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"Se il dibattito non è chiuso..."
5 Settembre 2004
Lettere e Interventi
Franco Girardi RM 04.09.04.

I commenti di Eddy alle mie considerazioni in materia urbanistica sono un segno che il dibattito teorico, a mio giudizio sempre necessario, non è spento. Non voglio perdere l’occasione di alimentarlo

Una prima considerazione si riferiva al vuoto, che si rileva nella Sinistra, sui temi dell’urbanistica (il buon ordine insediativo e il conseguente benessere degli abitanti), di cui un aspetto è la disinformazione della stampa, un altro il ripiegamento sui progetti di controriforma della Destra. Su ciò Eddy Salzano, in un breve scambio di parole al telefono, mi è sembrato consentire sostanzialmente. Il problema, allora, è di vedere se e come colmare questo vuoto, cominciando a individuarne e denunciarne le cause. Queste sono certamente molte e diverse, ma, per ben cominciare, io credo che bisogna guardare a una questione di principio. Si tratta, precisamente, dell’idea di città, del modello insediativo, che alberga ancora nelle menti della Sinistra, il quale è pur sempre quello dominante, borghese e industriale, o se non è tale, ne è un parente prossimo. Quel modello, che io reputo degno del massimo rispetto, era già vecchio ai tempi di Hausmann, e al tempo nostro è degenerato nelle forme della metropoli e delle favelas invivibili, e del degrado ambientale generalizzato. Per quel modello è stata felicemente coniata la nozione di “città quantitativa”, con la quale si denuncia la confusione dello sviluppo sociale (ed anche economico) con la mera crescita dei beni materiali, coerentemente, d’altra parte, con la logica del sistema economico capitalistico. Che questo modello, ormai dominante in tutto il mondo, impregni ancora la politica urbanistica della Sinistra non deve sorprendere, se si osserva che le sue tracce si possono ritrovare persino nel pensiero e nell’opera di tanti insospettabili maestri del movimento moderno.

Il problema è, allora, di pensare e definire un modello insediativo, un’idea di città alternativi e coerenti con i reali bisogni della nostra società contemporanea, in ogni paese e non solo in alcuni luoghi privilegiati. Non è certo facile. Come si farà a valutare i nostri beni immobili in termini di bellezza, come si faceva una volta, e non tanto di metri cubi o quadrati? Come orientare le scelte progettuali sul giudizio personale degli utenti, assunto criticamente, ottenendone la convinta partecipazione? In che modo togliere definitivamente le automobili dalla città, e fare delle autostrade e delle linee A.V. dei fattori di disegno, non di degrado del paesaggio? Come eliminare la piaga dell’abusivismo, che è un male culturale e sociale, prima che urbanistico? Sono citazioni a caso: fanno capire che la città è prima di tutto quella che si pensa, e quindi quanto sia semplice, ma quanto arduo il problema di cambiarla. Per la Sinistra, a mio giudizio, è problema non più rinviabile. A meno di continuare ad accettare il modello dato, accollandosi l’attributo di riformista nel peggior senso che la storia ci ha tramandato.

La seconda mia considerazione riguardava la proposta di nuova legge urbanistica, e voleva ricordare la lezione che può ancora venire dalla vecchia legge, ricordando anche l’uso distorto che ne è stato fatto da chi l’ha gestita nei decenni trascorsi. Tenendo presente che i nodi essenziali dell’urbanistica sono la “rendita” e il “piano”, accennavo il dubbio che il primo si possa esaustivamente sciogliere in una legge urbanistica (lasciando comunque il quesito alla dottrina del giurista), mentre il secondo mi sembrava materia originale e propria della legge. Il commento di Eddy coglie nel segno, osservando che in questo modo viene privilegiato l’aspetto tecnico della legge, e si rischia di cadere nel tecnicismo ( technicalities). E’ vero, ma non è questa la prospettiva che io intendo suggerire.

