

Ma la Calabria non è un’eccezione. Quasi tutta l’Italia è fortemente franosa, con un picco del 19,4 per cento nelle Marche seguite da Valle d’Aosta, Trentino, Lombardia, ecc. e con un minimo dello 0,4 nella pianeggiante Puglia. L’abbandono biblico delle terre alte da parte dei contadini, seguito a disboscamenti secolari, ha lasciato senza cura un enorme regione dove canali di scolo, torrenti, sottobosco non vengono più puliti né sistemati, dove si sono fatte a fette colline e montagna con strade asfaltate senza valutazione di impatto ambientale e, purtroppo, senza utilità, dove o si è abbandonato o si è lottizzato tutto, insensatamente. Risultato finale: 461.083 movimenti franosi e 70 Comuni su 100 minacciati dalle frane, dalle alluvioni o da tutt’e due (in Calabria il 100 per 100). Nel Sud ha assunto proporzioni agghiaccianti il fenomeno delle colate di fango (si ricordi quella di Sarno), segno che non tiene più niente.

La legge sulla difesa del suolo, arrivata ventitre anni dopo le alluvioni di Venezia e di Firenze, è una buona legge, ma va finanziata con diligente continuità, va attuata con meno cemento e più “rinaturalizzazione”, impedendo l’espansione edilizia, davvero criminale, sui terreni appena messi in sicurezza. I governi Berlusconi hanno sempre trascurato i capitoli di spesa destinati a settori così poco appariscenti, così poco ricchi di materia per gli spot propagandistici. Quello in carica – denuncia il Wwf - ha programmato di tagliare in modo pesantissimo, di oltre la metà, i fondi destinati al Ministero dell’Ambiente (da 1.300 a 628 milioni da qui al 2011) e di destinare la miseria del 2,4 per cento delle risorse pubbliche alle voci ambientali. Fra l’altro, proprio nella cura dei boschi e dei parchi, nella regimazione delle acque, nel riassetto idrogeologico con metodi naturali potrebbero venire impiegate cooperative di giovani, italiani ed extra-comunitari, quell’“esercito del lavoro” proposto da Manlio Rossi Doria e ripreso da Paolo Sylos Labini, destinato a sostituire nella manutenzione ordinaria e straordinaria decine di migliaia di contadini spariti da tempo e il cui esodo, insieme alla diffusione del cemento e dell’asfalto, è alla radice dello sfascio nazionale che in questi giorni riporta la Calabria nei titoli dei giornali. Si può, si deve reagire. Ma bisogna crederci, anche come rimedio di fondo contro la crisi in atto e contro lo “sfasciume pendulo” di cui parlava Giustino Fortunato, divenuto ormai nazionale.

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