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Eugenio Scalfari
Se i federati non si federano
17 Agosto 2005
Articoli del 2004
La consueta analisi domenicale, da la Repubblica del 27 dicembre 2004. "Non è affatto vero che la sconfitta di Berlusconi sia un obiettivo necessario sì, ma privo di implicazioni costruttive".

LO SCONTRO,sicuramente drammatico, tra Romano Prodi e la Margherita sembra per ora sopito. Sopito ma non spento.

Sicché, prima ancora di deplorare l´accaduto e segnalarne i danni che ha prodotto e che debbono ora esser rapidamente sanati, si pone la domanda del perché. È importante infatti individuare la causa di quello scontro se si vogliono apprestare efficaci rimedi. Un incidente di percorso? Uno scatto di nervi di Prodi? La pertinace decisione di Rutelli di anteporre gli interessi del suo partito (e quindi del proprio ruolo personale) a quelli della costituenda federazione riformista? Una rivalità gelosa e addirittura ontologica del secondo partito dell´alleanza nei confronti del primo? E di conseguenza un contrasto programmatico sfociato inevitabilmente in contrasto politico?

Comprendere la causa (o le cause) dell´accaduto è essenziale ma per ovvie ragioni non saranno i protagonisti ad aiutarci, presi come sono a nascondere la polvere sotto il tappeto. Del resto che altro potrebbero fare? La grande platea dei 10 e più milioni d´elettori che alle europee votarono per la lista unitaria e tutti gli altri milioni raccolti dalle liste alleate reclamano l´unità di tutta l´opposizione e hanno considerato deplorevole quanto accaduto il 21 dicembre. Un senso di sfiducia si è diffuso tra loro, quale che fosse l´area politica di appartenenza.

La parte avversa, già rafforzata da una compattezza recuperata dopo i vivaci contrasti estivi e autunnali, ne ha tratto nuovi motivi di ottimismo confortati da sondaggi finalmente positivi. Era dunque imperativo sopire. Ma, dicevamo, i motivi di scontro non sono ancora sopiti.

Tra di essi ce n´è uno, preliminare, sul quale vale la pena di spendere qualche parola ed è l´atteggiamento da tenere nei confronti di Berlusconi. Viene a gran voce raccomandato il buonismo, quand´anche unilaterale. Il dialogo costruttivo, anche se accettato dal Polo a parole ma impedito costantemente nei fatti.

Comunque si sostiene che il collante dell´anti-berlusconismo può essere tutt´al più utile a tenere insieme un´alleanza molto lunga che va da Mastella a Bertinotti e forse a sconfiggerlo nelle urne, ma non servirà certo a governare un paese disastrato e bisognoso di cure profonde quanto difficili.

Per quanto riguarda il problema del governare e la necessità (urgente) di un programma adeguato e articolato su pochi punti, non si può che esser d´accordo. Come pure sul fatto che quei pochi punti siano inquadrati in un messaggio significativo di idee capaci di delineare la fisionomia d´un paese che deve ripresentarsi a se stesso, all´Europa e a tutta la comunità internazionale con nuovi compiti all´altezza delle ardue sfide che il presente ci propone. Ma sul tema dell´anti-berlusconismo bisogna intendersi.

Anzitutto sul fatto che esso sia il collante principale delle forze di opposizione: questa non è una scelta ma un dato e con i dati non si discute.

Ma c´è un´altra considerazione da fare: non è affatto vero che la sconfitta di Berlusconi sia un obiettivo necessario sì, ma privo di implicazioni costruttive. Non è affatto così. Come bene ha scritto Furio Colombo, la caduta di Berlusconi porta con sé numerosi risultati. Anzitutto la scomparsa del conflitto d´interessi dovuto alla circostanza che il capo del governo è anche il titolare di una delle più grandi imprese private italiane ed europee. Il venir meno d´una maggioranza parlamentare clonata a misura del leader e quindi compattamente disponibile a votare leggi ad personam che tutelino le sue sorti giudiziarie e le sue fortune di imprenditore. Infine il ritorno alla normalità del sistema informativo e televisivo.

Sono risultati preliminari a una governance democratica che il centrosinistra non riuscì a realizzare legislativamente nel quinquennio 1996-2000 e che ora si realizzerebbero automaticamente per mezzo di un voto che rimandi a casa, carico di miliardi (del che ci rallegriamo con lui) il concittadino Silvio Berlusconi. È bene tener presente questi mutamenti implicati dalla sconfitta elettorale della persona che guida l´attuale governo poiché essi danno all´opposizione attuale una marcia in più. Dio sa se ne ha bisogno.

Resta da capire perché il centrosinistra, proprio alla vigilia del confronto decisivo con l´avversario, sia percorso da una sorta di cupio dissolvi che ne paralizza sia la tattica sia la strategia. Giustamente Ezio Mauro ha indicato come prima causa quella dell´identità, che non può certo ridursi all´identità dei post-democristiani, post - comunisti, post-socialisti e tutti gli altri possibili e immaginabili.

