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Adriano Prosperi
Se la realtà si trasforma in reality
30 Luglio 2008
Articoli del 2008
…e se la giustizia non è uguale per tutti. Un preoccupante aspetto della crisi in cui viviamo. La Repubblica. 30 luglio 2008

Il manichino sulla sedia elettrica che a Milano produceva a comando smorfie di dolore riassume l’immagine della giustizia oggi prevalente in Italia: una fabbrica di spettacoli, dove tutti diventano attori di se stessi e la realtà si trasforma continuamente in "reality". Eppure attraverso la giustizia passa oggi un conflitto di importanza fondamentale: quello tra sicurezza collettiva e diritti individuali. Proviamo a vederlo attraverso lo specchio di casi che emergono nella stampa internazionale.

In primo piano troviamo l’avvio dei lavori del tribunale militare statunitense riunito a Guantanamo. E’ il primo caso di una corte americana fuori del territorio metropolitano dai tempi della seconda guerra mondiale. Qui si è aperta la questione dell’ammissibilità in giudizio delle confessioni dei detenuti. Il capitano di marina Keith J. Allred ha chiesto di rigettare quelle di Salim Ahmed Hamdan, ex autista di Osama bin Laden, perchè rilasciate in condizioni di dura coercizione ("higly coercive") e dunque in contrasto col Quinto emendamento della Costituzione. Si è aperta una discussione, al Congresso e nell’opinione pubblica, sull’opportunità di consentire l’opera di tribunali speciali non vincolati dai diritti costituzionali e perciò più adatti a fronteggiare la minaccia del terrorismo. Il giudice federale John C. Coughenour ha scritto che, pur apprezzando l’opera di chi tutela la sicurezza nazionale, non ritiene che i diritti individuali di libertà fissati dalla Costituzione debbano essere sacrificati alla pressione di una collettività spaventata. Questo si legge sul Washington Post del 27 luglio, dove compare anche una statistica aggiornata dei caduti nella guerra irakena: gli americani sono i primi (4124) : seguono nell’ordine gli inglesi con 176 caduti e gli italiani con 33. La questione andrà seguita da noi: non solo perché riguarda una guerra che ci coinvolge (e di cui nessuno ha voglia di parlare), ma anche perché il conflitto tra sicurezza e diritti costituzionali è in pieno sviluppo anche in casa nostra.

Intanto, al di sopra dei confini statali aleggia il fantasma di quello che El mundo definisce "un embrione di giustizia universale". La Corte Penale Internazionale ha emesso alcuni giorni fa l’ordine di arresto contro il presidente del Sudan Omar Hassan Ahmad al Bashir accusato di crimini contro l’umanità per le stragi del Darfur. Giustizia difficile: l’incarico di investigare sul genocidio del Darfur fu affidato alla Corte dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU; ma oggi il Segretario Generale Ban Ki-moon reagisce all’ordine di arresto esprimendo il timore che questo crei difficoltà alla missione ONU. Ci si chiede se è ancora possibile porre sotto lo stesso cielo la giustizia interna degli stati e quella internazionale. E’ profonda la scissione fra le regole della democrazia che si vogliono portare al resto del mondo e la realtà di lesioni diffuse al principio dell’universalità dei diritti umani.

Pure l’Italia ha il discutibile privilegio di comparire nei media internazionali per vicende e polemiche relative alla questione della sicurezza. Del decreto omonimo ha informato una nota della BBC del 23 luglio che ha sottolineato l’aggravamento delle pene per i reati compiuti dagli immigrati illegali. E sono comparse qua e là cronache sui vari aspetti delle polemiche sulla giustizia. Ma il confuso panorama italiano non fa registrare un conflitto sui principi di pari nettezza e livello di quello che divide l’opinione pubblica americana. Eppure la posta in gioco è anche da noi quella del valore dei principi sanciti dalla nostra Costituzione: perché anche noi ne abbiamo una, non così antica come quella degli USA ma altrettanto profondamente legata alla nostra storia e alle lotte del nostro popolo. Difenderla non significa schierarsi con questo o quel partito ma saper guardare al futuro delle cose che contano.

Il fatto è che la crisi della giustizia e la sindrome dell’insicurezza assumono da noi connotati speciali difficili da tradurre per i lettori di altri paesi. Basti dire che il più ricco e potente fra tutti gli italiani si è presentato in veste di perseguitato e in suo soccorso è stata fabbricata a spron battuto una legge speciale. Non siamo davanti a un ritorno indietro al potere sovrano di diritto divino, quello che ha preceduto le costituzioni liberali e democratiche del ‘700. I sovrani del tempo antico non riconoscevano nessun potere superiore. Invece quella che abbiamo visto è stata una manifestazione di impotenza e di insicurezza. Per mettere una persona speciale, al vertice della società e del potere, al sicuro dalla persecuzione di giudici ostili è stato eretto un muro legale. Ma, come certi muri materiali eretti nelle città hanno modificato i diritti di cittadinanza, così quel muro legale ha modificato un carattere essenziale della giustizia. La formula solenne che si legge nelle aule dei tribunali - "La legge è uguale per tutti" - non è più vera. E anche il simbolo della bilancia andrà ritoccato di conseguenza. Il decreto sulla sicurezza ha previsto che sul piatto della bilancia i giudici aggiungano un peso speciale per ogni crimine commesso da un immigrato clandestino. Così, passo dopo passo, si va verso la riforma della giustizia annunciata per l’autunno. Sotto il segno della sicurezza nazionale sono state prese decisioni e compiuti atti formali assai rilevanti: stato d’emergenza, registrazione delle impronte digitali di minoranze etniche, presenza dell’esercito nelle città. In altri tempi qualcuno avrebbe sospettato un disegno occulto, l’avanzarsi a passi felpati di un regime d’eccezione, con dosi omeopatiche di uscita dalla democrazia in vista di un autunno rovente. Non è più il tempo di quei sospetti. Tutto avviene distrattamente e senza passione, in un gioco di scambio tra le promesse della campagna elettorale ("tolleranza zero", una formula importata anch’essa dagli USA) e l’indice di gradimento degli eletti. Mantenere alta la febbre dell’insicurezza, questo è il programma.

Torna alla mente quel manichino sulla sedia elettrica: lo scandalo che ne è nato è rivelatore. Ma quando legge e giustizia diventano spettacolo da baraccone bisognerebbe fermarsi a riflettere.

Per trovare qualcosa di simile bisogna risalire all’Inghilterra del ‘700. Allora il condannato compiva il percorso verso la forca di Tyburn in mezzo al disordine di una scena di festa e di mercato, con venditori e giocolieri, ladri e prostitute. Nemmeno i ladruncoli che venivano impiccati prendevano sul serio i riti frettolosi dell’esecuzione; e la loro morte non impediva che in mezzo alla folla altri tagliaborse approfittassero della calca per rubacchiare. Il discredito di quella giustizia era proverbiale. «La sacra spada della Giustizia colpiva solamente i disperati», scrisse sir Bernard Mandeville nella Favola delle api. La corda a cui finivano appesi serviva solo "per dar sicurezza a ricchi e potenti".

L'immagine è tratta dal sito www.homolaicus.com

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