Anzitutto il dubbio di poter battere la rendita (io insisto a dire: il cattivo uso della rendita) è legittimato dal fatto che essa è un fenomeno naturale nel mondo economico. Per esempio, battuta attraverso l’esproprio dei suoli, si riproduce negli edifici, una volta che siano costruiti. Il dubbio, però, è accompagnato dalla certezza, che in una legge urbanistica debbono esserci le regole che impediscono l’uso perverso della rendita. Per questo la via regia è quella della pianificazione. E questa è un insieme di principi, mezzi e procedure, che si raccolgono in una tecnica e in una specifica dottrina. Il nostro maestro Astengo ha consumato una vita su questa dottrina. La mia esperienza, per quanto vale, mi dice che il tema offre ancora materia di studio e sperimentazione. Cito solo qualche punto, su cui mi sembra ancora aperta la messa punto teorica. Quali e quanti livelli di piano si dovranno stabilire in rapporto ai soggetti competenti? E quale il loro contenuto, se generale o particolare o di settore; e il grado, se indicativo o prescrittivo; e la forma di espressione, se con la norma o col disegno? Cosa si deve intendere per “zoning” e cosa per “standard”? E ancora, quale la parte che spetta alla progettazione e quale alla analisi, le quali, a mio giudizio, si dividono a metà il campo della pianificazione?

Mi sembra che la risposta a questi quesiti debba costituire il contenuto della nuova legge urbanistica, non meno delle norme che conciliano l’interesse privato con quello pubblico. Aggiungo che, se crediamo l’urbanistica un affare eminentemente pubblico, dovranno anche essere meglio ordinati i servizi urbanistici, cui devono provvedere lo Stato e gli altri enti pubblici. Ruolo della pubblica amministrazione, rapporto pubblico-privato, tecniche di pianificazione. Abbiamo così ritrovato i tre titoli essenziali della vecchia 1150, la quale (si è capito) “nel cor mi sta”.

L’ultima considerazione riguardava la figura e il ruolo dell’INU. Ai pochi e succinti ricordi storici, dai quali partiva la mia considerazione, Eddy aggiunge l’osservazione che la figura dell’Istituto riflette oggi quella corporativa della base sociale molto allargata negli ultimi decenni. E’ vero. e direi inevitabile, tant’è che lo stesso problema si può riscontrare in un'altra istituzione di “battaglia culturale” qual è Italia Nostra. Credo, però, che si debba distinguere tra figura e ruolo, e il problema, per noi, mi sembra essere soprattutto del secondo. La figura, forse, può anche restare “di massa” (anche se sono convinto che sarebbe meglio essere pochi e buoni) ma, in ogni modo, i problemi esterni restano gli stessi nella situazione data. Come confrontarsi con la società e con la storia che viene avanti? Negli anni della 1150/42 e nei 60 i pochi hanno svolto bene il ruolo. Ora, pochi o molti che siamo, che si deve fare? Non certo come pensa qualche bell’ingegno, il quale, ben lungi dal preoccuparsi per le dimissioni di Salzano, e non contento delle RUN, si è inventato gli Eventi di Marketing Urbano (con le iniziali maiuscole).

La mia proposta è di ripartire dalla fondazione (1930), e dai problemi interni di allora (oltre che dai presenti interni ed esterni), in base alla premessa che l’urbanistica è affare di interesse pubblico, da affrontare come tale. Questo mi sembra quasi banale. Si tenga presente che pubblico qui è sinonimo di collettivo, e che l’opposizione di pubblico (Stato) / privato (mercato) è altra cosa, della quale bisognerebbe parlare a ragion veduta, non in base a pregiudizio ideologico, come quello neoliberista, importato d’oltre oceano, per nostra sfortuna. L’importante è che la discussione resti aperta, come fa sperare Eddy. Se le stanze di piazza Farnese sono chiuse a questa discussione, se ne occupino altre, che non mancano di certo, come quella qui usata.

La discussione rimane aperta. Almeno in questo "cortile", come affettuosamente lo chiama Lodo Meneghetti. Altrove, mi sembra un po' meno; ma non si può mai dire

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