Senza un´identità riconoscibile non c´è partita.

Quella dei berluscones è nota a tutti gli italiani; per molti è rivoltante, per molti altri accattivante. I suoi alleati detengono identità diverse ma di gran lunga minori; sono oggettivamente schiacciati da quella maggiore sicché, dopo molti contorcimenti e complotti, il cemento del potere li ha alla fine rimessi in riga. Berlusconi forever per loro è una condizione di sopravvivenza con la sola alternativa del "rompete le righe".

Perciò le loro differenze non possono essere che marginali; quando si sono prefissi obiettivi più ambiziosi li hanno mancati rischiando lo sfascio generale della Casa delle libertà.

Il centrosinistra si trova in condizioni diverse.

Anzitutto perché non ha un padre-padrone come Berlusconi, il che è senza dubbio un aspetto democraticamente positivo ma operativamente un handicap di notevole peso. Ciò crea il problema del numero e della compatibilità dei galli presenti nel pollaio. A parte Prodi se ne possono contare almeno sei, passibili di accrescimento, non certo di diminuzione. Si dice: è una ricchezza. Certo, se facessero squadra sarebbe una ricchezza, ma se non la fanno e passano il tempo a beccarsi tra loro, allora è un disastro. Stando a quanto finora abbiamo visto è esattamente ciò che sta accadendo.

Prodi conosce questa situazione di ricchezza-disastro.

Perciò si è ripresentato, dopo il quinquennio di Bruxelles, come il federatore. Questo è il nome che si è dato e ciò che vuol fare.

Per federare occorre che i federati vogliano federarsi.

Scusate il bisticcio, ma esso descrive lo stato dei fatti che è il seguente: i Ds vogliono federarsi, così pure i socialisti, i repubblicani e gli amici di Prodi che militano nella Margherita. Ma il gruppo dirigente di quel partito no. Avrà pure le sue ragioni, ma comunque non vuole. Accetta la federazione come sigla ma non come soggetto politico dotato di poteri effettivi.

Secondo il gruppo dirigente della Margherita che fa capo a Rutelli, Marini e Franceschini, la federazione potrà occuparsi a pieno titolo soltanto di politica estera, ma la politica sociale, quella economica, quella fiscale, quella istituzionale e giudiziaria nonché la strategia da adottare nei confronti della parte avversa debbono restare nel dominio dei singoli partiti.

Per di più l´organo dirigente della federazione dovrà essere composto dai segretari dei partiti stessi, presieduto da Prodi in funzione di chairman senza poteri che non siano quelli della moral suasion. Ora tutti sappiamo che la moral suasion funziona quando è usata da chi possieda strumenti talmente forti da obbligare gli altri a seguire i suoi consigli.

Dev´essere cioè un consigliere armato; se è inerme i suoi consigli sono scritti sull´acqua.

In queste condizioni Prodi ha due sole possibilità. La prima è quella di minacciare il suo ritiro, come fece Achille quando Agamennone gli portò via Briseide. Achille faceva sul serio e da solo valeva quanto metà dell´intero esercito acheo. Stava già per reimbarcarsi e tornarsene a casa; se l´avesse fatto la guerra di Troia avrebbe avuto probabilmente un esito diverso. Ma intervenne Era, Zeus e la madre Teti. Ci volle un intervento divino e la morte di Patroclo per farlo tornare in battaglia.

Penso che l´eventuale minaccia di Prodi di ritirarsi non porterebbe a gran risultati. Dopo averlo supplicato di desistere da quel proposito tanto per salvare le forme, i federati riottosi finirebbero con l´accettare. A quel punto l´alleanza resterebbe in piedi come semplice cartello elettorale, la federazione riformista scomparirebbe.

Qualcuno pensa che questo cambiamento strutturale sarebbe un regalo del cielo. Io no. Non lo penso. Per la semplice ragione che la base elettorale ne sarebbe sconvolta e frustrata, molti elettori tornerebbero a rifugiarsi nell´astensione e Berlusconi vincerebbe a piene mani.

La seconda possibilità di Prodi è quella di perseverare cercando di ottenere per la federazione i maggiori poteri possibili, ivi compreso un organo direttivo dove entrassero anche i rappresentanti della società civile e delle sue associazioni. Imponendo anche a tutto il centrosinistra un´identità riconoscibile che non può essere altra cosa che un riformismo semplice e forte: eguaglianza dei diritti e dei punti di partenza, nuovo welfare inclusivo, salario minimo, piena occupazione, politica fiscale di vantaggio per le imprese, il Mezzogiorno, i giovani, fiscalizzazione degli oneri contributivi per le fasce di reddito inferiori, restituzione del fiscal drag dovuto e non pagato. E rilancio dell´Europa come soggetto e potenza politica oltre che economica.

Quest´identità è certamente all´altezza della sfida ma ha un posto. Gli elettori debbono conoscerlo per essere in grado di giudicare.

Gli elettori debbono essere informati anzitutto che il governo che uscirà dalle elezioni del 2006, qualunque esso sia, di destra o di sinistra, erediterà una situazione economica disastrosa. La più grande colpa del governo attuale sta infatti nell´aver spogliato il paese mistificando d´averlo reso più prospero e più felice.

Questa enorme bugia, sostenuta da uno spiegamento mediatico impressionante, emerge ormai con la chiarezza delle cifre ufficiali dalle quali risulta che la pressione fiscale è aumentata nel 2004 e continuerà ad aumentare nel 2005 e 2006. Il micro-rimborso dell´Irpef sarà infatti più che pareggiato dalle nuove e maggiori imposte nazionali e locali. Negli stessi anni l´avanzo delle partite correnti, che era arrivato a superare il 5 per cento del Pil, è sceso di 4 punti percentuali, essendo stato dissipato anche per colmare il fabbisogno del Tesoro che è costantemente in disavanzo.

Eppure le maggiori entrate (condoni compresi) e il prosciugamento dell´avanzo delle partite correnti non sono stati sufficienti a pareggiare la crescita irruente della spesa. La quale tuttavia non è servita né a finanziare adeguatamente i grandi servizi pubblici a cominciare dalla sanità e dai trasporti, né la scuola, le Università, la ricerca, né gli investimenti, né a dare sostegno alla competitività del sistema.

Conclusione: in tre anni la pressione fiscale è aumentata anziché diminuire, l´avanzo primario delle partite correnti è stato ridotto ad un quarto di quello che era nel 2001, i servizi pubblici sono in deficit, il rapporto deficit/Pil è sul crinale della soglia europea di stabilità, il debito pubblico è aumentato. I consumi sono in caduta libera. Le esportazioni, anche a causa del cambio col dollaro, non tirano più. Da questo punto di vista i consigli non richiesti che Berlusconi ha dato a Bush il 15 dicembre hanno avuto come tutto risultato che l´euro da 1,32 ha superato in pochi giorni l´1,35 e proseguirà ancora ad apprezzarsi.

Chi presenta un bilancio così disastroso dovrebbe essere rispedito a casa d´urgenza. Perché ciò non sia ancora avvenuto resta un mistero. Che la colpa sia di quei galli che continuano imperterriti a beccarsi tra loro?

Post Scriptum. Debbo una risposta ai gentili critici che mi hanno rimproverato di aver accennato in precedenti miei scritti all´opportunità di spostare una parte del peso fiscale dai redditi di lavoro e di impresa al patrimonio dei più abbienti. Misure del genere - si dice - provocherebbero una fuga imponente di capitali verso l´estero e comunque si adottano soltanto quando le finanze di un paese siano gravemente compromesse.

Ebbene, le finanze del paese sono gravissimamente compromesse. Non basta la cosmesi mediatica di Berlusconi a nasconderlo; le sue micro-regalie sui redditi Irpef (soprattutto dei più abbienti) non fanno che aggravare il disastro. Quanto alla fuga all´estero per il solo fatto che sia pronunciata la parola «patrimonio», faccio osservare che dagli immobili non si può fuggire; quanto alle rendite mobiliari, esse sono tassate mediamente in Europa tra il 20 e il 22 per cento, qui da noi soltanto il 12,5. Non vedo in queste condizioni verso quale direzione possa avvenire questa fuga che poi si risolverebbe ad un puro e semplice cambio di intestazione.

I redditi ma soprattutto il loro potere d´acquisto ristagnano.

L´evasione alimenta la crescita dei patrimoni, sia provenienti dal sommerso non criminale sia dal riciclaggio dei profitti malavitosi.

Faccio infine osservare che il governo in carica ha già introdotto una tassazione sul patrimonio accrescendo le imposte sugli immobili attraverso la rivalutazione degli estimi sui quali si basa l´Ici e perfino la sempre più salata imposta sui rifiuti urbani. L´abilità del suddetto governo è stata quella di non pronunciare mai la parola "patrimonio", che anzi scarica sul centrosinistra non si sa in base a che cosa. È vero che di quel tipo di tassazione, limitata alle grandi fortune, parla esplicitamente Bertinotti, ma tenerne responsabile l´intera alleanza sarebbe come sostenere, utilizzando le cervellotiche pensate di Calderoli e della Lega, che il governo attuale voglia istituire i cacciatori di taglie al posto dei carabinieri e dichiarare guerra alla Turchia. La verità è che bugiardi si nasce. L´errore è di affidare ai bugiardi il governo di un paese.

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